{"id":3629,"date":"2019-12-30T09:07:33","date_gmt":"2019-12-30T09:07:33","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3629"},"modified":"2020-06-30T06:27:53","modified_gmt":"2020-06-30T06:27:53","slug":"giovanni-boraccesi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3629","title":{"rendered":"Giovanni Boraccesi"},"content":{"rendered":"<p>g.boraccesi@libero.it<\/p>\n<h2>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Kato Klisma, Ktikados e Sant\u2019Antonio di Tinos<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV20062019<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo contributo si sofferma ad analizzare gli argenti di due villaggi rurali dell\u2019isola greca di Tinos, vale a dire Kato Klisma e Ktikados, come pure quelli custoditi nella chiesa dei Minori Conventuali del capoluogo isolano, qui con taluni reperti di respiro europeo. Come finora rilevato negli altri centri delle isole Cicladi<sup><a href=\"#footnote_0_3629\" id=\"identifier_0_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Rapporti tra la Grecia e l&rsquo;Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos, in &laquo;Arte Cristiana&raquo;, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144; Idem, A Levante di Palermo. Argenti con l&rsquo;aquila a volo alto nell&rsquo;isola greca di Tinos, in &laquo;OADI&raquo;&raquo;, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Aetofolia, Kalloni, Karkados, Smardakito e Vrissi, in &laquo;OADI&raquo;, n. 10, 2014 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Chatzir&agrave;dos, Koum&agrave;ros, Kr&ograve;kos e Steni, in &laquo;OADI&raquo;, n. 12, dicembre 2015 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: la chiesa di San Nicola di Bari a Chora e il Palazzo Vescovile, in &laquo;OADI&raquo;, n. 13, giugno 20161 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Agapi, Kerchros e Potamia, in &laquo;OADI&raquo;, n. 14, dicembre 20162 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, T&alpha; &alpha;&rho;&gamma;&upsilon;&rho;\u03ac &tau;&omicron;&upsilon; &Alpha;&gamma;\u03af&omicron;&upsilon; &Nu;&iota;&kappa;&omicron;&lambda;\u03ac&omicron;&upsilon; &tau;&eta;&sigmaf; &Chi;\u03ce&rho;&alpha;&sigmaf; &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&upsilon;, in \u038c&rho;&mu;&omicron;&sigmaf; &omicron; &Gamma;&alpha;&lambda;&eta;&nu;\u03cc&tau;&alpha;&tau;&omicron;&sigmaf;. &Eta; &Epsilon;&nu;&omicron;&rho;\u03af&alpha; &Alpha;&gamma;\u03af&omicron;&upsilon; &Nu;&iota;&kappa;&omicron;&lambda;\u03ac&omicron;&upsilon; &tau;&omega;&nu; &Kappa;&alpha;&theta;&omicron;&lambda;&iota;&kappa;\u03ce&nu; &Chi;\u03ce&rho;&alpha;&sigmaf; &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&upsilon;, a cura di M. Foscolos, &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&sigmaf; 2016, pp. 321-332; Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Komi, Taramb&agrave;dos e Volax, in &laquo;OADI&raquo;, n. 15, giugno 2017 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos: le chiese di Kampos, Loutr&agrave; e Xinara, in &laquo;OADI&raquo;, n. 17, giugno 2018 (www.unipa.it\/oadi\/rivista).\">1<\/a><\/sup>, tali manufatti sono per la gran parte essenziali alla quotidiana liturgia, tenendo altres\u00ec conto delle ridotte disponibilit\u00e0 economiche che caratterizzavano ognuna di queste comunit\u00e0 cattoliche, da secoli stanziate in questo lembo di Grecia. Ricordo ancora una volta che l\u2019assenza di documenti archivistici non permette di fornire precise datazioni, ragion per cui la loro cronologia si basa essenzialmente sugli elementi stilistici e, in alcuni casi, su iscrizioni, date o punzoni incussi. Come nelle altre chiese isolane da me investigate, non sono stati presi in considerazione oggetti in metallo non prezioso, in quanto di fattura scadente o perch\u00e9 di produzione seriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella chiesa di Kato Klisma, dedicata all\u2019Assunta, ho rinvenuto sette pezzi d\u2019argenteria. L\u2019opera pi\u00f9 antica \u00e8 rappresentata da una ragguardevole <em>Pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 1. Argentiere romano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVIII secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor01.jpg\">Fig. 1<\/a>) in argento e argento dorato, con base mistilinea rigonfia scompartita in campi triangolari decorati da minuti e variegati elementi naturalistici frammisti a teste di angeli. Il fusto ha un nodo a sezione triangolare, pur esso con decori vegetali che tornano a caratterizzare il sottocoppa dal profilo movimentato. La semplice coppa \u00e8 chiusa da un coperchio, ugualmente scompartito e decorato a motivi naturalistici, a sua volta sovrastato da una sfera che in principio sosteneva una perduta crocetta apicale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene i punzoni