{"id":4226,"date":"2021-06-29T23:28:26","date_gmt":"2021-06-29T23:28:26","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4226"},"modified":"2021-12-28T17:53:32","modified_gmt":"2021-12-28T17:53:32","slug":"giovanna-benedetta-puggioni","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4226","title":{"rendered":"Giovanna Benedetta Puggioni"},"content":{"rendered":"<p>giobenpuggioni@yahoo.it<\/p>\n<h2>\u201cIntrecci a regola d\u2019arte\u201d: l\u2019antica e pregiata tradizione del filet di Bosa &#8211; Una nota introduttiva<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV23092021<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le varie attivit\u00e0 artigiane prettamente femminili, tra cui ricami e merletti (sfilati, buratti, filet), il lavoro su rete ha sempre avuto in Sardegna un carattere particolare<sup><a href=\"#footnote_0_4226\" id=\"identifier_0_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il lavoro dei Sardi, a cura di F. Manconi, Sassari 1983; Tessuti. Tradizione e innovazione nella tessitura in Sardegna, Nuoro 2006.\">1<\/a><\/sup>. Anche se il filet viene praticato in diverse localit\u00e0 dell\u2019Isola, il centro di produzione pi\u00f9 rilevante e noto \u00e8 stato nel passato ed \u00e8 ancora oggi quello di Bosa, un pittoresco borgo adagiato nella valle del Temo, sulla costa nord-occidentale dell\u2019Isola, antica \u2018citt\u00e0 regia\u2019 dotata con il suo porto di particolari privilegi<sup><a href=\"#footnote_1_4226\" id=\"identifier_1_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Subito dopo la conquista aragonese fu assegnata in feudo a Pietro Ortiz, per tornare poi sotto la giurisdizione di Mariano IV d&rsquo;Arborea. Riconquistata nel 1410, entr&ograve; a parte del patrimonio regio nel 1420. Malgrado le proteste dei Bosani, nel 1468 fu concessa in feudo a Bernat de Villamar&igrave;, capitano generale della flotta regia. Ci&ograve; nonostante, Ferdinando il Cattolico conferm&ograve; a Bosa la condizione di citt&agrave; e porto regio nel 1499, favorendone le attivit&agrave; mercantili, connesse alla pesca del corallo e allo sfruttamento delle saline. A. Castellaccio, L&rsquo;amministrazione del Regno di Sardegna e Corsica: le citt&agrave; regie, &nbsp;in XVIII Congr&eacute;s Historia de la Corona de Aragon, vol. I, pp. 765-779; G. Sorgia, Le citt&agrave; regie, in I Catalani in Sardegna, a cura di J. Carbonell e F. Manconi, Consiglio Regionale della Sardegna-Generalitat de Catalunya, Cinisello Balsamo 1984, pp. 51-58.\">2<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il filet di Bosa, infatti, \u00e8 un lavoro singolare, unico, elegante, di bella espressione artistica e di estrema finezza. Le donne bosane ricamavano con grande fantasia e spiccata creativit\u00e0, scrivendo la loro stessa storia tra gli intrecci, tramandando i segreti della cucitura di generazione in generazione e preservando cos\u00ec dall\u2019oblio questa espressione di artigianato femminile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante abbia avuto nel corso del tempo vicende di sviluppo e d\u2019incremento alternate a momenti di stagnazione, la produzione del filet non \u00e8 mai decaduta del tutto. Le sue origini sono lontanissime anche se non si possiede una documentazione certa: le fonti documentarie tacciono, lacunose e carenti di informazioni oppure non sono state ancora sufficientemente indagate<sup><a href=\"#footnote_2_4226\" id=\"identifier_2_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Tra le prime attestazioni di interesse e apprezzamento nella storiografia sarda: G.V. Arata &ndash; G. Biasi, Arte sarda, Milano 1935 (ristampa anastatica: Sassari 1992).\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Considerata la presenza nel ciclo pittorico di affreschi della Chiesa di Nostra Signora <em>de sos Regnos Altos, <\/em>sita all\u2019interno del medievale Castello di Serravalle a Bosa, nella scena che rappresenta <em>L\u2019incontro dei tre vivi e dei tre morti<\/em> (met\u00e0 XIV secolo)<sup><a href=\"#footnote_3_4226\" id=\"identifier_3_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Sfogliano, Il ciclo di affreschi tardo-medievale, in Il Castello di Bosa, Torino 1981; R. Serra, Storia dell&rsquo;Arte in Sardegna. Pittura e scultura dall&rsquo;et&agrave; romanica alla fine del &lsquo;500, Nuoro 1990; Bosa in et&agrave; giudicale. Nota sugli affreschi del castello di Serravalle, a cura di A. Mastino, Sassari, 1991; F. Poli, La Chiesa del Castello di Bosa. Gli affreschi di Nostra Signora de Sos Regnos Altos, Sassari 1990; N. Usai, La pittura nella Sardegna del Trecento, Perugia 2018, pp. 29-60.