{"id":4320,"date":"2021-12-28T18:24:45","date_gmt":"2021-12-28T18:24:45","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4320"},"modified":"2021-12-29T08:47:07","modified_gmt":"2021-12-29T08:47:07","slug":"anita-paolicchi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4320","title":{"rendered":"Anita Paolicchi"},"content":{"rendered":"<p>anita.paolicchi@cfs.unipi.it<\/p>\n<h2>Tracce veneziane nelle collezioni romene: note per una nuova lettura di alcune oreficerie marchiate<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">DOI: 10.7431\/RIV24062021<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le collezioni del Museo Nazionale di Arte della Romania conservano un variegato nucleo di oreficerie di provenienza veneziana: quattro patene<sup><a href=\"#footnote_0_4320\" id=\"identifier_0_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Di queste quattro patene, tre, di dimensioni maggiori (diametro 40 cm), erano destinate a contenere il pane per l&rsquo;Anafora, mentre l&rsquo;altra &egrave; di dimensioni minori (circa 20 cm) ed &egrave; propriamente chiamata diskos.\">1<\/a><\/sup>, due artofori, un calice, una lampada. Ad eccezione di una delle patene, si tratta di opere prodotte presso botteghe veneziane nel periodo 1685-1710 \u2013 con una netta predominanza nell\u2019ultimo biennio (<a title=\"Fig. 1. Il corpus di oreficerie veneziane conservate presso il Museo Nazionale di Arte della Romania.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/12\/pao01.jpg\">Fig. 1<\/a>) \u2013 che rappresentano un tassello importante nello studio delle relazioni economiche e degli scambi culturali fra Venezia e i voivodati romeni alla fine del Seicento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I contatti fra la Repubblica Veneta e il voivodato valacco, costruiti dallo <em>stolnic<\/em> Constantin Cantacuzino (1639-1716) e rafforzati dal fratello \u0218erban (1640-1688, regnante dal 1678), resistono anche dopo la scomparsa di quest\u2019ultimo, grazie all\u2019avvento del nipote Constantin Br\u00e2ncoveanu (1654-1714), forse il pi\u00f9 noto dei <em>voivozi<\/em> valacchi, figlio della loro sorella Stanca. Le relazioni della famiglia Cantacuzino-Br\u00e2ncoveanu e della corte voivodale con l\u2019area veneta sono state in passato attentamente delineate da eminenti sudiosi, fra i quali si ricordano, per l\u2019ambito italiano, il filologo Ramiro Ortiz e lo storico Mario Ruffini<sup><a href=\"#footnote_1_4320\" id=\"identifier_1_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"In particolare: R. Ortiz, Per la storia della cultura italiana in Rumania, Bucure\u0219ti 1916 (edizione italiana 1943); M. Ruffini, L&rsquo;influenza italiana in Valacchia nell&rsquo;epoca di Constantin-Vod\u0103 Br&acirc;ncoveanu (1688&ndash;1714), Milano 1933.\">2<\/a><\/sup>, e in tempi pi\u00f9 recenti da studiosi sia romeni che italiani, soprattutto per quanto riguarda aspetti di storia economica<sup><a href=\"#footnote_2_4320\" id=\"identifier_2_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Particolarmente meritevole, a questo proposito, lo sforzo dell&rsquo;Istituto Romeno di Ricerca e Cultura Umanistica di Venezia per garantire annualmente l&rsquo;occasione agli studiosi dei due paesi di confrontarsi su questo tema.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le iscrizioni permettono, per la quasi totalit\u00e0 degli oggetti, di definire in modo piuttosto chiaro l\u2019identit\u00e0 dei committenti, la destinazione, il contesto della donazione e l\u2019anno in cui \u00e8 avvenuta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulle tre delle patene conservate nelle collezioni del Museo Nazionale di Arte della Romania di Bucarest ricorre due volte lo stemma della famiglia valacca di discendenza imperiale dei Cantacuzino, con le iniziali SdCc, cio\u00e8 \u0218erban <em>dvornic<\/em> Cantacuzino: il riferimento \u00e8 a \u0218erban Cantacuzino II, detto \u201cM\u0103gureanu\u201d dal nome della localit\u00e0 di Ma\u0306gureni, dove aveva stabilito la propria residenza<sup><a href=\"#footnote_3_4320\" id=\"identifier_3_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si tratta di una residenza ereditata dal padre, il quale a sua volta l&rsquo;aveva con certezza ereditata dalla madre Elina: M. Muscariu, Ma\u0306na\u0306stirea Comana i\u0302ntre istorie s\u0326i legenda\u0306, Giurgiu 2017, p. 150, nota 173.