impressi risultino illeggibili, l\u2019opera in esame, come il calice descritto subito dopo, sembra configurarsi nell\u2019ambito di una produzione romana, di cui proprio a Tinos si sono rinvenuti diversi reperti; ci\u00f2 non deve stupire, in quanto l\u2019isola, come pi\u00f9 volte sottolineato, \u00e8 fin dal medioevo sede di un episcopato latino. Per motivi stilistici la pisside in esame, un esempio ricco e raffinato di argenteria chiesastica, \u00e8 databile alla met\u00e0 del XVIII secolo. Confronti si possono stabilire, per esempio, con alcuni esemplari conservati nelle chiese di Roma<sup><a href=\"#footnote_1_3629\" id=\"identifier_1_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A.M. Pedrocchi, Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo, Roma 2010, pp. 83, 108, 111.\">2<\/a><\/sup> e in quelle marchigiane (Fermo, Servigliano)<sup><a href=\"#footnote_2_3629\" id=\"identifier_2_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Barucca, Argenti romani del Settecento nella Marca Picena, in G. Barucca-B. Montevecchi, Atlante dei Beni Culturali dei Territori di Ascoli Piceno e di Fermo. Beni Artistici. Oreficerie, Cinisello Balsamo 2006, pp. 222, 224-226.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla medesima cultura, appartiene il successivo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 2. Argentiere romano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVIII secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor02.jpg\">Fig. 2<\/a>). La base, su orlo mistilineo, \u00e8 decorata a sbalzo e a cesello da motivi fogliacei che si alternano a teste di cherubini e cartigli contenenti i simboli della Passione. Movimentati sono pure il fusto e il nodo a sezione triangolare che accoglie altre testine di cherubini. Il sottocoppa, in argento dorato e forse non pertinente, presenta in basso una corona di baccelli e in alto motivi foliacei inframmezzati da teste di cherubini. Sul bordo superiore corre un irregolare motivo a volute vegetali. Esemplari simili si ritrovano abbondantemente in quello che fu lo Stato Pontificio; si vedano, per esempio, i calici di alcune localit\u00e0 delle Marche (Ripatrasone, Offida)<sup><a href=\"#footnote_3_3629\" id=\"identifier_3_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Barucca, Argenti romani&hellip;, in G. Barucca-B. Montevecchi, Atlante dei Beni Culturali&hellip;, 2006, pp. 200, 203, 207.\">4<\/a><\/sup> e di Roma<sup><a href=\"#footnote_4_3629\" id=\"identifier_4_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A.M. Pedrocchi, Argenti sacri&hellip;, 2010, pp. 106-107.\">5<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al periodo iniziale del secolo XIX, sarebbe da ricondurre un <em>Ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 3. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor03.jpg\">Fig. 3<\/a>) in argento e argento dorato poggiante su un piede circolare decorato da un semplice motivo di baccellature affiancate tra loro in maniera obliqua. Sul collo del piede sono cesellati motivi naturalistici. Il fusto, alquanto articolato, presenta un nodo a vaso con tre teste di cherubini. La raggiera mostra nel mezzo una teca circolare perimetrata esternamente da un nuvolario e superiormente da una croce con vetri colorati. Opera di discreta fattura \u00e8 ascrivibile a un argentiere ottomano. Un ostensorio molto simile, specialmente per la base e il fusto, \u00e8 allogato nella chiesa di San Giovanni a Komi<sup><a href=\"#footnote_5_3629\" id=\"identifier_5_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 2017 (www.unipa.it\/oadi\/rivista\">6<\/a><\/sup>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come pi\u00f9 volte rilevato dall\u2019esame del patrimonio argentario delle chiese di Tinos, una particolare suppellettile rinvenuta con frequenza \u00e8 la croce astile, per la gran parte caratterizzata da una comune tipologia e stile nonch\u00e9 da una produzione che, rifacendosi ai prototipi aulici di Venezia, va ricercata nei numerosi laboratori orafi installati nelle due pi\u00f9 importanti citt\u00e0 dell\u2019impero ottomano prossime alla Grecia, vale a dire Istanbul e Smirne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo una consuetudine delle croci veneziane di et\u00e0 medievale e rinascimentale, la <em>Croce astile<\/em> (<a title=\"Fig. 4. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Croce astile&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor04.jpg\">Fig. 4<\/a>) di Kato Klisma presenta un profilo perlinato e movimentato da sporgenze; il bordo esterno era perimetrato da decori traforati \u2013 ne resta solo uno \u2013 che in principio conferivano all\u2019opera una certa eleganza e ariosit\u00e0. Le terminazioni trilobate accolgono formelle sbalzate e dorate con le figure degli evangelisti: in alto, san Giovanni; a sinistra, san Marco; a destra, san Matteo; in basso, san Luca. Nel mezzo \u00e8 il Crocifisso mentre il <em>verso<\/em>, in ragione dalla sagoma stampigliata sulla superficie metallica, ospitava una figura dell\u2019Assunta, titolare della chiesa, in origine circondata da quattro cherubini, di cui due perduti. Nelle terminazioni di questo lato della croce notiamo: in alto, il Padre Eterno; a sinistra, la Vergine; a destra, san Giovanni; in basso, la Maddalena. Il nodo sferoidale presenta elementi foliacei di gusto neoclassico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa croce trova confronti in una serie di esemplari diffusi, come detto, nelle chiese di Tinos. Per quel che qui interessa, sintomatico \u00e8 l\u2019accostamento con quella, assai pi\u00f9 integra, di Ktikados (1817), descritta pi\u00f9 innanzi, che sembra essere uscita dalla stessa bottega e, quindi, per analogia, ipoteticamente assegnata allo stesso artefice; tale confonto, inoltre, ci aiuta a capire meglio l\u2019originale impostazione di questa di Kato Klisma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il successivo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 5. Argentiere italiano o dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor05.jpg\">Fig. 5<\/a>), dalle linee molto sobrie, presenta una base circolare e gradinata decorata da un fregio a palmette e da una sovrastante fascia a corda. Il fusto ha un nodo a vaso oblungo ravvivato alle estremit\u00e0 dalla riproposizione del motivo a corda. Fitti baccelli decorano il sottocoppa che termina con un cordolo decorato, ancora una volta, con il motivo a corda. La struttura semplice di tale reperto assieme ai decori, di chiaro gusto neoclassico, mi inducono a collocarlo al primo quarto dell\u2019Ottocento e ad assegnarlo a un artefice italiano o ottomano, la cui bottega andr\u00e0 probabilmente individuata nella citt\u00e0 di Smirne o di Istanbul.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019altra particolare suppellettile rinvenibile in quasi tutte le chiese di Tinos finora investigate \u00e8 la lampada pensile. Quella della chiesa di Kato Klisma (<a title=\"Fig. 6. Antonio Marisi, &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, 1821. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor06.jpg\">Fig. 6<\/a>), che perpetua modelli veneziani settecenteschi, riporta la seguente iscrizione: + \u03a7\u0395\u0399\u03a1 \u0391\u039d\u03a4\u03a9\u039d\u0399\u039f\u03a5 \u039c\u0391\u03a1\u0399\u03a3\u0397 + 1821, vale a dire (DALLA) MANO (DI) ANTONIO MARISI 1821. Ci\u00f2 porta a conoscere per la prima volta il nome del suo artefice \u2013 probabilmente attivo nella citt\u00e0 di Istanbul o di Smirne a servizio delle folte comunit\u00e0 cristiane qui stanziate \u2013 che si aggiunge agli altri emersi in questa ricerca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla gi\u00e0 nota personalit\u00e0 di Giovanni Fakis (o Facis o Face) nato a Tinos attorno al 1634 e attivo a Roma tra il 1685-1692<sup><a href=\"#footnote_6_3629\" id=\"identifier_6_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri gemmari e orafi di Roma, Roma 1987, p. 195.\">7<\/a><\/sup>, andr\u00e0 aggiunto l\u2019argentiere P. Tassi<sup><a href=\"#footnote_7_3629\" id=\"identifier_7_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 2015 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti nell&rsquo;isola di Tinos&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 2018 (\">8<\/a><\/sup>\">www.unipa.it\/oadi\/rivista))<\/a>) e numerosi altri anonimi che man mano affiorano dalla lettura dei rispettivi punzoni: \u03c6\u03c7 sul secchiello della cattedrale di Naxos<sup><a href=\"#footnote_8_3629\" id=\"identifier_8_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Rapporti tra la Grecia&hellip;, in &laquo;Arte Cristiana&raquo;&hellip;, 2011, pp. 141, 143.\">9<\/a><\/sup>; FS sull\u2019ostensorio di Steny<sup><a href=\"#footnote_9_3629\" id=\"identifier_9_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 2015 (www.unipa.it\/oadi\/rivista). Qui restituivo l&rsquo;ostensorio a una manifattura romana ma pu&ograve; pure assegnarsi a un argentiere dell&rsquo;impero ottomano.\">10<\/a><\/sup>, MC su degli arredi da quadro della chiesa San Nicola di Bari a Tinos<sup><a href=\"#footnote_10_3629\" id=\"identifier_10_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 20161 (\">11<\/a><\/sup>\">www.unipa.it\/oadi\/rivista))<\/a>); NM sul turibolo ed IM sulla croce e sul vassoio tutti ad Agapi<sup><a href=\"#footnote_11_3629\" id=\"identifier_11_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 20162 (www.unipa.it\/oadi\/rivista\">12<\/a><\/sup>); MA sulla navicella di Potamia<sup><a href=\"#footnote_12_3629\" id=\"identifier_12_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi.\">13<\/a><\/sup>; MJ sul turibolo di Komi<sup><a href=\"#footnote_13_3629\" id=\"identifier_13_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi.\">14<\/a><\/sup>. In questo elenco, inoltre, anticipo la presenza di altri due punzoni, CV e ZK, rispettivamente rilevati su una cartagloria e su un vaso entrambi conservati nel Museo del Vescovado di Xinara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allo stesso torno d\u2019anni rientra anche una seconda <em>Lampada pensile<\/em> (<a title=\"Fig. 7. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Kato Klisma, Chiesa dell\u2019Assunta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor07.jpg\">Fig. 7<\/a>), la cui tipologia e soprattutto gli elementi ornativi, ripropongono i modelli cari all\u2019argenteria veneziana di et\u00e0 barocca e rococ\u00f2. Anche questo reperto, privo di punzonature, andr\u00e0 assegnato a un argentiere dell\u2019impero ottomano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019analisi del patrimonio dell\u2019argenteria sacra della chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce di Ktikados si apre con un <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 8. Argentiere veneziano (?), &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVIII secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor08.jpg\">Fig. 8<\/a>) in argento fuso di discreta fattura ascrivibile al XVIII secolo. Presenta piede circolare inciso e cesellato con una decorazione a motivi fitomorfi. Gli stessi motivi si ritrovano nel nodo a vaso del fusto e nel sottocoppa in argento dorato, ornato da volute e da cartelle irregolari; la parte sommitale presenta un contorno mistilineo. Priva di punzoni, l\u2019opera in esame andrebbe assegnata a una manifattura dell\u2019Europa occidentale, forse di Venezia potendola confrontare sotto l\u2019aspetto strutturale e decorativo con alcuni calici del territorio bellunese<sup><a href=\"#footnote_14_3629\" id=\"identifier_14_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Conte, Osservazioni per un catalogo dell&rsquo;oreficeria sacra nelle antiche pievi di Cadola e dell&rsquo;Alpago, in M. Mazza, Tesori d&rsquo;arte nelle chiese del bellunese Alpago e Ponte nelle Alpi, Belluno 2010, pp. 165-167; Eadem, Argenti sacri tra XV e XIX secolo nelle pievi di Limana e Castion, in Tesori d&rsquo;arte nelle chiese del bellunese &ndash; Sinistra Piave, a cura di C. D&rsquo;Inc&agrave;-L.Majoli-S. Rotondo, Belluno 2018, pp.142-157.\">15<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per le evidenti analogie strutturali e decorative, alla mano dello stesso artista della croce di Kato Klisma, cui rimando per ulteriori e approfonditi dettagli, va assegnata questa <em>Croce astile<\/em> (<a title=\"Fig. 9. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Croce astile&lt;\/i&gt;, 1817. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor09.jpg\">Fig. 9<\/a>) di Ktikados che, per\u00f2, si differenzia per il nodo della mazza processionale, qui ancora ispirato al gusto tardobarocco. Appena sopra la figura della Maddalena \u00e8 incisa la data di esecuzione dell\u2019opera, ovvero il 1817.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 10. Argentiere francese, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor10.jpg\">Fig. 10<\/a>) che segue \u00e8 anch\u2019esso dei primi decenni dell\u2019Ottocento ed \u00e8 con tutta probabilit\u00e0 realizzato da un argentiere francese, per l\u2019uniformit\u00e0 stilistica evidenziata con altri pezzi liturgici contemporanei registrati in quest\u2019isola. Il calice si sviluppa su piede circolare che presenta una fascia di foglie e pi\u00f9 internamente festoni penduli. Il fusto \u00e8 decorato da un nodo con motivi a baccelli che si ritrovano nel sottocoppa sovrastato da un cordone a foglie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019atelier dei fratelli Favier, originari di Lione, fu licenziato questo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 11. Fratelli Favier, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, post 1838. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor11.jpg\">Fig. 11<\/a>), oggi privo del sottocoppa. Accanto al punzone della celebre casa di argenteria, come si sa connotato dalle lettere F\u263cF divise da un sole, vi \u00e8 quello del titolo con la testa di Minerva, in uso dal 9 maggio del 1838.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il piede circolare e rigonfio \u00e8 decorato da volute contrapposte che accolgono i simboli eucaristici dell\u2019uva e del grano. Il fusto con nodo a balaustro ha una decorazione fogliacea e minuti baccelli. Della produzione argentaria francese si sono rinvenuti diversi esemplari nelle chiese della diocesi di Tinos; a tal riguardo, si veda il calice della cattedrale di Naxos<sup><a href=\"#footnote_15_3629\" id=\"identifier_15_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Rapporti tra la Grecia&hellip;, in &laquo;Arte Cristiana&raquo;&hellip;, 2011, pp. 138-139.