{"id":3440,"date":"2019-06-28T20:32:09","date_gmt":"2019-06-28T20:32:09","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3440"},"modified":"2019-12-30T08:16:52","modified_gmt":"2019-12-30T08:16:52","slug":"rita-pellegrini","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3440","title":{"rendered":"Rita Pellegrini"},"content":{"rendered":"<p>ritapellegrini@alice.it<\/p>\n<h2>Suppellettili sacre palermitane donate dagli emigrati all\u2019antica pieve di Sorico (CO)<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV19062019<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La pieve di Sorico era un\u2019entit\u00e0 ecclesiastico-geografica posta nella zona dell\u2019Alto Lario Occidentale, in quel lembo della provincia di Como che confina con quella di Sondrio e che anticamente fu strategico per i traffici commerciali verso Nord. Il paese capo-pieve, quello nel quale si trovava la chiesa battesimale di riferimento, \u00e8 Sorico, posto lungo le rive del Lario, cos\u00ec come Gera, altra localit\u00e0 della pieve. Vi sono poi alcuni paesi di mezzacosta: Trezzone, Montemezzo e Bugiallo. Sono questi i centri principali: tutti comuni, a parte Bugiallo, e tutti parrocchie, almeno in un tratto della loro storia, a parte Sorico, chiesa collegiata<sup><a href=\"#footnote_0_3440\" id=\"identifier_0_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Longatti, La Storia, in A. Rovi &ndash; M. Longatti, Sorico. Storia di acque, terre, uomini, Menaggio 2005, pp. 36-38.\">1<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019emigrazione storica verso Palermo da queste localit\u00e0 si svilupp\u00f2 soprattutto dal pieno Cinquecento al Settecento e interess\u00f2 specialmente i paesi di collina, meno quelli costieri<sup><a href=\"#footnote_1_3440\" id=\"identifier_1_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Emigrazione dall&rsquo;Alto Lario Occidentale tra XV e XIX secolo. Dati acquisiti, criticit&agrave;, prospettive, in Emigrazione lombarda. Una storia da riscoprire, Atti del convegno (Cuggiono, 13-14 novembre 2015) a cura di O. Magni &ndash; E. R. Milani &ndash; D. Tronelli, Oggiono 2018, p. 77.\">2<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il differente trend emigratorio seicentesco dei paesi costieri rispetto a quelli di mezza costa si desume da una tavola allegata alla visita effettuata alla pieve nel 1643 dal vescovo Lazzaro Carafino. Nei due paesi della piana, Sorico e Gera, si registravano rispettivamente 9 e 10 assenti su 303 e 425 abitanti (percentuali del 2,9% e del 2,4%). Per le localit\u00e0 in quota la situazione era invece la seguente: Montemezzo 55\/316 (17,4%), Bugiallo 14\/110 (12,7%), Trezzone 45\/259 (17,4%)<sup><a href=\"#footnote_2_3440\" id=\"identifier_2_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Archivio Storico Diocesano Como (ASDC), Visite Pastorali, 40\/3, f. 609.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il \u201csegno\u201d pi\u00f9 eloquente dell\u2019emigrazione a Palermo da questi centri era (ed \u00e8) la presenza in alcuni di essi di reliquie di S. Rosalia. A Montemezzo la reliquia era pervenuta nel 1632 e, in occasione della ricognizione presso la curia di Como, il suo latore aveva affermato di averla portata con s\u00e9 durante il viaggio da Palermo nella tasca destra dei calzoni \u00abdove l\u2019ho sempre tenuta con particolar diligenza e divotione\u00bb<sup><a href=\"#footnote_3_3440\" id=\"identifier_3_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Gioielli storici dell&rsquo;Alto Lario, Como 2009, pp. 43-44.\">4<\/a><\/sup>. Il reliquiario d\u2019argento risale al 1642. A Trezzone, ove in occasione della festa della Santuzza si teneva una processione<sup><a href=\"#footnote_4_3440\" id=\"identifier_4_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 69\/2, f. 341.