\">4<\/a><\/sup>. Figlio di Dr\u0103ghici Cantacuzino, e quindi nipote dello <em>stolnic<\/em> Constantin e cugino del <em>voivoda<\/em> Constantin Br\u00e2ncoveanu, \u0218erban aveva debuttato in politica assieme al fratello P\u00e2rvu nei primi anni del regno del Br\u00e2ncoveanu e, dagli anni Novanta del Seicento, dopo la morte del fratello, era divenuto uno dei personaggi pi\u00f9 vicini al <em>voivoda<\/em>, distinguendosi come raffinato conoscitore d\u2019arte e fondatore di chiese<sup><a href=\"#footnote_4_4320\" id=\"identifier_4_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Corina Popa, Un ctitor al epocii br&acirc;ncovene\u0219ti: \u0218erban Cantacuzino II M\u0103gureanu, in Art\u0103, Istorie, Cultur\u0103. Studii &icirc;n onoarea lui Marius Porumb, a cura di C. Firea e C. Opreanu, Cluj-Napoca 2003, pp. 247-255, in particolare p. 247. Per dettagli sulla biografia si veda: Nicolae Stoicescu, voce Cantacuzino \u0218erban (II) (M\u0103gureanu), in N. Stoicescu, Dic\u021bionar al marilor dreg\u0103tori din \u021aara Rom&acirc;neasc\u0103 \u0219i Moldova, sec. XIV-XVII, Bucure\u0219ti 1971, p. 144. Per una sintesi del cursus honorum di \u0218erban Cantacuzino II M\u0103gureanu si veda anche: C. Luca, Note sulle forme di assimilazione del capitalismo preindustriale nel Sud-Est europeo: depositi bancari di provenienza valacca nella Zecca di Venezia, in Cristian Luca, Dacoromano-Italica: studi e ricerche sui rapporti italo-romeni nei secoli XVI-XVIII, Cluj-Napoca 2008, pp. 179-192, in particolare p. 181.\">5<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste tre patene sono state evidentemente concepite come <em>corpus<\/em> unitario: realizzate nel biennio 1709-1710, sono molto simili fra loro per forma, dimensione e decoro, con un fiore di peonia posto al centro del fondo, circondato da un decoro radiale a rilievo che porta a una banda liscia, mentre sul bordo si sviluppa un decoro a festone con grandi fiori di acanto, peonia e girasoli. Il decoro floreale non presenta particolarit\u00e0, essendo lo stesso che si ritrova anche su patene realizzate nello stesso periodo dagli orafi transilvani, che infatti avevano recepito piuttosto rapidamente le novit\u00e0 stilistiche centro-europee, introducendole, tramite le loro opere, nel voivodato di Valacchia, i cui regnanti erano da tempo sensibili al gusto occidentale, avendo avuto a pi\u00f9 riprese contatti con l\u2019Italia, in particolar modo attraverso Venezia. Il soggetto profano di alcuni medaglioni sul bordo ne tradisce per\u00f2 la provenienza occidentale, indicando inoltre che queste patene non erano, in origine, state realizzate per essere usate come corredo ecclesiastico. In passato era effettivamente stata tentata una lettura in senso religioso di alcune scene, ad esempio interpretando in chiave cristologica la scena di uno dei medaglioni della prima patena: tuttavia \u00e8 chiaro che si tratta di un cigno che nutre i suoi piccoli e non di pellicano e della sua carit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una quarta patena oggi conservata nel museo del vescovado di Buza\u0306u, molto simile a quella per la chiesa dei Santi Apostoli, venne donata al monastero di R\u00e2mnicu Sa\u0306rat, una fondazione di Constantin Brancoveanu e Mihai Cantacuzino. Grazie ai <em>corpora <\/em>di iscrizioni pubblicate dagli accademici romeni nel corso degli ultimi decenni<sup><a href=\"#footnote_5_4320\" id=\"identifier_5_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Elian, C. B\u0103lan, H. Chirc\u0103, O. Diaconescu, Inscrip\u021biile medievale ale Rom&icirc;niei. Ora\u0219ul Bucure\u0219ti, vol. I, Bucure\u0219ti 1965.\">6<\/a><\/sup>, recentemente Carmen T\u0103n\u0103soiu, curatrice del Museo Nazionale di Arte della Romania, ha identificato altre due patene probabilmente riconducibili a questo corpus veneziano, ma oggi disperse: la prima appartenente alla chiesa di San Nicola \u0218elari, la seconda alla chiesa S\u0103rindar (entrambe fondazioni bucarestine)<sup><a href=\"#footnote_6_4320\" id=\"identifier_6_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. T\u0103n\u0103soiu, The Liturgical Silverware Donated by Boyar S\u0326erban II Cantacuzino to his Main Monastic Foundations, &laquo;Museikon&raquo;, 2 (2018), pp. 95-104, in particolare p. 102.\">7<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019impostazione simile si ritrova anche su una patena conservata al museo del monastero Antim, appartenente al patrimonio della Patriarchia romena: questa patena \u00e8 per\u00f2 del tutto priva del gusto barocco che caratterizza le altre, ed \u00e8 infatti stata ricondotta in via ipotetica a un atelier aromuno (o aromeno<sup><a href=\"#footnote_7_4320\" id=\"identifier_7_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Gli aromuni, o aromeni, sono un gruppo etnico che in seguito a migrazioni si &egrave; sparso nella penisola balcanica a sud del Danubio (fino in Tracia, Epiro e Dalmazia); la loro lingua pu&ograve; essere considerata una forma di dialetto romeno, come la lingua parlata in Romania (propriamente daco-romeno).\">8<\/a><\/sup>) operante a Venezia, anche grazie alla presenza di un\u2019iscrizione in greco sul retro che ne dichiara il nome dell\u2019autore, Constantin Miseanu<sup><a href=\"#footnote_8_4320\" id=\"identifier_8_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S.S. Duicu, 46. Anaforni\u021b\u0103, in Colec\u021bia de art\u0103 a Patriarhiei Rom&acirc;ne. Catalogul muzeului de la M\u0103n\u0103stirea Antim, Bucure\u0219ti 2016, pp. 92-93.