\">16<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La successiva <em>Pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 12. Argentiere francese o dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor12.jpg\">Fig. 12<\/a>), di linea molto semplice ed elegante, presenta un piede circolare e gradinato decorato da una fascia a piccoli baccelli; pi\u00f9 internamente, in prossimit\u00e0 del collo, mostra una decorazione di foglie lanceolate accostate tra loro. Il fusto con nodo a cono, regge la coppa con coperchio rigonfio, a sua volta perimetrato da perline e sormontato da crocetta. Il sottocoppa \u00e8 costituito da una corona di foglie lanceolate, come quelle del piede, raccordate in alto da un nastro sinuoso. L\u2019opera, di accurata esecuzione, presenta motivi ornamentali propri del neoclassicismo del primo Ottocento e pu\u00f2 essere assegnato a un argentiere francese o a uno attivo a Istanbul o a Smirne fortemente affascinato dai prodotti importati dall\u2019Occidente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Turibolo <\/em>(<a title=\"Fig. 13. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Turibolo&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor13.jpg\">Fig. 13<\/a>), in non buone condizioni, presenta una semplice base circolare; il braciere, dal profilo movimentato, \u00e8 decorato da baccelli rigonfi. Un lavoro a traforo connota il coperchio, ornato da una variet\u00e0 di elementi vegetali e sormontato da una piccola croce. Opera di discreta esecuzione e di tipologia abbastanza diffusa, \u00e8 opera di un autore ignoto riconducibile all\u2019ambito dell\u2019impero ottomano dei primi decenni del XIX secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una immancabile <em>Lampada pensile<\/em> (<a title=\"Fig. 14. Argentiere ottomano, &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor14.jpg\">Fig. 14<\/a>), ancora una volta eseguita da un artefice dell\u2019impero ottomano, arricchisce il patrimonio della chiesa di Ktikados. La struttura e i decori che la caratterizzano sono gli stessi gi\u00e0 visti su diversi esemplari coevi. Restando nell\u2019ambito territoriale dell\u2019isola di Tinos, si rimanda alla sopra descritta lampada della chiesa di Kato Klisma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La penultima opera di questa chiesa \u00e8 un <em>Ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 15. Argentiere francese, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, post 1838. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor15.jpg\">Fig. 15<\/a>) di evidente manifattura francese. Si sviluppa su base rettangolare poggiante su quattro zampe leonine; sulle facce compaiono motivi di foglie lanceolate e su quella principale l\u2019agnello accovacciato sul libro dei sette sigilli. La raggiera in ottone dorato presenta nel mezzo la mostra circolare, ornata come di consueto da testine di cherubini fra nubi; in basso sono le spighe di grano mentre in alto trionfa la croce. Sebbene punzonato con la testa di Minerva, in vigore dal 9 maggio 1838 fino a oggi, sul piano stilistico il manufatto in esame va, a mio parere, datato a dopo la met\u00e0 del XIX secolo; lo affianca il punzone dell\u2019argentiere purtroppo illeggibile. Opera di tipologia abbastanza consueta lo si pu\u00f2 confrontare con altri diffusi nelle chiese cattoliche di Tinos.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019Italia, segnatamente dalle officine della Fabbrica Bertarelli di Milano, giunse un <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 16. Fabbrica Bertarelli, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, inizi del XX secolo. Ktikados, Chiesa dell\u2019Esaltazione della Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor16.jpg\">Fig. 16<\/a>) dalle linee molto semplici. Sul reperto si sono individuati i punzoni FB e 800. Di produzione ormai seriale, presenta decori a stampo a motivi vegetali e zigrinati. La cronologia di tale reperto andr\u00e0 individuata agli inizi del XX secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La dotazione delle suppelletili sacre conservate nella chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova a Tinos, occupata dai Minori Conventuali dal 1745 fino alla seconda guerra mondiale e importante punto di riferimento per i mercanti italiani ed europei, contempla due reperti di estremo interesse per la loro origine e qualit\u00e0 oltre che essere i pi\u00f9 antichi. Si tratta di un reliquiario e di un ostensorio di produzione viennese della met\u00e0 del XVIII secolo. Tuttavia, il loro precario stato di conservazione, non permette di godere appieno i passaggi chiaroscurali, dovuti all\u2019uso diverso dei materiali metallici e dei cristalli colorati