{"id":3607,"date":"2019-12-30T08:40:06","date_gmt":"2019-12-30T08:40:06","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3607"},"modified":"2020-10-24T10:25:46","modified_gmt":"2020-10-24T10:25:46","slug":"patrizia-sardina","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3607","title":{"rendered":"Patrizia Sardina"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">patrizia.sardina@unipa.it<\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Dal profano al sacro: oreficeria e abiti nella Sicilia tardo-medievale<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV20032019<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>1. Oreficeria e abiti preziosi tra sacro e profano<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019importazione di pietre preziose dall\u2019Oriente, soprattutto perle, aument\u00f2 dopo le crociate, ma inizialmente furono utilizzate nei gioielli dei sovrani, in paramenti e arredi sacri. Nel Trecento la moda delle pietre preziose e delle perle si diffuse al di l\u00e0 delle corti regie e delle alte sfere ecclesiastiche, e furono apposte nelle vesti e negli ornamenti del capo di donne appartenenti a diversi ceti sociali<sup><a href=\"#footnote_0_3607\" id=\"identifier_0_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Abbreviazioni utilizzate: ASPa= Archivio di Stato di Palermo; Crs= Corporazioni religiose soppresse; N= Notai; Sn= Spezzoni notarili. \nM. Cataldi Gallo, Storia del costume, storia dell&rsquo;arte e norme suntuarie, in Disciplinare il lusso, a cura di M.G. Muzzarelli-A. Campanini, Roma 2003, p. 181.\">1<\/a><\/sup>. Le perle divennero un tratto distintivo della gioielleria siciliana, quelle piccole si utilizzavano isolate o raggruppate in rosette ed erano \u00able signe d\u2019une originalit\u00e9 bien affirm\u00e9\u00bb<sup><a href=\"#footnote_1_3607\" id=\"identifier_1_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison de mots. Inventaires de maisons, de boutiques, d&rsquo;ateliers et de ch&acirc;teaux de Sicile (XIIIe-XVe si&egrave;cles), Palermo 2014, vol I, p. 206.\">2<\/a><\/sup>. Molto diffusi erano gli smalti che decoravano bottoni, copricapi femminili, spille, cinture, diademi. Alla fine del Trecento si distinguevano gli smalti translucidi, detti \u201cchiari\u201d, identificati anche con l\u2019espressione <em>ad modum Messanensium<\/em>, o chiamati <em>rosiclar<\/em> della Penisola Iberica<sup><a href=\"#footnote_2_3607\" id=\"identifier_2_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 203-204. Sugli smalti cfr. A. Lipinsky, Oro, argento gemme e smalti, Firenze 1975, pp. 389-446.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gioielli e abiti lussuosi, strumento d\u2019identificazione familiare per le donne, divennero una forma d\u2019investimento, poich\u00e9 servivano per costituire le doti, si trasmettevano in eredit\u00e0 e potevano essere impegnati<sup><a href=\"#footnote_3_3607\" id=\"identifier_3_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Muzzarelli, Guardaroba medievale, Bologna 1999, p. 16; M.C. Di Natale, Gioielli di Sicilia, II ed. Palermo 2008.\">4<\/a><\/sup>. Negli atti del notaio palermitano Bartolomeo de Bononia rogati tra il 1352 e il 1362 il pegno pi\u00f9 prezioso era una <em>coronecta<\/em> d\u2019argento dorato, che il cavaliere Giovanni de Cosmerio diede a Nicol\u00f2 de Michaele per un mutuo di 60 fiorini (15 onze)<sup><a href=\"#footnote_4_3607\" id=\"identifier_4_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Sn, Catena, 85, f. 103v. Su Nicol&ograve; de Michaele cfr. P. Sardina, Palermo e i Chiaromonte: splendore e tramonto di una signoria, Palermo 2003, pp. 124-126.\">5<\/a><\/sup>. Non mancavano gli orecchini. Erano d\u2019oro e perle quelli che Orlando de Manso lasci\u00f2 come garanzia al cambiavalute Vincenzo Gattula per un prestito di 6 onze e 12 tar\u00ec<sup><a href=\"#footnote_5_3607\" id=\"identifier_5_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, I st., reg. 119, ff. 81v-82r.\">6<\/a><\/sup>. Erano d\u2019argento gli orecchini che l\u2019ebrea Ricca diede a Iaquinta, moglie del <em>magister<\/em> Giovanni de Carino, per il mutuo di un\u2019onza, insieme a dodici cucchiai d\u2019argento, dodici anelli, una ghirlandetta di perle, un pettine d\u2019avorio, il manico di corallo di un coltello, <em>bayrolam crispellum, mizanum<\/em>, ossia parti in argento di una spada<sup><a href=\"#footnote_6_3607\" id=\"identifier_6_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, ff. 93v-94v, ed. in G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. II, p. 443. La bayrola era la gorbia (Ivi, vol. VI, p. 1724, voce vayrola), il crispellum un guarnimento della spada (Ivi, p. 1650, voce crispellum); il mizanum un elemento della guaina (Ivi, pag. 1684, voce mizanum\">7<\/a><\/sup>. Francesco de Granno impegn\u00f2 un paio di orecchini di perle e una cintura d\u2019argento, per un mutuo di 5 onze ricevuto dal mercante Giovanni de Neapoli<sup><a href=\"#footnote_7_3607\" id=\"identifier_7_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, I st., reg. 122, f. 146v.\">8<\/a><\/sup>. Pietro de Cisario ebbe in prestito da Giacomo de Adinolfo 14 tar\u00ec, dando come garanzia una ghirlandetta di perle con smalti<sup><a href=\"#footnote_8_3607\" id=\"identifier_8_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, f. 109r.\">9<\/a><\/sup>. Un cordone d\u2019argento con perle, due coltellini decorati con argento, 6 smalti su argento e un panno di seta per bambino furono i pegni lasciati dal nobile Aloisio de Manuele alle venditrici ebree<sup><a href=\"#footnote_9_3607\" id=\"identifier_9_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, reg. 123, f. 116r-v. Su Aloisio de Manuele cfr. P. Sardina, Palermo e i Chiaromonte&hellip;, 2003, pp. 219-223.\">10<\/a><\/sup>. Fra gli oggetti che i coniugi Giacomo e Antonia Vindigrano diedero a Bonadonna, vedova del conciapelli Nicol\u00f2 de Henrico, per un debito di 4 onze e 12 tar\u00ec, figurano un\u2019oncia di perle, una reticella rossa e una <em>glimpa<\/em> (velo<sup><a href=\"#footnote_10_3607\" id=\"identifier_10_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. VI, p. 1665, voce glimpa.\">11<\/a><\/sup>) con due capi d\u2019oro<sup><a href=\"#footnote_11_3607\" id=\"identifier_11_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, I st., reg. 123, ff. 151r-152v.\">12<\/a><\/sup>. Alla fine del Trecento, il ribelle Artale Alagona il Giovane, figlio di Manfredi, impegn\u00f2 e invi\u00f2 a Genova una corona d\u2019oro, gioielli e argenteria di Maria, moglie di Martino I di Sicilia, per fronteggiare le spese della guerra di resistenza contro il re. Martino il Vecchio, padre di Martino I, chiese al doge e al comune di Genova di restituire gli oggetti preziosi appartenenti a Maria e fece confiscare i beni di Manfredi Alagona. Dall\u2019inventario redatto da Guglielmo Serra, camerario della regina, appare chiaro che gli Alagona si erano appropriati del tesoro di Maria e della madre Costanza d\u2019Aragona<sup><a href=\"#footnote_12_3607\" id=\"identifier_12_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Santoro, Il tesoro recuperato. L&rsquo;inventario dei beni delle regine di Sicilia confiscati a Manfredi Alagona mel 1393, in &ldquo;Anuario de Estudios Medievales&rdquo;, n. 37\/1 (enero-junio de 2007), pp. 72-76. Sugli Alagona cfr. P. Sardina, Tra l&rsquo;Etna e il mare, Messina 1995, pp. 140-173.\">13<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il vestiario medievale era regolato da un preciso codice di segni e contrassegni, in cui rientravano i tessuti, i tagli, le fogge, gli accessori e i colori; ogni persona doveva indossare abiti adeguati al suo rango<sup><a href=\"#footnote_13_3607\" id=\"identifier_13_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Pastoureau, Couleurs, images, symboles, Paris s.d., p. 32.\">14<\/a><\/sup>. \u00abVesti e ornamenti scandivano una precisa tassonomia all\u2019interno di una societ\u00e0 fortemente gerarchizzata, che vedeva come uno dei massimi pericoli lo scavalcamento delle barriere fra i ceti e considerava con sospetto ogni mobilit\u00e0 sociale\u00bb<sup><a href=\"#footnote_14_3607\" id=\"identifier_14_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Muzzarelli, Guardaroba&hellip;, 1999, p. 14. Sulla moda medievale cfr. M. Scott, Medieval dress &amp; fashion, London 2008.\">15<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella liturgia cristiana la funzione principale del celebrante era commemorare l\u2019Ultima Cena, non indossava preziose vesti per esaltare s\u00e9 stesso, ma perch\u00e9 rappresentava Ges\u00f9 Cristo. L\u2019abbigliamento liturgico, che comprendeva la casula, la dalmatica, il piviale, il manipolo, la stola e il pallio, si fiss\u00f2 in epoca carolingia, ma soltanto tra il XII e il XV secolo si pu\u00f2 seguirne in modo chiaro l\u2019evoluzione. Grazie alle loro rendite, le principali chiese erano in grado di comprare tessuti di seta e d\u2019impreziosirli con fili d\u2019oro, d\u2019argento, perle e gioielli. Negli abiti i decori d\u2019ispirazione pagana di origine sassanide, ripresi dai laboratori bizantini, si mischiavano con i motivi dell\u2019arte islamica, mentre i medaglioni, gli elementi applicati, i ricami e le bordature si ricollegavano alla Bibbia e contenevano simboli cristiani<sup><a href=\"#footnote_15_3607\" id=\"identifier_15_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Piponnier &ndash; P. Mane, Se v&ecirc;tir au Moyen &Acirc;ge, Paris 1995, pp. 139-144. Sui paramenti sacri cfr. L. Trichet, Le Costume du clerg&eacute;: ses origines et son &eacute;volution en France d&rsquo;apr&egrave;s les r&egrave;glements de l&rsquo;&Eacute;glise, Paris 1986; S. Larrett Keefer, A Matter of Style: Clerical Vestments in Anglo-Saxon Church, in &ldquo;Medieval Clothing and Texiles&rdquo;, a cura di R. Netherton &ndash; G.R. Owen-Crocket, 3, 2007, pp.13-40; M.C. Miller, The Liturgical Vestments of Castel Sant&rsquo;Elia: Their Historical Significance and Current Condition, in &ldquo;Medieval Clothing and Texiles&rdquo;, 10, 2014, pp. 79-96.\">16<\/a><\/sup>. Il rito della vestizione trasportava il sacerdote dal mondo terreno al mondo celeste ed era accompagnato da varie preghiere, cariche di simbologie e significati. Ogni paramento ricordava una virt\u00f9 che doveva caratterizzare il sacerdote il quale, secondo San Paolo, indossava un\u2019armatura per intraprendere la sua lotta spirituale<sup><a href=\"#footnote_16_3607\" id=\"identifier_16_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Roth, Il contenuto e la funzione del codice, in Il Pontificale di Bonifacio IX, a cura di A. M. Piazzoni, Citt&agrave; del Vaticano 2007, pp. 26-29.\">17<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra la fine del XIII e la fine del XV secolo le autorit\u00e0 civili ed ecclesiastiche disciplinarono gli abiti e gli ornamenti, ossia le \u201capparenze\u201d, nel tentativo di conciliare le esigenze politiche, sociali ed economiche con i valori morali e religiosi. Il difficile sforzo vide impegnati legislatori e moralisti, nella consapevolezza che ogni persona dovesse utilizzare le \u201capparenze\u201d fissate per il suo <em>status<\/em> e non appropriarsi di quelle consentite ad individui appartenenti a un altro<sup><a href=\"#footnote_17_3607\" id=\"identifier_17_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze, Torino 1996, pp. 7-9. Sull&rsquo;argomento cfr. S. G. Heller, Angevin-Sicilian Sumptuary Statutes of the 1290s: Fashion in the Thirteenth Century Mediterraean, in &ldquo;Medieval Clothing and Texiles&rdquo;, 11, 2015, pp. 77-98.\">18<\/a><\/sup>. Le leggi suntuarie normalizzarono lunghezza, larghezza e qualit\u00e0 delle stoffe. Nel XIII secolo gli abiti alla moda non furono pi\u00f9 a totale appannaggio dei nobili, ma vennero sfoggiati anche dai nuovi ricchi, che s\u2019affacciarono sulla scena politica. Nelle loro prediche i frati mendicanti lanciarono un appello a rinunziare ai beni terreni, quindi anche a vesti ed ornamenti lussuosi<sup><a href=\"#footnote_18_3607\" id=\"identifier_18_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Muzzarelli, Gli inganni&hellip;, 1996, p. 12.