\">4<\/a><\/sup>, di tre personaggi regali che sotto la corona indossano come copricapo una cuffietta realizzata in una reticella simile al filet (<a title=\"Fig. 1. &lt;i&gt;L\u2019incontro dei tre vivi e dei tre morti&lt;\/i&gt;, particolare degli affreschi medievali conservati all\u2019interno del Castello di Serravalle, Bosa (OR), met\u00e0 XIV secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug01.jpg\">Fig. 1<\/a>), si pu\u00f2 ipotizzare che tale tecnica di lavorazione fosse probabilmente gi\u00e0 comparsa nel tardo Medioevo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu soprattutto nel rione di <em>Sa Costa<\/em>, quartiere di pescatori e di agricoltori in pieno centro storico bosano<sup><a href=\"#footnote_4_4226\" id=\"identifier_4_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Paesi e citt&agrave; della Sardegna, a cura di G. Mura e A. Sanna, Cagliari 1999, pp. 199-209.\">5<\/a><\/sup>, che le donne si posizionavano con il telaio davanti all\u2019uscio di casa (<a title=\"Fig. 2. Donne bosane che, sull\u2019uscio di casa, si dedicano alla lavorazione del filet, Bosa, Anni \u201960. \" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug02.jpg\">Fig. 2<\/a>). Lungo un succedersi di scalette e stradicciole sassose, le case semplici, piccole e modeste, sviluppate in altezza (una camera per piano), non offrivano spazio e luce sufficienti per un lavoro cos\u00ec delicato e attento; si rendeva necessario cos\u00ec uscire dalle mura domestiche per ricamare meglio, dando luogo ad una gradevole costumanza e ad una sorta di rito sociale collettivo. I bambini giocavano intorno alle madri, mentre gli uomini intrecciavano i cestini o, nel vicino litorale, si dedicavano alla pesca, rinomata soprattutto quella dell\u2019aragosta che, anticamente, era il cibo dei poveri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le mani che intrecciavano i fili erano mani segnate dal lavoro domestico e dal lavoro manuale, quelle stesse utilizzate per la raccolta delle olive, di cui sono sempre state ricche le campagne di Bosa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli stessi strumenti utilizzati per la lavorazione del filet erano umili, semplici, specchio di quella gente quotidiana, capace di dipingere con l\u2019ago \u00abi cervi nelle selve impossibili\u00bb, come scrisse Salvatore Cambosu nel 1951 in un suo scritto, nella rivista \u201c<em>Le Vie d\u2019Italia<\/em>\u201d. Il prezioso merletto veniva poi venduto alle famiglie benestanti ed esportato fuori dalla cittadina, anche in paesi lontani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La tecnica e gli strumenti <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo passo per la lavorazione del filet \u00e8 rappresentato dalla creazione della rete, <em>su randadu<\/em>, nella quale poi verr\u00e0 tracciato il disegno. Gli strumenti utilizzati per la sua realizzazione sono l\u2019ago, <em>s\u2019agu<\/em>, fatto di ferro, di acciaio, di osso e anticamente, per la rete di maglia larga, di legno; la spola, <em>s\u2019ispola<\/em>, di acciaio o osso, nella quale si fissava il filo nel foro e si avvolgeva alternativamente nell\u2019una e nell\u2019altra biforcazione, usato in alternativa all\u2019ago; il ferretto, <em>su ferrittu<\/em>, anch\u2019esso di acciaio o di osso, destinato a regolare l\u2019ampiezza dei quadretti della rete; il filo, <em>su filu<\/em>, di lino, di seta, di cotone, usato pi\u00f9 o meno sottile a seconda della rete che si vuole ottenere<sup><a href=\"#footnote_5_4226\" id=\"identifier_5_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Degioannis, La tessitura tradizionale in Sardegna. Lavorazione, tecniche e motivi a Busachi, Mogoro, Morgongiori, Isili e Tonara, Oristano 1993, pp. 71-74.