\">9<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al Magureanu \u00e8 invece indirettamente legato il pi\u00f9 antico degli oggetti che compongono il corpus qui preso in analisi, il calice datato 1685, nella cui iscrizione in greco non \u00e8 nominato alcun donatore. La sua collocazione nel tesoro del monastero di Hurezi \u2013 fondazione principale del principe Constantin Br\u00e2ncoveanu, la cui costruzione comincia solo nel 1690 \u2013 permette tuttavia di ipotizzare due committenti: il principe stesso e il fratello maggiore di \u0218erban M\u0103gureanu, P\u00e2rvu, che fino alla morte sovrintende alla costruzione per incarico del cugino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla lampada pensile, di forma piriforme con decoro vegetale, realizzata in argento sbalzato e traforato, \u00e8 riportato solamente un nome, Istratie Florescul, cugino di Constantin Br\u00e2ncoveanu, che possiamo quindi ipotizzare esserne il committente. Questo ci permette di tentare di individuarne anche la destinazione originaria, non documentariamente attestata: Ancu\u021ba, la figlia di Istratie, si spos\u00f2 con uno dei figli di Pantaleon Caliarh (Caliarhos), protomedico dello stesso Br\u00e2ncoveanu, portando in dote il terreno su cui sorgeva anche la chiesa di Santa Sofia Floreasc\u0103 di Bucarest, attestata nel XVIII secolo come possedimento della famiglia Caliarh-Florescu e per la quale Istratie potrebbe dunque aver commissionato la lampada<sup><a href=\"#footnote_9_4320\" id=\"identifier_9_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le dimensioni (28 cm) e la forma non si discostano da quelle delle lampade prodotte in Valacchia e Transilvania nello stesso periodo. Corina Nicolescu, Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103 i\u0302n T\u0326a\u0306rile Roma\u0302ne (sec. XIV- XIX), Bucures\u0326ti 1968, cat. 287. Per altri esempi di lampade valacche e transilvane vedi: C. Nicolescu, Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103, cat. 265-294. Se ne ipotizza una datazione al 1708 basandosi sia sui caratteri stilistici dell&rsquo;oggetto, sia sulle attestazioni documentarie che menzionano Istratie; cfr. Inscrip\u021biile medievale ale Rom&icirc;niei, vol. I, nr. 700.\">10<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I due contenitori cilindrici decorati con elementi vegetali e figure di santi, simili dal punto di vista tanto strutturale quanto decorativo, si differenziano fra loro solo per alcuni dettagli minori<sup><a href=\"#footnote_10_4320\" id=\"identifier_10_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La differenza principale, dal punto di vista decorativo, risiede nel fatto che l&rsquo;esemplare di Cotroceni presenta nella nicchia a sinistra della porta una scena della Koimesis, equilibrata dalla compressione di due apostoli in un&rsquo;unica nicchia a destra della porta.\">11<\/a><\/sup>, e diversi sono anche i donatori: il primo, datato 1698-1699 si lega alla figura del Magureanu, che lo don\u00f2 al monastero di Comana, una delle fondazioni poste sotto la sua protezione<sup><a href=\"#footnote_11_4320\" id=\"identifier_11_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Muscariu, Ma\u0306na\u0306stirea Comana&hellip;, 2017, pp. 147 ss., p. 156.\">12<\/a><\/sup>, mentre il secondo, destinato al monastero di Cotroceni nel 1701, menziona nella lunga iscrizione donatoria il nome dell\u2019egumeno Mitrofan. Pi\u00f9 interessante \u00e8 invece osservare come si differenziano dagli altri oggetti con la medesima funzione commissionati e realizzati in questo periodo per la corte valacca per la struttura, che solitamente riproduce una forma architettonica, spesso quella della chiesa cui erano destinati. Questi due contenitori dalla forma inusuale tanto in area valacca quanto in area veneziana possono essere messi in relazione con oggetti dalla funzione analoga e dalla forma simile realizzati per fondazioni ortodosse in altre aree dei Balcani, come ad esempio un artoforio proveniente da una bottega orafa di Ba\u010dkovo<sup><a href=\"#footnote_12_4320\" id=\"identifier_12_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La prima proposta di mettere a confronto questi manufatti &egrave; stata avanzata in &ldquo;Les chivote &agrave; l&rsquo;&eacute;poque de Constantin Br&acirc;ncoveanu&rdquo;, in Microarchitecture et figures du b&acirc;ti: l&rsquo;&eacute;chelle &agrave; l&rsquo;&eacute;preuve de la mati&egrave;re, atti del congresso (Institut National d&rsquo;Histoire de l&rsquo;Art, Parigi, 8-10 Dicembre 2014), Paris 2018, pp. 87-96, ma l&rsquo;idea &egrave; stata successivamente, ulteriormente sviluppata nella tesi di dottorato, discussa a Firenze il 26 febbraio 2020, intitolata Reliquiari e tabernacoli. Un&rsquo;indagine comparativa delle oreficerie sacre del mondo bizantino-slavo.