\">19<\/a><\/sup>. Nella costituzione <em>De habitu mulierum<\/em> del 1279, il cardinale Latino Malebranca, vicario apostolico, introdusse l\u2019obbligo del velo, regolament\u00f2 la lunghezza dello strascico e viet\u00f2 gli abiti scollati in Lombardia, Toscana e Romagna<sup><a href=\"#footnote_19_3607\" id=\"identifier_19_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 101-102. Sull&rsquo;argomento cfr. T. M. Izbicki, Ecclesiastical Regulation of Women&rsquo;s Clothing in Late Medieval Italy, in &ldquo;Medieval Clothing and Texiles&rdquo;, 5, 2009.\">20<\/a><\/sup>. Alla fine del Duecento le leggi suntuarie miravano a indebolire i ceti nobiliari, nel Trecento l\u2019area del privilegio includeva medici, giuristi e<em> <\/em>cavalieri. Alla met\u00e0 del XV secolo tutti i cittadini potevano indossare abiti eleganti e ornamenti preziosi, ma la tipologia e la quantit\u00e0 distinguevano i diversi gruppi sociali<sup><a href=\"#footnote_20_3607\" id=\"identifier_20_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Muzzarelli, Gli inganni&hellip;, 1996, pp. 14-16.\">21<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francescani e Domenicani divennero \u00abdisciplinatori delle apparenze\u00bb, diffusero i valori morali del cristianesimo invitando a confessarsi, a fare penitenza, a bruciare gli abiti lussuosi, e veicolarono il principio della superiorit\u00e0 dell\u2019anima rispetto al corpo e l\u2019idea che l\u2019involucro esteriore fosse lo specchio dell\u2019anima. Predicatori e legislatori si rivolgevano soprattutto alle donne, il cui aspetto rivelava \u00abil potere e il privilegio della famiglia di appartenenza\u00bb<sup><a href=\"#footnote_21_3607\" id=\"identifier_21_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 20.\">22<\/a><\/sup>, ma i trasgressori pi\u00f9 che il pagamento delle multe temevano la dannazione dell\u2019anima<sup><a href=\"#footnote_22_3607\" id=\"identifier_22_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 18-20.\">23<\/a><\/sup>. Nel trattato<em> Llibre de les dones<\/em>, Francesc Eiximenis condann\u00f2 l\u2019uso di corone, veli dorati, spille preziose, perle e stoffe ricercate affermando che le donne erano \u00abpi\u00f9 adorne che gli altari nel giorno della messa\u00bb<sup><a href=\"#footnote_23_3607\" id=\"identifier_23_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 163.\">24<\/a><\/sup>. Bernardino da Siena asser\u00ec che era inutile, oltre che immorale, sperperare denaro per comprare vestiti e gioielli<sup><a href=\"#footnote_24_3607\" id=\"identifier_24_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 171.\">25<\/a><\/sup>. In Italia e in Germania i predicatori francescani portarono avanti le loro campagne di moralizzazione e di lotta contro il lusso, oltre che con infuocati discorsi nelle piazze, ricorrendo ai roghi delle vanit\u00e0<sup><a href=\"#footnote_25_3607\" id=\"identifier_25_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Muzzarelli, Guardaroba&hellip;, 1999, pp. 333-336. Sull&rsquo;argomento cfr. Eadem, Pescatori di uomini, Bologna 2005, pp. 109-118.\">26<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra il XIV e il XV secolo i mercanti toscani portarono in Sicilia la moda della Francia cavalleresca. La nobilt\u00e0 francese appariva affascinante, ma lontana e gradualmente si diffusero la moda e il gusto dell\u2019aristocrazia iberica, catalana e castigliana<sup><a href=\"#footnote_26_3607\" id=\"identifier_26_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. I, p. 207.\">27<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella Sicilia tardo medievale l\u2019oreficeria si divideva in due grandi categorie con finalit\u00e0 e tipologie distinte: vasellame e gioielli sfoggiati dai laici, arredi e paramenti sacri destinati alle cerimonie religiose<sup><a href=\"#footnote_27_3607\" id=\"identifier_27_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Su orafi e argentieri cfr. G. La Corte Cailler, Orefici ed argentieri nel secolo XV (da documenti inediti), in Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia, Roma 1981, pp. 131-154; M.C. Di Natale, Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra, Milano 1989, pp. 134-165; Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, 2 voll.\">28<\/a><\/sup>. La produzione profana comprendeva, in primo luogo, argenteria per la tavola (tazze, coppe, scodelle, piatti, saliere, piccoli cucchiai, brocche, bacili) e lampade d\u2019argento, a volte dorate e smaltate, poste nelle case davanti a un\u2019immagine sacra detta <em>cona<\/em> (icona)<sup><a href=\"#footnote_28_3607\" id=\"identifier_28_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes, patriciens et confr&eacute;ries. Production et consommation de l&rsquo;&oelig;vre d&rsquo;art &agrave; Palerme et en Sicile Occidentale (1348-1460), Rome 1979, p. 124.\">29<\/a><\/sup> e sospese al soffitto tramite una catenella<sup><a href=\"#footnote_29_3607\" id=\"identifier_29_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. Bresc-G. Bresc-Bautier, Lumi&egrave;re et &eacute;clairage dans la Sicile m&eacute;di&eacute;vale, in H. Bresc, Una stagione in Sicilia, a cura di M. Pacifico, Palermo 2010, vol. II, p. 619.\">30<\/a><\/sup>. Fra le tazze d\u2019argento spiccavano quelle lavorate secondo lo stile di Montpellier, alcune impreziosite da stemmi o medaglioni centrali di smalto abbastanza elaborati, come una tazza che raffigurava un uomo armato su fondo azzurro contornato di foglie<sup><a href=\"#footnote_30_3607\" id=\"identifier_30_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, p. 133 (8 ottobre 1399).\">31<\/a><\/sup>. Non mancavano tazze lavorate alla catalana, ricordiamo quella presente nell\u2019inventario di Richina Cavallo di Corleone, moglie del barbiere chirurgo Andrea Spallitta<sup><a href=\"#footnote_31_3607\" id=\"identifier_31_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. III, doc. CCXXX, p. 707 (23 agosto 1417). Sui barbieri chirurghi di Corleone cfr. P. Sardina, Barbers and Surgeons in the medical marketplace of the Fifteenth-century Corleone, in &ldquo;RiME&rdquo;, n. 4\/2 (giugno 2019), pp. 81-82.\">32<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I gioielli principali erano anelli, collane femminili e catene maschili, orecchini e ornamenti per il capo (berretti, ghirlande, reticelle e piccole corone). Prevaleva l\u2019argento, invece l\u2019oro era riservato ad anelli e monili rari. Gli oggetti pi\u00f9 diffusi erano le cinture d\u2019argento e i bottoni lavorati<sup><a href=\"#footnote_32_3607\" id=\"identifier_32_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, pp. 124-125.\">33<\/a><\/sup>, che nel Medioevo svolgevano una funzione decorativa e potevano essere \u00abcircolari, piatti, a forma di pera o di piccole sfere, con perle, gemme e smalti\u00bb<sup><a href=\"#footnote_33_3607\" id=\"identifier_33_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Venturelli, Mantova 1340. Il quadruplice matrimonio Gonzaga: vesti, cinture, manufatti per mensa, in &ldquo;OADI&rdquo;, anno VII, n. 14 (dicembre 2016).\">34<\/a><\/sup>. L\u2019anello era un gioiello accessibile non solo ai nobili ma anche a persone del ceto medio, fra cui figuravano notai, barbieri, speziali e pittori<sup><a href=\"#footnote_34_3607\" id=\"identifier_34_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux &agrave; Palerme (XIVe-XVe si&egrave;cle: les &eacute;chos du luxe personnel dans les inventaires notari&eacute;s, in Storia, critica e tutela dell&rsquo;arte nel Novecento. Un&rsquo;esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, a cura di M.C. Di Natale, Bagheria (Palermo) 2007, pp. 224-225.\">35<\/a><\/sup>. Gli anelli con pietre preziose erano cari ricordi che passavano di madre in figlia. Nel 1355 la palermitana Altilia, vedova del <em>magiste<\/em>r Tommaso de Alexandro, lasci\u00f2 un anello a ciascuna delle sue figlie: un diaspro a Garita, moglie di Giovanni Carboni, un rubino ad Antonia, vedova di Bertino Coppula, uno zaffiro a Umana, monaca di S. Maria di Valverde<sup><a href=\"#footnote_35_3607\" id=\"identifier_35_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Sn, Catena, 121, ff. 13r-14r.\">36<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La collana era detta <em>cannaca<\/em>, <em>channaca<\/em> con un termine di origine araba. La maggior parte delle collane descritte negli inventari erano fatte di perle, a volte numerose, meno comuni erano le collane d\u2019argento e oro. Non mancavano catene e catenelle, simili alla <em>ch\u00e2telaine<\/em> francese, caratterizzata dalla presenza di numerose maglie<sup><a href=\"#footnote_36_3607\" id=\"identifier_36_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux&hellip;, 2007, p. 225.\">37<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli orecchini, chiamati <em>chirchelli<\/em>, erano in maggioranza d\u2019argento, raramente d\u2019oro, ancora pi\u00f9 sporadicamente d\u2019ambra. Fra i decori prevalevano le perle, seguite da pietre preziose, smalti, decori araldici, angeli di smalto. I braccialetti si utilizzavano poco<sup><a href=\"#footnote_37_3607\" id=\"identifier_37_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 226.\">38<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i monili pi\u00f9 preziosi spicca un diamante con 4 rubini e 3 turchesi comprato nel 1455 da Gispert La Grua Talamanca, barone di Carini, per 30 onze<sup><a href=\"#footnote_38_3607\" id=\"identifier_38_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. I, p. 204.\">39<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Argenteria e gioielli potevano essere decorati con gli stemmi delle casate nobiliari<sup><a href=\"#footnote_39_3607\" id=\"identifier_39_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 92.\">40<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molto curato era l\u2019ornamento della testa, che comprendeva <em>cayola<\/em><sup><a href=\"#footnote_40_3607\" id=\"identifier_40_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli in Sicilia nel Medio Evo e nel Rinascimento, Palermo-Torino 1892, r. Bologna 1971, pp. 106-107.\">41<\/a><\/sup><em>, corona, coronecta, ritichella, rizola, chircketum<\/em>. La <em>cayola<\/em> era sorretta da un supporto di seta, zendado o taffett\u00e0 di diversi colori (rosso, celeste, azzurro, viola, verde, bianco), lavorato in modo vario con oro di Cipro, o con un filo di perle, con cannolicchi o stelle d\u2019argento, con rose d\u2019argento dorato e smalto. La <em>coronecta<\/em> era un filo d\u2019oro o d\u2019argento ornato di perle, pietre o foglie, che s\u2019indossava sporadicamente da sola e sovente faceva parte della<em> cayola<\/em>; la <em>corona<\/em> era molto rara, pi\u00f9 pesante e si portava da sola. La <em>ritichella<\/em> o <em>rizola<\/em> era una rete composta di fili d\u2019oro. Il <em>chirketum<\/em> con perle o pampini comparve nella prima met\u00e0 del Quattrocento. Completavano la serie di acconciature per la testa i cordoni di seta definiti <em>pro capite<\/em>, ornati di perle e, pi\u00f9 raramente, di foglie d\u2019argento, le trecce di perle e le strisce di tessuto ricamate con perle. Non mancavano le ghirlande, ossia diademi con perle e oro, e i frontali<sup><a href=\"#footnote_41_3607\" id=\"identifier_41_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux&hellip;, 2007, pp. 220-221.\">42<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019oreficeria sacra presente in chiese e cappelle includeva oggetti devozionali (croci, reliquiari e corone d\u2019argento per le statue) e di culto, in primo luogo calici, ma anche patene, ostensori e incensieri<sup><a href=\"#footnote_42_3607\" id=\"identifier_42_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, pp. 123-124.