\">6<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fare la rete quadrata, si segue questo procedimento: si fissa con un nodo il filo alla spalliera di una sedia o al piede di un tavolo, che serve come punto d\u2019appoggio per tenere teso il lavoro in modo da poter stringere bene i nodi. Si forma con il filo una grande asola intorno al punto d\u2019appoggio, si prende il ferretto con la mano sinistra, si passa, con la destra, il filo davanti ad esso e dietro l\u2019indice, il medio e l\u2019anulare della sinistra, formando un anello che si terr\u00e0 fermo con il pollice sinistro. Con la mano destra si passa poi l\u2019ago o la spola attraverso l\u2019anello, e sotto il ferretto si infila l\u2019asola. Poi, tenendo il lavoro ben teso, si lascia libero il filo tenuto prima dal pollice, poi dal medio e infine dal mignolo. Alla stessa maniera si procede in seguito facendo passare l\u2019ago o la spola entro ciascuna maglia del giro precedente. Si ripete questo processo in giri di andata e di ritorno. Si inizia la rete con una sola maglia, si aumenta una maglia al termine di ogni giro quando il lavoro \u00e8 in aumento, poi si sfila il ferro, si volta il lavoro, e si inizia il giro seguente. Appoggiando il ferro contro il giro precedente di maglie, si inizia il nuovo giro introducendo la spola o l\u2019ago nell\u2019ultima maglia dell\u2019ultimo giro eseguito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si ripete tale operazione facendo tante maglie quante ne occorrono, e aumentandone una alla fine di ogni giro fino ad arrivare alla met\u00e0 del lavoro prefissato; poi si chiude prendendo due maglie insieme alla fine di ogni giro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fare la rete rettangolare, invece, si procede come per quella quadrata fino a raggiungere la larghezza desiderata; poi si inizia a diminuire su un lato una maglia per ogni giro, aumentandola sull\u2019altro lato fino a raggiungere l\u2019altezza desiderata. Dopo di ci\u00f2 si diminuisce una maglia per giro su ciascuno dei lati fino a chiudere il lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La rete poi viene sistemata sul telaio, <em>su telalzu<\/em>, in genere di legno, con forma rettangolare; tre lati sono fissi ed un solo lato \u00e8 mobile, proprio per determinarne l\u2019ampiezza a seconda di quella che \u00e8 la rete da ricamare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019operaia poi, procede alla decorazione vera e propria. Si realizzano i contorni del disegno da eseguire, si fa passare la gugliata di filo alternativamente, sopra e sotto i lati opposti delle maglie, fino a riempire il numero di maglie richieste dal disegno stesso. Infine, si realizzano i ganci, <em>sos <\/em>ganzos, insieme con i contorni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un confronto fondamentale \u00e8 anche quello con l\u2019antica arte dello sfilato siciliano, tecnica di ricamo eseguita su tela di lino e con fili di cotone pregiati. \u00c8 cos\u00ec chiamato poich\u00e9 <em>sfilare <\/em>significa letteralmente \u201ctirare i fili\u201d per fare in modo che si crei una sorta di reticolato, la rete, che poi viene intramata per realizzare il disegno desiderato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I motivi ornamentali<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">I motivi disegnativi (<em>sas mustras<\/em>) sono tratti dall\u2019ambiente circostante, prevalentemente dal mondo vegetale: fiori, piante, animali. Con i diversi ricami viene raffigurato il ciclo della vita ed il volgere delle stagioni: i fiori, che simboleggiano la primavera non solo dell\u2019anno, ma anche della vita umana; il corallo, di cui erano ricche le coste bosane, simboleggia l\u2019estate; i frutti, che i campi della valle del Temo producevano in quantit\u00e0, simboleggiano l\u2019autunno; il carciofo rappresenta l\u2019inverno, in particolare il mese di gennaio. Di ogni soggetto, la rappresentazione verte sulle sue parti pi\u00f9 belle: le foglie, il fiore, non le spine; della melagrana spicca soprattutto l\u2019interno del frutto che, con l\u2019accostamento dei suoi granellini, pare