{"id":3854,"date":"2020-06-30T07:49:01","date_gmt":"2020-06-30T07:49:01","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3854"},"modified":"2020-12-30T08:37:06","modified_gmt":"2020-12-30T08:37:06","slug":"riccardo-franci","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3854","title":{"rendered":"Riccardo Franci"},"content":{"rendered":"<p>r.franci@museostibbert.it<\/p>\n<h2>Il dramma di un\u2019epoca raccontato da una singolare <em>tsuba<\/em> della collezione giapponese del Museo Stibbert<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV21112020<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con il termine <em>tsuba<\/em> in Giappone si indica l\u2019elsa della spada, una parte essenziale dell\u2019arma destinata alla protezione della mano e all\u2019equilibratura della lama. I primi esemplari, databili al V secolo<sup><a href=\"#footnote_0_3854\" id=\"identifier_0_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per una breve storia dei fornimenti da spada si veda M. Ogawa, Sword mountings and fittings, in &ldquo;Art of the Samurai&rdquo;, catalogo della mostra a cura di M. Ogawa, New York 2009, pp. 193-203.\">1<\/a><\/sup>, non erano altro che dei semplici dischi d\u2019acciaio, ma ben presto gli artigiani<sup><a href=\"#footnote_1_3854\" id=\"identifier_1_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per quasi mille anni la produzione delle tsuba fu un lavoro accessorio eseguito dagli stessi spadai o dai corazzai.\">2<\/a><\/sup> iniziarono ad arricchirli con materiali e temi decorativi indici dello stato sociale o della funzione pubblica rivestita dal committente. Proprio nel V secolo, periodo in cui si concretizz\u00f2 l\u2019unificazione del paese da parte dell\u2019imperatore Y\u016bryaku, l\u2019uso sulle spade dell\u2019agemina d\u2019oro piuttosto che d\u2019argento indicava l\u2019appartenenza a un determinato rango, ed il suo utilizzo era regolamentato per legge<sup><a href=\"#footnote_2_3854\" id=\"identifier_2_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Franci, Un tesoro nazionale del Giappone, la spada della tomba Inariyama, in OADI, anno VIII n. 15, Palermo 2017, p. 28.\">3<\/a><\/sup>. Anche lo sporadico impiego del bronzo dorato al posto dell\u2019acciaio nella costruzione di <em>tsuba<\/em> e fornimenti ci fa capire come gi\u00e0 all\u2019epoca le armi, oltre al ruolo di strumento per la guerra, assumessero un valore simbolico slegato dalla mera funzionalit\u00e0<sup><a href=\"#footnote_3_3854\" id=\"identifier_3_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem. M. Ogawa, Sword mountings and fittings&hellip; 2009, p. 195.\">4<\/a><\/sup>. Le semplici decorazioni a linee e motivi geometrici lasciarono gradualmente il passo a motivi floreali e naturalistici di chiara influenza cinese quando, specialmente nel periodo Nara (712 \u2013 794), l&#8217;\u00e9lite sociale nipponica prese a modello i caratteri dell\u2019arte proveniente dal continente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>tsuba<\/em> \u00e8, fra gli elementi che costituiscono la spada giapponese, quello che offre il maggior spazio su cui articolare scene decorative, nonostante ci\u00f2 fu solo a partire dal XV secolo che alcuni artisti iniziarono a realizzarne esemplari con decorazioni pi\u00f9 strutturate abbandonando i pi\u00f9 arcaici schemi ripetitivi<sup><a href=\"#footnote_4_3854\" id=\"identifier_4_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Solitamente si trattava di figure geometriche o elementi fitomorfi stilizzati ripetuti. Cfr. V. Harris, Bakumatsu Meiji no tsuba-t\u014dso kink\u014d, in Kott\u014d Rokusho, vol. 34, Tokyo 2007, p. 6.