\">43<\/a><\/sup>. Accanto alle pi\u00f9 comuni croci d\u2019argento, spesso dorato, figuravano rare croci di corallo e ambra<sup><a href=\"#footnote_43_3607\" id=\"identifier_43_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux&hellip;, 2007, p. 228.\">44<\/a><\/sup>. Gli arredi sacri d\u2019argento sopravvissuti sono pochi. Particolarmente raffinato \u00e8 il reliquiario della S. Croce di Piazza Armerina, realizzato da Simone de Aversa nel 1405<sup><a href=\"#footnote_44_3607\" id=\"identifier_44_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, Aversa (De Aversa) Simone, in Arti decorative&hellip;, 2014, vol. I, p. 30.\">45<\/a><\/sup>. Esempi significativi si trovano nelle Madonie. Rimontano al XIV secolo il reliquiario di S. Bartolomeo di Geraci Siculo, la croce astile di Petralia Sottana e il reliquiario di Petralia Soprana. Le matrici di Geraci Siculo, Isnello, Polizzi Generosa, Petralia Soprana e Sottana custodiscono calici d\u2019argento del XV secolo dorati, sbalzati, cesellati, incisi, traforati e, in alcuni casi, con smalti<sup><a href=\"#footnote_45_3607\" id=\"identifier_45_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La mostra d&rsquo;arte sacra delle Madonie di Maria Accascina, a cura di M. C. Di Natale- S. Anselmo- M. Vitella, Palermo 2017, pp. 61-118. Sull&rsquo;argomento cfr. Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia, Roma 1981, pp. 45-64; M. C. Di Natale, Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, a cura di Eadem, Milano 2001, pp. 22-69.\">46<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tessuti ricamati e smalti servivano per confezionare abiti sacerdotali e paliotti di altari<sup><a href=\"#footnote_46_3607\" id=\"identifier_46_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, p. 124.\">47<\/a><\/sup>. Gli oggetti devozionali pi\u00f9 diffusi erano i paternostri, destinati alla preghiera, e le immagini sacre dette <em>cone<\/em>, con funzione al contempo religiosa e decorativa. I paternostri pi\u00f9 preziosi avevano grani di corallo, giada, argento, oro filato e terminavano con una croce, un bottone o un corno di corallo. Legati alla recita di una sequenza ripetuta di Ave Maria, inframezzata dal Padre Nostro, erano separati in gruppi da elementi divisori detti <em>partimenta<\/em>, che potevano essere bottoni di perle o d\u2019argento e piccole croci. Accanto ai comuni paternostri di corallo e oro, o di corallo e argento non mancavano combinazioni pi\u00f9 fantasiose: le perle erano accostate al corallo, o alla giada, o all\u2019ambra, mentre la giada si abbinava anche all\u2019argento o al corallo<sup><a href=\"#footnote_47_3607\" id=\"identifier_47_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 199-201. Sul corallo cfr. M.C. Di Natale, Il corallo da mito a simbolo nelle espressioni pittoriche e decorative in Sicilia, in L&rsquo;arte del corallo in Sicilia, catalogo della Mostra (Museo Regionale Pepoli, Trapani, 1 marzo &ndash; 1 giugno 1986) a cura di C. Maltese, M.C. Di Natale, Palermo 1986; E. Tartamella, Corallo. Storia e arte dal XV al XIX secolo, Palermo 1986; Fonti per la storia del corallo nel Medioevo mediterraneo, a cura di A. Sparti, Palermo 1986; M.C. Di Natale, Ad laborandum curallum, in I grandi capolavori del corallo &ndash; I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo, catalogo della Mostra (Catania, Palazzo Valle, Fondazione Puglisi Cosentino, 3 marzo &ndash; 5 maggio 2013) a cura di V.P. Li Vigni, M.C. Di Natale, V. Abbate, Cinisello Balsamo 2013.\">48<\/a><\/sup>. Le <em>cone<\/em> erano dotate di un <em>palium<\/em> (velo) e di un frontale ornato di perle, smalti, a volte con le armi della famiglia<sup><a href=\"#footnote_48_3607\" id=\"identifier_48_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux&hellip;, 2007, pp. 227-228.\">49<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I testatori legavano poco denaro per fare dipingere immagini della Vergine e dei santi nelle pareti delle chiese, ma lasciavano gioielli, cinture e argenteria per fare realizzare con un metallo nobile oggetti che custodivano le ostie consacrate. Oro e argento si utilizzavano per onorare l\u2019eucaristia, pi\u00f9 che per venerare i santi e custodire reliquie<sup><a href=\"#footnote_49_3607\" id=\"identifier_49_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, p. 124.\">50<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1390 gli stemmi di famiglia comparivano in tre calici d\u2019argento dorato con patena custoditi nella chiesa di S. Agostino di Corleone: uno con smalti recava le armi di Riccardo de Rugilento, un altro quelle del<em> dominus<\/em> Filippo Curto, dei Cosmerio e dei Vaccarellis, un terzo le armi dei Ponticurono e dei Bruno<sup><a href=\"#footnote_50_3607\" id=\"identifier_50_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 126.\">51<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando si trovavano in difficolt\u00e0 i monasteri non esitavano a impegnare arredi sacri. Nel testamento del 1375 Marina, moglie di Giovanni Sabbatino, dichiar\u00f2 che aveva prestato 15 fiorini alla badessa di S. Salvatore di Palermo, ricevendo come garanzia un calice<sup><a href=\"#footnote_51_3607\" id=\"identifier_51_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Sn, Catena, 85, f. 79v. Sul monastero cfr. P. Sardina, San Salvatore di Palermo nel medioevo fra citt&agrave;, corona e potere ecclesiastico, in Il monachesimo femminile nel Mezzogiorno peninsulare e insulare (XI-XVI secolo). Fondazioni, ordini, reti e committenza, a cura di G. Colesanti-M.G. Meloni-S. Paone-P. Sardina, Cagliari 2018, pp. 233-288.\">52<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019inventario dei beni di S. Salvatore di Corleone, fatto redigere dalla badessa Giovanna de Plaxentino nel 1416 poich\u00e9 era malata, l\u2019argenteria sacra (una croce e un calice) si mescolava con quella profana (quattro cucchiai, otto piatti, una tazza e una piccola <em>buxurecta<\/em>, ossia una cassetta, con tre anelli d\u2019oro)<sup><a href=\"#footnote_52_3607\" id=\"identifier_52_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, V st., reg. 34, carte sciolte.\">53<\/a><\/sup>. Possiamo immaginare che, all\u2019occorrenza, il vasellame da mensa e gli oggetti d\u2019argento potessero essere fusi per ricavare arredi liturgici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong> <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>2. Il peccato, la morte e i lasciti testamentari<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Medioevo la vita umana era condizionata dal peccato originale commesso da Adamo ed Eva, che aveva spezzato l\u2019armonia tra anima e corpo e si trasmetteva a tutti gli uomini sin dalla nascita. Nell\u2019<em>Etica<\/em> Abelardo spieg\u00f2 in maniera sistematica il concetto di peccato, distinguendo il vizio (tendenza individuale a peccare) e l\u2019atto peccaminoso (azione esterna) dal peccato come volontaria adesione della coscienza. Quindi, il peccato si definiva in rapporto all\u2019intenzione e la classificazione pi\u00f9 diffusa dei peccati divenne il settenario dei vizi capitali<sup><a href=\"#footnote_53_3607\" id=\"identifier_53_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Casagrande, S.Vecchio, Peccato, in Dizionario dell&rsquo;Occidente medievale, a cura di J. Le Goff-J.C. Schmitt,Torino 2004, pp. 871-879.\">54<\/a><\/sup>. Secondo Gregorio Magno la superbia o vanagloria era il primo dei peccati capitali, all\u2019origine di tutti gli altri, poich\u00e9 uomini e donne che avevano il culto dell\u2019apparenza preferivano il corpo all\u2019anima e potevano macchiarsi di colpe molto gravi. Per i predicatori dei secoli XIV e XV peccava di vanagloria chi voleva cambiare il suo <em>status<\/em> per superbia, ma anche chi ostentava vesti, copricapi e gioielli vistosi, ricercati e costosi. Bernardino da Siena affermava che colui il quale indossava abiti eccessivamente lussuosi commetteva un peccato mortale e offendeva Dio in dieci modi, in primo luogo per la sua vanagloria<sup><a href=\"#footnote_54_3607\" id=\"identifier_54_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Muzzarelli, Guardaroba, 1999, pp. 324-328.\">55<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In punto di morte, il pensiero della dannazione eterna, tra le fiamme infernali, generava angoscia e sgomento. Il moribondo sperava di andare direttamente in Paradiso o almeno in Purgatorio, dove la macchia del peccato poteva essere emendata grazie alle preghiere dei vivi<sup><a href=\"#footnote_55_3607\" id=\"identifier_55_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Bacci, Investimenti per l&rsquo;aldil&agrave;, Roma-Bari 2003, pp. 39-41.\">56<\/a><\/sup>. La possibilit\u00e0 di rimettere le colpe attribuita alla Chiesa innescava un sistema di scambi tra mondo terreno e ultraterreno, basato su penitenze, preghiere e indulgenze<sup><a href=\"#footnote_56_3607\" id=\"identifier_56_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Casagrande, S.Vecchio, Peccato&hellip;, 2004, pp. 880-882.\">57<\/a><\/sup>. Preghiere, elemosine e messe abbreviavano il tempo di permanenza nel Purgatorio di parenti e amici morti<sup><a href=\"#footnote_57_3607\" id=\"identifier_57_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Le Goff, Aldil&agrave;, in Dizionario dell&rsquo;Occidente&hellip;, 2004, p. 14.\">58<\/a><\/sup>. L\u2019elaborazione dottrinale del Purgatorio, come terzo regno dell\u2019Aldil\u00e0, and\u00f2 di pari passo con la definizione delle indulgenze. La questione dei suffragi fu affrontata da San Tommaso, il quale asser\u00ec che la loro validit\u00e0 prescindeva dalle qualit\u00e0 morali di chi intercedeva e il cumulo dei suffragi poteva annullare la pena. Il calcolo delle indulgenze in giorni, mesi e anni e l\u2019enorme numero di messe s\u2019inseriscono nel contesto del XIII secolo, caratterizzato dall\u2019affermarsi della logica economica mercantile e dalle attivit\u00e0 contabili e bancarie. Nel 1300 Bonifacio VIII indisse il giubileo concedendo l\u2019indulgenza plenaria ogni 100 anni, ridotti poi a cinquanta da Clemente VI nel 1343<sup><a href=\"#footnote_58_3607\" id=\"identifier_58_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Delumeau, Rassicurare e proteggere, Milano 1992, pp. 364-368.\">59<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1348 la peste nera si diffuse in un Europa gi\u00e0 debilitata \u00abdans un monde fragilis\u00e9 o\u00f9 la maladie r\u00f4de\u00bb<sup><a href=\"#footnote_59_3607\" id=\"identifier_59_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Vovelle, La mort et l&rsquo;Occident, Mayenne, 2000, p. 90.\">60<\/a><\/sup>. Le epidemie e il decremento demografico si tradussero in un \u00abaccumulo decisamente ossessivo\u00bb di messe di suffragio ininterrotte. Ai cappellani fu affidato il compito di celebrare tutto il giorno messe per le persone decedute, i frati mendicanti trassero lauti profitti dai servizi funebri<sup><a href=\"#footnote_60_3607\" id=\"identifier_60_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Lauwers, Morte\/i, in Dizionario dell&rsquo;Occidente&hellip;, 2004, p. 797.\">61<\/a><\/sup>. Nelle cappelle le messe di suffragio erano recitate da un singolo prete designato dal testatore, o da diversi preti che si alternavano. I laici pi\u00f9 facoltosi fondarono cappelle dotate di un altare, corredato di arredi e paramenti liturgici, spesso contraddistinti da stemmi familiari<sup><a href=\"#footnote_61_3607\" id=\"identifier_61_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Bacci, Lo spazio dell&rsquo;anima, Roma-Bari, 2005, pp. 79-86.\">62<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il culto dei morti assunse valenze sociali e consolid\u00f2 i gruppi parentali<sup><a href=\"#footnote_62_3607\" id=\"identifier_62_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sull&rsquo;argomento cfr. La conciencia de los antepasados, a cura di A. Dacosta, J. R. Prieto Lasa, J. R. D&iacute;az de Durana, Madrid 2014.