{"id":3450,"date":"2019-06-28T20:46:21","date_gmt":"2019-06-28T20:46:21","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3450"},"modified":"2019-12-30T08:17:55","modified_gmt":"2019-12-30T08:17:55","slug":"maria-laura-celona","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3450","title":{"rendered":"Maria Laura Celona"},"content":{"rendered":"<p>ml.celona@libero.it<\/p>\n<h2>L\u2019utensileria europea e l\u2019argenteria laica dei nobili in Sicilia nei secoli XVIII e XIX<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV19092019<\/p>\n<p><strong><em> <\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019argento fu utilizzato con particolari valenze socio-politiche, magiche, apotropaiche o ancora religiose per la produzione di manufatti artistici eterogenei. Nel Medioevo era comune a tavola l\u2019impiego di vasellame d\u2019argento, si ricorda ad esempio la splendida coppa di Norimberga di epoca carolingia<sup><a href=\"#footnote_0_3450\" id=\"identifier_0_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Grabar, Opere bizantine, in Il tesoro di S. Marco: il tesoro e il museo, a cura di H.R. Hahnloser, Firenze 1971, p. 70.\">1<\/a><\/sup>. Piatti e ciotole di legno, formavano, l\u2019arredamento delle tavole povere, mentre le classi medie avevano stoviglie di peltro e di stagno. Soltanto le classi benestanti godevano il privilegio di possedere argenteria da tavola o ancora da esposizione, come bacili o vasi in argento dorato che venivano posti nelle credenze<sup><a href=\"#footnote_1_3450\" id=\"identifier_1_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. E. Battisti, Storia dell&rsquo;artigianato europeo, Milano 1983.\">2<\/a><\/sup>. Con l\u2019inizio del Rinascimento, sulle tavole dei nobili, dagli Estensi ai Gonzaga, e della corte ecclesiastica si iniziava a diffondere l\u2019uso di nuovi utensili di argenteria da \u201ccredenza\u201d<sup><a href=\"#footnote_2_3450\" id=\"identifier_2_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nelle grandi famiglie nobiliari gli incaricati alla preparazione degli alimenti erano uomini e spesso anche di alta estrazione sociale, almeno sino alla prima et&agrave; moderna. Gli avvelenamenti erano, infatti, molto temuti. Significativamente in Italia, tanto il mobile dove si appoggiavano cibi freddi e piatti, quanto la ritualit&agrave; di servirli avevano il nome di &ldquo;credenza&rdquo;, derivato dal latino, credo, ovvero dare fiducia. Per ulteriori approfondimenti sulla condizione economica e organizzativa della vita familiare in Europa e in particolar modo in Italia cfr. Storia della famiglia in Europa. Dal Cinquecento alla Rivoluzione francese, a cura di M. Barbagli &ndash; D.I. Kertzer, Roma-Bari 2002, p. 9.\">3<\/a><\/sup>, sempre pi\u00f9 riccamente decorati e arricchiti da guarnizioni in oro, argento e pietre preziose, segno di ricchezza e benessere. La nuova borghesia costituita da mercanti e banchieri, inizi\u00f2 ad arricchire di suppellettili la tavola, cos\u00ec anche la posateria cominci\u00f2 a prendere sempre pi\u00f9 spazio e importanza nel contesto sociale quotidiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda met\u00e0 del Cinquecento, l\u2019uso della forchetta era ormai generalizzato in Italia. Si ricorda ad esempio Michel de Montaigne quando in occasione del suo storico viaggio nell\u2019ultimo quarto del secolo XVI notava l\u2019uso abituale della forchetta individuale<sup><a href=\"#footnote_3_3450\" id=\"identifier_3_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Benporat, Storia della gastronomia italiana, Milano 1990, p. 50.\">4<\/a><\/sup>. Il 31 dicembre del 1581, trovandosi a Roma ospite del Cardinale De Sans, lo scrittore francese rilevava la presenza sulla tavola di cucchiaio, coltello e forchetta, sistemati tra due salviette insieme al pane, al posto di ciascun convitato. Siamo ormai in piena regola moderna, ma nel resto dell\u2019Europa permanevano varie resistenze<sup><a href=\"#footnote_4_3450\" id=\"identifier_4_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F.J. Noel &ndash; P. Figlio, in Dizionario delle invenzioni, origine e scoperte, relative ad arti, scienze, geografia, storia, agricoltura, commercio che indica le epoche dello stabilimento dei popoli, delle religioni delle sette, leggi e dignit&agrave;; l&rsquo;origine delle costumanze e delle mode, degli usi, delle monete, ecc: ugualmente che le date delle invenzioni utili e scoperte importanti fatte sino al presente, (trad. it. A. Orvieto), Livorno 1850, ad vocem Cucchiaj e forchette, p. 135; F. Braudel, Capitalismo e civilt&agrave; materiale, Torino 1977.\">5<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le corti d\u2019Europa, le nuove classi emergenti e perfino la ricca borghesia si scatenavano in una competizione senza fine commissionando opere raffinate e qualche volta vistose, giungendo ad allestire veri e propri spettacoli, assumendo cuochi e architetti per le scenografie, curando nei minimi dettagli la presentazione delle portate e la sequenza delle vivande imbandite. A tale proposito va citato l\u2019inedito inventario, redatto dal notaio Giovanni Antonio Chiarella, in cui si legge che l\u2019<em>aurifex<\/em> Pietro De Vita si obbliga con don Blasio de Marchisi, principe della Scaletta, \u00abut dicitur in farci infrascritta operas cio\u00e8 in primis sei bacili di argento di piso di libri otto l\u2019uno bianchi item sei bacili di argento di setti libri l\u2019uno bianchi item quattro bacili di argento di piso di libri sei l\u2019uno gisilati conforme a un bacile di esso illustre principi che tiene hoggi in potere suo detto de vita quali si obliga restituire a detto ill. principi\u00bb<sup><a href=\"#footnote_5_3450\" id=\"identifier_5_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Archivio di Stato di Palermo (da ora in poi ASPa), Notai defunti, Chiarella Giovanni Antonio, V Stanza, n. 2 vol. 14, c. 908 r. e v. 24 febbraio XIV Ind. 1631.\">6<\/a><\/sup>. L\u2019artista aveva gi\u00e0 eseguito per il principe \u00abuna conca di testa di argento di piso di libri dieci item dui para di candileri di argento di piso di libri sei lo paro item sei tazzuni di argento di piso di libri tri l\u2019uno torniati item quattro bucali a la romana di argento di piso di libri cinque l\u2019uno\u00bb per il prezzo di onze 449 tar\u00ec 5<sup><a href=\"#footnote_6_3450\" id=\"identifier_6_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">7<\/a><\/sup>. Il predetto principe inoltre \u00abhabuisse e recepisse a detto de Vita stipulante catinam unam auri fatta di maglia a madonello\u00bb dal valore di onze 100 \u00ababsque magisterio nec non et dui tazuni di argento deorati di valuta tra argento oro et mastria ad summam unciarum triginta duarum et tt. novem\u00bb<sup><a href=\"#footnote_7_3450\" id=\"identifier_7_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">8<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla luce di candelieri e candelabri tutto si fondeva in perfetta armonia con l\u2019ambiente e con gli altri arredi da tavola, come le oliere, le saliere, le salsiere e le mostardiere, i centri tavola, le zuppiere e i paioli che, per la caratteristica capacit\u00e0 di capienza, erano spesso utilizzati per servire i legumi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda gli accessori da tavola, un posto particolare spetta alla saliera. Essendo il sale uno degli elementi base nella preparazione delle vivande \u00e8 stata la prima a comparire sulle tavole in fogge sempre pi\u00f9 eleganti e riccamente decorate. Era, dunque, a questo manufatto che spettava il posto d\u2019onore, assurgendo spesso a vero e proprio centro tavola, accanto alle zuppiere e ai sontuosi candelieri<sup><a href=\"#footnote_8_3450\" id=\"identifier_8_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"British Museum, Guide to medieval antiquities, Londra 1924, p. 223.\">9<\/a><\/sup>. Famosissima \u00e8 la saliera di Benvenuto Cellini, oggi al Kunsthistoriches Museum di Vienna, dalla raffinata fattura in oro e argento, eseguita su commissione di Francesco I, re di Francia, nel 1543<sup><a href=\"#footnote_9_3450\" id=\"identifier_9_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"B. Cellini, Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino da lui medesimo scritta, nella quale molte curiose particolarit&agrave;\u0300 si toccano appartenenti alle arti ed all&rsquo;istoria del suo tempo, tratta da un ottimo manoscritto, Colonia 1728, pp. 227&ndash;228.\">10<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Medioevo le saliere erano essenzialmente di due tipi: montate in recipienti aperti come conchiglie o foglie in oro, oppure chiuse. All\u2019origine delle saliere chiuse, spesso realizzate a forma di cofanetto o navicella, ci fu il timore degli avvelenamenti con la conseguente scelta di protezione del prodotto. Nel Rinascimento, le pi\u00f9 piccole assunsero una valenza simbolica poich\u00e9 la loro preziosit\u00e0 era direttamente proporzionate all\u2019agiatezza del padrone di casa: \u00abNe\u2019 i conviti il grado di ogni ospite era distinto dalla sua situazione sopra e sotto la saliera, la quale inevitabilmente stava collocata nel mezzo del tavolo; il siniscalco aveva ordine di far cangiar luogo a coloro, che si fossero seduti all\u2019ins\u00f9 di quelli, che li superavano o per grado, o per ricchezza\u00bb<sup><a href=\"#footnote_10_3450\" id=\"identifier_10_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. G. Ferrario, Abiti e costumanze, in Costume antico e moderno e storia del governo della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni. Provata con monumenti dell&rsquo;antichit&agrave; e rappresentata cogli analoghi disegni del Dottor Giulio Ferrario, vol. VII, Firenze MDCCCXXX, p. 164.