\">5<\/a><\/sup>. Le superfici iniziarono ad essere lavorate con le tecniche pi\u00f9 svariate, oltre all\u2019agemina si iniziarono ad usare anche incisione, traforo e trattamenti chimici per dare vita ad un campionario iconografico sterminato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fine delle grandi guerre e l\u2019insediamento dello shogunato Tokugawa nel 1603 decret\u00f2 l\u2019inizio di una nuova fase in cui i guerrieri vennero inglobati nella macchina amministrativa dello stato con il conseguente appannarsi del loro spirito bellico. In questa fase and\u00f2 delineandosi uno stile decorativo ufficiale che vide nella famiglia di artisti Got\u014d l\u2019emblema di quelli che venivano definiti <em>iebori<\/em>, cio\u00e8 \u201cincisori della casata [Tokugawa]\u201d. Anche armi e armature risentirono di questo nuovo corso che lentamente port\u00f2 ad un periodo di decadenza superato soltanto a partire dalla seconda met\u00e0 del secolo XVIII, quando le montature delle spade e le <em>tsuba<\/em> iniziarono ad essere profondamente reinterpretate, favorendo l\u2019uso di materiali, come le leghe di rame e i metalli preziosi, del tutto inadatti ad un uso in guerra. L\u2019impulso pi\u00f9 importante alla nuova vita dei fornimenti da spada fu dato per\u00f2 non tanto dai samurai, quanto dai mercanti, unici oltre ai guerrieri ad essere autorizzati a portare un\u2019arma, che divenuti sempre pi\u00f9 ricchi grazie a pace e stabilit\u00e0, iniziarono a sfoggiare la loro opulenza indossando spade con montature lussuose e sgargianti. In breve tempo la passione per questi piccoli gioielli di oreficeria port\u00f2 alla nascita di un vero e proprio collezionismo che favor\u00ec l\u2019attivit\u00e0 di innumerevoli artisti chiamati <em>machibori<\/em>, \u201cincisori di citt\u00e0\u201d, identificati da uno stile gioioso e variopinto, in netto contrasto coi pi\u00f9 austeri e tradizionali <em>iebori<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1638 con l\u2019editto di chiusura del paese agli stranieri, vennero banditi anche qualsiasi forma d\u2019arte e cultura occidentali, che per riaffacciarsi in Giappone dovettero attendere il 1720 quando il bando fu modificato ammettendo l\u2019importazione di libri<sup><a href=\"#footnote_5_3854\" id=\"identifier_5_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"In realt&agrave; la chiusura non fu totale, il porto di Nagasaki venne lasciato aperto ai mercanti cinesi e nella baia della stessa citt&agrave; un&rsquo;isoletta artificiale, Deshima, rest&ograve; accessibile ai soli mercanti olandesi. Pare inutile dire che contatti con mercanti stranieri, soprattutto coreani e cinesi, continuarono in modo clandestino su tutta la costa del mar del Giappone.\">6<\/a><\/sup>. Grazie a questo ammorbidimento volumi illustrati e stampe occidentali fornirono ai giapponesi fugaci scorci sulle evoluzioni artistiche straniere e contribuirono fra l\u2019altro all\u2019introduzione di un maggior realismo in pittura. Shiba K\u014dkan e A\u014dd\u014d Denzen, due artisti della fine del XVIII secolo, furono coloro che introdussero nell\u2019arte giapponese la resa degli spazi panoramici alla occidentale che influenz\u00f2 successivamente molti altri artisti fra i quali Katsushika Hokusai e And\u014d Hiroshige<sup><a href=\"#footnote_6_3854\" id=\"identifier_6_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Nihon no akebono, a cura di T. Kimura, Oshinomura,1991, p. 142.\">7<\/a><\/sup>. Queste innovazioni, mediate dalla pittura, non tardarono a comparire sulle altre forme d\u2019arte, xilografia naturalmente, ma anche decorazione della lacca e dei metalli. Gli artefici che in questo periodo si occupavano di <em>tsuba<\/em> infatti non di rado collaboravano con pittori e altri artisti che, fornendo i disegni da riportare sul metallo, contribuirono ad aggiornare il repertorio grafico e stilistico di un\u2019arte naturalmente portata alla conservazione<sup><a href=\"#footnote_7_3854\" id=\"identifier_7_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. V. Harris, Japanese imperial craftsmen, Meiji art from the Khalili Collection, Londra 1994, p. 22.\">8<\/a><\/sup>. Molte delle <em>tsuba<\/em> realizzate fra Sette e Ottocento non furono mai montate su di una spada, ma furono vendute e apprezzate come oggetto d\u2019arte a s\u00e9 stante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le <em>tsuba<\/em> del XIX secolo, e in particolare quelle prodotte attorno alla met\u00e0 del secolo, presentano composizioni del disegno pi\u00f9 audaci, un\u2019attenzione particolare al dettaglio e le figure vengono rappresentate con un pathos molto pi\u00f9 marcato. Quando il soggetto \u00e8 tratto dal mondo vegetale o animale, esso viene affrontato in modo documentaristico ponendo attenzione