\">63<\/a><\/sup>. Si donavano terre o rendite a sacerdoti e monaci per il servizio liturgico, e la memoria dei morti era gestita dalla Chiesa<sup><a href=\"#footnote_63_3607\" id=\"identifier_63_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Lauwers, Morte\/i&hellip;, 2004, pp. 786-791.\">64<\/a><\/sup>. Si svilupp\u00f2 una sorta di \u00abmercato funerario\u00bb, gli ordini mendicati diventarono \u00abspecialisti in suffragi per i morti\u00bb e i loro conventi furono il luogo di sepoltura preferito delle \u00e9lite urbane. Si diffuse l\u2019attenzione alla salvezza individuale e i vivi si assunsero il compito di liberare dal peccato i parenti morti<sup><a href=\"#footnote_64_3607\" id=\"identifier_64_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 793-794.\">65<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I ceti agiati non vedevano la morte soltanto come la conclusione dell\u2019essere, ma anche come la separazione dall\u2019avere, poich\u00e9 dovevano lasciare i beni terreni<sup><a href=\"#footnote_65_3607\" id=\"identifier_65_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ph. Ari&egrave;s, L&rsquo;uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Roma-Bari 1985, p. 156.\">66<\/a><\/sup>. Se, da un lato, abbandonare la ricchezza generava angoscia, dall\u2019altro, l\u2019accumulo di beni esponeva il cristiano al rischio della dannazione eterna. La Chiesa offriva una soluzione con il testamento, grazie al quale il ricco, donando i beni terreni, poteva ottenere la salvezza eterna. Distribuire i beni tra gli eredi e lasciare pii legati diventava un dovere morale<sup><a href=\"#footnote_66_3607\" id=\"identifier_66_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 222-224.\">67<\/a><\/sup>. I testamenti consentivano di riparare i torti commessi, donando alla Chiesa e ai poveri per il bene dei vivi e dei morti<sup><a href=\"#footnote_67_3607\" id=\"identifier_67_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Vovelle, La mort&hellip;, 2000, p. 72.\">68<\/a><\/sup>. Secondo Ari\u00e8s, il testamento non era solo un \u201cpassaporto per il cielo\u201d che assicurava i beni spirituali, come afferma Le Goff, ma anche un \u201clasciapassare sulla terra\u201d che legittimava e riabilitava i beni temporali, poich\u00e9 consentiva di pagare fondazioni caritatevoli, legati pii, messe, e di conciliare <em>aeterna<\/em> e <em>temporalia<\/em><sup><a href=\"#footnote_68_3607\" id=\"identifier_68_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ph. Ari&egrave;s, L&rsquo;uomo e la morte&hellip;, 1985, p. 219.\">69<\/a><\/sup><em>. <\/em>I testatori chiedevano preghiere per cancellare i <em>male ablata<\/em> legati al peccato di usura, confessato quasi sempre solo in punto di morte, ma anche <em>pro male ablatis incertis<\/em>, espressione che si riferiva a denaro e beni dei quali s\u2019ignorava la provenienza e che, quindi, potevano essere stati comprati o ereditati in modo illecito<sup><a href=\"#footnote_69_3607\" id=\"identifier_69_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Bacci, Investimenti&hellip;, 2003, pp. 74-76. Sui male ablata cfr. S. Fodale, Solidariet&agrave; pubblica e riscatto dalla cattivit&agrave; in Barberia, in Idem, Casanova e i mulini a vento e altre storie siciliane, Palermo 1986, pp. 23-47.\">70<\/a><\/sup>. Nei lasciti si poteva indicare il legatario (istituzione o singolo individuo) con disposizioni nominative (<em>distinte<\/em>), o lasciare denaro e beni a categorie di persone (poveri, orfani, malati) all\u2019interno delle quali i fedecommissari dovevano individuare i destinatari (<em>indistinte<\/em>)<sup><a href=\"#footnote_70_3607\" id=\"identifier_70_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Bacci, Investimenti&hellip;, 2003, pp. 78-79.\">71<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli ordini mendicanti teorizzarono il valore del pentimento degli usurai e della restituzione e s\u2019incaricarono di ridistribuire ai poveri il frutto dell\u2019usura. Il fenomeno della restituzione rivestiva un ruolo fondamentale nell\u2019economia del tardo Medioevo specialmente nelle aree geografiche pi\u00f9 progredite, al contempo aumentava l\u2019interesse di teologi e confessori per l\u2019uso corretto della ricchezza e il reinvestimento in opere di pubblica utilit\u00e0<sup><a href=\"#footnote_71_3607\" id=\"identifier_71_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Todeschini, I mercanti e il tempio. La societ&agrave; cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed et&agrave; moderna, Bologna 2002, pp. 133-136.\">72<\/a><\/sup>. Todeschini osserva che l\u2019indennizzo va letto in chiave \u00abeconomica, civica, simbolica, metaforica\u00bb e aiuta a decodificare il significato economico-politico della ricchezza e dei profitti<sup><a href=\"#footnote_72_3607\" id=\"identifier_72_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 139-141.\">73<\/a><\/sup>. Caso emblematico di restituzione \u00e8 la Cappella degli Scrovegni di Padova, affrescata da Giotto, commissionata da una famiglia di banchieri usurai, che mostra come fosse possibile rendere alla collettivit\u00e0 cristiana la ricchezza sottratta con operazioni economiche contrarie al bene comune<sup><a href=\"#footnote_73_3607\" id=\"identifier_73_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, pp. 174-185.\">74<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando nel 1384 Manfredi Chiaromonte, vicario del Regno di Sicilia,\u00a0 decise di fondare il monastero benedettino di S. Maria degli Angeli di Baida, a pochi chilometri da Palermo, specific\u00f2 che mirava alla salvezza della sua anima,<em> cupiens terrena in celestia, et transitoria in eterna commercio commutare<\/em><sup><a href=\"#footnote_74_3607\" id=\"identifier_74_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Crs, S. Giovanni di Baida, reg. 3, ff. 13r-21v, ed. in G. Pecorella, Per la storia della contrada e del convento di Baida, in &ldquo;Archivio Storico Siciliano&rdquo;, serie III, vol. XVII (1967), pp. 281-285.\">75<\/a><\/sup><em>.<\/em> La realizzazione a Baida di una replica del ciclo del chiostro di Monreale dedicato alla vita della Vergine ha una duplice chiave di lettura, da un lato, il vicario tent\u00f2 d\u2019imitare l\u2019opera di Guglielmo II, dall\u2019altro, manifest\u00f2 la devozione verso la Vergine sperando nella sua intercessione<sup><a href=\"#footnote_75_3607\" id=\"identifier_75_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Butt&agrave;, Il chiostro di Manfredi: ideologia politica e raccomandazione dell&rsquo;anima nel convento di Santa Maria degli Angeli di Baida, in &ldquo;Ricerche di Storia dell&rsquo;Arte&rdquo;, n. 102 (2010), pp. 85-90. Sull&rsquo;argomento cfr. E. Caracciolo, La chiesa e il convento di Baida presso Palermo, in &ldquo;Archivio Storico Siciliano&rdquo;, vol. II-III (1936-1937), pp. 111-146.\">76<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>3. Dal profano al sacro<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla luce di quanto detto, modificare gli oggetti profani, simbolo di lusso e peccato, in arredi e paramenti sacri era un\u2019opera meritoria, di straordinaria importanza per la salvezza dell\u2019anima. Beni temporali, acquistati a volte grazie a un arricchimento illecito o all\u2019usura, subivano una metamorfosi che cancellava le tracce del peccato e conferiva una valenza spirituale e un senso di eternit\u00e0, consentendo quella conciliazione di <em>aeterna<\/em> e <em>temporalia <\/em>alla quale, secondo Aries, miravano i testatori<sup><a href=\"#footnote_76_3607\" id=\"identifier_76_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ph. Ari&egrave;s, L&rsquo;uomo e la morte&hellip;, 1985, p. 219.\">77<\/a><\/sup>. Come mostrano i testamenti, \u00abune des principales sources de l\u2019approvisionnement en v\u00eatemente du cult\u00bb era la generosit\u00e0 dei fedeli, che donavano stoffe nuove o abiti di seta usati per realizzare indumenti sacri<sup><a href=\"#footnote_77_3607\" id=\"identifier_77_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Piponnier- P. Mane, Se v&ecirc;tir&hellip;, 1995, p. 144.\">78<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Trecento, troviamo esempi significativi della trasformazione di beni mondani in paramenti e arredi liturgici nei testamenti di ricche nobildonne palermitane che fondarono e dotarono nuove cappelle. Fra i beni di lusso riadattati per ricavare abiti e oggetti sacri si segnalano anche cappe, selle da donna e capestri, utilizzati per cavalcare<sup><a href=\"#footnote_78_3607\" id=\"identifier_78_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli&hellip;, 1971, pp. 121-122.\">79<\/a><\/sup> nel corteo nuziale<sup><a href=\"#footnote_79_3607\" id=\"identifier_79_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Salomone-Marino, Le pompe nuziali e il corredo delle donne siciliane ne&rsquo; secoli XIV, XV e XVI, in &ldquo;Archivio Storico Siciliano&rdquo;, n.s., I (1876), pp. 212-213.\">80<\/a><\/sup>. Altro indizio della volont\u00e0 di abbandonare ogni segno della vita terrena per potere raggiungere il cielo \u00e8 la scelta di essere sepolte con abiti monastici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel testamento del 1310 Palma de Magistro, vedova del cavaliere Ruggero Mastrangelo, capitano di Palermo dopo la rivolta del Vespro del 1282,<sup><a href=\"#footnote_80_3607\" id=\"identifier_80_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Sciascia, Per una storia di Palermo nel Duecento (e dei toscani in Sicilia): la famiglia di Ruggero Mastrangelo, in Come l&rsquo;orco della fiaba Studi per Franco Cardini, Firenze, 2010, p. 581-584.\">81<\/a><\/sup> dispose che <em>vasa nostra argentea commutentur pro sacris vasis argenteis necessariis pro apparatu et municione nostri monasterii<\/em>. Si trattava del monastero femminile che la defunta figlia Benvenuta Mastrangelo, moglie di Guglielmo Aldobrandeschi, conte di Santa Fiora, aveva deciso di fondare a Palermo che sar\u00e0 costruito tra il 1312 e il 1313 e dedicato a S. Caterina<sup><a href=\"#footnote_81_3607\" id=\"identifier_81_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Sardina, Il monastero di Santa Caterina e la citt&agrave; di Palermo (secoli XIV e XV), Palermo 2016, pp. 13-16.\">82<\/a><\/sup>. L\u2019argenteria per la tavola, utilizzata durante i banchetti, consisteva in: <em>gradalia octo, parassides duodecim <\/em>(taglieri<sup><a href=\"#footnote_82_3607\" id=\"identifier_82_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier &ndash; H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. VI, p. 1690, voce parascidis.\">83<\/a><\/sup>)<em>, saleria sex, platellam unam et parassides alias duodecim, salerias septem, marassios duos<\/em> (boccali<sup><a href=\"#footnote_83_3607\" id=\"identifier_83_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 1680, voce marascium.\">84<\/a><\/sup>)<em>, item tacias de argento duodecim<\/em>. Inoltre, Arturo de Deumiludedi aveva <em>cannatas duas<\/em> (boccali)<sup><a href=\"#footnote_84_3607\" id=\"identifier_84_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 1633, voce canata.\">85<\/a><\/sup>, <em>gradalia quatuor et talleria minora duo coclarias de argento<\/em>. La testatrice stabil\u00ec che <em>omnes glimpe et panni nostri serici deputentur pro apparatu et municione nostri monasterii<\/em> e<em> <\/em>affid\u00f2 alla cugina Grazia de Ebdemonia, alla <em>mulier<\/em> Muscata e a suor Giovanna il compito di trasformare veli, drappi di seta e di sciamito in paramenti sacri. Inoltre, Palma incaric\u00f2 Grazia di riadattare <em>capistrum unum de argento impernatum, par unum caradarum de auro <\/em>(orecchini pendenti<sup><a href=\"#footnote_85_3607\" id=\"identifier_85_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il termine deriva dall&rsquo;arabo qur\u1e6d, invece da aqr\u0101\u1e6d, plurale della stessa parola, ha origine acrati, altra forma per indicare i pendenti (L. Sciascia, Palermo as a Stage for, and a Mirror of, Political Development from the 12th to the 15th Century, in A Companion to Medieval Palermo, a cura di A. Nef, Leiden-Boston 2013, p. 310, nota 25). Molto diffusi erano anche i circelli o auriculari (P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli&hellip;, 1971, pp. 99-100).