{"id":4215,"date":"2021-06-29T22:53:17","date_gmt":"2021-06-29T22:53:17","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4215"},"modified":"2021-12-28T17:52:35","modified_gmt":"2021-12-28T17:52:35","slug":"giovanni-boraccesi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4215","title":{"rendered":"Giovanni Boraccesi"},"content":{"rendered":"<p>g.boraccesi@libero.it<\/p>\n<h2>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: la chiesa di Myrsini<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV23062021<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In queste righe si vuole dar conto degli arredi liturgici in argento custoditi nella chiesa dell\u2019Annunciazione a Myrsini, gli ultimi in ordine di tempo, visto che \u00e8 quasi noto l\u2019intero patrimonio delle chiese cattoliche di Tinos<sup><a href=\"#footnote_0_4215\" id=\"identifier_0_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, A Levante di Palermo. Argenti con l&rsquo;aquila a volo alto nell&rsquo;isola greca di Tinos, in &laquo;OADI&raquo;&raquo;, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Aetofolia, Kalloni, Karkados, Smardakito e Vrissi, in &laquo;OADI&raquo;, n. 10, 2014, pp. 113-130; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Chatzir&agrave;dos, Koum&agrave;ros, Kr&ograve;kos e Steni, in &laquo;OADI&raquo;, n. 12, dicembre 2015, pp. 65-78;&nbsp; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: la chiesa di San Nicola di Bari a Chora e il Palazzo Vescovile, in &laquo;OADI&raquo;, n. 13, giugno 2016, pp. 87-95; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Agapi, Kerchros e Potamia, in &laquo;OADI&raquo;, n. 14, dicembre 2016, pp. 107-122; Idem, T&alpha; &alpha;&rho;&gamma;&upsilon;&rho;\u03ac &tau;&omicron;&upsilon; &Alpha;&gamma;\u03af&omicron;&upsilon; &Nu;&iota;&kappa;&omicron;&lambda;\u03ac&omicron;&upsilon; &tau;&eta;&sigmaf; &Chi;\u03ce&rho;&alpha;&sigmaf; &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&upsilon;, in \u038c&rho;&mu;&omicron;&sigmaf; &omicron; &Gamma;&alpha;&lambda;&eta;&nu;\u03cc&tau;&alpha;&tau;&omicron;&sigmaf;. &Eta; &Epsilon;&nu;&omicron;&rho;\u03af&alpha; &Alpha;&gamma;\u03af&omicron;&upsilon; &Nu;&iota;&kappa;&omicron;&lambda;\u03ac&omicron;&upsilon; &tau;&omega;&nu; &Kappa;&alpha;&theta;&omicron;&lambda;&iota;&kappa;\u03ce&nu; &Chi;\u03ce&rho;&alpha;&sigmaf; &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&upsilon;, a cura di Marcos Foscolos, &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&sigmaf; 2016,&nbsp;pp. 321-332; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Komi, Taramb&agrave;dos e Volax, in &laquo;OADI&raquo;, n. 15, giugno 2017, pp. 125-139; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Kampos, Loutr&agrave; e Xinara, in &laquo;OADI&raquo;, n. 17, giugno 2018, pp. 151-164; Idem. Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Kato Klisma, Ktikados e Sant&rsquo;Antonio di Tinos, in &laquo;OADI&raquo;, n. 19, giugno 2019, pp. 87-101.\">1<\/a><\/sup>, fatta eccezione per gli argenti delle chiese di Kardiani e Skalados, come anche per la ricca collezione di vasi sacri conservata nel Museo del Vescovado di Xinara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per primo illustro un inaspettato ed eccellente <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 1. Argentiere milanese e argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, fine del XVI e inizi del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor01.jpg\">Figg. 1<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 2. Argentiere milanese e argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, fine del XVI e inizi del XVIII secolo. \" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor02.jpg\">2<\/a>) descritto con ricchezza di dettagli. Presenta un piede a sezione mistilinea con orlo rialzato e gradinato; la superficie \u00e8 suddivisa da membrature che generano sei spicchi triangolari a fondo ruvido contenenti tre testine di cherubini sorgenti da elementi vegetali, alternate a figure sbalzate raffiguranti rispettivamente la Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e San Francesco d\u2019Assisi, tutte di tre quarti e rifinite a cesello. L\u2019elegante fusto \u00e8 caratterizzato da un nodo ovoidale, anch\u2019esso decorato da elementi naturalistici e da angeli alati. L\u2019ornamentazione si fa ricchissima anche nel sottocoppa, con cartelle quadrilobate con fiori nel mezzo, intramezzate da testine di cherubini. La parte superiore \u00e8 resa vivace da un giro di volute contrapposte. Una scritta latina incisa sotto il piede informa quanto segue: DONA IERONIMA GRANARA D. TOLEDO. Sulla coppa \u00e8 impresso sia il bollo con il leone marciano in \u201cmoleca\u201d (col libro chiuso e con le ali raccolte attorno alla testa), sia quello del controllore della Zecca (sazador) Zuanne Premuda (con le lettere ZC separate da un cigno), il cui incarico \u00e8 documentato dal 1695 alla prima met\u00e0 del Settecento<sup><a href=\"#footnote_1_4215\" id=\"identifier_1_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria veneta, Pola 1992, p. 150, n. 479.\">2<\/a><\/sup>. Devo per\u00f2 precisare che quest\u2019ultimo elemento, come vedremo, \u00e8 frutto di un recupero e assemblaggio, giacch\u00e9 la restante parte del calice \u00e8 pi\u00f9 antica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Circa la figura di donna citata nella predetta iscrizione, avanzo l\u2019ipotesi che vada riconosciuta nella moglie di Rodrigo da Toledo, dal 1578 governatore spagnolo della citt\u00e0 di Alessandria, sposato dal 1588 al 1593, anno in cui viene a mancare: \u00ab[\u2026] la Signora Girolama Granara Matrona Alesiandrina di qualificate parti, terrore dell\u2019avaritia, e degna di lodi per i suoi meriti; la quale; oltre al parafernale, ed una ricca, e preciosa suppellettile, gli port\u00f2 in dote [a Rodrigo] scuti 40, mila in circa\u00bb<sup><a href=\"#footnote_2_4215\" id=\"identifier_2_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Porta, Esemplari, e simolacri dignissimi delle virt&ugrave;, stimoli potenti alle medeme&hellip;, Milano1693, pp. 290-291.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per i caratteri morfologici e stilistici che caratterizzano le parti pi\u00f9 antiche del manufatto, vale a dire la base e il fusto, sono propenso ad assegnarle alla mano di un argentiere milanese che le dovette realizzare tra gli anni finali del Cinquecento e i primi due decenni del Seicento, periodo in cui donna Girolama Granara era gi\u00e0 diventata vedova. \u00c8 opportuno segnalare che l\u2019anno di morte della nobildonna, sebbene di poco discordante, \u00e8 indicato nel 1623 e nel 1625<sup><a href=\"#footnote_3_4215\" id=\"identifier_3_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Gasparolo-F. Guasco Di Bisio-C. Parnisetti, (a cura di), Raccolta di iscrizioni alessandrine, in &laquo;Rivista di Storia, Arte e Archeologia per la provincia di Alessandria&raquo;, anno LXIV, 1935, fasc. II, III, IV, pp. 220-792 (le iscrizioni sono censite con i numeri 207 e 209). Per questa segnalazione sono grato a Roberto Livraghi.\">4<\/a><\/sup>. Significativo \u00e8 il confronto che si pu\u00f2 istituire con una serie di analoghi esemplari sparsi sul territorio lombardo: il calice del duomo di Bergamo (ante 1593)<sup><a href=\"#footnote_4_4215\" id=\"identifier_4_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il tesoro del duomo di Bergamo, Bergamo 1989, pp. 22-23; si veda anche pp. 26-27.\">5<\/a><\/sup>, il calice della chiesa di San Paolo a Cant\u00f9<sup><a href=\"#footnote_5_4215\" id=\"identifier_5_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. Zastrow, Canturium ecclesiarum thesauri. Frammenti di bellezza sui nostri altari, Cant&ugrave; 2008, pp. 24-26.\">6<\/a><\/sup> ed altri nella diocesi di Como non meglio indicati<sup><a href=\"#footnote_6_4215\" id=\"identifier_6_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. Zastrow, Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco, Como 1984, pp. 64-65, 68.