\">13<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, il pi\u00f9 tardo <em>diskos<\/em>, fu invece donato alla chiesa bucurestina dei SS. Apostoli da due donatori i cui nomi, due figure non meglio identificate chiamate Ioan e Dimitrie, emergono dall\u2019iscrizione in greco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I marchi orafi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che \u00e8 invece veramente determinante per lo studio della provenienza di questi oggetti \u00e8 la lettura dei marchi orafi su essi impressi, che dimostrano come si tratti di oggetti importati in Valacchia e non realizzati da orafi veneziani attivi in questa regione<sup><a href=\"#footnote_13_4320\" id=\"identifier_13_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sebbene rare, non mancano informazioni relative alla presenza, presso la corte valacca, di medici, umanisti e maestranze di provenienza italiana. Ad esempio, un orafo chiamato Gerolamo Campagnani realizza nel 1711 alcuni elementi ornamentali per un&rsquo;icona della Vergine col bambino per il monastero di Dintr-un lemn (oggi al Museo Nazionale di Storia della Romania); A. Paolicchi, Esiti di cultura visiva italiana nell&rsquo;oreficeria transilvana e valacca del tardo Seicento, in &laquo;Annuario dell&rsquo;Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia&raquo;, XIV-XV, 2012-2013 [2017], pp. 151-164.\">14<\/a><\/sup>: tutti presentano infatti il marchio raffigurante il Leone di San Marco, che veniva posto dalla Zecca a garanzia della bont\u00e0 dell\u2019oro e dell\u2019argento usato dalle manifatture della Repubblica Veneta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una recente campagna di studio condotta presso il Museo mi ha permesso di constatare che spesso, nella bibliografia, i marchi apposti su questi oggetti sono stati mal interpretati. Mentre la provenienza lagunare era stata correttamente colta dagli studiosi romeni gi\u00e0 in una fase piuttosto precoce dello studio di queste oreficerie, la lettura degli altri marchi apposti su questi manufatti sembra essere stata piuttosto problematica: al tempo dei primi studi su alcuni di questi oggetti, all\u2019inizio del Novecento, e soprattutto nel momento della loro sistematica catalogazione negli anni centrali del secolo, gli studiosi locali erano comprensibilmente impossibilitati ad accedere alla bibliografia italiana sul tema delle oreficerie marchiate venete che, pur tutt\u2019oggi incompleta, avrebbe fornito loro alcuni fondamentali strumenti di lavoro. Non sapendo come interpretare gli altri punzoni apposti accanto a quello raffigurante il leone di San Marco, questi vennero considerati come le iniziali dell\u2019autore o l\u2019insegna della bottega. In sintesi, tale prima errata lettura \u2013 che peraltro condizion\u00f2 gli studiosi successivi, che tutt\u2019oggi tramandano l\u2019errore \u2013 non teneva conto delle normative sulle modalit\u00e0 di punzonatura nello Stato Veneto, che nel periodo che ci interessa, cio\u00e8 il tardo Seicento e il Settecento, prevedeva che gli argenti recassero, alla fine della procedura di controllo, il segno dell\u2019argentiere o il marchio della bottega, i bolli di due saggiatori, e il bollo di San Marco<sup><a href=\"#footnote_14_4320\" id=\"identifier_14_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Felice Gambarin, Bolli e punzoni sugli argenti a Venezia e in Terraferma nel &lsquo;600 e &lsquo;700. Testimonianze archivistiche, in Ori e Tesori d&rsquo;Europa, atti del convegno di studio (Castello di Udine 3-5 dicembre 1991), a cura di G. Bergamini e P. Goi, Udine 1992, pp. 299-308, in particolare p. 300; P. Pazzi, L&rsquo;argenteria veneziana, in L&rsquo;oro di Venezia. Oreficerie, argenti e gioielli di Venezia e delle citt&agrave; venete, a cura di P. Pazzi, catalogo della mostra (Biblioteca Nazionale Marciana, 29 giugno-6 ottobre 1996), Venezia 1996, pp. 23-52, in particolare p. 30; Piero Pazzi, Tipi diversi di bolli che si riscontrano negli argenti e nelle oreficerie veneziane, in P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria e oreficeria veneziana, Venezia 1990, p. 27.\">15<\/a><\/sup>, n\u00e9 considerava il fatto che questa normativa veniva spesso disattesa, cos\u00ec che gran parte degli argenti veneziani reca solamente due bolli \u2013 quello della citt\u00e0 e quello del saggiatore \u2013 e solo raramente presenta il bollo dell\u2019artigiano o della bottega, talvolta mancando persino il marchio di Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre i registri con i nomi e i marchi che gli orafi \u2013 per esercitare il mestiere \u2013 erano chiamati a depositare alla Zecca e ad apporre su ogni propria opera sono andati in maggior parte dispersi, impedendo l\u2019associazione di un nome a un marchio, alcune notizie storiche relative alla Zecca hanno permesso di identificare molti dei saggiatori in carica nel XVII e XVIII secolo, e quindi anche i marchi rispettivi, che solitamente si distinguono da quelli degli argentieri per essere composti da due iniziali divise