\">86<\/a><\/sup>)<em> et channacam unam de auro<\/em> (collana)<sup><a href=\"#footnote_86_3607\" id=\"identifier_86_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux&hellip;, 2007, p. 225. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. VI, p. 1640, voce chanaca.\">87<\/a><\/sup> per il corredo matrimoniale delle orfane. In questo caso, gli oggetti profani non sarebbero diventati sacri, ma riutilizzarli per uno scopo benefico sarebbe servito a depurarli della loro peccaminosa vanit\u00e0. Con il suo lavoro la<em> domina<\/em> Grazia avrebbe ripagato Palma con la quale aveva contratto un debito di 20 onze, dando in pegno dodici <em>parassides<\/em> d\u2019argento, due ghirlande<sup><a href=\"#footnote_87_3607\" id=\"identifier_87_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le ghirlande, indossate da donne e uomini, potevano essere corone di foglie e fronde, ma anche d&rsquo;oro e gemme (R. Levi Pisetzki, Storia del costume in Italia, Milano 1968, p. 68).\">88<\/a><\/sup>, una con merlature d\u2019oro, l\u2019altra d\u2019oro, smalto e perle, un\u2019elegante <em>cuprisio<\/em> (surcotto<sup><a href=\"#footnote_88_3607\" id=\"identifier_88_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. VI, p. 1642, voce chiprensis.\">89<\/a><\/sup>) di sciamito rosso, colore particolarmente elegante<sup><a href=\"#footnote_89_3607\" id=\"identifier_89_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Durante le cerimonie si vestivano di rosso le regine angioine, i re e gli alti prelati (S. Tramontana, Vestirsi e travestirsi in Sicilia, Palermo 1993, pp. 95-96).\">90<\/a><\/sup>, con perle e smalto. Cos\u00ec l\u2019argenteria, le vesti e i gioielli che Grazia era stata costretta a impegnare sarebbero stati restituiti ai figli. Oltre a dotare il nuovo monastero femminile, Palma leg\u00f2 a S. Domenico un turibolo d\u2019argento, alla cappella di famiglia dedicata a S. Orsola, posta sul piano di S. Domenico<sup><a href=\"#footnote_90_3607\" id=\"identifier_90_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla cappella di S. Orsola cfr. P. Sardina, Il culto di Sant&rsquo;Orsola e la nobilt&agrave; civica palermitana nel XIV secolo, in Scritti storici dedicati a Orazio Cancila, a cura di A. Giuffrida, F. D&rsquo;Avenia, D. Palermo, Palermo 2011, vol. I, pp. 1-24.\">91<\/a><\/sup>, un incensiere, una navetta, due ampollette, due candelabri d\u2019argento e un paliotto con perle<sup><a href=\"#footnote_91_3607\" id=\"identifier_91_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Crs, S. Domenico, reg. 62, perg.\">92<\/a><\/sup>. Nel novembre del 1561 Tommaso Fazello testimoni\u00f2 di avere visto le armi di Palma nella cappella di S. Orsola, i blasoni di Palma e del marito Ruggero negli incensieri, nei candelabri, nei calici e nei paramenti della sacrestia di S. Domenico<sup><a href=\"#footnote_92_3607\" id=\"identifier_92_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, reg. 338, s.n.\">93<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1318 Albamonte de Falconerio, cugina di Palma e vedova del cavaliere palermitano Giovanni de Camerana, dispose che fosse costruita una cappella con altare nella chiesa di S. Caterina, per esservi sepolta con l\u2019abito delle suore, e lasci\u00f2 al monastero un tenimento di case da adibire a infermeria e una casula nera. Affid\u00f2 a frate Martino de Panormo, inquisitore degli eretici, il compito di celebrare messe nella cappella e stabil\u00ec che con l\u2019argento della sua <em>sambuca<\/em> (sella femminile<sup><a href=\"#footnote_93_3607\" id=\"identifier_93_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. VI, p. 1701, voce sabbuca.\">94<\/a><\/sup>) si realizzasse un calice dorato dentro e fuori, con la sua cappa di seta <em>salmonata<\/em>, ossia \u00abprobabilmente di colore rosa salmone\u00bb<sup><a href=\"#footnote_94_3607\" id=\"identifier_94_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Draghi rossi e querce azzurre. Elenchi descrittivi di abiti di lusso (Firenze 1343-1345), trascrizione a cura di L. G&eacute;rard-Marchant, Firenze 2013, p. 549.\">95<\/a><\/sup>, una casula, stola, manipolo e frontale<sup><a href=\"#footnote_95_3607\" id=\"identifier_95_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Crs, S. Caterina, reg. 61\/46, ff. 1r-10r; reg. 69, ff. 35r-41r ; S. Domenico, reg. 62, ff. 47r-58r; Ivi, reg. 63, ff. 766r-769v.\">96<\/a><\/sup>. La cappa di Albamonte, sopravveste senza maniche affibbiata al collo<sup><a href=\"#footnote_96_3607\" id=\"identifier_96_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Levi Pisetzki, Storia del costume&hellip;, 1968, pp. 58-59.\">97<\/a><\/sup>, aveva stoffa sufficiente per realizzare tutti i paramenti sacri di colore rosaceo utilizzati per celebrate la terza domenica dell\u2019Avvento (<em>Gaudete<\/em>) e la quarta domenica del tempo di Quaresima (<em>Laetare<\/em>). Il colore rosa, nelle sue diverse sfumature, era abbastanza raro. Nel 1343 a Firenze Bartolomea, moglie di Pacino Brancaccio, aveva una guarnacca \u00abpanni mischi salmonati cum monticellis scarlattinis\u00bb<sup><a href=\"#footnote_97_3607\" id=\"identifier_97_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Draghi rossi e querce azzurre&hellip;, 2013, pp. 255-256.\">98<\/a><\/sup>, Primerana, moglie di Federigo, una guarnacca bipartita, da un lato di panno salmonato, dall\u2019altro di panno nuvolato con fondo bianco<sup><a href=\"#footnote_98_3607\" id=\"identifier_98_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 401.\">99<\/a><\/sup>. Tra gli abiti di Eleonora, moglie di Pietro IV d\u2019Aragona, menzionati nel <em>Llibre de la cambra e lits<\/em> tra il 1371 e il 1375, figura una <em>cotardia<\/em> (cottardita) ampia veste fluttuante con lunghe maniche<sup><a href=\"#footnote_99_3607\" id=\"identifier_99_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Levi Pisetzki, Storia del costume, 1968, p. 97.\">100<\/a><\/sup>, di colore <em>rosat de Melines<\/em><sup><a href=\"#footnote_100_3607\" id=\"identifier_100_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Sciascia, Scene e costumi: regalit&agrave; e moda alla corte di Barcellona, in Le usate leggiadrice. I cortei, le cerimonie, le feste e il costume nel Mediterraneo tra XV e XVI secolo, a cura di G.T. Colesanti, Atti del Convegno (Napoli, 14-16 dicembre 2006), Montella (AV) 2010, p. 34.\">101<\/a><\/sup>. Pastoureau mette in guardia dall\u2019idea che i colori delle immagini di epoca medievale offrano una visione \u201crealistica\u201d, poich\u00e9 non riproducono \u00abil reale con scrupolosa esattezza coloristica\u00bb. Le descrizioni presenti nei documenti hanno valenze ideologiche e culturali e citare il colore di un oggetto \u00e8 una scelta legata a condizionamenti economici, politici, sociali e simbolici<sup><a href=\"#footnote_101_3607\" id=\"identifier_101_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Pastoureau, Vedere i colori nel medioevo, in Il medioevo europeo di Jacques Le Goff, Milano 2003, pp. 373-374.\">102<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1383 la nobildonna Giacoma Bernardo, originaria di Calatafimi, vedova del palermitano Enrico de Addam, priva di figli, nomin\u00f2 il cugino Guglielmo Bernardo erede universale del suo ricco patrimonio immobiliare che comprendeva palazzi, case, botteghe, giardini, terre a Trapani, Calatafimi e Palermo. Il trasferimento a Palermo non spezz\u00f2 le sue radici, cos\u00ec don\u00f2 una casula di velluto e un calice d\u2019argento alla cappella di S. Giovanni, fondata dal padre a Calatafimi. Scelse di essere sepolta nella cappella di S. Giovanni de Militibus, nella Cattedrale di Palermo, con l\u2019abito delle benedettine di S. Maria delle Vergini e predispose con scrupolo ogni dettaglio per dotare al meglio la sua cappella, dove il prete Andrea de Calandrino doveva cantare quattro o tre messe alla settimana. Dal suo mantello si sarebbe ricavata una casula con perle e smalti, contrassegnata dal suo stemma. Stabil\u00ec che si comprasse panno di seta celeste per gli abiti che il diacono e il suddiacono avrebbero indossato per celebrare le messe a Natale e Pasqua. Dispose che si realizzassero una tunicella e una casula di tela decorata per i giorni di festa, una croce d\u2019argento e cristallo, ampollette d\u2019argento e un incensiere per la cappella. Leg\u00f2 a S. Giovanni de Militibus il pallio di panno d\u2019oro che si trovava nella cappella della sua dimora, un paliotto con perle e un calice d\u2019argento. Altro punto fondamentale fu la celebrazione di migliaia di messe per l\u2019anima sua, dei genitori e del marito da parte di Francescani, Carmelitani, Agostiniani e Domenicani, monaci benedettini di S. Martino e Monreale. Donazioni e preghiere convergevano verso il medesimo scopo: salvare l\u2019anima della testatrice dalla dannazione infernale<sup><a href=\"#footnote_102_3607\" id=\"identifier_102_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Sn, Gancia, 298N, s.n.\">103<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra i beni elencati nel testamento di Esmeralda, vedova del cavaliere Francesco Prefolio, dettato nel 1375, figurano oggetti preziosi di uso profano d\u2019argento (una cintura militare, quattordici tazze, dieci delle quali dorate, tredici cucchiaini, due brocche) e d\u2019oro (una fede e nove anelli con pietre preziose). Volle essere sepolta nella chiesa di S. Francesco di Palermo, cui leg\u00f2 3 onze per messe cantate, un calice d\u2019argento dorato, un mantello di velluto rosso, 2 onze per realizzare due ampolle d\u2019argento e un cucchiaino d\u2019argento per le ostie; inoltre, lasci\u00f2 2 onze al guardiano Anselmo de Ragusia, altrettanto a frate Antonio de Heraclia per dire messe per la sua anima. Destin\u00f2 8 onze e 15 tar\u00ec al completamento della cappella di S. Andrea nella chiesa di S. Francesco di Ragusa, iniziata dal marito, cui leg\u00f2 un pezzo di stoffa di velluto celeste e sette pezzi di zendado di diversi colori per fare una casula e un\u2019alba<sup><a href=\"#footnote_103_3607\" id=\"identifier_103_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, Catena, 85, ff. 95v-97v.\">104<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra coloro che trasformavano oggetti profani in arredi sacri non mancavano le mogli dei mercanti di Palermo, come Desiata, sposata con Aloisio Abbatellis che lasci\u00f2 al frate predicatore Lombardo, suo esecutore testamentario, una <em>zona<\/em> (cintura) d\u2019argento per ricavare un calice da utilizzare per celebrare messe a S. Domenico nell\u2019altare di S. Maria. La sua volont\u00e0 fu adempiuta e nel 1362 frate Lombardo consegn\u00f2 il calice d\u2019argento dorato del peso di 13 once a Simone de Milicto, vicario di S. Domenico<sup><a href=\"#footnote_104_3607\" id=\"identifier_104_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, N, st. I, reg. 123, ff. 165v-166r.\">105<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1422 Finella de Ragusia don\u00f2 al monastero di S. Salvatore di Palermo, dove voleva essere curata e sepolta, una cintura del peso di 17 once e una guaina porta-coltellini d\u2019argento smaltato, con i quali il suo erede doveva fare realizzare un calice d\u2019argento dorato con smalti e una patena, entro un anno dalla sua morte<sup><a href=\"#footnote_105_3607\" id=\"identifier_105_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, reg. 604, ff. 479v-481r.