farne gioielli di filigrana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come in tutte le tecniche di ricamo ad ago, un posto importante era ricoperto dall\u2019imparaticcio (<em>sa mustra de su imparare<\/em>), il disegno destinato proprio ad insegnare alle principianti come eseguire i vari disegni. Comprendeva i motivi d\u2019ornato pi\u00f9 importanti e noti, come animali domestici e selvatici, insieme ad elementi vegetali: <em>pudditas<\/em>, <em>canes<\/em>, <em>chelvu<\/em>, <em>puzzones<\/em>, <em>fiores<\/em>, etc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi, troviamo il disegno del leone, che ripropone l\u2019aspetto dei leoni di marmo posti ai piedi degli altari maggiori delle chiese cittadine; i disegni delle colombelle, <em>de sas columbinas<\/em>, delle gallinelle, <em>de<\/em> <em>sas pudditas<\/em>, del cervo, <em>de su chelvu<\/em>, della pavoncella, <em>de<\/em> <em>sa paonessa<\/em> (motivo prescelto nel 1920 per pubblicizzare la manifattura di Olimpia Melis Peralta sulla Rivista Sarda) e di altri vari tipi di uccelli che rappresentano la fauna bosana, spontanea o di allevamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi sono poi i disegni di caccia, abituale divertimento locale, <em>sa cazza reale<\/em>, per la quale si ricorreva all\u2019ausilio di fili di seta colorati. Ancora, i disegni di fiori e frutti esaltano l\u2019occupazione contadina ed i suoi prodotti, le noccioline, <em>sas nugheddas<\/em>, la spiga, <em>s\u2019ispiga<\/em>, la vite, <em>sa ide<\/em>. Il disegno del corallo rimanda alla pesca e alle attivit\u00e0 dei pescatori, mentre <em>sa mustra de su ferru<\/em> richiama l\u2019attivit\u00e0 degli artigiani del ferro e degli altri metalli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La scuola industriale di filet<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Furono tantissime le donne bosane che si dedicarono all\u2019arte del filet, e ci fu soprattutto chi riusc\u00ec a dare vita ad una vera e propria manifattura. Un posto di rilievo, in tal senso, venne ricoperto dall\u2019imprenditrice Olimpia Melis Peralta<strong> <\/strong>(1887-1975), sorella dei pi\u00f9 celebri Melkiorre e Federico Melis<sup><a href=\"#footnote_6_4226\" id=\"identifier_6_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Cuccu, Studio artistico Melkiorre Melis, Bosa 1989; G. Altea &ndash; M. Magnani, Le matite di un popolo barbaro. Grafici e illustratori sardi 1905-1935, Cinisello Balsamo 1990; M. Marini &ndash; M.L. Ferru, Ceramica di Sardegna. La storia, i protagonisti, le opere: 1920-1960, Cagliari 1990, pp. 94-112; M. Devoto, Ad vocem, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 73, 2009; M. Marini &ndash; M.L. Ferru, Federico Melis. Una vita per la ceramica, Roma 1997.\">7<\/a><\/sup>, pittori e ceramisti, i quali hanno lasciato profonde tracce nella storia dell\u2019arte in Sardegna. Nata a Bosa nel 1887, Olimpia diede vita nella cittadina ad una vera e propria scuola e manifattura di filet dagli anni Dieci del Novecento, come avvenne in altre aree italiane come la Lombardia<sup><a href=\"#footnote_7_4226\" id=\"identifier_7_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.L. Rizzini. Merletti della Bella Epoque in una collezione dei Musei Civici di Como, in &laquo;Arte tessile&raquo; 2, 1991, pp. 55-60; Tra devozione e artigianato. I merletti nell&rsquo;addobbo liturgico della Pieve di Cant&ugrave;, catalogo della III Biennale Internazionale del Merletto (Cant&ugrave;, 13-28 settembre 1997), a cura di M.L. Rizzini, Cant&ugrave; 1997.\">8<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I disegni preparatori, schematizzati e tendenti alla stilizzazione, venivano realizzati dai fratelli dell\u2019imprenditrice, Melkiorre, Federico e Pino Melis (celebre illustratore del tempo), e poi riportati sulla rete dalle ricamatrici. In tutta la storia della manifattura si arriv\u00f2 a dare lavoro a circa un centinaio di operaie, abilissime nell\u2019arte del ricamo, i cui lavori vennero esportati fino a New York.