da un simbolo figurato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, come \u00e8 stato possibile verificare durante un periodo di studio nello stesso museo, l\u2019errore non risiedeva soltanto in un travisamento del significato delle iniziali che compongono i marchi, considerandole indistintamente identificative degli orafi autori e delle loro botteghe, tralasciando la possibilit\u00e0 che si trattasse di marchi apposti dai saggiatori, ma proprio in un\u2019inspiegabile errata lettura di tali caratteri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per spiegare meglio, prendiamo l\u2019esempio dell\u2019artoforio proveniente dal monastero di Comana. Nelle schede di catalogo che sono state dedicate a questo oggetto dall\u2019inizio del Novecento \u00e8 riportata l\u2019informazione che vi siano impresse le lettere STAOP, ritenute identificative anche di altri oggetti appartenenti allo stesso <em>corpus<\/em>, come le tre patene del primo Settecento. Ad esempio, \u00e8 cos\u00ec nel primo volume di una collana di testi di riferimento per la ricerca storica, ovvero <em>Inscrip\u021biile medievale ale Rom\u00eeniei <\/em>[Iscrizioni medievali della Romania], nel quale questi cinque caratteri, letti come STA.OP, vengono considerati il bollo della bottega nel caso dell\u2019artoforio e il bollo dell\u2019autore per tre patene<sup><a href=\"#footnote_15_4320\" id=\"identifier_15_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Inscrip\u021biile medievale ale Rom&icirc;niei, vol. I.\">16<\/a><\/sup>. \u00c8 possibile che questa informazione sia tratta da testi precedenti, ma quello che \u00e8 certo \u00e8 che \u00e8 stata pedissequamente recuperata da autori successivi, inclusi coloro che nel tempo hanno lavorato al Museo Nazionale di Arte della Romania a Bucarest, dove questi oggetti sono oggi conservati. Corina Nicolescu, la prima a redigere un catalogo sistematico delle opere di quello che allora si chiamava Museo di Arte della Repubblica Socialista Romena, aveva poi ritenuto queste lettere le iniziali di un unico argentiere di Venezia, S.T.A.O.P, pur riproducendo in apertura del volume <em>Argenteria laica e religiosa<\/em> due marchi separati che quindi componevano questo ipotetico nome soltanto se uniti<sup><a href=\"#footnote_16_4320\" id=\"identifier_16_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Nicolescu, Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103, pp. 54, 372.\">17<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 2. Riproduzione dei due marchi accompagnati dal marchio raffigurante il Leone di San Marco e loro lettura come S.T.A.O.P in Corina Nicolescu, &lt;i&gt;Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103 i\u0302n T\u0326a\u0306rile Roma\u0302ne (sec. XIV- XIX)&lt;\/i&gt;, Bucures\u0326ti 1968, p. 54.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/12\/pao02.jpg\">Fig. 2<\/a>). Tale ipotesi di lettura \u00e8 stata poi reiterata con varianti da chi si \u00e8 successivamente occupato della collezione di argenteria e oreficeria del Museo o vi ha fatto riferimento<sup><a href=\"#footnote_17_4320\" id=\"identifier_17_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Solo a titolo di esempio di veda il catalogo della mostra De la Matei Basarab la Constantin Br&acirc;ncoveanu. Arta secolului al XVII-lea (Bucure\u0219ti 1992) o del museo del monastero Antim (Colec\u021bia de art\u0103 a Patriarhiei Rom&acirc;ne. Catalogul muzeului de la M\u0103n\u0103stirea Antim, Bucure\u0219ti 2016).\">18<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla base dell\u2019aspetto delle riproduzioni di questi due punzoni ad opera di Corina Nicolescu avevo in passato ritenuto che l\u2019attribuzione a questo ipotetico orafo (o bottega) identificato dalle lettere STAOP potesse semplicemente venire corretta dando un senso alla presenza dei due punzoni identificabili, sulla base degli studi trentennali di Piero Pazzi sui marchi orafi veneti, come quelli di un orafo ancora non identificato che si firma con le iniziali ST e del <em>sazador<\/em> Antonio Poma il cui punzone si componeva di una A e una P inframezzate da un frutto allusivo del cognome. Ci\u00f2 appareva inizialmente verosimile perch\u00e8 come osservato dallo stesso Pazzi, il marchio ST si incontra spesso su opere contrassegnate anche dal punzone di questo <em>sazador<\/em><sup><a href=\"#footnote_18_4320\" id=\"identifier_18_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Piero Pazzi ha spesso riscontrato il marchio ST su opere contrassegnate dal punzone del sazador Antonio Poma. P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria e oreficeria veneta, I: Venezia e Dogado, Pola 1992, p. 136.