\">106<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perle e smalti erano legati a monasteri e chiese per impreziosire i paliotti, bottoni d\u2019argento, orecchini e tazze smaltate per realizzare calici. Nel 1348 Sibilla de Jaconia lasci\u00f2 alla chiesa di S. Francesco di Palermo due paia di orecchini e alcuni bottoni d\u2019argento per fare un calice<sup><a href=\"#footnote_106_3607\" id=\"identifier_106_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier, Artistes&hellip;, 1979, p. 126.\">107<\/a><\/sup>. Particolarmente significativa fu la \u00abtransmutation spirituelle\u00bb operata dalla palermitana Rosa de Villano, moglie di Filippo de Vernagallo, che nel 1376 lasci\u00f2 al monastero di S. Salvatore due once di perle per adornare un paliotto<sup><a href=\"#footnote_107_3607\" id=\"identifier_107_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, I st., reg. 115, f. 34r.\">108<\/a><\/sup>, a S. Maria delle Ver\u00adgini una tazza dorata con uno smalto centrale e una cintura per fare un calice, alla cattedrale tre tazze e tre piccole cinture smaltate per realizzare una croce. La fusione dell\u2019argento avrebbe mutato le ricchezze terrene in un tesoro spirituale<sup><a href=\"#footnote_108_3607\" id=\"identifier_108_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison&hellip;, 2014, vol. I, p. 201.\">109<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1398 Charina, moglie di Michele de Cerreto, lasci\u00f2 a S. Salvatore di Corleone, dove voleva essere seppellita, un paliotto, trentotto smalti e una rosa di paternostro di ambra, tre canne di panno nero e una casa<sup><a href=\"#footnote_109_3607\" id=\"identifier_109_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, N, V st., I num., reg. 46, ff. 66r-68r.\">110<\/a><\/sup>. Nel 1403 Gianna, moglie del nobile Antonio di Riccardo de Lancilloctis, che voleva riposare nella cappella di S. Michele, nella chiesa di S. Nicola di Salemi, leg\u00f2 alcuni bottoni d\u2019argento per fare un calice, tre once di perle per un paliotto<sup><a href=\"#footnote_110_3607\" id=\"identifier_110_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, reg. 5, ff. 135v-136r.\">111<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra gli uomini desiderosi di favorire il passaggio dalla terra al cielo, trasformando gli oggetti profani in arredi sacri, ricordiamo il conte Matteo Sclafani che nel testamento del 1333 leg\u00f2 al ministro dei Francescani la sua argenteria per realizzare trenta calici, nel testamento del 1348 don\u00f2 alla chiesa di S. Chiara di Palermo il corredo liturgico della sua cappella, ossia ampolle, croce, candelabri e navetta d\u2019argento, un messale e \u00abvestimenta pulcra\u00bb di sciamito<sup><a href=\"#footnote_111_3607\" id=\"identifier_111_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.A. Russo, Matteo Sclafani: paura della morte e desiderio d&rsquo;eternit&agrave;, in &ldquo;Mediterranea. Ricerche storiche&rdquo;, n. 6 (aprile 2006), p. 59.\">112<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1348 Filippo de Campsore,<em> providus vir<\/em> di Palermo nomin\u00f2 erede universale il fratello Giovanni, a patto che non avesse rapporti sessuali e non abitasse con l\u2019ex amante Grazia. Voleva essere sepolto nella chiesa di S. Maria dell\u2019Ammiraglio, cui leg\u00f2 una vigna, una taverna e due servi. Prest\u00f2 particolare cura alla sua cappella, dedicata a S. Antonio, in cui dovevano essere celebrate in perpetuo messe per l\u2019anima sua, della moglie e dei genitori. Leg\u00f2 tre <em>zone<\/em> e tre tazze d\u2019argento per realizzare un calice e due ampolle, una coltre di zendado rosso e due tovaglie di seta per i paramenti sacri. Stabil\u00ec che si spendessero 3 onze per restaurare e dipingere la cappella<sup><a href=\"#footnote_112_3607\" id=\"identifier_112_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Tabulario della Martorana, perg. 82.\">113<\/a><\/sup>. Nel 1342 Nicola Tocca, notaio di Messina che abitava a Catania, lasci\u00f2 minuziose disposizioni sull\u2019altare da costruire nella chiesa di S. Nicol\u00f2 l\u2019Arena, cui leg\u00f2 terre a Patern\u00f2. Voleva essere inumato con l\u2019abito benedettino, l\u2019abate e i monaci dovevano pregare in perpetuo per lui e i suoi genitori, gli esecutori testamentari fare realizzare un calice d\u2019argento e tutti gli abiti sacerdotali. Una parte dei suoi vestiti doveva essere donata, un\u2019altra venduta spendendo il denaro ricavato per la salvezza della sua anima, in cima ai pensieri di tutti i testatori<sup><a href=\"#footnote_113_3607\" id=\"identifier_113_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Biondi, Mentalit&agrave; religiosa e patriziato urbano a Catania secoli XIV- XV, Messina 2001, pp. 83-90.\">114<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La custodia e la salvaguardia degli oggetti sacri erano di straordinaria importanza per il valore che avevano sul piano materiale e spirituale. Nel 1383 Giacoma Bernardo dispose che gli abiti e i paramenti della sua cappella fossero conservati nel tesoro della Cattedrale di Palermo<sup><a href=\"#footnote_114_3607\" id=\"identifier_114_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASPa, Sn, Gancia, 298N, s.n.\">115<\/a><\/sup>. Nel 1452 la nobile Bartolomea, vedova di Giacomo de Carastono, scelse di essere sepolta nella chiesa di S. Maria della Martorana e ordin\u00f2 che il monastero conservasse <em>omnia iocalia<\/em>, compreso il calice, finch\u00e9 la cappella del suo palazzo, dedicata a S. Nicol\u00f2, ormai inagibile, non fosse stata ristrutturata<sup><a href=\"#footnote_115_3607\" id=\"identifier_115_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, N, I st., reg. 832, ff. 20v-21r.\">116<\/a><\/sup>. Nel 1458 Callisto III ordin\u00f2 di restituire alla badessa e alle monache di S. Chiara <em>cruces, calices, patenas, reliquias iocalia, indumenta ecclesiastica, vasa argentea, cuprea, ferrea, stannea, pannos lineos, laneos sericos<\/em>, pena la scomunica<sup><a href=\"#footnote_116_3607\" id=\"identifier_116_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, Crs, S. Chiara, reg. 104, s.n. Su S. Chiara cfr. P. Sardina, Le Clarisse di Palermo nei secoli XIV e XV, Quei maledetti normanni. Studi offerti a Errico Cuozzo, a cura di in J.-M. Martis, R. Alaggio, Ariano Irpino 2016, vol. II, pp. 1097-1116.\">117<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In alcuni casi, il passaggio degli oggetti dalla sfera del profano a quella del sacro avveniva in occasione dell\u2019ingresso in monastero delle vedove e segnava l\u2019inizio di una nuova vita fatta di preghiere e rinunzie. Nel 1426 la corleonese Contessa, vedova del notaio Tommado de Bononia, entr\u00f2 a S. Maria Maddalena e consegn\u00f2 come dote alla badessa una tazza, due cucchiai, argento rotto del peso di 6 once e 15 smalti chiari per realizzare un calice<sup><a href=\"#footnote_117_3607\" id=\"identifier_117_3607\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"[1] ASPa, N, V&nbsp; st., I num., reg. 16, s.n.\">118<\/a><\/sup>.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3607\" class=\"footnote\">Abbreviazioni utilizzate: ASPa= Archivio di Stato di Palermo; <em>Crs<\/em>= <em>Corporazioni religiose soppresse<\/em>; <em>N<\/em>= <em>Notai<\/em>; <em>Sn<\/em>= <em>Spezzoni notarili. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">M. Cataldi Gallo, <em>Storia del costume, storia dell\u2019arte e norme suntuarie<\/em>, in <em>Disciplinare il lusso<\/em>, a cura di M.G. Muzzarelli-A. Campanini, Roma 2003, p. 181.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc, <em>Une maison de mots. Inventaires de maisons, de boutiques, d\u2019ateliers et de ch\u00e2teaux de Sicile (XIII<\/em><em><sup>e<\/sup><\/em><em>-XV<\/em><em><sup>e<\/sup><\/em><em> <\/em><em>si\u00e8cles)<\/em>, Palermo 2014, vol I, p. 206.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 203-204. Sugli smalti cfr. A. Lipinsky, <em>Oro, argento gemme e smalti<\/em>, Firenze 1975, pp. 389-446.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3607\" class=\"footnote\">M. Muzzarelli, <em>Guardaroba medievale<\/em>, Bologna 1999, p. 16; M.C. Di Natale, <em>Gioielli di Sicilia<\/em>, II ed. Palermo 2008.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Sn<\/em>, <em>Catena<\/em>, 85, f. 103v. Su Nicol\u00f2 de Michaele cfr. P. Sardina, <em>Palermo e i Chiaromonte: splendore e tramonto di una signoria<\/em>, Palermo 2003, pp. 124-126.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> N<\/em>, I st., reg. 119, ff. 81v-82r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3607\" class=\"footnote\">Ivi, ff. 93v-94v, ed. in G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. II, p. 443. La <em>bayrola<\/em> era la gorbia (Ivi, vol. VI, p. 1724, voce <em>vayrola<\/em>), il <em>crispellum<\/em> un guarnimento della spada (Ivi, p. 1650, voce <em>crispellum<\/em>); il <em>mizanum<\/em> un elemento della guaina (Ivi, pag. 1684, voce <em>mizanum<\/em><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> N<\/em>, I st., reg. 122, f. 146v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3607\" class=\"footnote\">Ivi, f. 109r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3607\" class=\"footnote\">Ivi, reg. 123, f. 116r-v. Su Aloisio de Manuele cfr. P. Sardina, <em>Palermo e i Chiaromonte<\/em>\u2026, 2003, pp. 219-223.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc, <em>Une maison<\/em>\u2026, 2014, vol. VI, p. 1665, voce <em>glimpa<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> N<\/em>, I st., reg. 123, ff. 151r-152v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3607\" class=\"footnote\">D. Santoro, <em>Il tesoro recuperato. L\u2019inventario dei beni delle regine di Sicilia confiscati a Manfredi Alagona mel 1393<\/em>, in \u201cAnuario de Estudios Medievales\u201d, n. 37\/1 (enero-junio de 2007), pp. 72-76. Sugli Alagona cfr. P. Sardina, <em>Tra l\u2019Etna e il mare<\/em>, Messina 1995, pp. 140-173.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3607\" class=\"footnote\">M. Pastoureau, <em>Couleurs, images, symboles<\/em>, Paris s.d., p. 32.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3607\" class=\"footnote\">M. Muzzarelli, <em>Guardaroba\u2026<\/em>, 1999, p. 14. Sulla moda medievale cfr. M. Scott,<em> Medieval dress &amp; fashion<\/em>, London 2008.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3607\" class=\"footnote\">F. Piponnier &#8211; P. Mane, <em>Se v\u00eatir au Moyen \u00c2ge<\/em>, Paris 1995, pp. 139-144. Sui paramenti sacri cfr. L. Trichet,<em> Le Costume du clerg\u00e9: ses origines et son \u00e9volution en France d\u2019apr\u00e8s les r\u00e8glements de l\u2019\u00c9glise<\/em>, Paris 1986; S. Larrett Keefer, <em>A Matter of Style: Clerical Vestments in Anglo-Saxon Church<\/em>, in \u201cMedieval Clothing and Texiles\u201d, a cura di R. Netherton &#8211; G.R. Owen-Crocket, 3, 2007, pp.13-40; M.C. Miller, <em>The Liturgical Vestments of Castel Sant\u2019Elia: Their Historical Significance and Current Condition<\/em>, in \u201cMedieval Clothing and Texiles\u201d, 10, 2014, pp. 79-96.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3607\" class=\"footnote\">A. Roth, <em>Il contenuto e la funzione del codice<\/em>, in<em> Il Pontificale di Bonifacio IX<\/em>, a cura di A. M. Piazzoni, Citt\u00e0 del Vaticano 2007, pp. 26-29.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3607\" class=\"footnote\">M. G. Muzzarelli,<em> Gli inganni delle apparenze<\/em>, Torino 1996, pp. 7-9. Sull\u2019argomento cfr. S. G. Heller, <em>Angevin-Sicilian Sumptuary Statutes of the 1290s: Fashion in the Thirteenth Century Mediterraean<\/em>, in \u201cMedieval Clothing and Texiles\u201d, 11, 2015, pp. 77-98.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3607\" class=\"footnote\">M.G. Muzzarelli,<em> Gli inganni\u2026<\/em>, 1996, p. 12.