\">7<\/a><\/sup>. Con minime varianti, questo modello di vaso liturgico dovette affascinare gli argentieri della citt\u00e0 di Genova; al riguardo, si veda il calice di una collezione privata genovese<sup><a href=\"#footnote_7_4215\" id=\"identifier_7_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Roccatagliata, Argenti genovesi. La torretta, Genova 1992, p. 177.\">8<\/a><\/sup>, forse da restituire a un maestro lombardo, e l\u2019altro conservato nella chiesa di San Siro<sup><a href=\"#footnote_8_4215\" id=\"identifier_8_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Argenti genovesi, catalogo della mostra (Ottawa, Museo della moneta 15 settembre-15 ottobre 1992; Genova, Galleria Nazionale di Palazzo Spinola 30 ottobre-15 dicembre) a cura di F. Boggero-M. Bartoletti, Cento 1992, pp. 44-47.\">9<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non vi sono notizie che chiariscano la primitiva destinazione del manufatto in esame, n\u00e9 tantomeno le circostanze del suo arrivo a Tinos. In attesa perci\u00f2 di un auspicabile rinvenimento dei documenti, si pu\u00f2 supporre che il calice sia stato di proposito consegnato a una chiesa (dell\u2019ordine francescano?) di Alessandria, luogo di residenza della committente, per poi chiss\u00e0 come, trasmigrare nella chiesa di Myrsini, forse per iniziativa di un ecclesiastico o di un religioso oriundo della citt\u00e0 piemontese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pur interessante il successivo <em>Ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 3. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, inizi del XVII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor03.jpg\">Fig. 3<\/a>), in argento e bronzo dorato. Presenta piede circolare con orlo ornato da una fascia cordonata e da motivi arabescati. Il fusto, costituito da un nodo a balaustro con incisioni fogliacee, supporta la raggiera che circonda la teca circolare bordata da cornicette, contenente la lunetta per l\u2019esposizione dell\u2019ostia consacrata. In alto, in origine, insisteva una crocetta, ora dispersa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante l\u2019assenza di punzonature, i caratteri strutturali e il repertorio decorativo mi portano ad assegnarlo a un argentiere veneziano del primo Seicento, confermando cos\u00ec ancora una volta l\u2019ampia diffusione delle forme artistiche veneziane in diverse localit\u00e0 della Grecia, in particolare quelle rivierasche e isolane del mar Ionio e dell\u2019Egeo. E ci\u00f2 a seguito del lungo dominio della Serenissima nonch\u00e9 dei traffici marittimi lungo questi due importanti bacini del mar Mediterraneo. In questo quadro di continui scambi e influenze \u00e8 opportuno anche ricordare che fondamentale fu la presenza di prelati veneziani nel governo delle diocesi greche. Una conferma della piena appartenenza dell\u2019ostensorio di Mersyni ad un artefice della Laguna ci viene dal confronto con gli ostensori di Chatzirados e di Volax, sempre a Tinos, e con quello della chiesa bellunese di Gosaldo, per fare un solo esempio nel Veneto<sup><a href=\"#footnote_9_4215\" id=\"identifier_9_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Conte, Oreficerie liturgiche tra XVI e XIX secolo nei vicariati di Agordo e Canale d&rsquo;Agordo, in Tesori d&rsquo;arte nelle chiese dell&rsquo;alto bellunese. Agordino, a cura di M. Pregnolato, Belluno 2006, pp. 50, 54.\">10<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il manufatto che segue \u00e8 riferito a un <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 4. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, inizi del XVII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor04.jpg\">Fig. 4<\/a>) in argento e bronzo argentato. Ha una base a sezione circolare gradinata con filettature. Il nodo ovoidale liscio \u00e8 contenuto tra due collarini. Il sottocoppa \u00e8 lavorato a traforo con testine di angeli alati alternati a motivi vegetali; una smerlatura ravviva l\u2019orlo superiore. Di tipologia cinquecentesca, l\u2019oggetto va sicuramente restituito a un maestro veneziano del primo Seicento; un esempio significativo ci \u00e8 offerto dal calice del vicino villaggio di Skalados che analizzer\u00f2 meglio in futuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul piano cronologico, non si distacca di molto la realizzazione di una <em>Patena<\/em> (<a title=\"Fig. 5. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Patena&lt;\/i&gt;, fine del XVII-inizi del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor05.jpg\">Fig. 5<\/a>), anch\u2019essa prodotta a Venezia tra la fine del XVII secolo e gli inizi nel XVIII secolo. Ne fa fede il contrassegno di un ignoto sazador, le cui iniziali ZC sono intervallate da una torre<sup><a href=\"#footnote_10_4215\" id=\"identifier_10_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria veneta, Pola 1992, p. 145, n. 453.\">11<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sempre nel quadro dei contatti tra Venezia e l\u2019Oriente si pone questa <em>Croce astile<\/em> (<a title=\"Fig. 6. Argentiere veneziano e argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Croce astile&lt;\/i&gt;, 1744 e inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor06.jpg\">Figg. 6<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 7. Argentiere veneziano e argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Croce astile&lt;\/i&gt;, 1744 e inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor07.jpg\">7<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 8. Argentiere veneziano e argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Croce astile&lt;\/i&gt;, 1744 e inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor08.jpg\">8<\/a>), una delle tante finora rinvenute nel territorio diocesano di Tinos. Va detto che l\u2019opera \u00e8 costituita da due pezzi di manifattura differente e cronologicamente distanti tra loro. Pi\u00f9 antica \u00e8 la mazza processionale, quasi certamente confezionata in un laboratorio di Venezia. \u00c8 interamente cesellata da un\u2019ornamentazione vegetale su fondo opaco e da teste di angeli alternati a tre cartigli: nel primo, il monogramma A\u00b7R sovrastato da croce; nel secondo, le sigle MVC\u00b7\/T\u00b7P\u00b7C\u00b7; nel terzo, la data A(N)NO\/1747. In queste sigle ragionevolmente andranno riconosciuti i nomi dei devoti committenti. La mazza in esame trova paralleli con quella (1669) che sostiene la croce conservata nel Museo del Vescovado di Xinara<sup><a href=\"#footnote_11_4215\" id=\"identifier_11_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&Iota;. &Gamma;&kappa;&epsilon;&rho;\u03ad&kappa;&omicron;&sigmaf;, &Sigma;&kappa;&epsilon;\u03cd&eta; &iota;&epsilon;&rho;\u03ac &tau;&omega; &Theta;&epsilon;\u03ce &alpha;&nu;&alpha;&tau;&epsilon;&theta;&epsilon;&iota;&mu;\u03ad&nu;&alpha;, T\u03aevo&sigmaf; 2010, pp. 15, 36.\">12<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La croce astile, al contrario, andr\u00e0 datata ai primi decenni del XIX secolo; qui l\u2019ignoto maestro, attivo a Smirne o a Istanbul, opera ancora secondo moduli di tempi passati e in particolare del clima culturale di Venezia; confronti, in tal senso, si possono istituire con le croci ottocentesche di Smardakito e di Tarambados a Tinos. In una fase di restauro e rimontaggio delle lamine figurate, queste non sono state riposizionate in maniera corretta. Sulla parte anteriore \u00e8 il Crocifisso; in alto, il Padre Eterno; a destra, San Luca evangelista; a sinistra, San Marco evangelista; in basso, la Maddalena. Sulla parte posteriore, \u00e8 la Madonna; in alto, San Giovanni evangelista; a sinistra, la Vergine; a destra, San Giovanni; in basso, San Matteo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un ulteriore reperto metallico facente parte del patrimonio della chiesa di Myrsini \u00e8 costituito da un <em>Reliquiario<\/em> (<a title=\"Fig. 9. Argentiere veneziano e argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Reliquiario&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVIII secolo e inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor09.jpg\">Fig. 9<\/a>); la mancanza di iscrizioni identificative nell\u2019apposito ricettacolo non consente di individuare le diverse reliquie ivi