\">11<\/a><\/sup>. I testamenti del XV secolo riportano descrizioni di saliere di ogni forma e specie: tonde, piatte, alte, basse, con o senza coperchio, a forma di dragone o di leone. Generalmente erano realizzate in argento o argento dorato. In Inghilterra, le saliere poste a lato di ogni commensale erano triangolari o circolari con l\u2019incavo nella faccia superiore, successivamente furono aggiunti piedini e piccoli manici. Nel Seicento nacquero i contenitori dotati di diversi scomparti, destinati a sale, pepe ed altre spezie<sup><a href=\"#footnote_11_3450\" id=\"identifier_11_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Storia &hellip;, 2002, pp. 17-18.\">12<\/a><\/sup>, si ricorda l\u2019inventario di donna Felice Ventimiglia del 1693 in cui si legge: \u00abun saliera dorata di 7 pezzi cio\u00e8 paniera sotto con piedi, saliera ornamento di sopra la saliera con statuetta zuccheriera e peparola due bocchetti con coperchii per oglio e aceto. Saliera d\u2019argento bianco in 6 pezzi come sopra senza ornamento sopra la suddetta saliera \/ Tre saliere due da tavola e una di campagna in 3 pezzi si disf\u00e0\u00bb<sup><a href=\"#footnote_12_3450\" id=\"identifier_12_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale &ndash; R. Vadal&agrave;, Il tesoro di Sant&rsquo;Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, appendice documentaria di R.F. Margiotta, Palermo 2010, p. 96.\">13<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019origine della caffettiera \u00e8 legata alla diffusione di tale bevanda proveniente dalla regione etiope del Kaffa all\u2019Inghilterra durante il Commonwealth (1649-1660), prima dell\u2019introduzione del t\u00e8<sup><a href=\"#footnote_13_3450\" id=\"identifier_13_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nell&rsquo;Inghilterra del Settecento il t&egrave; era una bevanda diffusa a tal punto da divenire presto simbolo di nazionalit&agrave; e nobilt&agrave;. Per ulteriori approfondimenti cfr. A. Dumas, Grande Dizionario di cucina, Como &ndash; Pavia 2002, pp. 476-477.\">14<\/a><\/sup>. Le credenze popolari sul nefasto effetto di un suo uso continuo ne limitarono, almeno inizialmente, il suo consumo<sup><a href=\"#footnote_14_3450\" id=\"identifier_14_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Di Bennet &ndash; K. Weinberg &ndash; Bonnie, I mondi della caffeina tra storie e culture. T&egrave;, caff&egrave;, cioccolata, Roma 2001, pp. 167-170; A. Dumas, Grande dizionario&hellip;, 2002, pp. 476-477.\">15<\/a><\/sup>. La prima caffettiera inglese nota, conservata al Victoria &amp; Albert Museum di Londra, \u00e8 di forma tronco conica, ispirata a modelli turchi e datata 1681<sup><a href=\"#footnote_15_3450\" id=\"identifier_15_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la caffettiera: http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O78577\/coffee-pot-unknown\/; Londra Victoria and Albert Museum, n. inv. M 389-1921.\">16<\/a><\/sup>. Gli esemplari successivi, tuttavia, presenteranno il manico, a 90\u00b0 rispetto al beccuccio, almeno fino al primo trentennio del Settecento, quando la bevanda divent\u00f2 la pi\u00f9 richiesta dagli intellettuali illuministi. Nel XVIII secolo si assistette al dominare della forma ovale. Le caffettiere rimasero immuni da decorazioni \u201calla moda\u201d per quasi tutto il secolo, fatta eccezione per il periodo del rococ\u00f2 quando si diffusero beccucci di teiere e caffettiere dalla foggia di mostri equiformi, animali marini, maschere antropomorfe e manici a forma di cavalluccio marino, leone o cane, non mancarono poi gli ortaggi finemente modellati tratti dai disegni di Meissonnier, tra cui carciofi e rape, ma anche fiori spesso impiegati per ornare il pomolo delle zuppiere. Teiere e bollitori per l\u2019acqua assunsero la forma di zucche e di meloni, non vennero risparmiati nemmeno i cestini, le lattiere, i cucchiaini per il t\u00e8, le salsiere, i calamai, e, come detto prima, i grandiosi centro tavola, costituiti da un corpo centrale al quale spesso erano appesi cestini e portavivande.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra il XVII ed il XVIII secolo, vennero comunque prodotti modelli a foggia di pera o a balaustro, cos\u00ec chiamato dal De Candolle<sup><a href=\"#footnote_16_3450\" id=\"identifier_16_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. De Candole, The origin of cultivated plants, Cambridge 2011, pp. 327-328.\">17<\/a><\/sup>, nuovamente di moda nel terzo quarto del Settecento. \u00c8, infatti, a partire da questo momento storico che il beccuccio divenne a collo di cigno, la vasca piriforme, i manici di legno o, pi\u00f9 raramente, in lamina d\u2019argento isolata con cuoio o paglia di fiume intrecciata o ancora in avorio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno alla met\u00e0 del XVIII secolo, lo stile rococ\u00f2 divenne imperante nella posateria, venne interpretato attraverso un\u2019elaborata realizzazione di manici in porcellana o in ceramica, alcuni con decorazioni a <em>chinoiserie.<\/em> Tutte le posate vennero create sempre con una gran variet\u00e0 di materiali dall\u2019avorio all\u2019osso con abbellimenti in tartaruga al giaietto e ambra, e ancora con il cristallo di rocca e l\u2019agata, perfino arricchiti da incisioni o ornamenti a sbalzo. Interessante \u00e8 ricordare una serie di posate<sup><a href=\"#footnote_17_3450\" id=\"identifier_17_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per ulteriori notizie sulle suppellettili palermitane giunte nell&rsquo;Alto Lario occidentale cfr. R. Pellegrini, Di alcune suppellettili d&rsquo;argento donate dagli emigrati, in &ldquo;Quaderni della Biblioteca del Conventi francescano di Dongo&rdquo;, n. 70, dicembre 2013, pp. 60-61.\">18<\/a><\/sup>, realizzate nella seconda met\u00e0 del XVIII secolo, di collezione privata, annoverati tra i beni della famiglia del pittore Antonio Maria Caraccioli (1727-1801), costituita da quattro cucchiai, tre forchette e un coltello, tutti in argento recanti il marchio della citt\u00e0 di Palermo con l\u2019aquila a volo alto e differenti punzoni consolari<sup><a href=\"#footnote_18_3450\" id=\"identifier_18_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">19<\/a><\/sup>. Con il passare degli anni si diffusero altri elementi d\u2019argenteria d\u2019uso, quali i cucchiai da frutta e di altro genere, mentre per i bambini i cucchiai da pappa vennero realizzati in argento per sfruttare il potere battericida proprio del metallo prezioso. Si ricorda a tal proposito il dipinto di Jean Baptiste Greuze, <em>Il bambino viziato, <\/em>datato 1765, custodito presso il Museo Statale l\u2019Ermitage di San Pietroburgo, in cui \u00e8 raffigurato un bambino che, nonostante si trovi in un contesto umile, porge con il cucchiaio d\u2019argento la propria minestra al cane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Insieme alla posateria, altrettanto remota fu la richiesta di argenteria laica, quali candelabri, zuppiere, centri tavola e trionfi, il cui ingresso sulle tavole risale gi\u00e0 al XVII secolo, su indicazione della moda francese, che con la maestosit\u00e0 della corte di Versailles dettava legge in tutta Europa. I maestri argentieri apprendevano sempre di pi\u00f9 la sofisticata arte dello sbalzo e cesello, conferendo ai manufatti forme sinuose, inventando disegni sempre nuovi, in una sfrenata corsa alla raffinatezza e all\u2019eleganza. Significative, in ambito siciliano, sono alcune alzate da tavola della seconda met\u00e0 del XVII secolo: una firmata da Sebastiano Juvarra, oggi custodita al Victoria and Albert Museum di Londra<sup><a href=\"#footnote_19_3450\" id=\"identifier_19_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O91877\/table-ornament-juvarra-sebastian\/\">20<\/a><\/sup>, gi\u00e0 rintracciata da Maria Accascina<sup><a href=\"#footnote_20_3450\" id=\"identifier_20_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"I documenti fotografici, testimonianza dell&rsquo;instancabile studio dell&rsquo;Accascina, propriet&agrave; della BCRS, sono recentemente stati digitalizzati dall&rsquo;Osservatorio per le Arti decorative intitolato a &ldquo;Maria Accascina&rdquo; diretto da M.C. Di Natale, alla sezione Fondo Accascina, database argenti, a cura di M.L. Celona, n. inv. 105.1.C.0007; 105.1.C.0008, visibili al link: http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=506&amp;Itemid=272.\">21<\/a><\/sup>, e una esposta presso il Museo di Arte decorativa di Oslo, opere di argentiere messinese<sup><a href=\"#footnote_21_3450\" id=\"identifier_21_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Palermo 1974, p. 331, p. 335 (figg. 217, 218), pp. 336, 337 (fig. 220).\">22<\/a><\/sup>. Pure pregevole \u00e8 l\u2019alzata da tavola, realizzata da Giuseppe D\u2019Angelo, gi\u00e0 nella collezione Konsberg di Buenos Aires<sup><a href=\"#footnote_22_3450\" id=\"identifier_22_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Accascina, Oreficeria di Sicilia&hellip;,1974, p. 331, p. 335 (figg. 217, 218), pp. 336, 337 (fig. 220).\">23<\/a><\/sup>. L\u2019opera, recante il marchio della citt\u00e0 di Messina e le iniziali, GIOS D\u2019ANG, \u00e8 composta da quattro cavalli marini che sorreggono una base su cui poggiano quattro conchiglie alternate a puttini; al di sopra si ergono due alzate sostenute da tritoni e ninfe. Il motivo ispiratore dell\u2019opera \u00e8 evidentemente derivato dalla fontana di Orione del Montorsoli a Messina, che l\u2019argentiere esalta negli aspetti di rara eleganza formale piuttosto che nell\u2019assetto monumentale. Tale evoluzione stilistica ha necessariamente coinvolto un copioso insieme di accessori da tavola, documentata dalle analisi di dipinti e dalle stampe dell\u2019epoca. Una ricchezza rappresentativa del benessere e del rango del padrone di casa. Si deve, dunque, alla famiglie Juvarra e Martinez, spesso in viaggio tra Roma e Messina, la pi\u00f9 originale produzione di suppellettili in argento, purtroppo oggi dispersa a causa delle disastrose calamit\u00e0 naturali ed epidemiche avvenute<sup><a href=\"#footnote_23_3450\" id=\"identifier_23_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La maggior parte dei disegni di Filippo Juvarra sono raccolti in album conservati in musei e biblioteche italiani ed esteri quali Chatsworth, Dresda, Londra, presso il Victoria and Albert Museum, New York al Metropolitan Museum, Parigi, presso la Biblioth&egrave;que Nationale de France, Venezia, Citt&agrave; del Vaticano presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, Vienna alla Graphische Sammlung Albertina; altri disegni sono conservati in fogli sciolti a Madrid presso la Biblioteca Nacional de Espa&ntilde;a, Berlino alla Kunstbibliothek e Stoccolma. Nel 2010 ha, inoltre, preso avvio nel una collaborazione tra la Facolt&agrave; di Lettere dell&rsquo;Universit&agrave; di Torino con lo studioso Giuseppe Dardanello e l&rsquo;Accademia delle Scienze di Torino in particolar modo dedicata alla sezione sui disegni del Juvarra, cfr. http:\/\/www.palazzomadamatorino.it\/pagina3.php?id_pagina=649. Palazzo Madama possiede, infatti, quattro album con legatura settecentesca in pelle con fregi d&rsquo;oro, che compaiono nell&rsquo;inventario del 1764 dell&rsquo;Archivio particolare di Carlo Emanuele III di Savoia. Cfr. Filippo Juvarra (1678-1736). Architetto dei Savoia, architetto in Europa, in Convegno di studi (13 &ndash; 16 novembre 2011, Palazzo Madama, Reggia di Venaria, Castello di Rivoli, Torino), a cura di P. Cornaglia, A. Merlotti, C. Roggero, Roma 2014.