anche al dettaglio pi\u00f9 insignificante. Questo periodo di fulgido splendore fu il preludio alla fine di quest\u2019arte, l\u2019editto del 1876 (<em>Hait\u014drei<\/em>), col quale fu bandito il porto di armi in pubblico, sanc\u00ec la fine di un\u2019arte plurisecolare. Tutti coloro che si occupavano di armi, armature e loro parti si trovarono a doversi reinventare. Gli artisti di <em>tsuba<\/em> e fornimenti di spada si riunirono in vere e proprie aziende riconvertendosi alla produzione di oggetti decorativi<sup><a href=\"#footnote_8_3854\" id=\"identifier_8_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. V. Harris, Japanese imperial craftsmen&hellip; 1994, pp. 14-15.\">9<\/a><\/sup>. Le opere realizzate da questi maestri del metallo riscossero un successo strepitoso presso le grandi esposizioni internazionali che a partire dagli anni Sessanta avevano iniziato a presentare al mondo l\u2019artigianato artistico del Sol Levante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>tsuba<\/em> che prendiamo in esame (<a title=\"Fig. 1. Seiju, terzo quarto del XIX secolo, &lt;i&gt;tsuba&lt;\/i&gt; (dritto e rovescio), Firenze, Museo Stibbert.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra01.jpg\">Fig. 1<\/a>) appartiene alla collezione del Museo Stibbert<sup><a href=\"#footnote_9_3854\" id=\"identifier_9_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inv. 9208.\">10<\/a><\/sup> ed \u00e8 firmata da Seiju (\u8aa0\u58fd) (<a title=\"Fig. 2. Seiju, terzo quarto del XIX secolo, &lt;i&gt;tsuba&lt;\/i&gt; (particolare della firma), Firenze, Museo Stibbert.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra02.jpg\">Fig. 2<\/a>), artista di cui purtroppo non abbiamo notizie certe e che probabilmente fa parte di quella folta schiera di artisti indipendenti che, dopo aver compiuto il proprio apprendistato presso un laboratorio illustre, intraprese un percorso lavorativo slegato dalla scuola di origine<sup><a href=\"#footnote_10_3854\" id=\"identifier_10_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Al Metropolitan Museum di New York &egrave; conservato un pugnale il cui fodero presenta bocchetta e puntale (koiguchi e kojiri) firmati dallo stesso artista, numero inventario 91.2.13.\">11<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019opera \u00e8 databile al terzo quarto del XIX secolo per una serie di elementi che vedremo a breve. Essa ha un profilo di forma detta <em>mokk\u014d<\/em> (quadrilobata) e presenta il foro centrale per il codolo della lama affiancato da uno pi\u00f9 piccolo per far passare l\u2019impugnatura del <em>kogatana<\/em> (coltellino). La base della <em>tsuba<\/em> \u00e8 in <em>shibuichi<\/em>, una lega di rame promossa dagli artisti <em>machibori<\/em> tra la fine del XVII e l\u2019inizio del XVIII secolo<sup><a href=\"#footnote_11_3854\" id=\"identifier_11_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem V. Harris, Japanese imperial craftsmen&hellip; , 1994, p. 22.\">12<\/a><\/sup>. Il nome significa letteralmente \u201cdi quattro parti una\u201d, riferendosi alla sua composizione che prevede tre parti di rame e una d\u2019argento<sup><a href=\"#footnote_12_3854\" id=\"identifier_12_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Esistono molte varianti di questa lega nelle quali si cambiano le proporzioni dei metalli per ottenere effetti coloristici differenti.\">13<\/a><\/sup>. Una patina artificiale conferisce allo <em>shibuichi<\/em>, che naturalmente ha un colore molto vicino al rame, un aspetto argenteo olivastro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul dritto della tsuba \u00e8 raffigurata una scena marittima con una nave ageminata a rilievo (<em>takaniku z\u014dgan<\/em>) in <em>shakud\u014d<\/em><sup><a href=\"#footnote_13_3854\" id=\"identifier_13_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Lo shakud\u014d &egrave; una lega di rame e oro (fra il 5% e il 10%) peculiare della metallurgia estremo orientale. Una volta patinato con processi chimici assume colorazioni dal violaceo al nero bluastro.