\">5<\/a><\/sup>, ed ove ancor oggi si celebra il 4 settembre, in un inventario del 1669 si registrava la presenza di \u00abun reliquiario picciolo d\u2019argento con il piede di l\u2019ottone dorato con dentro un ossetto si dice di S. Rosalia\u00bb<sup><a href=\"#footnote_5_3440\" id=\"identifier_5_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, f. 373.\">6<\/a><\/sup>. Ove quel \u201csi dice\u201d trovava le proprie ragioni nel fatto che l\u2019anno precedente il vescovo Torriani aveva decretato in visita pastorale che \u00abla reliquia di S. Rosalea in altre visite sospesa si riponesse sotto l\u2019altare, overo in altro luogo decente, e sicuro senza esporla mai, sin che non si trovi come venuta, da chi donata, riconosciuta, ed approvata\u00bb<sup><a href=\"#footnote_6_3440\" id=\"identifier_6_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Le sacre suppellettili del convento di S. Maria del Fiume, in Il Campo del Tesoro. Santuario e Convento di Dongo. 400 anni di presenza francescana, Gravedona ed Uniti 2014, p. 225.\">7<\/a><\/sup>. La reliquia dovette essere accettata in quanto nel 1731 si registrava fra i beni della chiesa un reliquiario d\u2019argento di S. Rosalia \u00abad instar ostensorii\u00bb<sup><a href=\"#footnote_7_3440\" id=\"identifier_7_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 110\/1, f. 335.\">8<\/a><\/sup>, di cui oggi non si ha per\u00f2 contezza. Molto interessante poi il caso di Gera, ove, in occasione della visita pastorale, il 14 ottobre 1668 fu interrogato un testimone al fine di condurre a termine una ricognizione sulla reliquia di S. Rosalia in dotazione alla chiesa. Emerse che essa era stata portata in patria dal gerese Giuseppe Conti, gi\u00e0 emigrato a Palermo. Il testimone Andrea Giulini fu Ludovico afferm\u00f2 che \u00abogn\u2019anno il giorno della festa di detta santa si porta dalla parrocchiale alla chiesa dell\u2019Assunta, SS. Carlo, e Rosalea<sup><a href=\"#footnote_8_3440\" id=\"identifier_8_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La chiesa, consacrata il 17 maggio 1627, era in verit&agrave; dedicata alla Immacolata. Conteneva due altari dedicati rispettivamente a S. Carlo e a S. Rosalia. Quest&rsquo;ultimo assunse poi il titolo di SS. Rosalia e Sigismondo. ASDC, Visite pastorali, 110\/1, ff. 313-314. Ancora nel 1763 si annotava che &laquo;il giorno di S.ta Rosalia si porta processionalmente la sua sagra reliquia alla chiesa filiale dell&rsquo;Immacolata cantandosi ivi la S.ta Messa, e dopo pranzo cantato li vesperi si riporta processionalmente alla chiesa matrice&raquo;. ASDC, Visite Pastorali, 149\/1, f. 288.\">9<\/a><\/sup>, dove si mette in mezzo la chiesa sopra un tavolino, uno che si \u00e8 detta la messa cantata, e poi si riporta alla parrocchiale e ci\u00f2 con il baldachino, con le scole, lumi, e popolo assai\u00bb<sup><a href=\"#footnote_9_3440\" id=\"identifier_9_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, ff. 587-588.\">10<\/a><\/sup>. A quell\u2019epoca la reliquia gerese era contenuta \u00abin vaso ligneo picto, et deaurato ad modum radii compacto, et vitro tecto\u00bb<sup><a href=\"#footnote_10_3440\" id=\"identifier_10_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 69\/2, f. 416.\">11<\/a><\/sup>, oggi non pi\u00f9 esistente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In generale la dotazione in suppellettili d\u2019argento nelle chiese di questi paesi crebbe con il fenomeno dell\u2019emigrazione a Palermo e trov\u00f2 il proprio culmine tra la fine del XVII e la prima met\u00e0 del XVIII secolo. Ci\u00f2 fu riconosciuto per iscritto dal vescovo Neuroni, in visita alla parrocchia di Trezzone il 31 maggio 1756, quando lod\u00f2 lo zelo con cui la compagnia di Palermo aveva fornito di argenti la chiesa<sup><a href=\"#footnote_11_3440\" id=\"identifier_11_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Poich&eacute; con nostra grande consolazione abbiamo ritrovato questa chiesa parrochiale tanto rispetto alla struttura quanto alla provisione di sagre suppelletili di calici reliquiarii candiglieri e lampade d&rsquo;argento assaj ben tenuta, quali sono preziosi istrumenti della compagnia di questi populi abitanti in Palermo che col loro zelo procurano di maggiormente arichire la loro chiesa, altro non ci resta di ricordare senonch&eacute; di fare una chiave di argento per il santuario [&hellip;]&raquo;. ASDC, Visite Pastorali, 140\/1, f. 251.