\">24<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019uso delle zuppiere si diffuse nel XVIII secolo, quando i banchetti si trasformarono in vere e proprie occasioni mondane e il numero dei commensali aument\u00f2 rendendo impossibile il trasporto dalle cucine delle fondine singole con le porzioni di zuppa o di minestra. Le zuppiere dotate di coperchio e poggianti su vassoi d\u2019argento, nascevano, dunque, per tenere calde le vivande durante il tragitto dai locali di preparazione alle stanze del banchetto. Un esemplare \u00e8 quello da me rintracciato nel Fondo Accascina<sup><a href=\"#footnote_24_3450\" id=\"identifier_24_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Supra, nota 21, nn. inv. 105.7.A.00084, 110.8.A.000102.\">25<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 1. Placido Caruso e argentiere palermitano, &lt;i&gt;Zuppiera&lt;\/i&gt;, collezione privata (part.).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/cel01.jpg\">Fig. 1<\/a>) caratterizzato da una forma bombata, tipica ormai dell\u2019orientamento stilistico della produzione orafa settecentesca. Il coperchio, in lamina modellata a sbalzo, anch\u2019esso lontano dalle fogge seicentesche, presenta caratteristiche formali e stilistiche di sensibilit\u00e0 neorinascimentale, aventi come protagonisti non pi\u00f9 cherubini alati, ma una sobriet\u00e0 decorativa che bene si addice all\u2019uso domestico. Sul documento allegato alla fotografia si legge che l\u2019opera reca l\u2019aquila a volo basso, le iniziali PC89, da riferire all\u2019argentiere palermitano Placido Caruso<sup><a href=\"#footnote_25_3450\" id=\"identifier_25_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. L. Bertolino, Indice degli orafi e degli argentieri di Palermo, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della Mostra (Trapani, Museo Regionale &ldquo;A. Pepoli&rdquo;, 1 luglio &ndash; 30 ottobre 1989) a cura di M.C. Di Natale, Milano 19891989, pp. 399-340.\">26<\/a><\/sup> operante nella qualit\u00e0 di console dal 27 giugno 1689 al 26 giugno del 1690<sup><a href=\"#footnote_26_3450\" id=\"identifier_26_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII secolo ad aggi, saggio introduttivo di M.C. Di Natale, Palermo 1996, p. 69.\">27<\/a><\/sup>. Differente deve, invece, essere la data del coperchio dell\u2019opera, vista la presenza di un punzone purtroppo lacunoso della firma di argentiere e console, ma completo di una ben leggibile aquila a volo alto che lascia supporre la sua realizzazione <em>post<\/em> 1715<sup><a href=\"#footnote_27_3450\" id=\"identifier_27_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi &hellip;, 1996, p. 36.\">28<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad impreziosire le tavole furono anche i piatti da parata, lavorati a sbalzo e cesellati, dalla funzione esclusivamente decorativa, segno della ricchezza della famiglia, che si tramandavano da padre in figlio. Seguivano poi brocche, bacili, versatoi, ciotole e scodelle, tutti usati per mescere le bevande o per la detersione delle mani dei commensali tra una portata e l\u2019altra. I vassoi, invece, furono utilizzati esclusivamente per il trasporto dalla cucina alla sala del banchetto dei bicchieri, dei piatti da portata e delle vivande. A tal riguardo significativo \u00e8 ricordare il piatto da parata della met\u00e0 del XVIII secolo, opera di maestro argentiere siciliano, caratterizzato da un bordo a fascia larga, delimitato da modanature mistilinee e da due manici a doppia voluta lavorati secondo un motivo comune nell\u2019argenteria da tavola del pieno Settecento. Sul vassoio (<a title=\"Fig. 2. Argentiere palermitano del 1765, &lt;i&gt;Vassoio&lt;\/i&gt;, Palermo, collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/cel02.jpg\">Fig. 2<\/a>) sono impressi il marchio della citt\u00e0 di Palermo con l\u2019aquila a volo alto e le iniziali del console seguite dalle due cifre indicanti l\u2019anno, GL65, da riferire a Leone Gaspare, documentato al 1762 e al 1765<sup><a href=\"#footnote_28_3450\" id=\"identifier_28_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi &hellip;, 1996, p. 78.\">29<\/a><\/sup>. L\u2019opera risulta affine per foggia e stile ad altri vassoi rintracciati da Maria Concetta Di Natale presso collezioni private, in occasione della mostra <em>Ori e argenti di Sicilia<\/em><sup><a href=\"#footnote_29_3450\" id=\"identifier_29_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, scheda II, 224, in Ori e argenti&hellip;, 1989, pp. 339-340.\">30<\/a><\/sup> del 1989, che presentano il marchio della citt\u00e0 di Palermo con l\u2019aquila a volo alto. Tali esemplari furono particolarmente richiesti nel Settecento non soltanto dalla committenza laica, ma anche da quella religiosa, come attesta il piatto del Museo Diocesano di Monreale realizzato nel 1747 da Antonino Pensallorto, recante lo stemma dell\u2019arcivescovo Francesco Testa<sup><a href=\"#footnote_30_3450\" id=\"identifier_30_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Sciortino, Monreale: il Sacro e l&rsquo;Arte la committenza degli arcivescovi, Palermo 2011, p. 143.\">31<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Settecento, in Francia e poi in altri Paesi, si diffondeva l\u2019utilizzo di anfore, orci, crateri e rinfrescatoi, adatti a contenere grandi quantitativi di ghiaccio o neve per rinfrescare le bevande in occasione di banchetti. A questi esemplari si aggiunse, con dimensioni pi\u00f9 ridotte, il <em>glacettes<\/em>, caratterizzato da una forma ovale dentellata adatta a immergere le <em>fl\u00fbte<\/em>, che ancorati alla base del frastaglio venivano a contatto con il ghiaccio o neve per l\u2019occasione raccolti. Un esemplare \u00e8 raffigurato nel dipinto <em>La carriera del libertino: il risveglio, <\/em>opera del 1733 di William Hogarth, custodita al Soane\u2019s Museum di Londra, in cui appare un fantino inginocchiato su una gamba mentre regge un trofeo in argento a guisa di <em>glacettes<\/em>. La simbologia legata ai manufatti appena citati trova le sue radici in ambito biblico, secondo cui i contenitori per acqua e vino rappresentavano il corpo e la sua mortalit\u00e0: sono espressioni allegoriche di avarizia se contenitori di acqua, di meditazione se destinati al vino<sup><a href=\"#footnote_31_3450\" id=\"identifier_31_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Malaguzzi, Il cibo e la tavola, in Dizionari dell&rsquo;Arte, collana a cura di S. Zuffi, Milano 2006, p. 369.\">32<\/a><\/sup>. Dalla seconda met\u00e0 del XVIII secolo i maestri argentieri di tutta Europa creavano nuovi tipi di posate per usi diversi. Le palette per i dolci, ad esempio, nacquero in quel periodo, come pure i primi servizi di posate da pesce che comparvero sul finire del secolo. Si ricorda, ad esempio, la paletta per dolci di collezione privata, realizzata da argentiere catanese, pregevole esemplare di oreficeria di uso domestico della met\u00e0 del Settecento<sup><a href=\"#footnote_32_3450\" id=\"identifier_32_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, scheda II, 247, in Ori e argenti&hellip;, 1989, p. 352.\">33<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel periodo Impero, con la ventata di novit\u00e0 propagandate in tutta l\u2019Europa dalle armate francesi, il ritorno alla classicit\u00e0 dava modo ai maestri argentieri di esprimere nuova capacit\u00e0 creativa. La Francia e l\u2019Italia ebbero il predominio in questo periodo per quanto riguarda la bellezza degli ornamenti per la tavola. La fine dell\u2019impero napoleonico e l\u2019affermarsi di una borghesia efficiente ed industriosa apport\u00f2 alcuni cambiamenti nelle tendenze, ma sostanzialmente il gusto del bello era ormai diffuso a tutta la societ\u00e0. Nell\u2019Ottocento il panorama internazionale mutava profondamente. Fra la fine del 1814 e il giugno del 1815 si riun\u00ec il Congresso di Vienna in cui fu stabilito il ripristino degli Stati e dei monarchi <em>ante <\/em>Rivoluzione. Murat, in seguito al trattato con l\u2019Austria, ritorn\u00f2 a fianco di Bonaparte sancendo cos\u00ec la fine del suo regno napoletano. Re Ferdinando, gi\u00e0 nel maggio del 1815 era pronto a far ritorno a Napoli. L\u20198 dicembre del 1816, Ferdinando III, re di Sicilia, assumeva il titolo di Ferdinando I re della Due Sicilie, annettendo sotto lo stesso Regno gli antichi possedimenti del Regno di Napoli e di Sicilia. Dietro l\u2019impulso degli avvenimenti che investirono l\u2019Europa, a partire dagli anni Trenta dell\u2019Ottocento, l\u2019Italia inizi\u00f2, dunque, a rivalutare il proprio passato incitata dalle correnti patriottiche del Risorgimento, che individuava nelle forme artistiche classiciste e medievali i canoni estetici adatti ad interpretare i valori della storia patria e a caricarsi di simbolici atti al fine di esaltare le vicende risorgimentali. In seguito alla nascita dello Stato