\">19<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa ipotesi, accettata in seguito anche dai curatori del Museo, rimane ancora valida per quanto riguarda le tre patene: \u00e8 stato infatti possibile verificare come questi punzoni siano stati effettivamente impressi sul lato inferiore del margine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La verifica ravvicinata di altri elementi di questo nucleo di argenti mi ha invece permesso di osservare come, in realt\u00e0, la portata dell\u2019errore tramandato nella bibliografia andasse talvolta ben oltre l\u2019impossibilit\u00e0 di decifrare i marchi orafi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad esempio, sul fondo dell\u2019artoforio di Comana, oltre al bollo della Zecca (ripetuto pi\u00f9 volte anche sul corpo dell\u2019oggetto), si trovano due marchi ben diversi da quelli menzionati in tutta la bibliografia precedente: il primo, costituito dalle iniziali AC inframezzate da una torre, \u00e8 ripetuto cinque volte, il secondo, IL CORAGIO, a lettere maiuscole su un fondo quadrilobato, solo una. Il primo \u00e8 il marchio di Anzolo (Angelo) Castelli (vissuto fra il 1662 e il 1710), il quale ha svolto l\u2019incarico di saggiatore <em>ordinario<\/em> della Zecca a partire dal 1682, ma che \u00e8 anche attestato come orefice<sup><a href=\"#footnote_19_4320\" id=\"identifier_19_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria&hellip;, 1992, I, pp. 60-61; Piero Pazzi, Dizionario biografico degli orefici, argentieri, gioiellieri, diamantai, [&hellip;] operanti nello Stato Veneto, [&hellip;] dal Medio Evo alla fine della Repubblica Aristocratica di Venezia, Treviso 1998, p. 142.\">20<\/a><\/sup>. Il secondo invece \u00e8 il contrassegno della bottega posta all\u2019insegna de \u201cIl coraggio\u201d: l\u2019attivit\u00e0 di questa bottega \u00e8 documentata tra il 1681 e il 1706 e, come riportato da Pazzi, \u00e8 riscontrato in maniera ricorrente, fra gli altri, proprio assieme al punzone di Castelli<sup><a href=\"#footnote_20_4320\" id=\"identifier_20_4320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria&hellip;, 1992, I, nr. 248, p. 106.\">21<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 3. Fotografia del marchio della bottega \u201cIl coraggio\u201d sul fondo dell\u2019artoforio proveniente da Comana e resa grafica dello stesso marchio in Piero Pazzi, &lt;i&gt;I punzoni dell\u2019argenteria e oreficeria veneta&lt;\/i&gt;, I, nr. 248, p. 106.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/12\/pao03.jpg\">Fig. 3<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019artoforio del monastero Cotroceni, di pochi anni successivo, e meno noto nella bibliografia a causa di una sua tarda musealizzazione, l\u2019errore \u00e8 analogo ed \u00e8 dovuto al fatto che gli autori delle schede non sapevano ad esempio quanto, nei marchi dei <em>sazadori<\/em>, sia frequente la presenza combinata delle iniziali del nome e di un simbolo evocativo del cognome. Per questo motivo il marchio del <em>sazador <\/em>Anzolo Castelli, che si trova ripetuto due volte \u2013 in alto a sinistra nella scena della Dormitio Virginis e in basso a sinistra nella nicchia di Sant\u2019Atanasio \u2013, venne letto come AAC, mentre in realt\u00e0 consiste delle iniziali AC inframezzate da una torre allusiva, appunto, del cognome \u201cCastelli\u201d. In questa occasione, diversamente che nell\u2019artoforio di Comana, il segno del <em>sazador <\/em>accompagna un marchio composto dalle lettere ZS (o SZ) separate da tre punti sovrapposti in campo quadrilobato. Questo secondo marchio non figura fra quelli elencati negli studi di Pazzi, n\u00e9 altrove, e non \u00e8 quindi possibile in questa sede far altro se non segnalarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In entrambi i casi, sia per l\u2019artoforio di Comana che per quello di Cotroceni, resta il dubbio se Anzolo Castelli possa essere considerato l\u2019autore, o se l\u2019autore non sia piuttosto un orafo che, non avendo impresso il proprio marchio, \u00e8 destinato a rimanere sconosciuto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appare quindi evidentemente necessario sottoporre a verifica l\u2019intero corpus di oggetti di attestata provenienza veneziana conservate tuttora in Romania: oltre alle patene e ai contenitori cilindrici, restano ancora da verificare i marchi apposti sul calice (BL, secondo la bibliografia), sulla lampada (ZAC, forse il marchio del <em>sazador <\/em>Zuanne Cottini, con le iniziali separate da una torre) e sul <em>diskos<\/em> (ZC, la cui riproduzione nel volume di Corina Nicolescu somiglia tuttavia molto al gi\u00e0 citato marchio identificativo di Cottini).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La correzione della lettura dei punzoni \u00e8 la premessa per un\u2019esatta comprensione della provenienza di questi oggetti. Un certo orafo, una certa bottega sono punti di partenza per studiare la storia del loro arrivo in Valacchia e quindi, in un\u2019ottica pi\u00f9 ampia, sono tasselli che si aggiungono a quanto sappiamo delle relazioni economiche fra queste regioni, ma anche a ci\u00f2 che conosciamo del gusto estetico dell\u2019\u00e9lite valacca e dell\u2019importanza che avevano oggetti di importazione estera.