\">12<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti \u00e8 noto da tempo il fenomeno per cui gli emigrati a Palermo dai paesi dell\u2019Alto Lario Occidentale, riuniti in <em>Scholae <\/em>intitolate al Santo della parrocchia del paese di origine, usavano inviare suppellettili sacre preziose alla chiesa locale<sup><a href=\"#footnote_12_3440\" id=\"identifier_12_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Zecchinelli, Arte e folclore siciliani sui monti dell&rsquo;Alto Lario nei secoli XVI-XVIII, in &ldquo;Rivista Archeologica Comense&rdquo;, 131-132, 1950-51, passim.\">13<\/a><\/sup>, tanto che di una piccola parrocchia come quella di Montemezzo, agli atti della visita pastorale Ninguarda del 1593, si annotava che \u00abdi Palermo ricevono molta elemosina mandata da quelle persone habitano ivi sicome anco d\u2019Ancona che perci\u00f2 causa la chiesa essere ben fornita de paramenti, et d\u2019altre cose\u00bb<sup><a href=\"#footnote_13_3440\" id=\"identifier_13_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 12, 6, f. 55.\">14<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Uno dei reliquiari seicenteschi di S. Rosalia di fabbricazione palermitana conservati in Alto Lario si trova in pieve di Sorico<sup><a href=\"#footnote_14_3440\" id=\"identifier_14_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il reliquiario &egrave; nominato in M. Zecchinelli, Arte e folclore&hellip;, 1951, p. 81. Cfr. anche P. A. Comalini &ndash; N. Spelzini, Sulle tracce di antichi &ldquo;argenti&rdquo;, dono degli emigrati, in &ldquo;Altolariana&rdquo;, 3, 2013, p. 120.\">15<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 1. Francesco Antonio Parisi, 1642, &lt;i&gt;Reliquiario di S. Rosalia in argento e ottone&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel01.jpg\">Fig. 1<\/a>). Piede e fusto sono in ottone, mentre il ricettacolo \u00e8 in argento e risulta tripunzonato sul coperchio della teca (contenente la reliquia donata al paese nel 1632), con l\u2019aquila palermitana a volo basso, il marchio del console degli argentieri del 1642 Rocco de Arrigo (RAC)<sup><a href=\"#footnote_15_3440\" id=\"identifier_15_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII secolo ad oggi, saggio introduttivo di M.C. Di Natale, Palermo 1996, p. 64.\">16<\/a><\/sup> e il bollo dell\u2019argentiere Francesco Antonio Parisi (FAP), attivo dal 1631 al 1660<sup><a href=\"#footnote_16_3440\" id=\"identifier_16_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Indice degli orafi e argentieri di Sicilia, in Ori e Argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della Mostra (Trapani, Museo Regionale Pepoli, 1 luglio &ndash; 30 ottobre 1989) a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 403. Il Parisi risulta attivo tra il 1631 e il &rsquo;36. Muore nel 1660. S. Barraja, Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della Mostra (Palermo, Albergo dei Poveri, 10 dicembre 2000 &ndash; 30 aprile 2001) a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001, p. 675. Si veda anche S. Barraja, Parisi Francesco Antonio, in Arti decorative in Sicilia. Dizionario Biografico, a cura di M.C. Di Natale, II, Palermo 2014, ad vocem, p. 477.\">17<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 2. Francesco Antonio Parisi, 1642, &lt;i&gt;Reliquiario di S. Rosalia in argento e ottone&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO): particolare dei punzoni.