italiano, particolarmente sentito era il problema dell\u2019unit\u00e0 non soltanto linguistica ma di uno stile nazionale in cui il popolo si doveva riconoscere, capace di suggerire una direzione comune per rintracciare le proprie radici attraverso la ripresa della grande tradizione italiana. Ecco, dunque, che nel XIX secolo i riferimenti all\u2019arte del passato si moltiplicarono esponenzialmente, accogliendo un\u2019imponente eterogeneit\u00e0 di modelli stilistici ricavati da periodi storici differenti, quali forme e decori neoclassici, neoegizi, neogotici, neorinascimentali e neorococ\u00f2. Nel caso precipuo dell\u2019argenteria laica, all\u2019interno della moda per il <em>revival<\/em>, vennero a costituirsi due diversi orientamenti che videro alcune botteghe impegnarsi nella fedele riproduzione di originali antichi; altre, invece, si espressero realizzando opere in un <em>revival<\/em> versatile, nel tentativo di reinterpretare, secondo un gusto pi\u00f9 vicino alla modernit\u00e0, le fogge e i tratti stilistici desunti da modelli di riferimento differenti. Nel caso della Sicilia, con il finire del Settecento, il dilagante gusto per il nuovo stile neoclassico era ormai imperante. Domenico La Villa, che pi\u00f9 di altri si era espresso nella realizzazione di manufatti dalle fantasiose asimmetrie e torsioni delle superfici, ader\u00ec ai nuovi canoni stilistici eseguendo manufatti dalle linee pi\u00f9 moderate come la decorazione alla greca che fin\u00ec per scalzare il posto del ricciolo delle volute rococ\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I maestri argentieri siciliani<sup><a href=\"#footnote_33_3450\" id=\"identifier_33_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per ulteriori approfondimenti sulla dimensione storico sociale siciliana degli inizi dell&rsquo;Ottocento cfr. A. Torrisi, Tra Settecento e Ottocento: la Sicilia del 1812, in Sicilia 1812. Laboratorio costituzionale la societ&agrave; la cultura le arti, catalogo della Mostra, (Palermo, Palazzo Reale 26 maggio &ndash; 31 dicembre 2012) a cura di M. Andaloro &ndash; G. Tomasello, Palermo 2012, pp. 24-41.\">34<\/a><\/sup> che caldeggiarono questa seconda tendenza riuscirono a formulare repertori in grado di riassumere in un singolo manufatto molteplici secoli di storia, merito di un\u2019incredibile fantasia e, per dirlo con le parole di Giulio Carlo Argan, \u00abCome modo, e modo romantico, di concepire la storia, il revival \u00e8 un ritorno. Non tanto un ritorno al passato quanto ritorno del passato, ci\u00f2 che presuppone una sua latente ma non spenta vitalit\u00e0\u00bb<sup><a href=\"#footnote_34_3450\" id=\"identifier_34_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G.C. Argan, Il concetto di revival, in Il neogotico nel XIX e XX secolo, vol. 1, Atti del convegno Il neogotico in Europa nei secoli XIX e XX (Pavia, 25-28 settembre 1985) a cura di R. Bossaglia e V. Terraroli, Milano 1989, p. 27.\">35<\/a><\/sup>. Utile per la ricostruzione degli orientamenti di gusto della committenza ottocentesca \u00e8 stata la ricerca di archivio dalla quale sono emerse le mode riguardanti il corredo degli apparati da mensa, di credenza e gli utensili da lavoro per il credenziere, ossia colui che era eletto alla tutela delle stoviglie e all\u2019allestimento della tavola. Significativa, in tal senso, \u00e8 l\u2019analisi dell\u2019elenco dettagliato dei beni mobili custoditi dal \u00abmaestro ripostiero Favata Giuseppe\u00bb, al servizio della famiglia Lanza -Filangeri<sup><a href=\"#footnote_35_3450\" id=\"identifier_35_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. T. Lucchetti, Corredi da cucina e da mensa: l&rsquo;arte di apparecchiare, in Sicilia&hellip;, 2012, pp. 89-91.\">36<\/a><\/sup>, e in particolare l\u2019inventario degli argenti in cui compaiono un \u00abcocchiarone da rag\u00f9\u00bb, l\u2019altro \u00abper zuppa, duodeci cocchiarelli per caf\u00e8, una cafitiera mezzana\u00bb, tutti in argento, e \u00abcinque cafittiere napoletane\u00bb in rame<sup><a href=\"#footnote_36_3450\" id=\"identifier_36_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">37<\/a><\/sup>. Riguardo alle stoviglie in rame \u00e8 noto che, gi\u00e0 dal secolo precedente, fossero molto richieste anche agli stessi argentieri, i quali si adoperarono nella lavorazione anche di questo metallo, creando il malumore degli <em>abbudatori<\/em>, che lavoravano il rame<sup><a href=\"#footnote_37_3450\" id=\"identifier_37_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, Spigolature d&rsquo;archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ&ograve;, in Argenti&hellip;, 2008, p. 643.\">38<\/a><\/sup>. Tra gli arredi in argento della famiglia Lanza-Filangeri, eseguiti in un arco temporale che va dal 1802 al 1835<sup><a href=\"#footnote_38_3450\" id=\"identifier_38_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per l&rsquo;inedito documento cfr. Archivio Storico-Gentilizio, Famiglia Lanza-Filangeri, Palazzo Mirto, b. 1768, c. 21 ss., a 1803-1835, Nota di tutta quella robba che si trova esistente nello riposto di Sua Eccellenza Signor Principe Conte di San Marco Grande di Spagna a maestro Giuseppe Favata Ripostiero consegnata (fasc. 3); M.L. Celona, L&rsquo;argenteria laica in Sicilia nei secoli XVIII e XIX, tesi del Dottorato di ricerca &ndash; ciclo XXV in analisi, rappresentazione e pianificazione delle risorse territoriali, urbane e storiche -architettoniche e artistiche architettura, indirizzo &ldquo;arte, storia e conservazione in Sicilia&rdquo;, Coordinatore Prof. F. Lo Piccolo, Tutor Prof.ssa M.C. Di Natale, A.A. 2012-2015, Universit&agrave; degli Studi di Palermo.\">39<\/a><\/sup>, ben numerosi erano gli \u00abarnesi da cocina\u00bb<sup><a href=\"#footnote_39_3450\" id=\"identifier_39_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Archivio Storico-Gentilizio, Famiglia Lanza &ndash; Filangeri, Palazzo Mirto, b. 1768, c. 21 ss., a 1803-1835, Inventario di tutti l&rsquo;arnesi di cocina dell&rsquo;eccellentissimo signor Conte di San Marco consegnato a maestro Vincenzo di Trapani, cc. 25r &ndash; 27r.; M.L. Celona, L&rsquo;argenteria laica&hellip;, 2015.\">40<\/a><\/sup>, consegnati al mons\u00f9 Silvestre Andreoli il 6 novembre del 1802. Dagli inventari, dunque, affiorano centinaia di arnesi censiti in base ai materiali di cui sono costituiti, sulla base di criteri sommariamente comuni che tengono conto della differente preziosit\u00e0. Tra i manufatti da tavola elencati nei documenti si ricorda \u00abuna salera grandi alla romana dorata\u00bb annotata nell\u2019inedita <em>Lista dell\u2019argento indorato e bianco<\/em> di don Francesco, principe di Patern\u00f2. In Sicilia il passaggio al gusto neoclassico fu tutt\u2019altro che immediato e lineare, anzi fu caratterizzato da un eccessivo sovraccarico di dettagli. Ci\u00f2 \u00e8 attestato da alcuni manufatti prodotti nei primi anni del XIX secolo, ricchi di palmizi, ghirlande di fiori e perline, come nel caso dell\u2019inedito <em>Candelabro <\/em>a cinque bracci rintracciato presso una collezione privata palermitana. L\u2019opera presenta, infatti, un\u2019audace composizione caratterizzata da un\u2019originale commistione di spunti stilistici in cui sono presenti un\u2019alternanza di volute a foggia di festoni e mascheroni grotteschi, che fungono da sostegno, e carnose foglie d\u2019acanto che si ripetono anche sul nodo di raccordo. Sul fusto sono inoltre presenti motivi decorativi di gusto pi\u00f9 classicheggiante. Sulla parte inferiore, frammentata in pi\u00f9 raccordi, figurano motivi geometrici alternati dalla riproposizione del motivo della foglia d\u2019acanto che introduce la sezione centrale a guisa di mezza colonna scanalata su cui \u00e8 avvolto un festone composto da piccoli elementi floreali e fitomorfi che finiscono per caratterizzare l\u2019intero manufatto. L\u2019interesse enciclopedico manifestato dalla cultura ottocentesca, trov\u00f2 un ulteriore campo di applicazione nella passione per il mondo esotico e orientale, in questo periodo identificato non tanto con la Cina e l\u2019Estremo Oriente, quanto con il mondo turco, persiano, islamico e arabo-moresco. Accanto agli arredi di gusto neogotico, rinascimentale, barocco e rococ\u00f2, le case dei siciliani, dunque, iniziarono ad arricchirsi di manufatti in stile egiziano, moresco e ottomano<sup><a href=\"#footnote_40_3450\" id=\"identifier_40_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per approfondire il problema della diffusione del gusto orientalista nell&rsquo;architettura e nella pittura ottocentesca italiana si rimanda a: Gli orientalisti italiani. Cento anni di esotismo 1830-1940, (Torino, Palazzina di Caccia, 13 settembre 1998 &ndash; 6 gennaio 1999), catalogo della Mostra a cura di R. Bossaglia, Venezia 1998; L&rsquo;orientalismo nell&rsquo;architettura italiana tra Ottocento e Novecento, atti del Convegno Internazionale di Studi (Viareggio 23-25 ottobre 1997) a cura di M.A. Giusti, E. Godoli, Siena 1999; O. Selvafolta, L&rsquo;orientalismo nel gusto decorativo eclettico: uno sguardo all&rsquo;Italia della seconda met&agrave; dell&rsquo;Ottocento, in Architettura dell&rsquo;eclettismo. La dimensione mondiale, a cura di L. Mozzoni &ndash; S. Santini, Napoli 2006, pp. 443-474; M. Fochessati, Orientalismi a confronto, in L&rsquo;Ottocento elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuna 1860-1890, (Rovigo, Palazzo Roverella, 29 gennaio &ndash; 12 giugno), catalogo della Mostra a cura di F. Cagianelli &ndash; D. Matteoni, Cinisello Balsamo 2011, pp. 78-85.\">41<\/a><\/sup>. Testimonianza di tale gusto \u00e8 l\u2019inedita <em>Zuccheriera<\/em>, di collezione privata palermitana, elegantemente composta da elementi neoclassici e dalla tipica austera linearit\u00e0 propria dello stile impero, uno dei pochi esemplari di argenteria laica prodotti dalle maestranze siciliane d\u2019inizio Ottocento raramente superstiti. L\u2019opera si caratterizza per la presenza di tre fastosi elementi rinascimentali reggi ansa a guisa di sfinge alata, raffigurate secondo i classici dettami iconografici dell\u2019antica Grecia<sup><a href=\"#footnote_41_3450\" id=\"identifier_41_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell&rsquo;arte, introduzione di K. Clark, Varese 2007, p. 373, ad vocem.