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa attivit\u00e0 artigiana o pre-industriale, fatta di estremo rigore, oltre all\u2019aspetto prettamente commerciale, si propose di soddisfare le nuove richieste d\u2019arredo domestico, dagli ornamenti da letto alle tovaglie, dai tendaggi alle bordure, sulla scia dei dettami della nascente Art Dec\u00f2<sup><a href=\"#footnote_8_4226\" id=\"identifier_8_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G.V. Arata &ndash; G. Biasi, Arte sarda, Sassari 1992.\">9<\/a><\/sup>. Il motivo della pavoncella, raffigurate in coppia, affrontate, fu prescelto nel 1920 da Olimpia Melis per pubblicizzare la manifattura sulla <em>Rivista Sarda<\/em> (<a title=\"Fig. 3. Locandina pubblicitaria della manifattura di Olimpia Melis Peralta tratta dalla Rivista Sarda, Bosa, giugno-luglio 1920.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug03.jpg\">Fig. 3<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La manifattura bosana rest\u00f2 attiva per circa mezzo secolo, fino agli anni Settanta\/Ottanta del Novecento, sopravvivendo di pochi anni alla scomparsa della sua fondatrice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Contribu\u00ec alla diffusione del gusto la scrittrice nuorese Grazia Deledda, prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1926, che nella sua abitazione romana volle mobilio e arredi tradizionali sardi, aggiornati al nuovo stile decorativo<sup><a href=\"#footnote_9_4226\" id=\"identifier_9_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Altea, Il &ldquo;Dec&ograve; rustico&rdquo; e le arti applicate, in G. Altea &ndash; M. Magnani, Storia dell&rsquo;Arte in Sardegna. Pittura e scultura del primo &lsquo;900, Nuoro 1995, pp. 191-215.\">10<\/a><\/sup>. Oltretutto, \u00e8 da tenere presente il fatto che gli stessi disegni utilizzati per la creazione dei motivi decorativi del filet hanno, da sempre, interessato anche gli oggetti artigianali e d\u2019uso quotidiano, dai cesti ai sugheri, dai gioielli al mobilio, dalle ceramiche ai tessuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A testimoniare che l\u2019interesse storico-artistico per questa specifica attivit\u00e0 artigiana risale proprio a tale epoca, le pi\u00f9 antiche collezioni di filet sardo risalgono agli anni Venti del Novecento e sono conservate, a Cagliari, sia nella collezione comunale di Luisa Manconi Passino, nobildonna bosana che raccolse e collezion\u00f2 tessuti antichi, sia nel patrimonio della Pinacoteca Nazionale, a Nuoro nel Museo Etnografico Regionale e in altri musei sardi<sup><a href=\"#footnote_10_4226\" id=\"identifier_10_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Carta Mantiglia, La tessitura. Materiali e tecniche della tradizione, in Il nuovo Museo etnografico di Nuoro, Sassari 1987, pp. 21-70; L. Degioannis, I tessuti e i ricami, in Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Catalogo, vol. II, Cagliari 1988, pp.11-14 (schede pp. 111-127).\">11<\/a><\/sup>. Tra queste raccolte, un cenno speciale merita la collezione di merletti di Amilcare Dallay, comprendente circa trecento pezzi, oggi al Museo Nazionale G.A. Sanna di Sassari<sup><a href=\"#footnote_11_4226\" id=\"identifier_11_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Randas. Merletti tradizionali della Sardegna, catalogo mostra (Sassari, Museo Nazionale G.A. Sanna, 3 luglio-31 agosto 2003) a cura di G.M. Demartis, Sassari 2003.\">12<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Qualche esempio di filet: le tovaglie d\u2019altare <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i preziosi arredi sacri, suppellettili liturgiche e altri addobbi conservati nelle chiese di Bosa, in particolar modo nella Cattedrale Maria Immacolata<sup><a href=\"#footnote_12_4226\" id=\"identifier_12_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Chiese e Feste di Bosa, a cura di A.F. Spada, Monastir 2002.\">13<\/a><\/sup>, nella Chiesa di Nostra Signora del Carmelo<sup><a href=\"#footnote_13_4226\" id=\"identifier_13_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla chiesa: S. Naitza, Storia dell&rsquo;Arte in Sardegna. Architettura dal tardo &lsquo;600 al Classicismo purista, Nuoro 1992, pp. 150-151, 154-157; sugli arredi lignei: A. Pasolini &ndash; M. Porcu Gaias, Altari barocchi. L&rsquo;intaglio ligneo in Sardegna dal tardo Rinascimento al Barocco, Perugia 2019, pp. 373-376.