\">14<\/a><\/sup> e argento, mentre il sartiame \u00e8 in oro cos\u00ec come alcuni dettagli delle paratie. Di fronte alla nave \u00e8 inciso a leggero rilievo un mare in tempesta con schizzi d\u2019acqua resi mediante puntini ageminati in oro e argento (<em>ten z\u014dgan<\/em>). In cielo sono raffigurati, sempre ageminati in oro a rilievo, dei fulmini su di un letto di nuvole appena accennate a basso rilievo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Guardando questa scena non pu\u00f2 non venire in mente il celeberrimo capolavoro di Katsushika Hokusai, <em>La grande onda nei pressi di Kanagawa<\/em>, xilografia pubblicata fra il 1831 e 1833 nella serie <em>Le 36 vedute del monte Fuji <\/em>(<a title=\"Fig. 3. Katsushika Hokusai, 1831-1833, xilografia, &lt;i&gt;La grande onda nei pressi di Kanagawa&lt;\/i&gt;, Wikimedia Commons.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra03.jpg\">Fig. 3<\/a>). Ci sono per\u00f2 delle differenze evidenti. Nella stampa di Hokusai l\u2019enorme onda \u00e8 all\u2019apice del suo sviluppo ed \u00e8 la protagonista indiscussa della scena. Le sottili barche dei pescatori si muovono seguendo i margini dei flutti, mentre i loro equipaggi sono rappresentati tutti in perfetto ordine, prostrati quasi in un ossequioso inchino a questa potenza della natura fattasi essa stessa manifestazione del divino. Su uno sfondo piuttosto neutro un imperturbabile monte Fuji fa da spettatore a questa solenne scena. Sulla nostra <em>tsuba<\/em> la situazione \u00e8 molto diversa. Protagonisti sono sia la nave da un lato che l\u2019onda dall\u2019altro, in una sorta di confronto. La mareggiata non \u00e8 per\u00f2 ancora al suo apice, nonostante le terribili dimensioni si capisce che andr\u00e0 ancora ad aumentare in una rincorsa distruttiva rivolta verso la nave. Quest\u2019ultima (<a title=\"Fig. 4. Seiju, terzo quarto del XIX secolo, &lt;i&gt;tsuba&lt;\/i&gt; (particolare), Firenze, Museo Stibbert.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra04.jpg\">Fig. 4<\/a>), sul lato opposto, tutt\u2019altro che distesa come le barche dei pescatori di Hokusai, \u00e8 quasi ripiegata su se stessa, come se la potenza dei flutti la stesse gi\u00e0 schiacciando. I piccoli marinai raffigurati in coperta e a prua sono l\u2019esatto opposto delle immobili ciurme della xilografia, in questa scena corrono agitati da tutte le parti, nello sforzo di ammainare le vele, due delle quali ancora spiegate ad indicare quanto gli sventurati siano stati colti impreparati dalla tempesta. La punta dell\u2019albero maestro con la sua bandiera al vento \u00e8 gi\u00e0 spezzata e come se non bastasse anche il cielo, spaccato come un vetro dai fulmini, pare abbattersi sulla povera imbarcazione che a questo punto non pare avere scampo. L\u2019inevitabilit\u00e0 del tragico epilogo si palesa girando la <em>tsuba<\/em> e ammirandone il rovescio. Qui si capisce che l\u2019artefice della tempesta e origine dei fulmini \u00e8 addirittura una divinit\u00e0, Raijin il dio del tuono (<a title=\"Fig. 5. Seiju, terzo quarto del XIX secolo, &lt;i&gt;tsuba&lt;\/i&gt; (particolare), Firenze, Museo Stibbert.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra05.jpg\">Fig. 5<\/a>). Egli \u00e8 raffigurato in alto, fra le nubi, mediante una leggera incisione a bassorilievo. La figura a mezzo busto sbuca fra le nuvole ed \u00e8 trattata con un effetto rigato a suggerire una sorta di nebbia che ne rende la figura non perfettamente definita. Dalla sua mano destra scaturisce un fascio di fulmini ageminati in oro che si allargano sulla met\u00e0 inferiore della <em>tsuba<\/em> e che, ormai sappiamo, \u00e8 destinata ad abbattersi sul vascello.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La figura del dio del tuono, disegnata col volto di profilo e in una postura quasi egizia, \u00e8 del tutto insolita e non riflette i canoni standard dell\u2019iconografia tradizionale. Raijin di norma \u00e8 raffigurato come un demone dal corpo massiccio, dalla faccia larga, il naso schiacciato, barba e zanne acuminate, come nei celeberrimi paraventi dipinti da Tawaraya S\u014dtatsu e Ogata K\u014drin (<a title=\"Fig. 6.  Ogata K\u014drin, inizio secolo XVIII, Paravento (particolare), Museo Nazionale di Tokyo, Wikimedia Commons.