\">42<\/a><\/sup> e della leggenda di Edipo. Essi, pi\u00f9 di ogni altro elemento ornamentale presente nell\u2019opera, sono una preziosa testimonianza delle eccelse capacit\u00e0 orafe raggiute dai maestri argentieri siciliani dell\u2019Ottocento che, sempre al passo con la moda circolante in Europa, riuscirono a realizzare manufatti al pari della coeva produzione degli maestri orafi francesi<sup><a href=\"#footnote_42_3450\" id=\"identifier_42_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Odiot L&rsquo;orf&egrave;vre 3 si&egrave;cle d&rsquo;Histoire d&rsquo;Arte e de creations, a cura di J.M. Pin&ccedil;on, U. Gaube di Gers, Parigi 1990, tav. 72, p. 39.\">43<\/a><\/sup>. L\u2019opera in esame, reca una doppia punzonatura relativa a due periodi che lascia ipotizzare un suo rimaneggiamento o, pi\u00f9 probabilmente data l\u2019omogeneit\u00e0 stilistica della <em>Zuccheriera<\/em>, a una coesistenza di punzoni che per un certo periodo caratterizz\u00f2 molti manufatti del primo trentennio del XIX secolo. Sul coperchio dell\u2019opera sono, infatti, leggibili lo stemma della citt\u00e0 di Palermo con l\u2019aquila a volo alto, il marchio del console VB15, riferibile a Vincenzo Lo Bianco, documentato nel ruolo di console vidimatore nel 1812<sup><a href=\"#footnote_43_3450\" id=\"identifier_43_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;, 1996, p. 84.\">44<\/a><\/sup> e il marchio con la testa di Cerere, in vigore dal 1826<sup><a href=\"#footnote_44_3450\" id=\"identifier_44_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;, 1996, pp. 53-57.\">45<\/a><\/sup>, seguito dal marchio del saggiatore, che propone un\u2019anatra, da riferire a Salvatore La Villa, documentato per tale incarico dal 1834 al 3 agosto 1837<sup><a href=\"#footnote_45_3450\" id=\"identifier_45_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;, 1996, p. 56.\">46<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altro esempio della ricchezza neoclassica secondo l\u2019interpretazione degli argentieri siciliani \u00e8 dato da una coppia di <em>Coperchi scaldavivande<\/em>, recanti il marchio della maestranza di Palermo, peraltro raffrontabile con gli altrettanti eclettici esemplari di manifattura inglese e francese d\u2019inizio Ottocento. I manufatti presentano una decorazione con motivi fitomorfi a rilievo sulla parte inferiore, dove si scorge l\u2019iscrizione con le iniziali del committente GS, che prosegue con una superfice scevra di ornati interamente sbalzata a specchio per culminare con una piccola cupola decorata con slanciate foglie d\u2019acanto e sormontata da un bocciolo esotico a guisa di frutto d\u2019ananas sapientemente sbalzato e cesellato. Le opere recano, inoltre, appena sotto il pomolo, il marchio della citt\u00e0 di Palermo con l\u2019aquila a volo alto, il punzone del console PM807, da riferire a Paolo Maddalena, in carica nel 1807<sup><a href=\"#footnote_46_3450\" id=\"identifier_46_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;, 1996, p. 83.\">47<\/a><\/sup>. Non figurano le iniziali dell\u2019autore dell\u2019opera, che potrebbero coincidere con quelle del suddetto console.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Opera siciliana che testimonia il mutar delle forme e degli ornati \u00e8 la caffettiera gi\u00e0 esposta in occasione della mostra <em>Ori e argenti di Sicilia<\/em><sup><a href=\"#footnote_47_3450\" id=\"identifier_47_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Ajovalasit, scheda II, 250, in Ori e argenti&hellip;, 1989, p. 353.\">48<\/a><\/sup>, perfetto esemplare di transizione tra le caffettiere dal corpo rigonfio verso il basso, in uso ancora nell\u2019ultimo ventennio del XVIII secolo, e quelle ovaleggianti che caratterizzeranno, invece, i manufatti del XIX secolo. Si avvicina a quest\u2019ultima tipologia l\u2019inedito servizio di collezione privata palermitana, composto da <em>Caffettiera <\/em>e<em> Zuccheriera<\/em>,<em> <\/em>caratterizzato da una base circolare e da un\u2019ansa dall\u2019andamento ovoidale ornata da slanciate foglie d\u2019acanto e un coperchio, in piena rispondenza con la sobria linearit\u00e0 del servizio, con bordo perimetrale su cui si ripete, in ridotte dimensioni, la decorazione acantiforme gi\u00e0 presente sulla parte inferiore dell\u2019ansa. La <em>Caffettiera <\/em>presenta inoltre un manico sagomato in ebano e un pregevole versatoio a foggia di cigno. Un insieme stilistico che interpreta al meglio la moda stile Impero su modelli francesi particolarmente sentita in tutta la Penisola. Le inedite opere, entrambe con il marchio della citt\u00e0 di Palermo, l\u2019aquila a volo alto, e il punzone del console VB15, recano sul piede un\u2019iscrizione con le iniziali relative al proprietario: GS. Le iniziali del console sono da riferire a Vincenzo Lo Bianco, documentato nel ruolo di console vidimatore nel 1812<sup><a href=\"#footnote_48_3450\" id=\"identifier_48_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;, 1996, p. 84.\">49<\/a><\/sup>. Riprende la stessa decorazione fogliacea una <em>Applique<\/em>, rintracciata presso i depositi del Museo Diocesano di Monreale, recante la testina di Cerere, in uso dal 14 aprile del 1826 al 2 maggio del 1872<sup><a href=\"#footnote_49_3450\" id=\"identifier_49_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi&hellip;,1996, pp. 53-59.\">50<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un vero cambiamento nei modelli si osserva a partire dal 1830 con la prevalenza di forme piriformi lisce, decorate con attardati motivi ancora rococ\u00f2, a coste che ne coprono l\u2019intero corpo che tende a volte ad assumere forme poligonali ad angoli molto smussati. I manici sono ora quasi esclusivamente in argento isolato con inserti d\u2019avorio e i pomelli si arricchiscono con riproduzioni di fiori e altri motivi naturalistici. Nel primo decennio del XIX secolo, le caffettiere divennero pi\u00f9 panciute, pi\u00f9 basse e tozze somiglianti sempre pi\u00f9 a delle teiere, mentre qualche decennio dopo, intorno al 1870, la forma piriforme tende alquanto a snellirsi diventando a volte cilindrica e si osserva un <em>revival<\/em> della forma a \u201ctamburo\u201d. Esemplificativo in proposito \u00e8 il dipinto <em>Un dopo pranzo<\/em> di Silvestro Lega, del 1868, custodito presso la Pinacoteca di Brera di Milano, che presenta su un vassoio un\u2019analoga suppellettile<sup><a href=\"#footnote_50_3450\" id=\"identifier_50_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. S. Bietoletti, I macchiaioli: la storia, gli artisti, le opere, Milano 2001, p. 174.\">51<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019Ottocento, i maestri argentieri forgiarono, nuovi tipi di posate per servire, ancora palette per i dolci, mestoli, schiumarole, pinze e gli utensili per preparare e servire il pesce (<a title=\"Fig. 3. Argentiere siciliano, &lt;i&gt;Servizio di posate&lt;\/i&gt;, argento sbalzato, 1826-1872, Monreale, Museo Diocesano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/cel04.jpg\">Fig. 3<\/a>). La produzione fu industrializzata, concentrandosi, ad esempio in Inghilterra, a Sheffield ed eclissando cos\u00ec i fabbricanti di posate di Londra<sup><a href=\"#footnote_51_3450\" id=\"identifier_51_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. Battisti, Storia &hellip;, 1983, p. 157.\">52<\/a><\/sup>. In questo periodo i servizi assunsero notevoli proporzioni essendo arricchiti da coltelli e forchette di dimensioni diverse per i vari usi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla met\u00e0 dell\u2019Ottocento, un ruolo primario per la diffusione delle nuove tendenza eclettiche venne svolto dalle grandi Esposizioni nazionali e internazionali, eventi che contribuirono, insieme ai commerci sempre pi\u00f9 serrati, alla diffusione della culture inglese e francese, che divennero simboli da imitare soprattutto da parte delle famiglie benestanti<sup><a href=\"#footnote_52_3450\" id=\"identifier_52_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"N. Squicciarino, La greatexibition del 1851: una svolta epocale nella comunicazione, Roma 2014, pp. 61-64.\">53<\/a><\/sup>. A partire dal 1890 le caffettiere osserveranno un <em>reviva<\/em><em>l<\/em> del cosiddetto stile <em>Qeen Anne<\/em>, riproduzioni di modelli neoclassici a vaso. Il gusto per il <em>revival <\/em>fu certamente incoraggiato dalla formazione e ristampa di cataloghi e repertori di immagini destinati agli studenti degli istituti professionali, agli addetti ai lavori e agli appassionati d\u2019arte, che fornivano utili strumenti per lo studio e il riconoscimento degli stili elaborati dalle diverse scuole nel corso dei secoli. A livello nazionale si venne a costituire un orientamento generale di stampo storicista; sul piano regionale, invece, si registrarono importanti differenze dovute al sostrato culturale presente in ciascun territorio. I vari centri artistici e culturali della penisola fecero riferimento a diversi periodi storici, scelti in base alle proprie tradizioni locali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche in Sicilia e in particolare a Palermo, vennero organizzate delle Mostre, in relazione a queste si ricordano i periodici editi in occasione della mostra Etnografica siciliana del 1892, <em>Palermo e l\u2019Esposizione Nazionale dal 1891-92 <\/em>e <em>L\u2019Esposizione Nazionale di Palermo 1891-92<\/em><sup><a href=\"#footnote_53_3450\" id=\"identifier_53_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D&rsquo;all&rsquo;artigianato all&rsquo;industria. L&rsquo;esposizione nazionale di Palermo del 1891-1892, a cura di M. Ganci &ndash; M. Giuffr&eacute;, Palermo 1994.