\">14<\/a><\/sup> e nella Chiesa di Santa Croce, spiccano una serie di pregevoli tovaglie d\u2019altare, ornate di eleganti balze a filet, dove vengono rappresentati prevalentemente simboli della cultura religiosa, come croci, calici eucaristici, ostensori e monogrammi della Vergine, abbinati a cornici decorative. Purtroppo, ad oggi, non sono pi\u00f9 presenti alcuni esemplari antichi ti tovaglie d\u2019altare poich\u00e9, a causa di danneggiamenti dovuti alla fragilit\u00e0 del materiale, all\u2019umidit\u00e0 in cui versano le chiese cittadine per via della vicinanza con il fiume, ai furti, alla rimozione di arredi non pi\u00f9 decorosi per la presenza di macchie e lacerazioni di vario genere, non si sono conservati. Altri invece, non visibili, hanno necessit\u00e0 di essere restaurati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i temi mariani rappresentati, il rinomato disegno <em>de su Calmene<\/em>, che rappresenta il nome sacro di Maria Vergine, con le lettere M e V intrecciate entro una corona di stelle (<a title=\"Fig. 4. Disegno della Corona del Carmelo, Chiesa di Nostra Signora del Carmine, Bosa, seconda met\u00e0 del Novecento.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug04.jpg\">Fig. 4<\/a>), testimonia la religiosit\u00e0 del popolo bosano e l\u2019antica venerazione per la Madonna del Carmelo, espresso in particolar modo sulle tovaglie d\u2019altare decorate a filet.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il motivo dell\u2019angelo, <em>s\u2019anghelu<\/em>, adatto anche per le tende o le coperte da letto, dove viene contornato perimetralmente da un disegno di roselline, <em>rosittas<\/em>, era frequentemente utilizzato come decoro per le tovaglie d\u2019altare, come si vede in un bell\u2019esemplare della Chiesa del Carmelo (<a title=\"Fig. 5. Motivo dell\u2019angelo in un esemplare della Chiesa di Nostra Signora del Carmine, Bosa, seconda met\u00e0 del Novecento.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug05.jpg\">Fig. 5<\/a>), dove figure di angioletti oranti affiancano un ostensorio eucaristico al centro, e poi vengono reiterate, alternate a gigli stilizzati tra volute e rifinito a festoni racchiudenti palmette.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Talvolta invece le balze in filet rappresentano classicistici girali e decori vegetali, come fiori, foglie d\u2019acanto o lunghi racemi a sviluppo orizzontale, come ben esemplifica una tovaglia d\u2019altare della Chiesa del Carmelo, dove troviamo larghe foglie di vite alternativamente rivolte verso l\u2019alto o verso il basso (<a title=\"Fig. 6. Motivo della vite in un esemplare della Chiesa di Nostra Signora del Carmine, Bosa, seconda met\u00e0 del Novecento.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug06.jpg\">Fig. 6<\/a>), secondo una schematizzazione compositiva tradizionale, ripresa anche dai fratelli Melis.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il tema della croce, <em>sa rughe<\/em>, uno dei pi\u00f9 ricorrenti, viene variamente declinato: pu\u00f2 essere alternato al nome di Ges\u00f9 (IHS) e al sacro cuore, come in un esemplare bosano del XIX secolo (<a title=\"Fig. 7. Tema della Croce variamente declinato in un esemplare della Chiesa Cattedrale, Bosa, XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug07.jpg\">Fig. 7<\/a>), oppure racchiuso entro cornici di rose e alternato al calice eucaristico, come in un magnifico esemplare di grande effetto (<a title=\"Fig. 8. Cornici di rose e calice eucaristico in un esemplare della Chiesa Cattedrale, Bosa, XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug08.jpg\">Fig. 8<\/a>), entrambi conservati nella Cattedrale di Bosa<sup><a href=\"#footnote_14_4226\" id=\"identifier_14_4226\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla cattedrale di Bosa: S. Naitza, Storia dell&rsquo;Arte&hellip;, 1992, pp. 151, 228, 230-234.\">15<\/a><\/sup>, o ancora arricchito da eleganti nodi d\u2019amore e da splendide rose, in un altro manufatto sempre appartenente alla Cattedrale, risalente ai primi del Novecento (<a title=\"Fig. 9. Nodi d\u2019amore e rose in un esemplare della Chiesa Cattedrale, Bosa, prima met\u00e0 del Novecento.