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_4320\" class=\"footnote\">Di queste quattro patene, tre, di dimensioni maggiori (diametro 40 cm), erano destinate a contenere il pane per l\u2019Anafora, mentre l\u2019altra \u00e8 di dimensioni minori (circa 20 cm) ed \u00e8 propriamente chiamata <em>diskos<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_4320\" class=\"footnote\">In particolare: R. Ortiz, <em>Per la storia della cultura italiana in Rumania<\/em>, Bucure\u0219ti 1916 (edizione italiana 1943); M. Ruffini, <em>L\u2019influenza italiana in Valacchia nell\u2019epoca di Constantin-Vod\u0103 Br\u00e2ncoveanu (1688\u20131714)<\/em>, Milano 1933.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_4320\" class=\"footnote\">Particolarmente meritevole, a questo proposito, lo sforzo dell\u2019Istituto Romeno di Ricerca e Cultura Umanistica di Venezia per garantire annualmente l\u2019occasione agli studiosi dei due paesi di confrontarsi su questo tema.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_4320\" class=\"footnote\">Si tratta di una residenza ereditata dal padre, il quale a sua volta l\u2019aveva con certezza ereditata dalla madre Elina: M. Muscariu, <em>Ma\u0306na\u0306stirea Comana i\u0302ntre istorie s\u0326i legenda\u0306<\/em>, Giurgiu 2017, p. 150, nota 173.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_4320\" class=\"footnote\">Corina Popa, <em>Un ctitor al epocii br\u00e2ncovene\u0219ti: \u0218erban Cantacuzino II M\u0103gureanu<\/em>, in <em>Art\u0103, Istorie, Cultur\u0103. Studii \u00een onoarea lui Marius Porumb<\/em>, a cura di C. Firea e C. Opreanu, Cluj-Napoca 2003, pp. 247-255, in particolare p. 247. Per dettagli sulla biografia si veda: Nicolae Stoicescu, voce<em> Cantacuzino \u0218erban (II) (M\u0103gureanu)<\/em>, in N. Stoicescu, <em>Dic\u021bionar al marilor dreg\u0103tori din \u021aara Rom\u00e2neasc\u0103 \u0219i Moldova, sec. XIV-XVII<\/em>, Bucure\u0219ti 1971, p. 144. Per una sintesi del <em>cursus honorum<\/em> di \u0218erban Cantacuzino II M\u0103gureanu si veda anche: C. Luca, <em>Note sulle forme di assimilazione del capitalismo preindustriale nel Sud-Est europeo: depositi bancari di provenienza valacca nella Zecca di Venezia<\/em>, in Cristian Luca, <em>Dacoromano-Italica: studi e ricerche sui rapporti italo-romeni nei secoli XVI-XVIII<\/em>, Cluj-Napoca 2008, pp. 179-192, in particolare p. 181.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_4320\" class=\"footnote\">A. Elian, C. B\u0103lan, H. Chirc\u0103, O. Diaconescu, <em>Inscrip\u021biile medievale ale Rom\u00eeniei. Ora\u0219ul Bucure\u0219ti<\/em>, vol. I, Bucure\u0219ti 1965.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_4320\" class=\"footnote\">C. T\u0103n\u0103soiu, <em>The Liturgical Silverware Donated by Boyar S\u0326erban II Cantacuzino to his Main Monastic Foundations<\/em>, \u00abMuseikon\u00bb, 2 (2018), pp. 95-104, in particolare p. 102.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_4320\" class=\"footnote\">Gli aromuni, o aromeni, sono un gruppo etnico che in seguito a migrazioni si \u00e8 sparso nella penisola balcanica a sud del Danubio (fino in Tracia, Epiro e Dalmazia); la loro lingua pu\u00f2 essere considerata una forma di dialetto romeno, come la lingua parlata in Romania (propriamente daco-romeno).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_4320\" class=\"footnote\">S.S. Duicu, <em>46<\/em><em>. Anaforni\u021b\u0103<\/em>, in <em>Colec\u021bia de art\u0103 a Patriarhiei Rom\u00e2ne. Catalogul muzeului de la M\u0103n\u0103stirea Antim<\/em>, Bucure\u0219ti 2016, pp. 92-93.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_4320\" class=\"footnote\">Le dimensioni (28 cm) e la forma non si discostano da quelle delle lampade prodotte in Valacchia e Transilvania nello stesso periodo. Corina Nicolescu, <em>Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103<\/em> <em>i\u0302n T\u0326a\u0306rile Roma\u0302ne (sec. XIV- XIX)<\/em>, Bucures\u0326ti 1968, cat. 287. Per altri esempi di lampade valacche e transilvane vedi: C. Nicolescu, <em>Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103<\/em>, cat. 265-294. Se ne ipotizza una datazione al 1708 basandosi sia sui caratteri stilistici dell\u2019oggetto, sia sulle attestazioni documentarie che menzionano Istratie; cfr. <em>Inscrip\u021biile medievale ale Rom\u00eeniei<\/em>, vol. I, nr. 700.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_4320\" class=\"footnote\">La differenza principale, dal punto di vista decorativo, risiede nel fatto che l\u2019esemplare di Cotroceni presenta nella nicchia a sinistra della porta una scena della Koimesis, equilibrata dalla compressione di due apostoli in un\u2019unica nicchia a destra della porta.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_4320\" class=\"footnote\">M. Muscariu, <em>Ma\u0306na\u0306stirea Comana<\/em>&#8230;, 2017, pp. 147 ss., p. 156.