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra06.jpg\">Fig. 6<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_14_3854\" id=\"identifier_14_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le fattezze mostruose del dio Raijin e del suo compagno F\u016bjin, dio del vento, restano pressoch&eacute; le stesse tanto in pittura quanto in scultura. Se in pittura i due esempi citati sono emblematici, per quanto riguarda la scultura le statue pi&ugrave; celebri delle due divinit&agrave; sono quelle conservate al tempio Sanj\u016bsangend\u014d di Kyoto, datate al XIII secolo che presentano le fattezze classiche dei due demoni.\">15<\/a><\/sup>. In questo caso Seiju ha voluto creare una figura eterea, non ben riconoscibile sfruttando un artificio scultoreo per aggiungere un senso di mistero del tutto inusuale nell\u2019arte dei fornimenti da spada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando al dritto della <em>tsuba<\/em>, \u00e8 necessario sottolineare un aspetto decisivo per poter comprendere il significato di tutta la scena. Sebbene il mare sia un tema ampiamente utilizzato nella decorazione delle <em>tsuba<\/em>, e anche le navi vengano spesso rappresentate come elemento principale (<a title=\"Fig. 7. Tomoyuki, inizio secolo XIX, &lt;i&gt;tsuba&lt;\/i&gt;, Firenze, Museo Stibbert.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra07.jpg\">Fig. 7<\/a>), in questo caso dobbiamo notare come il veliero in questione non sia la solita giunca monoalbero cinese che ormai da secoli solca i mari metallici raffigurati sulle <em>tsuba,<\/em> bens\u00ec una nave da guerra americana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la chiusura del Giappone agli stranieri di cui abbiamo gi\u00e0 detto, pochissime navi occidentali si erano arrischiate ad avvicinarsi, anche perch\u00e9 queste venivano nel migliore dei casi riaccompagnate al largo, nel peggiore allontanate a cannonate<sup><a href=\"#footnote_15_3854\" id=\"identifier_15_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. E. K. Tipton, Il Giappone moderno, Torino 2011, p. 39.\">16<\/a><\/sup>. Proprio per l\u2019efficacia dei respingimenti la maggioranza della popolazione non aveva idea di come fossero fatte le navi europee fino a quando nel 1853 il commodoro Matthew C. Perry, della marina americana, si present\u00f2 nella baia di Edo con una flotta di quattro navi da guerra, armate di tutto punto, per chiedere ufficialmente la fine dei divieti di approdo. Le <em>kurofune<\/em> (navi nere)<sup><a href=\"#footnote_16_3854\" id=\"identifier_16_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Furono chiamate cos&igrave; sia per il colore nero dello scafo sia per il fumo che fuoriusciva dalle ciminiere dei motori a vapore che muovevano due di esse.\">17<\/a><\/sup>), misero il governo isolazionista giapponese difronte alla cruda realt\u00e0: gli occidentali disponevano ormai di tecnologie e armi impossibili da contrastare. I quattro vascelli impressionarono talmente tanto la popolazione che in breve la loro immagine, e successivamente quella dei loro occupanti, inizi\u00f2 a circolare su stampe e disegni di ogni genere. Il 1854, con la firma del Trattato di Kanagawa, mise fine alla secolare storia di chiusura del Giappone. La forzatura voluta dagli americani non fu certo ben accolta e in poco tempo il paese fu spaccato in due, da un lato la fazione di coloro che volevano aprire e modernizzare il paese, posizione sostenuta dallo shogun, dall\u2019altro lato la fazione sostenuta dall\u2019imperatore che al grido di \u201c<em>sonn\u014d j\u014di<\/em>\u201d (riverire l\u2019imperatore, scacciare i barbari) voleva resistere alle pressioni straniere anche utilizzando le armi se necessario<sup><a href=\"#footnote_17_3854\" id=\"identifier_17_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. D. Keene, Emperor of Japan, Meiji and his world, 1852-1912, New York 2002, p. 18.\">18<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando alla <em>tsuba<\/em> in esame possiamo quindi affermare che una datazione al terzo quarto del XIX secolo, fra l\u2019arrivo delle navi nere (1853) e l\u2019editto <em>Hait\u014drei<\/em> (1876), \u00e8 molto plausibile, e in particolare \u00e8 probabile che si possa restringere l\u2019intervallo agli anni Sessanta, culmine della diffusione del sentimento xenofobo. La nave raffigurata<sup><a href=\"#footnote_18_3854\" id=\"identifier_18_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A giudicare dalle proporzioni e dalla velatura a doppio albero dovrebbe trattarsi di un bricco da guerra, agile imbarcazione usata nei secoli XVIII e XIX.