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/pug09.jpg\">Fig. 9<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso edificio religioso carmelitano, tra gli esemplari risalenti al secondo-terzo decennio del \u2018900, \u00e8 di grande pregio una tovaglia d\u2019altare che rappresenta degli angeli affrontati, in adorazione del SS. Sacramento, tra grandi gigli e rose e giocosi cherubini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono stati pochissimi i riferimenti documentari, riscontrati durante l\u2019accurata ricognizione dei fondi d\u2019archivio, effettuata dalla scrivente presso gli Archivi di Stato di Cagliari e Nuoro e presso gli archivi ecclesiastici e del Comune di Bosa: appena qualche cenno, privo di elementi descrittivi atto a consentire l\u2019individuazione certa dei manufatti tessili. Si pu\u00f2 per\u00f2 ipotizzare che probabilmente le preziose tovaglie d\u2019altare ornate da decori a filet siano dei doni votivi, frutto di un lavoro collettivo ad opera di gruppi di donne, che si riunirono per dotare le chiese bosane di un adeguato corredo di tovaglie d\u2019altare, le quali restano a testimoniare l\u2019abilit\u00e0 delle loro mani e la loro devozione alla Vergine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019auspicio \u00e8 quello di poter avviare un lavoro sistematico di catalogazione, prima che questo patrimonio si perda e fare in modo che questa antica tradizione di artigianato femminile continui ad essere tramandata di generazione in generazione, senza togliere l\u2019ipotesi di una sua ripresa anche nel design moderno, dando voce ai valori di una cultura originaria e popolare.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_4226\" class=\"footnote\"><em>Il lavoro dei Sardi, <\/em>a cura di F. Manconi,<em> <\/em>Sassari 1983; <em>Tessuti. Tradizione e innovazione nella tessitura in Sardegna<\/em>, Nuoro 2006.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_4226\" class=\"footnote\">Subito dopo la conquista aragonese fu assegnata in feudo a Pietro Ortiz, per tornare poi sotto la giurisdizione di Mariano IV d&#8217;Arborea. Riconquistata nel 1410, entr\u00f2 a parte del patrimonio regio nel 1420. Malgrado le proteste dei Bosani, nel 1468 fu concessa in feudo a Bernat de Villamar\u00ec, capitano generale della flotta regia. Ci\u00f2 nonostante, Ferdinando il Cattolico conferm\u00f2 a Bosa la condizione di citt\u00e0 e porto regio nel 1499, favorendone le attivit\u00e0 mercantili, connesse alla pesca del corallo e allo sfruttamento delle saline. A. Castellaccio,<em> L&#8217;amministrazione del Regno di Sardegna e Corsica: le citt\u00e0 regie<\/em>, \u00a0in XVIII Congr\u00e9s Historia de la Corona de Aragon, vol. I, pp. 765-779; G. Sorgia,<em> Le citt\u00e0 regie<\/em>, in <em>I Catalani in Sardegna<\/em>, a cura di J. Carbonell e F. Manconi, Consiglio Regionale della Sardegna-Generalitat de Catalunya, Cinisello Balsamo 1984, pp. 51-58.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_4226\" class=\"footnote\">Tra le prime attestazioni di interesse e apprezzamento nella storiografia sarda: G.V. Arata &#8211; G. Biasi,<em> Arte sarda<\/em>, Milano 1935 (ristampa anastatica: Sassari 1992).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_4226\" class=\"footnote\">R. Sfogliano<em>, Il ciclo di affreschi tardo-medievale,<\/em> in<em> Il Castello di Bosa, <\/em>Torino 1981; R. Serra,<em> <\/em><em>Storia dell\u2019Arte in Sardegna. Pittura e scultura dall\u2019et\u00e0 romanica alla fine del \u2018500<\/em><em>, <\/em>Nuoro 1990<em>; Bosa in et\u00e0 giudicale<\/em>. <em>Nota sugli <em>affreschi del castello di Serravalle<\/em><\/em>, a cura di A. Mastino, Sassari, 1991; F. Poli,<em> La Chiesa del Castello di Bosa. Gli affreschi di Nostra Signora de Sos Regnos Altos<\/em>, Sassari 1990; N. Usai,<em> La pittura nella Sardegna del Trecento<\/em>, Perugia 2018, pp. 29-60.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_4226\" class=\"footnote\"><em>Paesi e citt\u00e0 della Sardegna<\/em>, a cura di G. Mura e A. Sanna, Cagliari 1999, pp. 199-209.