\">54<\/a><\/sup>, di cui si ricorda l\u2019allestimento dedicato agli oggetti di uso domestico, che vide esposti disegni relativi a una variet\u00e0 di manufatti che andarono dai coltelli, ai bicchieri, ai cucchiai da cucina e da tavola<sup><a href=\"#footnote_54_3450\" id=\"identifier_54_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Vibaek, La mostra etnografica, in &ldquo;Nuove Effemeridi. Rassegna trimestrale di cultura&rdquo;, a. IV, n. 16, Palermo 1991, p. 92.\">55<\/a><\/sup>, e mise in evidenza l\u2019importanza che tale evento ebbe nell\u2019economia dell\u2019Isola<sup><a href=\"#footnote_55_3450\" id=\"identifier_55_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Malignaggi, L&rsquo;Arte siciliana all&rsquo;Esposizione Nazionale del 1891-&rsquo;92, in La presenza della Sicilia nella cultura degli ultimi cento anni, Palermo 1977, pp. 749-757.\">56<\/a><\/sup>. \u00c8 noto, infatti, quanto tali manifestazioni siano state occasione per gli artigiani locali di farsi conoscere anche al di fuori dell\u2019ambito regionale. Si ricordi, ad esempio, che Francesco Fecarotta nel 1843 realizz\u00f2 un ostensorio dorato dalle grandi dimensioni esposto poi alla mostra regionale di Belle Arti di Palermo e alla Nazionale di Milano<sup><a href=\"#footnote_56_3450\" id=\"identifier_56_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Catalogo dei saggi de&rsquo; prodotti d&rsquo;industria nazionale presentati nella solenne esposizione fatta dal R. Istituto d&rsquo;Incoraggiamento d&rsquo;Agricoltura d&rsquo;Arte e Manifatture per la Sicilia nel d&igrave; 30 maggio 1834 giorno onomastico di S. M. Ferdinando Secondo Re di Sicilia, Palermo 1847, pp. 9, 20; P. Palazzotto, in Enciclopedia della Sicilia, a cura di C. Napoleone, Parma 2006, p. 393, ad vocem. Per la famiglia Fecarotta cfr. P. Palazzotto, in Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, vol. I, Palermo 2014, ad vocem.\">57<\/a><\/sup>. Antonio Fecarotta, figlio di Giovanni, nel 1846 partecip\u00f2 all\u2019Esposizione d\u2019Incoraggiamento e, insieme al fratello Nicol\u00f2, all\u2019Esposizione Nazionale di Firenze del 1861<sup><a href=\"#footnote_57_3450\" id=\"identifier_57_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.L. Celona, Fabbriche di argenteria degli inizi dell&rsquo;Ottocento: i Contino e i Fecarotta negli appunti Accascina, in &ldquo;OADI. Rivista per l&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, n. 8, dicembre 2013.\">58<\/a><\/sup> e ancora all\u2019Esposizione del \u201991<sup><a href=\"#footnote_58_3450\" id=\"identifier_58_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Esposizione Nazionale, Palermo, 1891-1892, Catalogo generale, a cura dell&rsquo;Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Palermo gi&agrave; del Buon Gusto, presentazione di G. La Grutta, introduzione R. Giuffrida, Palermo 1991, p. 256.\">59<\/a><\/sup>. Anche Raffaele esponeva alle mostre d\u2019Incoraggiamento del 1836<sup><a href=\"#footnote_59_3450\" id=\"identifier_59_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Catalogo dei saggi &hellip;, 1836, p. 22.\">60<\/a><\/sup> e del 1844 con manufatti di oreficeria, ma nel 1877 si mise in proprio realizzando opere per prestigiosi committenti come la famiglia Florio<sup><a href=\"#footnote_60_3450\" id=\"identifier_60_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per i rapporti tra i Florio e i Fecarotta si veda R. Vadal&agrave;, L&rsquo;et&agrave; di Franca Florio. Donne e gioielli a Palermo tra la fine dell&rsquo;Ottocento e gli inizi del Novecento, in Gioielli in Italia. Donne e Ori. Storia, arte e passione, atti del convegno di studi a cura di L. Lenti, Venezia 2003, pp. 111-124.\">61<\/a><\/sup>. Nel 1891 partecip\u00f2 alla citata <em>Esposizione Nazionale di Palermo<\/em>, come espositore e in qualit\u00e0 di segretario della Commissione Ordinatrice della VIII sezione, <em>Lavori in metalli fini, in leghe e in metalli finti<\/em><sup><a href=\"#footnote_61_3450\" id=\"identifier_61_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. F. Grasso, Le arti figurative dell&rsquo;esposizione Nazionale di Palermo 1891-1892, in Dall&rsquo;artigianato all&rsquo;industria. L&rsquo;Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, a cura di M. Ganci &ndash; M. Giuffr&egrave;, Palermo 1994; Catalogo dei saggi de&rsquo; prodotti d&rsquo;industria nazionale presentati nella solenne esposizione fatta dal R. Istituto d&rsquo;Incoraggiamento d&rsquo;Agricoltura d&rsquo;Arte e Manifatture per la Sicilia nel d&igrave; 30 maggio 1834 giorno onomastico di S. M. Ferdinando Secondo Re di Sicilia, Palermo 1847, p. 23; Esposizione Nazionale, Palermo, Palermo, 1891-1892, Catalogo generale, Palermo 1991, p. 256.\">62<\/a><\/sup>,<em> <\/em>e nel 1902 alla \u201cMostra Regionale Agricola di Palermo\u201d ricevette una medaglia d\u2019oro<sup><a href=\"#footnote_62_3450\" id=\"identifier_62_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. Bontempelli &amp; Trevisani. Rivista Industriale, Commerciale e Agricola della Sicilia, Milano 1903, p. 141.\">63<\/a><\/sup>. Ma alla divisione VIII dell\u2019Esposizione parteciparono ancora altri argentieri siciliani, si ricordano: il catanese Francesco Bianco Motta e il palermitano Girolamo La Villa con lavori di argenteria e oreficeria<sup><a href=\"#footnote_63_3450\" id=\"identifier_63_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Esposizione Nazionale&hellip;,1991, pp. 256 &ndash; 258.\">64<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stile neorinascimentale trov\u00f2 ampia diffusione soprattutto nelle manifatture attive in Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo e Marche, ovvero nelle regioni che vantavano una prestigiosa tradizione artistica rinascimentale e che vissero il proprio apogeo politico, culturale ed economico nel corso del XV e XVI secolo. La produzione di manufatti d\u2019argento dell\u2019Italia meridionale, rappresentata in particolare dalle diverse manifatture prevalentemente siciliane e napoletane, si discost\u00f2 dalla tendenza storicista fin qui analizzata per preferire scelte di stampo verista e naturalista. Le ragioni vanno ricercate nelle differenze culturali e politiche createsi tra le due aree del paese: se, infatti, la riscoperta delle radici culturali e delle gloriose tradizioni artistiche italiane erano dettate dal desiderio di affermare l\u2019identit\u00e0 nazionale attraverso la condivisione di un passato comune, gli abitanti del Sud, sentendosi meno coinvolti nel programma nazionale e avendo subito ripercussioni negative in seguito all\u2019annessione al nuovo Regno d\u2019Italia, si allontanarono dalle scelte revivalistiche neorinascimentali per cercare ispirazione nella cultura popolare locale e nella natura, che forn\u00ec un ampio campionario di soggetti floreali, animali e marini da applicare con grande fantasia e libert\u00e0 a oggetti d\u2019uso e d\u2019arredo. Chiaro esempio di orientamento revivalistico di come le diverse maestranze, sebbene differenziandosi per sfumature interpretative individuali degli artefici, si rifacessero tuttavia in modo uniforme ai modelli maggiormente diffusi nel periodo, \u00e8 una <em>Coppia di candelabri<\/em> a tre luci, di cui \u00e8 pervenuto anche il disegno facente parte di un catalogo, di propriet\u00e0 della famiglia Lo Cicero<sup><a href=\"#footnote_64_3450\" id=\"identifier_64_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.L. Celona, Gli argenti Formusa, in &ldquo;OADI&hellip;&rdquo;, n. 3, 2011.\">65<\/a><\/sup>. Il catalogo, interamente realizzato a matita su carta, venne commissionato dallo stesso autore dell\u2019opera Peppino Formusa ad un ignoto professore dell\u2019Accademia di Belle Arti di Palermo, che con maestria di effetti coloristici e chiaroscurali riusc\u00ec a documentare la produzione argentiera di quegli anni (<a title=\"Fig. 4. Argentiere Pietro Formusa, &lt;i&gt;Coppia di candelabri&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XIX secolo, Palermo, Depositi del Museo Diocesano di Monreale.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/cel03.jpg\">Fig. 4<\/a>). Le opere realizzate da Pietro Formusa<sup><a href=\"#footnote_65_3450\" id=\"identifier_65_3450\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi &hellip;, 1996, p. 121.\">66<\/a><\/sup> proposero il <em>revival<\/em> di uno stile prettamente settecentesco, mostrando una superficie fortemente sbalzata che ricorda la linea mistilinea dei vassoi in voga alla met\u00e0 del Settecento cos\u00ec come le caffettiere e le teiere caratterizzate dalla presenza di costolature orizzontali e le decorazioni fitomorfe. Le opere risultano inoltre citate in un <em>Inventario degli oggetti del Palazzo Arcivescovile di Monreale, <\/em>11 feb. 1961, custodito presso l\u2019Archivio Storico di deposito dell\u2019Arcidiocesi di Monreale dal quale \u00e8 emerso siano stati commissionato da S. E. Corrado Mingo, arcivescovo di Monreale.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3450\" class=\"footnote\">A. Grabar, <em>Opere bizantine,<\/em> in <em>Il tesoro di S. Marco: il tesoro e il museo<\/em>, a cura di H.R. Hahnloser, Firenze 1971, p. 70.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3450\" class=\"footnote\">Cfr. E. Battisti, <em>Storia dell\u2019artigianato europeo, <\/em>Milano 1983.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3450\" class=\"footnote\">Nelle grandi famiglie nobiliari gli incaricati alla preparazione degli alimenti erano uomini e spesso anche di alta estrazione sociale, almeno sino alla prima et\u00e0 moderna. Gli avvelenamenti erano, infatti, molto temuti. Significativamente in Italia, tanto il mobile dove si appoggiavano cibi freddi e piatti, quanto la ritualit\u00e0 di servirli avevano il nome di \u201ccredenza\u201d, derivato dal latino, credo, ovvero dare fiducia. Per ulteriori approfondimenti sulla condizione economica e organizzativa della vita familiare in Europa e in particolar modo in Italia cfr. <em>Storia della famiglia in Europa. Dal Cinquecento alla Rivoluzione francese<\/em>,<em> <\/em>a cura di M. Barbagli &#8211; D.I. Kertzer, Roma-Bari 2002, p. 9.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3450\" class=\"footnote\">C. Benporat, <em>Storia della gastronomia italiana, <\/em>Milano 1990, p. 50.