contenute. Da un\u2019attenta osservazione il manufatto \u00e8 composto da due pezzi disomogenei e di epoche differenti: la base e il fusto in rame dorato, probabili avanzi di un altro reliquiario o di un ostensorio, sono della met\u00e0 del XVIII secolo e restituibili a una bottega veneziana; la croce in bronzo dorato e argentato appare pi\u00f9 tarda, forse degli inizi del XIX secolo e licenziata da un argentiere dell\u2019impero ottomano; nei capicroce sono inserite delle figure angeliche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esemplato su modelli tadogotici di matrice culturale italiana \u00e8 un <em>Turibolo<\/em> (<a title=\"Fig. 10. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Turibolo&lt;\/i&gt;, fine del XVIII-inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor10.jpg\">Fig. 10<\/a>), del tipo cosiddetto architettonico, reso noto nella mostra di Tinos del 2010<sup><a href=\"#footnote_12_4215\" id=\"identifier_12_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&Iota;. &Gamma;&kappa;&epsilon;&rho;\u03ad&kappa;&omicron;&sigmaf;, &Sigma;&kappa;&epsilon;\u03cd&eta; &iota;&epsilon;&rho;\u03ac &tau;&omega; &Theta;&epsilon;\u03ce &alpha;&nu;&alpha;&tau;&epsilon;&theta;&epsilon;&iota;&mu;\u03ad&nu;&alpha;, T\u03aevo&sigmaf; 2010, pp. 18, 40.\">13<\/a><\/sup>. \u00c8 costituito da un piede esagonale scompartito e decorato da steli fogliacei. La coppa \u00e8 interessata da festoni vegetali penduli, trattenuti da sei teste antropomorfe aggettanti. Su questa poggia il coperchio a due ordini con torrioni e bifore traforate minuziosamente decorate. Pi\u00f9 in alto, una copertura piramidale bucherellata con anello apicale per trattenere le catene di sospensione. L\u2019arredo, di eccelsa fattura, andrebbe forse datato al XVIII secolo o al massimo ai primi anni del XIX e restituito a un artefice dell\u2019impero ottomano operante a Smirne o a Istanbul.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per ragioni stilistiche e tipologiche nell\u2019ambito della produzione ottomana di fine Settecento o del primo Ottocento andr\u00e0 assegnata una <em>Navicella<\/em> (<a title=\"Fig. 11. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Navicella&lt;\/i&gt;, fine del XVIII-inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor11.jpg\">Fig. 11<\/a>), in cui \u00e8 riconoscibile il modello di matrice veneziana. La base, dal profilo circolare, \u00e8 costituita da un gradino liscio e da una cornice a fogliette; il collo del piede \u00e8 circondato da foglie appuntite e sovrastato da un nodo piriforme. La coppa \u00e8 sormontata da un coperchio a valve incernierate con presa a volute. Sulle valve \u00e8 sbalzata una fitta ornamentazione floreale. Il manufatto \u00e8 confrontabile con la navicella della parrocchiale di Skalados, che analizzer\u00f2 meglio in altra sede, quasi certamente realizzata dal medesimo artefice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La particolare cura dell\u2019ornato ravvisato sul turibolo appena descritto connota anche la successiva <em>Pisside <\/em>(<a title=\"Fig. 12. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor12.jpg\">Fig. 12<\/a>). Il piede circolare \u00e8 decorato da un motivo a fiori legati tra loro da nastri e fiocchi. Sul collo del piede \u00e8 inciso una corona di foglioline lanceolate. Liscio \u00e8 il fusto con nodo a pera. Il sottocoppa, a fusione, ripropone il disegno delle foglie lanceolate. I motivi della base, arricchiti da altri decori vegetali, si ritrovano sul coperchio sormontato da un piccolo crocifisso. La particolare lavorazione delle superfici metalliche, lisce e opache come in questo caso, e la prevalenza dei motivi fitomorfi sono una caratteristica costante delle produzioni messe in atto da pi\u00f9 botteghe artigiane a servizio delle chiese cristiane durante il dominio dell\u2019impero ottomano, segnatamente a Smirne e Istanbul. In tal senso analoghi repertori e tecniche esecutive connotano altri manufatti analizzati altrove: per esempio, le due lampade pensili di Kallon\u00ec, la coppa del calice di Karkados, e il turibolo di Sten\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A fianco di tale produzione andr\u00e0 inserito un <em>Piattino da comunione<\/em> (<a title=\"Fig. 13. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Patena&lt;\/i&gt;, 1845.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor13.jpg\">Fig. 13<\/a>) dalla forma inconsueta e privo di qualsiasi ornato. Sul bordo del lato principale \u00e8 presente un clipeo che racchiude le lettere G.L. a carattere corsivo. Sul rovescio del piatto, un\u2019altra iscrizione corsiva ci porta a conoscere il nome del donatore: Caropolo \/ Pro benefactore uno Pater Ave Gloria \/ T(errae?) Mussulii 1849 A\u00b0.1\u00b0. Come mi comunica padre Marco Foscolo, Mussulii era l\u2019antico nome di Myrsini, in uso fino al 1960. Questa particolare suppellettile \u00e8 stata da me pi\u00f9 volte rinvenuta nelle chiese cattoliche di Tinos e di Rodi. Un\u2019analogia, per esempio, si pu\u00f2 istituire con il <em>Piattino da comunione<\/em> del 1845 esposto nel Museo Parrocchiale di Agapi. Il manufatto va probabilmente restituito alla mano di un argentiere dell\u2019impero ottomano attivo nella citt\u00e0 di Smirne o di Istanbul.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sempre nell\u2019ambito delle produzioni artistiche licenziate durante l\u2019occupazione dell\u2019impero ottomano si deve inscrivere una lastra raffigurante l\u2019<em>Annunciazione<\/em> (<a title=\"Fig. 14. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Annunciazione&lt;\/i&gt;, 1848.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor14.jpg\">Fig. 14<\/a>), a sua volta delimitata da una elaborata cornice architettonica con decorazioni vegetali. Evidente il suo collegamento al titolo della chiesa, peraltro sottolineato dall\u2019iscrizione incisa in basso: Annunt.<sup>o <\/sup>B. M. V.\/1848. Tale manufatto fu probabilmente eseguito da un artigiano della citt\u00e0 di Smirne o di Istanbul.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di qualche anno pi\u00f9 tardi la realizzazione della citata lastra \u00e8 questo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 15. Pierre-Henry Favier, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, &lt;i&gt;post&lt;\/i&gt; 1846.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor15.jpg\">Fig. 15<\/a>) licenziato dall\u2019argentiere Pierre-Henry Favier (1809-1894), attivo a Parigi dal 1846 al 1870<sup><a href=\"#footnote_13_4215\" id=\"identifier_13_4215\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Arminjon-J. Beaupuis-M. Bilimoff,&nbsp;Dictionnaire des poin&ccedil;ons de fabricants d&rsquo;ouvrages d&rsquo;or et d&rsquo;argent de Paris (1838\/1875), Paris&nbsp;1994, p.&nbsp;162, n&deg;&nbsp;01642; C. Aliquot, Un point de g&eacute;n&eacute;alogie sur deux orfr&egrave;vres parisiens du XIXe si&egrave;cle: les &laquo;Favier&raquo; orfr&egrave;vres parisiens de grosserie, in In Situ. Revue des patrimoines, 12, 2009, http:\/\/journals.openedition.org\/insitu\/6616.\">14<\/a><\/sup>. Lo attesta il punzone \u00abFAVIER\u00bb accompagnato da marchio del primo titolo di garanzia con la testa di Minerva, in uso dal 1838. Presenta un piede circolare impostato su un orlo liscio; la superficie \u00e8 caratterizzata da una fitta ornamentazione di simboli eucaristici e della Passione, nonch\u00e9 da scene figurate quali la Nativit\u00e0, l\u2019Adorazione dei Magi e la Fuga in Egitto. Altri simboli eucaristici arricchiscono il nodo del fusto come pure il sottocoppa, qui con altre scene cristologiche: Ges\u00f9 nel Getsemani, Salita al Calvario e Crocifissione. Il calice, che ha in dotazione anche la patena, si inserisce nell\u2019ambito di una tipologia ampiamente diffusa in Francia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo stesso atelier parigino ha licenziato una <em>Croce d\u2019altare<\/em> (<a title=\"Fig. 16. Pierre-Henry Favier, &lt;i&gt;Croce d\u2019altare&lt;\/i&gt;, &lt;i&gt;post&lt;\/i&gt; 1846.