n\u00e9 tantomeno dei finissimi decori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo reperto di questa chiesa francescana \u00e8 riferito al <em>Reliquiario a ostensorio di Sant\u2019Antonio da Padova<\/em> (<a title=\"Fig. 17. Argentiere viennese, &lt;i&gt;Reliquiario a ostensorio di Sant\u2019Antonio da Padova&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVIII secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor17.jpg\">Fig. 17<\/a>), in rame argentato e dorato, che si connota per una esuberante decorazione fitomorfa. Presenta piede rialzato a sezione mistilinea suddiviso da quattro robusti costoloni che delimitano semi corolle floreali. Il fusto, altrettanto movimentato, ha un nodo a balaustro impreziosito da astrusi elementi naturalistici. La ricchissima raggiera ha nel mezzo la teca portareliquie, circondata da volute e larghe foglie di acanto che accolgono tre distinti castoni con cristalli colorati; la stessa raggiera, inoltre, \u00e8 coronata da un baldacchino con frange e nappe nonch\u00e9 da crocetta apicale, qui malamente rinsaldata dopo essersi spezzata. Sebbene privo di punzonature, la morfologia e i motivi decorativi di questo reliquiario, mi portano ad assegnarlo a un argentiere viennese della met\u00e0 del XVIII secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Degno di nota \u00e8 pure l\u2019altro reperto della chiesa conventuale di Sant\u2019Antonio, ovvero l\u2019<em>Ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 18. Leopold Stelzer, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, 1753. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor18.jpg\">Fig. 18<\/a>) realizzato in argento e argento dorato. Su una base mistilinea, fittamente decorata da sinuose foglie e da volute vegetali, si sviluppa il fusto dal profilo movimentato e anch\u2019esso decorato. La doppia raggiera delimita la teca circolare bordata esternamente da cristalli colorati. Il tutto \u00e8 sormontato da una crocetta apicale ugualmente arricchita da cristalli. Sotto la base \u00e8 riportata un\u2019iscrizione con il nome del donatore, forse un frate dell\u2019ordine conventuale di origine siriana: <em>Simeon di Lazzaro Aleppino<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019ostensorio ho rilevato sia il punzone territoriale della citt\u00e0 di Vienna per l\u2019argento a 13 lot con la data 1753, sia quello trilobato con le lettere L\/SI di pertinenza dell\u2019argentiere Leopold Stelzer (1716\/17-1780)<sup><a href=\"#footnote_16_3629\" id=\"identifier_16_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"W. Neuwierth, Wiener Silber. Punzierung 1524.1780, Wien 2004, p. 312. Ringrazio Paulus Rainer del Kunsthistorisches Museum di Vienna per le notizie su questo argentiere.\">17<\/a><\/sup>. A questi due ultimi reperti va ad affiancarsi il settecentesco <em>Calice<\/em> della chiesa di Santa Zaccaria a Kalloni, che ho stabilito essere di manifattura tedesca o austriaca<sup><a href=\"#footnote_17_3629\" id=\"identifier_17_3629\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Una sinfonia di argenti&hellip;, in &laquo;OADI&raquo;&hellip;, 2014 (www.unipa.it\/oadi\/rivista\">18<\/a><\/sup>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019esecuzione particolarmente accurata delle decorazioni floreali e vegetali che connotano una <em>Lampada pensile<\/em> (<a title=\"Fig. 19. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, post 1750. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor19.jpg\">Fig. 19<\/a>), provvista di tre catenelle di sospensione a grossi grani di rosario, mi induce ad assegnarla a un artefice veneziano di poco oltre la met\u00e0 del Settecento, pur mancando ogni tipo di punzonatura. Questa tipologia di arredo liturgico, dalle forme particolarmente movimentate, ebbe larga diffusione nei domini veneziani di terra e di mare arrivando perfino a essere imitata, come dimostrano i numerosi esemplari recuperati nei luoghi di Grecia finora investigati, da argentieri cristiani e musulmani operanti nelle citt\u00e0 dell\u2019impero ottomano, Istanbul e Smirne soprattutto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le varie tipologie di arredi preziosi qui rinvenuti, va posta questa <em>Navicella<\/em> (<a title=\"Fig. 20. Argentiere veneziano (?), &lt;i&gt;Navicella&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor20.jpg\">Fig. 20<\/a>), con piede circolare bombato decorato, su due registri, a motivi vegetali. Questi stessi motivi si ritrovano sul fusto a balaustro e sul corpo con manici a ricciolo. Il coperchio \u00e8 chiuso da due sportelli con cartigli e corolle nel mezzo. Per struttura e decorazione, l\u2019opera in questione si rif\u00e0 a modelli veneziani della seconda met\u00e0 del XVIII secolo, ragion per cui la si potrebbe cautelativamente assegnare a un argentiere lagunare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al contrario, a un artefice dell\u2019impero ottomano dei primi decenni del secolo XIX, va riconosciuta l\u2019esecuzione di un <em>Turibolo <\/em>(<a title=\"Fig. 21. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Turibolo&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor21.jpg\">Fig. 21<\/a>). Si sviluppa su un piede circolare con baccellature a girandola. Il braciere \u00e8 anch\u2019esso decorato, in basso, da baccelli verticali e da rigonfiamenti circolari con motivi vegetali. Un tripudio di elementi vegetali, conchiglie e teste di cherubini affiancate tra loro caratterizzano il coperchio traforato di forma piramidale. Motivi naturalistici si ritrovano sull\u2019impugnatura. Sul piano stilistico, il turibolo in esame, di modesta esecuzione, non dovrebbe accompagnare la navicella sopra descritta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 tutto in argento fuso il successivo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 22. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor22.jpg\">Fig. 22<\/a>) che presenta una base circolare ricoperta da una fitta serie di foglie oblunghe accostate tra loro. Questo stesso motivo si ripete nel fusto a cono e nel sottocoppa bordato in alto da una fascia di rosette. Di gusto e tipologia tipicamente neoclassico, quest\u2019opera \u00e8 databile ai primi decenni del secolo XIX e quasi certamente fu eseguito da un argentiere dell\u2019impero ottomano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ugualmente sobria nelle forme e nei decori \u00e8 questa <em>Pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 23. Argentiere dell\u2019impero ottomano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, primo quarto del XIX secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor23.jpg\">Fig. 23<\/a>) che poggia su base circolare e liscia. Il fusto tubolare \u00e8 percorso da scanalature verticali. La semplice coppa ha un coperchio rigonfio bordato in basso da una minuta fascia punzonata a motivi vegetali. Su una corolla di foglie lanceolate s\u2019innalza una crocetta. Il manufatto \u00e8 databile ai primi decenni del XIX secolo e assegnabile a un argentiere dell\u2019impero ottomano a servizio, come gli altri fin qui descritti, delle comunit\u00e0 cristiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, a un probabile argentiere italiano dell\u2019ultimo Ottocento va assegnato questo <em>Calice<\/em> (<a title=\"Fig. 24. Argentiere italiano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, fine del XIX secolo. Tinos, Chiesa di Sant\u2019Antonio da Padova.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/bor24.jpg\">Fig. 24<\/a>) sostanzialmente privo di decorazioni fatta eccezione per alcune fasce zigrinate e per il sottocoppa che mostra foglie lanceolate all\u2019ingi\u00f9 e, in alto, un cordolo a treccia sovrastato da foglioline.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Rapporti tra la Grecia e l\u2019Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos<\/em>, in \u00abArte Cristiana\u00bb, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144; Idem, <em>A Levante di Palermo. Argenti con l\u2019aquila a volo alto nell\u2019isola greca di Tinos<\/em>, in \u00abOADI\u00bb\u00bb, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Aetofolia, Kalloni, Karkados, Smardakito e Vrissi<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 10, 2014 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Chatzir\u00e0dos, Koum\u00e0ros, Kr\u00f2kos e Steni<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 12, dicembre 2015 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: la chiesa di San Nicola di Bari a Chora e il Palazzo Vescovile<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 13, giugno 2016<sup>1<\/sup> (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Agapi, Kerchros e Potamia<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 14, dicembre 2016<sup>2<\/sup> (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>T\u03b1 \u03b1\u03c1\u03b3\u03c5\u03c1\u03ac \u03c4\u03bf\u03c5 \u0391\u03b3\u03af\u03bf\u03c5 \u039d\u03b9\u03ba\u03bf\u03bb\u03ac\u03bf\u03c5 \u03c4\u03b7\u03c2 \u03a7\u03ce\u03c1\u03b1\u03c2 \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c5<\/em>, in <em>\u038c\u03c1\u03bc\u03bf\u03c2 \u03bf \u0393\u03b1\u03bb\u03b7\u03bd\u03cc\u03c4\u03b1\u03c4\u03bf\u03c2. \u0397 \u0395\u03bd\u03bf\u03c1\u03af\u03b1 \u0391\u03b3\u03af\u03bf\u03c5 \u039d\u03b9\u03ba\u03bf\u03bb\u03ac\u03bf\u03c5 \u03c4\u03c9\u03bd \u039a\u03b1\u03b8\u03bf\u03bb\u03b9\u03ba\u03ce\u03bd \u03a7\u03ce\u03c1\u03b1\u03c2 \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c5<\/em>, a cura di M. Foscolos, \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c2 2016, pp. 321-332; Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Komi, Taramb\u00e0dos e Volax<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 15, giugno 2017 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); Idem, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Kampos, Loutr\u00e0 e Xinara<\/em>, in \u00abOADI\u00bb, n. 17, giugno 2018 (www.unipa.it\/oadi\/rivista).