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel02.jpg\">Fig. 2<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno alla teca ovale si sviluppa una corona decorativa di tipo floreale alternata a quattro testine di cherubino. Permangono vive tracce di colore rosso su quattro rose angolari, mentre si intravvedono residui di cromia su altre parti del ricettacolo, in particolare di colore verde sulle foglie adiacenti alle rose. In sommit\u00e0, una figurina di S. Rosalia \u00e8 affiancata da due angioletti che recano i suoi attributi iconografici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il gusto floreale dell\u2019opera si inserisce nelle tendenze dell\u2019epoca<sup><a href=\"#footnote_17_3440\" id=\"identifier_17_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Gregorietti, Il gioiello nei secoli, Milano 1969, pp. 207-210; P. Venturelli, Gioielli e gioiellieri milanesi. Storia, arte, moda (1450-1630), Milano 1996, pp. 99-100.\">18<\/a><\/sup> e la costruzione dell\u2019oggetto, con la Santuzza in apice, rammenta altri esemplari di reliquiario dello stesso periodo<sup><a href=\"#footnote_18_3440\" id=\"identifier_18_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Argenti palermitani del XVII e XVIII secolo in Vachiavenna, in &ldquo;OADI &ndash; Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, 13, giugno 2016, pp. 24-25.\">19<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli inventari ufficiali della chiesa, il manufatto viene citato per la prima volta nel 1666: \u00abun reliquiario dove sono poste delle reliquie di S.ta Rosalia d\u2019argento con il piede di lattone sordorato libra una et onze dieci\u00bb<sup><a href=\"#footnote_19_3440\" id=\"identifier_19_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, f. 91.\">20<\/a><\/sup>. Nei decreti della visita pastorale del 1668, il vescovo Ambrogio Torriani ordin\u00f2 di trasportarlo per la conservazione nella finestrella in cui si teneva al momento l\u2019olio santo, dopo averla foderata di rosso<sup><a href=\"#footnote_20_3440\" id=\"identifier_20_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, f. 147.\">21<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel paese si celebrava la festa di S. Rosalia, come testimoniato agli atti della visita pastorale del 1763<sup><a href=\"#footnote_21_3440\" id=\"identifier_21_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 149\/1, f. 219.\">22<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Qualche anno fa venne casualmente rinvenuta nei depositi una grande lampada in argento<sup><a href=\"#footnote_22_3440\" id=\"identifier_22_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La lampada &egrave; citata da M. Zecchinelli, Arte e folclore&hellip;, 1951, p. 81. Cfr. inoltre R. Pellegrini, Di alcune suppellettili d&rsquo;argento donate dagli emigrati, in &ldquo;Quaderni della Biblioteca del Convento francescano di Dongo&rdquo;, 70, 2013, pp. 54-55.\">23<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 3. Giuseppe Montalbano, 1652, &lt;i&gt;Lampada in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel03.jpg\">Fig. 3<\/a>), purtroppo mutila in alcune parti. Mancavano infatti la catena e il pendaglio. La prima venne commissionata al cesellatore comasco Elio Ponti, il quale la riprodusse sul modello di alcuni esemplari presenti sul territorio. Inoltre, secondo la testimonianza di un ex parroco, in passato al manufatto sarebbero state appese almeno altre tre lampade pi\u00f9 piccole, secondo un modello analogo a quello di un esemplare romano (sempre dono di emigranti), custodito a Civo in Valtellina (SO)<sup><a href=\"#footnote_23_3440\" id=\"identifier_23_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Gnoli Lenzi, Inventario degli oggetti d&rsquo;arte d&rsquo;Italia. IX. Provincia di Sondrio, Roma 1938, pp. 92-93.