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor16.jpg\">Fig. 16<\/a>) come risulta dal punzone \u00abFAVIER\u00bb affiancato a quello di garanzia con la testa di Minerva. Quattro piedini leonini sorreggono la base a sezione rettangolare decorata da una serie di elementi vegetali e simboli eucaristici. Sul lato principale \u00e8 presente l\u2019Agnello disteso sul libro con i sette sigilli dell\u2019Apocalisse, e su quello secondario il triangolo con l\u2019occhio di Dio. Al di l\u00e0 di un nodo vegetale si innalza la croce che accoglie il <em>Christus triumphans<\/em>, allineato al cartiglio INRI e al teschio di Adamo. Di natura vegetale sono le terminazioni della croce. Il manufatto ripropone una tipologia ampiamente documentata in Francia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Resta per ultimo da analizzare uno <em>Sportello di tabernacolo<\/em> (<a title=\"Fig. 17. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Sportello di tabernacolo&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/bor17.jpg\">Fig. 17<\/a>) che arreda l\u2019altare maggiore della chiesa di Myrsini. Di forma centinata e con decorazioni vegetali lungo il perimetro, presenta al centro un calice eucaristico raggiato, da cui fuoriesce l\u2019ostia consacrata con il trigramma IHS.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le caratteristiche stilistiche fanno ritenere l\u2019oggetto un\u2019opera ottocentesca di produzione ottomana, forse realizzata nella citt\u00e0 di Smirne.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_4215\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>A Levante di Palermo. Argenti con l\u2019aquila a volo alto nell\u2019isola greca di Tinos<\/em>, in \u00abOADI\u00bb\u00bb, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Aetofolia, Kalloni, Karkados, Smardakito e Vrissi<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 10, 2014, pp. 113-130; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Chatzir\u00e0dos, Koum\u00e0ros, Kr\u00f2kos e Steni<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 12, dicembre 2015, pp. 65-78;\u00a0 Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: la chiesa di San Nicola di Bari a Chora e il Palazzo Vescovile<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 13, giugno 2016, pp. 87-95; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Agapi, Kerchros e Potamia<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 14, dicembre 2016, pp. 107-122; Idem, <em>T\u03b1 \u03b1\u03c1\u03b3\u03c5\u03c1\u03ac \u03c4\u03bf\u03c5 \u0391\u03b3\u03af\u03bf\u03c5 \u039d\u03b9\u03ba\u03bf\u03bb\u03ac\u03bf\u03c5 \u03c4\u03b7\u03c2 \u03a7\u03ce\u03c1\u03b1\u03c2 \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c5<\/em>, in <em>\u038c\u03c1\u03bc\u03bf\u03c2 \u03bf \u0393\u03b1\u03bb\u03b7\u03bd\u03cc\u03c4\u03b1\u03c4\u03bf\u03c2. \u0397 \u0395\u03bd\u03bf\u03c1\u03af\u03b1 \u0391\u03b3\u03af\u03bf\u03c5 \u039d\u03b9\u03ba\u03bf\u03bb\u03ac\u03bf\u03c5 \u03c4\u03c9\u03bd \u039a\u03b1\u03b8\u03bf\u03bb\u03b9\u03ba\u03ce\u03bd \u03a7\u03ce\u03c1\u03b1\u03c2 \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c5<\/em>, a cura di Marcos Foscolos, \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c2 2016,\u00a0pp. 321-332; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Komi, Taramb\u00e0dos e Volax<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 15, giugno 2017, pp. 125-139; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Kampos, Loutr\u00e0 e Xinara<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 17, giugno 2018, pp. 151-164; Idem. <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Kato Klisma, Ktikados e Sant\u2019Antonio di Tinos<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 19, giugno 2019, pp. 87-101.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_4215\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria veneta<\/em>, Pola 1992, p. 150, n. 479.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_4215\" class=\"footnote\">G. Porta, <em>Esemplari, e simolacri dignissimi delle virt\u00f9, stimoli potenti alle medeme<\/em>\u2026, Milano1693, pp. 290-291.