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3450\" class=\"footnote\">F.J. Noel &#8211; P. Figlio, in <em>Dizionario delle invenzioni, origine e scoperte, relative ad arti, scienze, geografia, storia, agricoltura, commercio che indica le epoche dello stabilimento dei popoli, delle religioni delle sette, leggi e dignit\u00e0; l\u2019origine delle costumanze e delle mode, degli usi, delle monete, ecc: ugualmente che le date delle invenzioni utili e scoperte importanti fatte sino al presente<\/em>, (trad. it. A. Orvieto), Livorno 1850, <em>ad vocem <\/em>Cucchiaj e forchette, p. 135; F. Braudel, <em>Capitalismo e civilt\u00e0 materiale<\/em>, Torino 1977.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3450\" class=\"footnote\">Archivio di Stato di Palermo (da ora in poi ASPa), Notai defunti, Chiarella Giovanni Antonio, V Stanza, n. 2 vol. 14, c. 908 r. e v. 24 febbraio XIV Ind. 1631.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3450\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3450\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3450\" class=\"footnote\">British Museum, <em>Guide to medieval antiquities<\/em>, Londra 1924, p. 223.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3450\" class=\"footnote\">B. Cellini, <em>Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino da lui medesimo scritta, nella quale molte curiose particolarit\u00e0\u0300 si toccano appartenenti alle arti ed all\u2019istoria del suo tempo<\/em>, tratta da un ottimo manoscritto, Colonia 1728, pp. 227\u2013228.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3450\" class=\"footnote\">Cfr. G. Ferrario, <em>Abiti e costumanze<\/em>, in<em> Costume antico e moderno e storia del governo della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni. Provata con monumenti dell\u2019antichit\u00e0 e rappresentata cogli analoghi disegni del Dottor Giulio Ferrario<\/em>, vol. VII, Firenze MDCCCXXX, p. 164.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3450\" class=\"footnote\">Cfr. <em>Storia <\/em>\u2026, 2002, pp. 17-18.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3450\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale &#8211; R. Vadal\u00e0, <em>Il tesoro di Sant\u2019Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, <\/em>appendice documentaria di R.F. Margiotta, Palermo 2010, p. 96.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3450\" class=\"footnote\">Nell\u2019Inghilterra del Settecento il t\u00e8 era una bevanda diffusa a tal punto da divenire presto simbolo di nazionalit\u00e0 e nobilt\u00e0. Per ulteriori approfondimenti cfr. A. Dumas, <em>Grande Dizionario di cucina, <\/em>Como \u2013 Pavia 2002, pp. 476-477.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3450\" class=\"footnote\">A. Di Bennet &#8211; K. Weinberg &#8211; Bonnie, <em>I mondi della caffeina tra storie e culture. T\u00e8, caff\u00e8, cioccolata,<\/em> Roma 2001, pp. 167-170; A. Dumas, <em>Grande dizionario<\/em>\u2026, 2002, pp. 476-477.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3450\" class=\"footnote\">Per la caffettiera: <a href=\"http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O78577\/coffee-pot-unknown\/\">http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O78577\/coffee-pot-unknown\/<\/a>; Londra Victoria and Albert Museum, n. inv. M 389-1921.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3450\" class=\"footnote\">A. De Candole, <em>The origin of cultivated plants<\/em>, Cambridge 2011, pp. 327-328.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3450\" class=\"footnote\">Per ulteriori notizie sulle suppellettili palermitane giunte nell\u2019Alto Lario occidentale cfr. R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili d\u2019argento donate dagli emigrati,<\/em> in \u201cQuaderni della Biblioteca del Conventi francescano di Dongo\u201d, n. 70, dicembre 2013, pp. 60-61.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3450\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3450\" class=\"footnote\"><a href=\"http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O91877\/table-ornament-juvarra-sebastian\/\">http:\/\/collections.vam.ac.uk\/item\/O91877\/table-ornament-juvarra-sebastian\/<\/a><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3450\" class=\"footnote\">I documenti fotografici, testimonianza dell\u2019instancabile studio dell\u2019Accascina, propriet\u00e0 della BCRS, sono recentemente stati digitalizzati dall\u2019Osservatorio per le Arti decorative intitolato a \u201cMaria Accascina\u201d diretto da M.C. Di Natale, alla sezione Fondo Accascina, database argenti, a cura di M.L. Celona, n. inv. 105.1.C.0007; 105.1.C.0008, visibili al link: http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=506&amp;Itemid=272.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3450\" class=\"footnote\">M. Accascina, <em>Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, <\/em>Palermo 1974, p. 331, p. 335 (figg. 217, 218), pp. 336, 337 (fig. 220).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3450\" class=\"footnote\">M. Accascina, <em>Oreficeria di Sicilia\u2026,<\/em>1974, p. 331, p. 335 (figg. 217, 218), pp. 336, 337 (fig. 220).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3450\" class=\"footnote\">La maggior parte dei disegni di Filippo Juvarra sono raccolti in album conservati in musei e biblioteche italiani ed esteri quali Chatsworth, Dresda, Londra, presso il Victoria and Albert Museum, New York al Metropolitan Museum, Parigi, presso la Biblioth\u00e8que Nationale de France, Venezia, Citt\u00e0 del Vaticano presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, Vienna alla Graphische Sammlung Albertina; altri disegni sono conservati in fogli sciolti a Madrid presso la Biblioteca Nacional de Espa\u00f1a, Berlino alla Kunstbibliothek e Stoccolma. Nel 2010 ha, inoltre, preso avvio nel una collaborazione tra la Facolt\u00e0 di Lettere dell\u2019Universit\u00e0 di Torino con lo studioso Giuseppe Dardanello e l\u2019Accademia delle Scienze di Torino in particolar modo dedicata alla sezione sui disegni del Juvarra, cfr. <a href=\"http:\/\/www.palazzomadamatorino.it\/pagina3.php?id_pagina=649\">http:\/\/www.palazzomadamatorino.it\/pagina3.php?id_pagina=649<\/a>. Palazzo Madama possiede, infatti, quattro album con legatura settecentesca in pelle con fregi d\u2019oro, che compaiono nell\u2019inventario del 1764 dell\u2019Archivio particolare di Carlo Emanuele III di Savoia. Cfr. <em>Filippo Juvarra (1678-1736). Architetto dei Savoia, architetto in Europa<\/em>, in Convegno di studi (13 \u2013 16 novembre 2011, <strong>Palazzo Madama, <\/strong>Reggia di Venaria, Castello di Rivoli,<strong> <\/strong><strong>Torino<\/strong>), a cura di P. Cornaglia, A. Merlotti, C. Roggero, Roma 2014.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3450\" class=\"footnote\"><em>Supra<\/em>, nota 21, nn. inv. 105.7.A.00084, 110.8.A.000102.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3450\" class=\"footnote\">Cfr. L. Bertolino, <em>Indice degli orafi e degli argentieri di Palermo<\/em>, in <em>Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento<\/em>, catalogo della Mostra (Trapani, Museo Regionale \u201cA. Pepoli\u201d, 1 luglio \u2013 30 ottobre 1989) a cura di M.C. Di Natale, Milano 19891989, pp. 399-340.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII secolo ad aggi<\/em>, saggio introduttivo di M.C. Di Natale, Palermo 1996, p. 69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi <\/em>\u2026, 1996, p. 36.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja<em>, I marchi <\/em>\u2026, 1996, p. 78.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3450\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, scheda II, 224, in <em>Ori e argenti<\/em>\u2026, 1989, pp. 339-340.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3450\" class=\"footnote\">L. Sciortino, <em>Monreale: il Sacro e l\u2019Arte la committenza degli arcivescovi<\/em>, Palermo 2011, p. 143.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3450\" class=\"footnote\">S. Malaguzzi, <em>Il cibo e la tavola<\/em>, in <em>Dizionari dell\u2019Arte, <\/em>collana a cura di S. Zuffi, Milano 2006, p. 369.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3450\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, scheda II, 247, in <em>Ori e argenti\u2026<\/em>, 1989, p. 352.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3450\" class=\"footnote\">Per ulteriori approfondimenti sulla dimensione storico sociale siciliana degli inizi dell\u2019Ottocento cfr. A. Torrisi, <em>Tra Settecento e Ottocento: la Sicilia del 1812<\/em>, in <em>Sicilia 1812. Laboratorio costituzionale la societ\u00e0 la cultura le arti, <\/em>catalogo della Mostra, (Palermo, Palazzo Reale 26 maggio \u2013 31 dicembre 2012) a cura di M. Andaloro &#8211; G. Tomasello, Palermo 2012, pp. 24-41.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3450\" class=\"footnote\">G.C. Argan, <em>Il concetto di revival<\/em>, in <em>Il neogotico nel XIX e XX secolo<\/em>, vol. 1, Atti del convegno <em>Il neogotico in Europa nei secoli XIX e XX<\/em> (Pavia, 25-28 settembre 1985) a cura di R. Bossaglia e V. Terraroli, Milano 1989, p. 27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3450\" class=\"footnote\">Cfr. T. Lucchetti, <em>Corredi da cucina e da mensa: l\u2019arte di apparecchiare<\/em>, in <em>Sicilia<\/em>\u2026, 2012, pp. 89-91.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_3450\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>Spigolature d\u2019archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ\u00f2,<\/em> in <em>Argenti<\/em>\u2026, 2008, p. 643.