\">19<\/a><\/sup> \u00e8 inequivocabilmente una \u201cnave nera\u201d (<a title=\"Fig. 8. Hibata \u014csuke, 1854-1858, &lt;i&gt;Rotolo \u201cLa missione del commodoro Perry in Giappone del 1854\u201d&lt;\/i&gt; (particolare), Londra, Trustees of the British Museum.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/fra08.jpg\">Fig. 8<\/a>) e Seiju realizza minuziosamente lo scafo in <em>shakud\u014d<\/em> proprio per rendere questa colorazione, premurandosi di delineare con cura anche la peculiare fascia bianca con le feritoie per l\u2019artiglieria ageminandola in argento. Il fatto che in un suo editto del 1858 l\u2019imperatore K\u014dmei in persona pregasse gli dei per una punizione divina che si abbattesse sulla prepotenza dei barbari stranieri<sup><a href=\"#footnote_19_3854\" id=\"identifier_19_3854\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. D. Keene, Emperor of Japan&hellip; 2007, pp. 8 e 38.\">20<\/a><\/sup>, ci fa capire bene quale fosse il clima del periodo, e che Seiju non abbia fatto altro che imprimere nel metallo l\u2019auspicio invocato dall\u2019imperatore. Alla luce di questi elementi viene naturale supporre che il committente di questa <em>tsuba<\/em>, o perch\u00e9 no Seiju stesso, dovesse essere un simpatizzante della fazione xenofoba imperialista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La straordinariet\u00e0 di questa <em>tsuba<\/em> risiede quindi non solo nel presentare un soggetto totalmente inedito, ma anche nel fornirci l\u2019istantanea di un momento storico nel vivo del suo evolversi. Generalmente <em>tsuba<\/em> e altri fornimenti di spada presentano un\u2019iconografia legata ad elementi della natura, oggetti della vita quotidiana, divinit\u00e0 e simboli religiosi oppure scene bucoliche e quando sono raffigurati accadimenti bellici questi sono sempre relativi a fatti del passato. Vengono illustrati momenti epici delle battaglie, gesta ammirevoli di personaggi famosi ma gli artisti non utilizzano mai come tematiche per le proprie opere fatti contemporanei. Un artista del passato avrebbe probabilmente interpretato l\u2019auspicio dell\u2019imperatore K\u014dmei raffigurando una scena tratta dall\u2019epopea delle tentate invasioni mongole del XIII secolo spazzate via dai Venti Divini (<em>kamikaze<\/em>). Seiju invece, rompendo la continuit\u00e0 dettata dalla tradizione, colloca la scena nel mondo attuale trasformando la sua opera nello specchio di un momento storico senza precedenti, nel quale anche i maestri delle arti pi\u00f9 tradizionali comprendono di poter svolgere un ruolo nuovo.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3854\" class=\"footnote\">Per una breve storia dei fornimenti da spada si veda M. Ogawa, <em>Sword mountings and fittings<\/em>, in \u201cArt of the Samurai\u201d, catalogo della mostra a cura di M. Ogawa, New York 2009, pp. 193-203.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3854\" class=\"footnote\">Per quasi mille anni la produzione delle <em>tsuba<\/em> fu un lavoro accessorio eseguito dagli stessi spadai o dai corazzai.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3854\" class=\"footnote\">Cfr. Franci, <em>Un tesoro nazionale del Giappone, la spada della tomba Inariyama<\/em>, in OADI, anno VIII n. 15, Palermo 2017, p. 28.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3854\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>. M. Ogawa, <em>Sword mountings and fittings\u2026 <\/em>2009, p. 195.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3854\" class=\"footnote\">Solitamente si trattava di figure geometriche o elementi fitomorfi stilizzati ripetuti. Cfr. V. Harris, <em>Bakumatsu Meiji no tsuba-t\u014dso kink\u014d<\/em>, in Kott\u014d Rokusho, vol. 34, Tokyo 2007, p. 6.