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_4320\" class=\"footnote\">La prima proposta di mettere a confronto questi manufatti \u00e8 stata avanzata in \u201cLes <em>chivote<\/em> \u00e0 l\u2019\u00e9poque de Constantin Br\u00e2ncoveanu\u201d, in <em>Microarchitecture et figures du b\u00e2ti: l\u2019\u00e9chelle \u00e0 l\u2019\u00e9preuve de la mati\u00e8re<\/em>, atti del congresso (Institut National d\u2019Histoire de l\u2019Art, Parigi, 8-10<sup> <\/sup>Dicembre 2014), Paris 2018, pp. 87-96, ma l\u2019idea \u00e8 stata successivamente, ulteriormente sviluppata nella tesi di dottorato, discussa a Firenze il 26 febbraio 2020, intitolata <em>Reliquiari e tabernacoli. Un\u2019indagine comparativa delle oreficerie sacre del mondo bizantino-slavo<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_4320\" class=\"footnote\">Sebbene rare, non mancano informazioni relative alla presenza, presso la corte valacca, di medici, umanisti e maestranze di provenienza italiana. Ad esempio, un orafo chiamato Gerolamo Campagnani realizza nel 1711 alcuni elementi ornamentali per un\u2019icona della Vergine col bambino per il monastero di Dintr-un lemn (oggi al Museo Nazionale di Storia della Romania); A. Paolicchi, <em>Esiti di cultura visiva italiana nell\u2019oreficeria transilvana e valacca del tardo Seicento<\/em>, in \u00abAnnuario dell\u2019Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia\u00bb, XIV-XV, 2012-2013 [2017], pp. 151-164.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_4320\" class=\"footnote\">Felice Gambarin, <em>Bolli e punzoni sugli argenti a Venezia e in Terraferma nel \u2018600 e \u2018700. Testimonianze archivistiche<\/em>, in <em>Ori e Tesori d\u2019Europa<\/em>, atti del convegno di studio (Castello di Udine 3-5 dicembre 1991), a cura di G. Bergamini e P. Goi, Udine 1992, pp. 299-308, in particolare p. 300; P. Pazzi, <em>L\u2019argenteria veneziana<\/em>, in <em>L\u2019oro di Venezia. Oreficerie, argenti e gioielli di Venezia e delle citt\u00e0 venete<\/em>, a cura di P. Pazzi, catalogo della mostra (Biblioteca Nazionale Marciana, 29 giugno-6 ottobre 1996), Venezia 1996, pp. 23-52, in particolare p. 30; Piero Pazzi, <em>Tipi diversi di bolli che si riscontrano negli argenti e nelle oreficerie veneziane<\/em>, in P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria e oreficeria veneziana<\/em>, Venezia 1990, p. 27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_4320\" class=\"footnote\">Cfr. <em>Inscrip\u021biile medievale ale Rom\u00eeniei<\/em>, vol. I.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_4320\" class=\"footnote\">C. Nicolescu, <em>Argint\u0103ria laic\u0103 \u0219i religioas\u0103<\/em>, pp. 54, 372.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_4320\" class=\"footnote\">Solo a titolo di esempio di veda il catalogo della mostra <em>De la Matei Basarab la Constantin Br\u00e2ncoveanu. Arta secolului al XVII-lea<\/em> (Bucure\u0219ti 1992) o del museo del monastero Antim (<em>Colec<\/em><em>\u021bia de art\u0103 a Patriarhiei Rom\u00e2ne. Catalogul muzeului de la M\u0103n\u0103stirea Antim<\/em>, Bucure\u0219ti 2016).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_4320\" class=\"footnote\">Piero Pazzi ha spesso riscontrato il marchio ST su opere contrassegnate dal punzone del <em>sazador<\/em> Antonio Poma. P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria e oreficeria veneta<\/em>, I:<em> Venezia e Dogado<\/em>, Pola 1992, p. 136.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_4320\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria<\/em>&#8230;, 1992, I,<em> <\/em>pp. 60-61; Piero Pazzi, <em>Dizionario biografico degli orefici, argentieri, gioiellieri, diamantai, [&#8230;] operanti nello Stato Veneto, [&#8230;] dal Medio Evo alla fine della Repubblica Aristocratica di Venezia<\/em>, Treviso 1998, p. 142.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_4320\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria<\/em>&#8230;, 1992, I, nr. 248, p. 106.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_4320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>anita.paolicchi@cfs.unipi.it Tracce veneziane nelle collezioni romene: note per una nuova lettura di alcune oreficerie marchiate DOI: 10.7431\/RIV24062021 Le collezioni del Museo Nazionale di Arte della <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4320\" title=\"Anita Paolicchi\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":2,"menu_order":6,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4320"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4320"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4320\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4384,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4320\/revisions\/4384"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/2"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4320"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}