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 101-102. Sull\u2019argomento cfr. T. M. Izbicki, <em>Ecclesiastical Regulation of Women\u2019s Clothing in Late Medieval Italy<\/em>, in \u201cMedieval Clothing and Texiles\u201d, 5, 2009.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3607\" class=\"footnote\">M.G. Muzzarelli,<em> Gli inganni\u2026<\/em>, 1996, pp. 14-16.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 20.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 18-20.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 163.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 171.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3607\" class=\"footnote\">M.G. Muzzarelli, <em>Guardaroba\u2026<\/em>, 1999, pp. 333-336. Sull\u2019argomento cfr. Eadem, <em>Pescatori di uomini<\/em>, Bologna 2005, pp. 109-118.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. I, p. 207.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3607\" class=\"footnote\">Su orafi e argentieri cfr. G. La Corte Cailler, <em>Orefici ed argentieri nel secolo XV (da documenti inediti)<\/em>, in <em>Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia<\/em>, Roma 1981, pp. 131-154; M.C. Di Natale, <em>Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro<\/em>, in <em>Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento<\/em>, catalogo della mostra, Milano 1989, pp. 134-165; <em>Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico<\/em>, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, 2 voll.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes, patriciens et confr\u00e9ries<\/em>. <em>Production et consommation de l\u2019\u0153vre d\u2019art \u00e0 Palerme et en Sicile Occidentale (1348-1460)<\/em>, Rome 1979, p. 124.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3607\" class=\"footnote\">H. Bresc-G. Bresc-Bautier, <em>Lumi\u00e8re et \u00e9clairage dans la Sicile m\u00e9di\u00e9vale<\/em>, in H. Bresc, <em>Una stagione in Sicilia<\/em>, a cura di M. Pacifico, Palermo 2010, vol. II, p. 619.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes\u2026<\/em>, 1979, p. 133 (8 ottobre 1399).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. III, doc. CCXXX, p. 707 (23 agosto 1417). Sui barbieri chirurghi di Corleone cfr. P. Sardina, <em>Barbers and Surgeons in the medical marketplace of the Fifteenth-century Corleone<\/em>, in \u201cRiME\u201d, n. 4\/2 (giugno 2019), pp. 81-82.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes\u2026<\/em>,<em> <\/em>1979, pp. 124-125.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3607\" class=\"footnote\">P. Venturelli, <em>Mantova 1340. Il quadruplice matrimonio Gonzaga: vesti, cinture, manufatti per mensa<\/em>, in \u201cOADI\u201d, anno VII, n. 14 (dicembre 2016).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc,<em> Les bijoux \u00e0 Palerme (XIVe-XVe si\u00e8cle: les \u00e9chos du luxe personnel dans les inventaires notari\u00e9s<\/em>, in <em>Storia, critica e tutela dell\u2019arte nel Novecento. Un\u2019esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale<\/em>, a cura di M.C. Di Natale, Bagheria (Palermo) 2007, pp. 224-225.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> Sn<\/em>, <em>Catena<\/em>, 121, ff. 13r-14r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc,<em> Les bijoux\u2026<\/em>, 2007, p. 225.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 226.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. I, p. 204.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 92.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_3607\" class=\"footnote\">P. Lanza di Scalea, <em>Donne e gioielli in Sicilia nel Medio Evo e nel Rinascimento<\/em>, Palermo-Torino 1892, r. Bologna 1971, pp. 106-107.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc,<em> Les bijoux<\/em>\u2026, 2007, pp. 220-221.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes\u2026<\/em>, 1979, pp. 123-124.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc,<em> Les bijoux\u2026<\/em>, 2007, p. 228.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_3607\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, <em>Aversa (De Aversa) Simone<\/em>, in <em>Arti decorative<\/em>\u2026, 2014, vol. I, p. 30.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_3607\" class=\"footnote\"><em>La mostra d\u2019arte sacra delle Madonie di Maria Accascina<\/em>, a cura di M. C. Di Natale- S. Anselmo- M. Vitella, Palermo 2017, pp. 61-118. Sull\u2019argomento cfr. <em>Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia<\/em>, Roma 1981, pp. 45-64; M. C. Di Natale, <em>Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica<\/em>, in <em>Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco<\/em>, a cura di Eadem, Milano 2001, pp. 22-69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes\u2026<\/em>, 1979, p. 124.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_47_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 199-201. Sul corallo cfr. M.C. Di Natale, <em>Il corallo da mito a simbolo nelle espressioni pittoriche e decorative in Sicilia<\/em>, in <em>L\u2019arte del corallo in Sicilia<\/em>, catalogo della Mostra (Museo Regionale Pepoli, Trapani, 1 marzo &#8211; 1 giugno 1986) a cura di C. Maltese, M.C. Di Natale, Palermo 1986; E. Tartamella, <em>Corallo. Storia e arte dal XV al XIX secolo<\/em>, Palermo 1986; <em>Fonti per la storia del corallo nel Medioevo mediterraneo<\/em>, a cura di A. Sparti, Palermo 1986; M.C. Di Natale, Ad laborandum curallum, in <em>I grandi capolavori del corallo &#8211; I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo<\/em>, catalogo della Mostra (Catania, Palazzo Valle, Fondazione Puglisi Cosentino, 3 marzo &#8211; 5 maggio 2013) a cura di V.P. Li Vigni, M.C. Di Natale, V. Abbate, Cinisello Balsamo 2013.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_47_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_48_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier-H. Bresc,<em> Les bijoux\u2026<\/em>, 2007, pp. 227-228.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_48_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_49_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes\u2026<\/em>, 1979, p. 124.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_49_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_50_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 126.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_50_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_51_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Sn<\/em>, Catena, 85, f. 79v. Sul monastero cfr. P. Sardina,<em> San Salvatore di Palermo nel medioevo fra citt\u00e0, corona e potere ecclesiastico<\/em>, in <em>Il monachesimo femminile nel Mezzogiorno peninsulare e insulare (XI-XVI secolo). Fondazioni, ordini, reti e committenza<\/em>, a cura di G. Colesanti-M.G. Meloni-S. Paone-P. Sardina, Cagliari 2018, pp. 233-288.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_51_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_52_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>N<\/em>, V st., reg. 34, carte sciolte.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_52_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_53_3607\" class=\"footnote\">C. Casagrande, S.Vecchio, <em>Peccato<\/em>, in <em>Dizionario dell\u2019Occidente medievale<\/em>, a cura di J. Le Goff-J.C. Schmitt,Torino 2004, pp. 871-879.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_53_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_54_3607\" class=\"footnote\">M.G. Muzzarelli, <em>Guardaroba<\/em>, 1999, pp. 324-328.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_54_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_55_3607\" class=\"footnote\">M. Bacci, <em>Investimenti per l\u2019aldil\u00e0<\/em>, Roma-Bari 2003, pp. 39-41.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_55_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_56_3607\" class=\"footnote\">C. Casagrande, S.Vecchio, <em>Peccato\u2026<\/em>, 2004, pp. 880-882.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_56_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_57_3607\" class=\"footnote\">J. Le Goff, <em>Aldil\u00e0<\/em>, in <em>Dizionario dell\u2019Occidente\u2026<\/em>, 2004, p. 14.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_57_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_58_3607\" class=\"footnote\">J. Delumeau, <em>Rassicurare e proteggere<\/em>, Milano 1992, pp. 364-368.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_58_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_59_3607\" class=\"footnote\">M. Vovelle, <em>La mort et l\u2019Occident<\/em>, Mayenne, 2000, p. 90.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_59_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_60_3607\" class=\"footnote\">M. Lauwers, <em>Morte\/i<\/em>, in <em>Dizionario dell\u2019Occidente<\/em>\u2026, 2004, p. 797.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_60_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_61_3607\" class=\"footnote\">M. Bacci, <em>Lo spazio dell\u2019anima<\/em>, Roma-Bari, 2005, pp. 79-86.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_61_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_62_3607\" class=\"footnote\">Sull\u2019argomento cfr. <em>La conciencia de los antepasados<\/em>, a cura di A. Dacosta, J. R. Prieto Lasa, J. R. D\u00edaz de Durana, Madrid 2014.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_62_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_63_3607\" class=\"footnote\">M. Lauwers, <em>Morte\/i\u2026<\/em>, 2004, pp. 786-791.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_63_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_64_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 793-794.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_64_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_65_3607\" class=\"footnote\">Ph. Ari\u00e8s,<em> L\u2019uomo e la morte dal Medioevo a oggi<\/em>, Roma-Bari 1985, p. 156.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_65_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_66_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 222-224.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_66_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_67_3607\" class=\"footnote\">M. Vovelle, <em>La mort\u2026<\/em>, 2000, p. 72.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_67_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_68_3607\" class=\"footnote\">Ph. Ari\u00e8s,<em> L\u2019uomo e la morte<\/em>\u2026, 1985, p. 219.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_68_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_69_3607\" class=\"footnote\">M. Bacci, <em>Investimenti<\/em>\u2026, 2003, pp. 74-76. Sui <em>male ablata<\/em> cfr. S. Fodale,<em> Solidariet\u00e0 pubblica e riscatto dalla cattivit\u00e0 in Barberia<\/em>, in Idem,<em> Casanova e i mulini a vento e altre storie siciliane<\/em>, Palermo 1986, pp. 23-47.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_69_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_70_3607\" class=\"footnote\">M. Bacci, <em>Investimenti<\/em>\u2026, 2003, pp. 78-79.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_70_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_71_3607\" class=\"footnote\">G. Todeschini, <em>I mercanti e il tempio. La societ\u00e0 cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed et\u00e0 moderna<\/em>, Bologna 2002, pp. 133-136.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_71_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_72_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 139-141.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_72_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_73_3607\" class=\"footnote\">Ivi, pp. 174-185.