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3854\" class=\"footnote\">In realt\u00e0 la chiusura non fu totale, il porto di Nagasaki venne lasciato aperto ai mercanti cinesi e nella baia della stessa citt\u00e0 un\u2019isoletta artificiale, Deshima, rest\u00f2 accessibile ai soli mercanti olandesi. Pare inutile dire che contatti con mercanti stranieri, soprattutto coreani e cinesi, continuarono in modo clandestino su tutta la costa del mar del Giappone.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3854\" class=\"footnote\">Cfr. <em>Nihon no akebono<\/em>, a cura di T. Kimura, Oshinomura,1991, p. 142.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3854\" class=\"footnote\">Cfr. V. Harris, <em>Japanese imperial craftsmen, Meiji art from the Khalili Collection<\/em>, Londra 1994, p. 22.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3854\" class=\"footnote\">Cfr. V. Harris, <em>Japanese imperial craftsmen\u2026 <\/em>1994, pp. 14-15.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3854\" class=\"footnote\">Inv. 9208.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3854\" class=\"footnote\">Al Metropolitan Museum di New York \u00e8 conservato un pugnale il cui fodero presenta bocchetta e puntale (<em>koiguchi<\/em> e <em>kojiri<\/em>) firmati dallo stesso artista, numero inventario 91.2.13.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3854\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em> V. Harris, <em>Japanese imperial craftsmen\u2026 ,<\/em> 1994, p. 22.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3854\" class=\"footnote\">Esistono molte varianti di questa lega nelle quali si cambiano le proporzioni dei metalli per ottenere effetti coloristici differenti.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3854\" class=\"footnote\">Lo <em>shakud\u014d<\/em> \u00e8 una lega di rame e oro (fra il 5% e il 10%) peculiare della metallurgia estremo orientale. Una volta patinato con processi chimici assume colorazioni dal violaceo al nero bluastro.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3854\" class=\"footnote\">Le fattezze mostruose del dio Raijin e del suo compagno F\u016bjin, dio del vento, restano pressoch\u00e9 le stesse tanto in pittura quanto in scultura. Se in pittura i due esempi citati sono emblematici, per quanto riguarda la scultura le statue pi\u00f9 celebri delle due divinit\u00e0 sono quelle conservate al tempio Sanj\u016bsangend\u014d di Kyoto, datate al XIII secolo che presentano le fattezze classiche dei due demoni.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3854\" class=\"footnote\">Cfr. E. K. Tipton, <em>Il Giappone moderno<\/em>, Torino 2011, p. 39.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3854\" class=\"footnote\">Furono chiamate cos\u00ec sia per il colore nero dello scafo sia per il fumo che fuoriusciva dalle ciminiere dei motori a vapore che muovevano due di esse.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3854\" class=\"footnote\">Cfr. D. Keene, <em>Emperor of Japan, Meiji and his world, 1852-1912<\/em>, New York 2002, p. 18.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3854\" class=\"footnote\">A giudicare dalle proporzioni e dalla velatura a doppio albero dovrebbe trattarsi di un bricco da guerra, agile imbarcazione usata nei secoli XVIII e XIX.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3854\" class=\"footnote\">Cfr. D. Keene, <em>Emperor of Japan\u2026 <\/em>2007, pp. 8 e 38.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3854\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>r.franci@museostibbert.it Il dramma di un\u2019epoca raccontato da una singolare tsuba della collezione giapponese del Museo Stibbert DOI: 10.7431\/RIV21112020 Con il termine tsuba in Giappone si <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3854\" title=\"Riccardo Franci\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":4083,"menu_order":13,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3854"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3854"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3854\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4100,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3854\/revisions\/4100"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/4083"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3854"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}