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3629\" class=\"footnote\">A.M. Pedrocchi, <em>Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo<\/em>, Roma 2010, pp. 83, 108, 111.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3629\" class=\"footnote\">G. Barucca, <em>Argenti romani del Settecento nella Marca Picena<\/em>, in G. Barucca-B. Montevecchi, <em>Atlante dei Beni Culturali dei Territori di Ascoli Piceno e di Fermo. Beni Artistici. Oreficerie<\/em>, Cinisello Balsamo 2006, pp. 222, 224-226.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3629\" class=\"footnote\">G. Barucca, <em>Argenti romani\u2026, <\/em>in G. Barucca-B. Montevecchi, <em>Atlante dei Beni Culturali\u2026, <\/em>2006, pp. 200, 203, 207.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3629\" class=\"footnote\">A.M. Pedrocchi, <em>Argenti sacri\u2026, <\/em>2010, pp. 106-107.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi<em>, Una sinfonia di argenti\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2017 (www.unipa.it\/oadi\/rivista<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3629\" class=\"footnote\">A. Bulgari Calissoni, <em>Maestri argentieri gemmari e orafi di Roma<\/em>, Roma 1987, p. 195.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti\u2026<\/em>, in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2015 (www.unipa.it\/oadi\/rivista); G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2018 (<a href=\"http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/rivista<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Rapporti tra la Grecia\u2026, <\/em>in \u00abArte Cristiana\u00bb\u2026, 2011, pp. 141, 143.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2015 (<a href=\"http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/rivista\">www.unipa.it\/oadi\/rivista<\/a>). Qui restituivo l\u2019ostensorio a una manifattura romana ma pu\u00f2 pure assegnarsi a un argentiere dell\u2019impero ottomano.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2016<sup>1<\/sup> (<a href=\"http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/rivista<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2016<sup>2<\/sup> (www.unipa.it\/oadi\/rivista<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3629\" class=\"footnote\"><em>Ivi.<\/em><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3629\" class=\"footnote\"><em>Ivi.<\/em><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3629\" class=\"footnote\">T. Conte, <em>Osservazioni per un catalogo dell\u2019oreficeria sacra nelle antiche pievi di Cadola e dell\u2019Alpago<\/em>, in M. Mazza, <em>Tesori d\u2019arte nelle chiese del bellunese Alpago e Ponte nelle Alpi<\/em>, Belluno 2010, pp. 165-167; Eadem, <em>Argenti sacri tra XV e XIX secolo nelle pievi di Limana e Castion<\/em>, in <em>Tesori d\u2019arte nelle chiese del bellunese &#8211; Sinistra Piave<\/em>, a cura di C. D\u2019Inc\u00e0-L.Majoli-S. Rotondo, Belluno 2018, pp.142-157.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Rapporti tra la Grecia\u2026, <\/em>in \u00abArte Cristiana\u00bb\u2026, 2011, pp. 138-139.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3629\" class=\"footnote\">W. Neuwierth, <em>Wiener Silber. <\/em><em>Punzierung 1524.1780<\/em>, Wien 2004, p. 312. Ringrazio Paulus Rainer del Kunsthistorisches Museum di Vienna per le notizie su questo argentiere.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3629\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Una sinfonia di argenti\u2026, <\/em>in \u00abOADI\u00bb\u2026, 2014 (www.unipa.it\/oadi\/rivista<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3629\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>g.boraccesi@libero.it Una sinfonia di argenti nell\u2019isola di Tinos: le chiese di Kato Klisma, Ktikados e Sant\u2019Antonio di Tinos DOI: 10.7431\/RIV20062019 Questo contributo si sofferma ad <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3629\" title=\"Giovanni Boraccesi\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3784,"menu_order":8,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3629"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3629"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3629\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3631,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3629\/revisions\/3631"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3784"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3629"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}