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_73_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_74_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Crs<\/em>, <em>S. Giovanni di Baida<\/em>, reg. 3, ff. 13r-21v, ed. in G. Pecorella, <em>Per la storia della contrada e del convento di Baida<\/em>, in \u201cArchivio Storico Siciliano\u201d, serie III, vol. XVII (1967), pp. 281-285.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_74_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_75_3607\" class=\"footnote\">L. Butt\u00e0, <em>Il chiostro di Manfredi: ideologia politica e raccomandazione dell\u2019anima nel convento di Santa Maria degli Angeli di Baida<\/em>, in \u201cRicerche di Storia dell\u2019Arte\u201d, n. 102 (2010), pp. 85-90. Sull\u2019argomento cfr. E. Caracciolo,<em> La chiesa e il convento di Baida presso Palermo<\/em>, in \u201cArchivio Storico Siciliano\u201d, vol. II-III (1936-1937), pp. 111-146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_75_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_76_3607\" class=\"footnote\">Ph. Ari\u00e8s, <em>L\u2019uomo e la morte<\/em>\u2026, 1985, p. 219.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_76_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_77_3607\" class=\"footnote\">F. Piponnier- P. Mane, <em>Se v\u00eatir\u2026<\/em>, 1995, p. 144.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_77_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_78_3607\" class=\"footnote\">P. Lanza di Scalea, <em>Donne e gioielli\u2026<\/em>, 1971, pp. 121-122.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_78_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_79_3607\" class=\"footnote\">S. Salomone-Marino, <em>Le pompe nuziali e il corredo delle donne siciliane ne\u2019 secoli XIV, XV e XVI<\/em>, in \u201cArchivio Storico Siciliano\u201d, n.s., I (1876), pp. 212-213.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_79_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_80_3607\" class=\"footnote\">L. Sciascia, <em>Per una storia di Palermo nel Duecento (e dei toscani in Sicilia): la famiglia di Ruggero Mastrangelo<\/em>, in <em>Come l\u2019orco della fiaba Studi per Franco Cardini<\/em>, Firenze, 2010, p. 581-584.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_80_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_81_3607\" class=\"footnote\">P. Sardina, <em>Il monastero di Santa Caterina e la citt\u00e0 di Palermo (secoli XIV e XV)<\/em>, Palermo 2016, pp. 13-16.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_81_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_82_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier &#8211; H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. VI, p. 1690, voce <em>parascidis<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_82_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_83_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 1680, voce <em>marascium<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_83_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_84_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 1633, voce <em>canata<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_84_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_85_3607\" class=\"footnote\">Il termine deriva dall\u2019arabo <em>qur\u1e6d<\/em>, invece da <em>aqr\u0101\u1e6d<\/em>, plurale della stessa parola, ha origine <em>acrati<\/em>, altra forma per indicare i pendenti (L. Sciascia, <em>Palermo as a Stage for, and a Mirror of, Political Development from the 12th to the 15th Century<\/em>, in A <em>Companion to Medieval Palermo<\/em>, a cura di A. Nef, Leiden-Boston 2013, p. 310, nota 25). Molto diffusi erano anche i <em>circelli<\/em> o <em>auriculari<\/em> (P. Lanza di Scalea, <em>Donne e gioielli\u2026<\/em>,<em> <\/em>1971, pp. 99-100).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_85_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_86_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc,<em> Les bijoux\u2026<\/em>, 2007, p. 225. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. VI, p. 1640, voce <em>chanaca<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_86_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_87_3607\" class=\"footnote\">Le ghirlande, indossate da donne e uomini, potevano essere corone di foglie e fronde, ma anche d\u2019oro e gemme (R. Levi Pisetzki, <em>Storia del costume in Italia<\/em>, Milano 1968, p. 68).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_87_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_88_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. VI, p. 1642, voce <em>chiprensis<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_88_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_89_3607\" class=\"footnote\">Durante le cerimonie si vestivano di rosso le regine angioine, i re e gli alti prelati (S. Tramontana, <em>Vestirsi e travestirsi in Sicilia<\/em>, Palermo 1993, pp. 95-96).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_89_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_90_3607\" class=\"footnote\">Sulla cappella di S. Orsola cfr. P. Sardina, <em>Il culto di Sant\u2019Orsola e la nobilt\u00e0 civica palermitana nel XIV secolo<\/em>, in <em>Scritti storici dedicati a Orazio Cancila<\/em>, a cura di A. Giuffrida, F. D\u2019Avenia, D. Palermo, Palermo 2011, vol. I, pp. 1-24.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_90_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_91_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Crs<\/em>,<em> S. Domenico<\/em>, reg. 62, perg.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_91_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_92_3607\" class=\"footnote\">Ivi, reg. 338, s.n.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_92_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_93_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. VI, p. 1701, voce <em>sabbuca<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_93_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_94_3607\" class=\"footnote\"><em>Draghi rossi e querce azzurre. Elenchi descrittivi di abiti di lusso (Firenze 1343-1345)<\/em>, trascrizione a cura di L. G\u00e9rard-Marchant, Firenze 2013, p. 549.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_94_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_95_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Crs<\/em>, <em>S. Caterina<\/em>, reg. 61\/46, ff. 1r-10r; reg. 69, ff. 35r-41r ; S. Domenico, reg. 62, ff. 47r-58r; Ivi, reg. 63, ff. 766r-769v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_95_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_96_3607\" class=\"footnote\">R. Levi Pisetzki, <em>Storia del costume\u2026<\/em>, 1968, pp. 58-59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_96_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_97_3607\" class=\"footnote\"><em>Draghi rossi e querce azzurre\u2026<\/em>, 2013, pp. 255-256.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_97_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_98_3607\" class=\"footnote\">Ivi, p. 401.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_98_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_99_3607\" class=\"footnote\">R. Levi Pisetzki, <em>Storia del costume<\/em>, 1968, p. 97.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_99_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_100_3607\" class=\"footnote\">L. Sciascia,<em> Scene e costumi: regalit\u00e0 e moda alla corte di Barcellona<\/em>, in <em>Le usate leggiadrice. I cortei, le cerimonie, le feste e il costume nel Mediterraneo tra XV e XVI secolo<\/em>, a cura di G.T. Colesanti, Atti del Convegno (Napoli, 14-16 dicembre 2006), Montella (AV) 2010, p. 34.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_100_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_101_3607\" class=\"footnote\">M. Pastoureau,<em> Vedere i colori nel medioevo<\/em>, in<em> Il medioevo europeo di Jacques Le Goff<\/em>, Milano 2003, pp. 373-374.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_101_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_102_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> Sn<\/em>,<em> Gancia<\/em>, 298N, s.n.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_102_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_103_3607\" class=\"footnote\">Ivi, <em>Catena<\/em>, 85, ff. 95v-97v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_103_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_104_3607\" class=\"footnote\">Ivi, <em>N<\/em>, st. I, reg. 123, ff. 165v-166r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_104_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_105_3607\" class=\"footnote\">Ivi, reg. 604, ff. 479v-481r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_105_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_106_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier, <em>Artistes<\/em>\u2026, 1979, p. 126.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_106_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_107_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>N<\/em>, I st., reg. 115, f. 34r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_107_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_108_3607\" class=\"footnote\">G. Bresc-Bautier- H. Bresc, <em>Une maison\u2026<\/em>, 2014, vol. I, p. 201.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_108_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_109_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>N<\/em>, V st., I num., reg. 46, ff. 66r-68r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_109_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_110_3607\" class=\"footnote\">Ivi, reg. 5, ff. 135v-136r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_110_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_111_3607\" class=\"footnote\">M.A. Russo, <em>Matteo Sclafani: paura della morte e desiderio d\u2019eternit\u00e0<\/em>, in \u201cMediterranea. Ricerche storiche\u201d, n. 6 (aprile 2006), p. 59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_111_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_112_3607\" class=\"footnote\">ASPa, <em>Tabulario della Martorana<\/em>, perg. 82.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_112_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_113_3607\" class=\"footnote\">C. Biondi, <em>Mentalit\u00e0 religiosa e patriziato urbano a Catania secoli XIV- XV<\/em>, Messina 2001, pp. 83-90.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_113_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_114_3607\" class=\"footnote\">ASPa,<em> Sn<\/em>, <em>Gancia<\/em>, 298N, s.n.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_114_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_115_3607\" class=\"footnote\">Ivi, <em>N<\/em>, I st., reg. 832, ff. 20v-21r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_115_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_116_3607\" class=\"footnote\">Ivi, <em>Crs<\/em>,<em> S. Chiara<\/em>, reg. 104, s.n. Su S. Chiara cfr. P. Sardina, <em>Le Clarisse di Palermo nei secoli XIV e XV<\/em>,<em> Quei maledetti normanni. Studi offerti a Errico Cuozzo<\/em>, a cura di in J.-M. Martis, R. Alaggio, Ariano Irpino 2016, vol. II, pp. 1097-1116.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_116_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_117_3607\" class=\"footnote\">[1] ASPa, <em>N<\/em>, V\u00a0 st., I num., reg. 16, s.n.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_117_3607\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>patrizia.sardina@unipa.it Dal profano al sacro: oreficeria e abiti nella Sicilia tardo-medievale DOI: 10.7431\/RIV20032019 1. 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