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_3450\" class=\"footnote\">Per l\u2019inedito documento cfr. Archivio Storico-Gentilizio, Famiglia Lanza-Filangeri, Palazzo Mirto, b. 1768, c. 21 ss., a 1803-1835, <em>Nota di tutta quella robba che si trova esistente nello riposto di Sua Eccellenza Signor Principe Conte di San Marco Grande di Spagna a maestro Giuseppe Favata Ripostiero consegnata <\/em>(fasc. 3); M.L. Celona, <em>L\u2019argenteria laica in Sicilia nei secoli XVIII e XIX<\/em>, tesi del Dottorato di ricerca &#8211; ciclo XXV in analisi, rappresentazione e pianificazione delle risorse territoriali, urbane e storiche -architettoniche e artistiche architettura, indirizzo \u201carte, storia e conservazione in Sicilia\u201d, Coordinatore Prof. F. Lo Piccolo, Tutor Prof.ssa M.C. Di Natale, A.A. 2012-2015, Universit\u00e0 degli Studi di Palermo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_3450\" class=\"footnote\">Archivio Storico-Gentilizio, Famiglia Lanza \u2013 Filangeri, Palazzo Mirto, b. 1768, c. 21 ss., a 1803-1835, <em>Inventario di tutti l\u2019arnesi di cocina dell\u2019eccellentissimo signor Conte di San Marco consegnato a maestro Vincenzo di Trapani, <\/em>cc. 25r \u2013 27r.; M.L. Celona, <em>L\u2019argenteria laica<\/em>\u2026, 2015.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_3450\" class=\"footnote\">Per approfondire il problema della diffusione del gusto orientalista nell\u2019architettura e nella pittura ottocentesca italiana si rimanda a: <em>Gli orientalisti italiani. Cento anni di esotismo 1830-1940<\/em>, (Torino, Palazzina di Caccia, 13 settembre 1998 \u2013 6 gennaio 1999), catalogo della Mostra a cura di R. Bossaglia, Venezia 1998; <em>L\u2019orientalismo nell\u2019architettura italiana tra Ottocento e Novecento<\/em>, atti del Convegno Internazionale di Studi (Viareggio 23-25 ottobre 1997) a cura di M.A. Giusti, E. Godoli, Siena 1999; O. Selvafolta, <em>L\u2019orientalismo nel gusto decorativo eclettico: uno sguardo all\u2019Italia della seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento<\/em>, in <em>Architettura dell\u2019eclettismo. La dimensione mondiale<\/em>, a cura di L. Mozzoni &#8211; S. Santini, Napoli 2006, pp. 443-474; M. Fochessati, <em>Orientalismi a confronto<\/em>, in <em>L\u2019Ottocento elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuna 1860-1890<\/em>, (Rovigo, Palazzo Roverella, 29 gennaio \u2013 12 giugno), catalogo della Mostra a cura di F. Cagianelli &#8211; D. Matteoni, Cinisello Balsamo 2011, pp. 78-85.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_3450\" class=\"footnote\">J. Hall, <em>Dizionario dei soggetti e dei simboli nell\u2019arte, <\/em>introduzione di K. Clark, Varese 2007, p. 373,<em> ad vocem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_3450\" class=\"footnote\">Cfr. <em>Odiot L\u2019orf\u00e8vre 3 si\u00e8cle d\u2019Histoire d\u2019Arte e de creations<\/em>, a cura di J.M. Pin\u00e7on, U. Gaube di Gers, Parigi 1990, tav. 72, p. 39.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi\u2026<\/em>, 1996, p. 84.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi\u2026, <\/em>1996, pp. 53-57.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi<\/em>\u2026, 1996, p. 56.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi<\/em>\u2026, 1996, p. 83.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_47_3450\" class=\"footnote\">L. Ajovalasit, scheda II, 250, in <em>Ori e argenti\u2026<\/em>, 1989, p. 353.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_47_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_48_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi\u2026<\/em>, 1996, p. 84.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_48_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_49_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi<\/em>\u2026,1996, pp. 53-59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_49_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_50_3450\" class=\"footnote\">Cfr. S. Bietoletti, <em>I macchiaioli: la storia, gli artisti, le opere, <\/em>Milano 2001, p. 174.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_50_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_51_3450\" class=\"footnote\">E. Battisti, <em>Storia \u2026, <\/em>1983, p. 157.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_51_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_52_3450\" class=\"footnote\">N. Squicciarino, <em>La greatexibition del 1851: una svolta epocale nella comunicazione<\/em>, Roma 2014, pp. 61-64.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_52_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_53_3450\" class=\"footnote\"><em>D\u2019all&#8217;artigianato all&#8217;industria. L\u2019esposizione nazionale di Palermo del 1891-1892<\/em>, a cura di M. Ganci \u2013 M. Giuffr\u00e9, Palermo 1994.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_53_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_54_3450\" class=\"footnote\">J. Vibaek, <em>La mostra etnografica<\/em>, in \u201cNuove Effemeridi. Rassegna trimestrale di cultura\u201d, a. IV, n. 16, Palermo 1991, p. 92.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_54_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_55_3450\" class=\"footnote\">D. Malignaggi, <em>L\u2019Arte siciliana all\u2019Esposizione Nazionale del 1891-\u201992, <\/em>in <em>La presenza della Sicilia nella cultura degli ultimi cento anni<\/em>,<em> <\/em>Palermo 1977, pp. 749-757.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_55_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_56_3450\" class=\"footnote\"><em>Catalogo dei saggi de\u2019 prodotti d\u2019industria nazionale presentati nella solenne esposizione fatta dal R. Istituto d\u2019Incoraggiamento d\u2019Agricoltura d\u2019Arte e Manifatture per la Sicilia nel d\u00ec 30 maggio 1834 giorno onomastico di S. M. Ferdinando Secondo Re di Sicilia, <\/em>Palermo 1847, pp. 9, 20; P. Palazzotto, in <em>Enciclopedia <\/em><em>della Sicilia, <\/em>a cura di C. Napoleone<em>, <\/em>Parma 2006, p. 393,<em> ad vocem<\/em>. Per la famiglia Fecarotta cfr. P. Palazzotto, in <em>Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico<\/em>, a cura di M.C. Di Natale, vol. I, Palermo 2014,<em> ad vocem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_56_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_57_3450\" class=\"footnote\">M.L. Celona, <em>Fabbriche di argenteria degli inizi dell\u2019Ottocento: i Contino e i Fecarotta negli appunti Accascina, <\/em>in \u201cOADI. Rivista per l\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, n. 8, dicembre 2013.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_57_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_58_3450\" class=\"footnote\"><em>Esposizione Nazionale, Palermo, 1891-1892, Catalogo generale<\/em>, a cura dell\u2019Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Palermo gi\u00e0 del Buon Gusto, presentazione di G. La Grutta, introduzione R. Giuffrida, Palermo 1991, p. 256.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_58_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_59_3450\" class=\"footnote\"><em>Catalogo dei saggi \u2026, <\/em>1836, p. 22.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_59_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_60_3450\" class=\"footnote\">Per i rapporti tra i Florio e i Fecarotta si veda R. Vadal\u00e0, <em>L\u2019et\u00e0 di Franca Florio. Donne e gioielli a Palermo tra la fine dell\u2019Ottocento e gli inizi del Novecento<\/em><em>, <\/em>in <em>Gioielli in Italia. Donne e Ori. Storia, arte e passione, <\/em>atti del convegno di studi a cura di L. Lenti, Venezia 2003, pp. 111-124.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_60_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_61_3450\" class=\"footnote\">Cfr. F. Grasso, <em>Le arti figurative dell\u2019esposizione Nazionale di Palermo 1891-1892, <\/em>in <em>Dall\u2019artigianato all\u2019industria. L\u2019Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892<\/em>, a cura di M. Ganci &#8211; M. Giuffr\u00e8, Palermo 1994; <em>Catalogo dei saggi de\u2019 prodotti d\u2019industria nazionale presentati nella solenne esposizione fatta dal R. Istituto d\u2019Incoraggiamento d\u2019Agricoltura d\u2019Arte e Manifatture per la Sicilia nel d\u00ec 30 maggio 1834 giorno onomastico di S. M. Ferdinando Secondo Re di Sicilia, <\/em>Palermo 1847, p. 23; <em>Esposizione Nazionale, Palermo, Palermo, 1891-1892, Catalogo generale<\/em>, Palermo 1991, p. 256.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_61_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_62_3450\" class=\"footnote\">Cfr. <em>Bontempelli &amp; Trevisani. <em>Rivista Industriale, Commerciale e Agricola della Sicilia, <\/em><\/em>Milano 1903, p. 141.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_62_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_63_3450\" class=\"footnote\"><em>Esposizione Nazionale\u2026<\/em>,1991, pp. 256 \u2013 258.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_63_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_64_3450\" class=\"footnote\">M.L. Celona, <em>Gli argenti Formusa<\/em>, in \u201cOADI\u2026\u201d, n. 3, 2011.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_64_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_65_3450\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi <\/em>\u2026, 1996, p. 121.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_65_3450\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>ml.celona@libero.it L\u2019utensileria europea e l\u2019argenteria laica dei nobili in Sicilia nei secoli XVIII e XIX DOI: 10.7431\/RIV19092019 L\u2019argento fu utilizzato con particolari valenze socio-politiche, magiche, <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3450\" title=\"Maria Laura Celona\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3579,"menu_order":10,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3450"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3450"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3450\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3594,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3450\/revisions\/3594"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3579"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3450"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}