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_4226\" class=\"footnote\">L. Degioannis, <em>La tessitura tradizionale in Sardegna. Lavorazione, tecniche e motivi a Busachi, Mogoro, Morgongiori, Isili e Tonara<\/em>, Oristano 1993, pp. 71-74.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_4226\" class=\"footnote\">A. Cuccu, <em>Studio artistico Melkiorre Melis<\/em>, Bosa 1989; G. Altea &#8211; M. Magnani,<em> Le matite di un popolo barbaro. Grafici e<\/em><em> illustratori sardi 1905-1935<\/em>, Cinisello Balsamo 1990; M. Marini &#8211; M.L. Ferru, <em>Ceramica di Sardegna. La storia, i protagonisti, le opere: 1920-1960<\/em>, Cagliari 1990, pp. 94-112; M. Devoto, <em>Ad vocem<\/em>, in <em>Dizionario Biografico degli Italiani<\/em>, vol. 73, 2009; M. Marini &#8211; M.L. Ferru, <em>Federico Melis. Una vita per la ceramica<\/em>, Roma 1997.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_4226\" class=\"footnote\">M.L. Rizzini. <em>Merletti della Bella Epoque<\/em> <em>in una collezione dei Musei Civici di Como<\/em>, in \u00abArte tessile\u00bb 2, 1991, pp. 55-60; <em>Tra devozione e artigianato. I merletti nell\u2019addobbo liturgico della Pieve di Cant\u00f9<\/em>, catalogo della III Biennale Internazionale del Merletto (Cant\u00f9, 13-28 settembre 1997), a cura di M.L. Rizzini, Cant\u00f9 1997.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_4226\" class=\"footnote\">G.V. Arata &#8211; G. Biasi, <em>Arte sarda<\/em>, Sassari 1992.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_4226\" class=\"footnote\">G. Altea, <em>Il \u201cDec\u00f2 rustico\u201d e le arti applicate<\/em>, in G. Altea &#8211; M. Magnani, <em>Storia dell\u2019Arte in Sardegna. Pittura e scultura del primo \u2018900<\/em>, Nuoro 1995, pp. 191-215.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_4226\" class=\"footnote\">G. Carta Mantiglia, <em>La tessitura. Materiali e tecniche della tradizione<\/em>, in <em>Il nuovo Museo etnografico di Nuoro<\/em>, Sassari 1987, pp. 21-70; L. Degioannis, <em>I tessuti e i ricami<\/em>, in <em>Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Catalogo<\/em>, vol. II, Cagliari 1988, pp.11-14 (schede pp. 111-127).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_4226\" class=\"footnote\"><em>Randas. Merletti tradizionali della Sardegna<\/em>, catalogo mostra (Sassari, Museo Nazionale G.A. Sanna, 3 luglio-31 agosto 2003) a cura di G.M. Demartis, Sassari 2003.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_4226\" class=\"footnote\"><em>Chiese e Feste di Bosa<\/em>, a cura di A.F. Spada, Monastir 2002.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_4226\" class=\"footnote\">Sulla chiesa: S. Naitza, <em>Storia dell\u2019Arte in Sardegna<\/em>. <em>Architettura dal tardo \u2018600 al Classicismo purista<\/em>, Nuoro 1992, pp. 150-151, 154-157; sugli arredi lignei: A. Pasolini &#8211; M. Porcu Gaias, <em>Altari barocchi. L\u2019intaglio ligneo in Sardegna dal tardo Rinascimento al Barocco,<\/em> Perugia 2019, pp. 373-376.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_4226\" class=\"footnote\">Sulla cattedrale di Bosa: S. Naitza, <em>Storia dell\u2019Arte<\/em>&#8230;, 1992, pp. 151, 228, 230-234.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_4226\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>giobenpuggioni@yahoo.it \u201cIntrecci a regola d\u2019arte\u201d: l\u2019antica e pregiata tradizione del filet di Bosa &#8211; Una nota introduttiva DOI: 10.7431\/RIV23092021 Tra le varie attivit\u00e0 artigiane prettamente <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4226\" title=\"Giovanna Benedetta Puggioni\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":4283,"menu_order":10,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4226"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4226"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4226\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4228,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4226\/revisions\/4228"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4283"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4226"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}