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_4215\" class=\"footnote\">F. Gasparolo-F. Guasco Di Bisio-C. Parnisetti, (a cura di),<em> Raccolta di iscrizioni alessandrine<\/em>, in \u00abRivista di Storia, Arte e Archeologia per la provincia di Alessandria\u00bb, anno LXIV, 1935, fasc. II, III, IV, pp. 220-792 (le iscrizioni sono censite con i numeri 207 e 209). Per questa segnalazione sono grato a Roberto Livraghi.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_4215\" class=\"footnote\"><em>Il tesoro del duomo di Bergamo<\/em>, Bergamo 1989, pp. 22-23; si veda anche pp. 26-27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_4215\" class=\"footnote\">O. Zastrow, <em>Canturium ecclesiarum thesauri. Frammenti di bellezza sui nostri altari<\/em>, Cant\u00f9 2008, pp. 24-26.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_4215\" class=\"footnote\">O. Zastrow, <em>Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco<\/em>, Como 1984, pp. 64-65, 68.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_4215\" class=\"footnote\">G. Roccatagliata, <em>Argenti genovesi. La torretta<\/em>, Genova 1992, p. 177.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_4215\" class=\"footnote\"><em>Argenti genovesi<\/em>, catalogo della mostra (Ottawa, Museo della moneta 15 settembre-15 ottobre 1992; Genova, Galleria Nazionale di Palazzo Spinola 30 ottobre-15 dicembre) a cura di F. Boggero-M. Bartoletti, Cento 1992, pp. 44-47.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_4215\" class=\"footnote\">T. Conte, <em>Oreficerie liturgiche tra XVI e XIX secolo nei vicariati di Agordo e Canale d\u2019Agordo<\/em>, in <em>Tesori d\u2019arte nelle chiese dell\u2019alto bellunese. Agordino<\/em>, a cura di M. Pregnolato, Belluno 2006, pp. 50, 54.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_4215\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria veneta<\/em>, Pola 1992, p. 145, n.<sup> <\/sup>453.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_4215\" class=\"footnote\">\u0399. \u0393\u03ba\u03b5\u03c1\u03ad\u03ba\u03bf\u03c2, \u03a3\u03ba\u03b5\u03cd\u03b7 \u03b9\u03b5\u03c1\u03ac \u03c4\u03c9 \u0398\u03b5\u03ce \u03b1\u03bd\u03b1\u03c4\u03b5\u03b8\u03b5\u03b9\u03bc\u03ad\u03bd\u03b1, T\u03aevo\u03c2 2010, pp. 15, 36.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_4215\" class=\"footnote\">\u0399. \u0393\u03ba\u03b5\u03c1\u03ad\u03ba\u03bf\u03c2, \u03a3\u03ba\u03b5\u03cd\u03b7 \u03b9\u03b5\u03c1\u03ac \u03c4\u03c9 \u0398\u03b5\u03ce \u03b1\u03bd\u03b1\u03c4\u03b5\u03b8\u03b5\u03b9\u03bc\u03ad\u03bd\u03b1, T\u03aevo\u03c2 2010, pp. 18, 40.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_4215\" class=\"footnote\">C. Arminjon-J. Beaupuis-M. Bilimoff,\u00a0<strong><em>Dictionnaire des poin\u00e7ons de fabricants d\u2019ouvrages d\u2019or et d\u2019argent de Paris (1838\/1875)<\/em><\/strong>, Paris\u00a01994, p.\u00a0162, n\u00b0\u00a001642; C. Aliquot, <em>Un point de g\u00e9n\u00e9alogie sur deux orfr\u00e8vres parisiens du XIX<sup>e<\/sup> si\u00e8cle: les \u00abFavier\u00bb orfr\u00e8vres parisiens de grosserie<\/em>, in <em>In Situ. Revue des patrimoines<\/em>, 12, 2009, http:\/\/journals.openedition.org\/insitu\/6616.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_4215\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>g.boraccesi@libero.it Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: la chiesa di Myrsini DOI: 10.7431\/RIV23062021 In queste righe si vuole dar conto degli arredi liturgici in <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=4215\" title=\"Giovanni Boraccesi\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":4283,"menu_order":7,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4215"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4215"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4215\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4295,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4215\/revisions\/4295"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4283"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4215"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}