\">24<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In generale, la lampada in argento come dono degli emigranti alle chiese locali dell\u2019Insubria e della Rezia \u00e8 ben documentata per i secoli XVII e XVIII<sup><a href=\"#footnote_24_3440\" id=\"identifier_24_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. Zastrow, Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco, Como 1984, pp. 179-180; R. Pellegrini, Tra Noc e Sass &ndash; Storia della Comunit&agrave; di Stazzona, Gravedona 2004, pp. 83-84; I tesori degli emigranti, catalogo della Mostra (Sondrio, Sala Ligari della Provincia, 15 marzo &ndash; 28 aprile 2002) a cura di G. Scaramellini, Milano 2002, passim.\">25<\/a><\/sup>. Quella qui considerata si colloca fra gli esemplari aventi notevoli dimensioni, avendo una circonferenza pari a 116 cm, caratteristica che gi\u00e0 nell\u2019inventario dei beni mobili della chiesa del 1666 fece s\u00ec che venisse segnalata come \u00abuna lampada grande d\u2019argento de libre grosse quatro, e mezza\u00bb<sup><a href=\"#footnote_25_3440\" id=\"identifier_25_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, f. 94.\">26<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lampada \u00e8 punzonata in pi\u00f9 punti con i marchi dell\u2019oreficeria palermitana: l\u2019aquila, simbolo della citt\u00e0 di Palermo, e la sigla FICC, relativa al console degli argentieri dell\u2019anno 1652, Filippo Cremona<sup><a href=\"#footnote_26_3440\" id=\"identifier_26_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 65.\">27<\/a><\/sup>. Reca anche il marchio del fabbricante e cio\u00e8 la sigla GM seguita da un giglio in orizzontale. Identici marchi si ritrovano su una coppia di candelieri del santuario dell\u2019Annunziata di Trapani, donati da don Giovanni d\u2019Austria<sup><a href=\"#footnote_27_3440\" id=\"identifier_27_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Vitella, Coppia di candelieri, in Il Tesoro Nascosto. Gioie e Argenti per la Madonna di Trapani, (Trapani Museo Regionale Pepoli, 2 dicembre 1995 &ndash; 3 marzo 1996) a cura di M.C. Di Natale, V. Abbate, Palermo 1995, pp. 206-208.\">28<\/a><\/sup>. L\u2019argentiere \u00e8 Giuseppe Montalbano, attivo tra 1615 e 1663<sup><a href=\"#footnote_28_3440\" id=\"identifier_28_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi di bottega degli argentieri palermitani, in Storia, critica e tutela dell&rsquo;arte nel Novecento. Un&rsquo;esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, atti del convegno internazionale di studi in onore di Maria Accascina (Palermo-Erice, 14-17 giugno 2006) a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2007, p. 522. Nel testo, la riproduzione del punzone &egrave; raffigurata con giglio in verticale, ma il dott. S. Barraja mi ha comunicato che, in base ai suoi recenti studi, il punzone ha il giglio in orizzontale. Si veda anche M.C. Di Natale, Montalbano, in Arti decorative&hellip;, II, 2014, ad vocem, pp. 440-441.\">29<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La coppa \u00e8 eseguita a sbalzo, cesello e traforo, ornata con motivi volutiformi, e vi sono inserite tre testine di cherubino di fusione (<a title=\"Fig. 4. Giuseppe Montalbano, 1652, &lt;i&gt;Lampada in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO), particolare.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel04.jpg\">Fig. 4<\/a>) destinate all\u2019applicazione delle catene di sospensione. Un\u2019iscrizione apposta sopra di esse allude ai rettori gio batta carracciolo et bernardino carracciolo, nomi dei due emigrati preposti alla Scuola di S. Martino, la congregazione palermitana in cui erano riuniti i latori del dono. Tre medaglioni decorativi si alternano sulla tazza della lampada, incisi, con tratto peraltro abbastanza elementare, in ottemperanza a un\u2019iconografia evocante quella della chiesa di appartenenza dell\u2019oggetto. Su una specchiatura \u00e8 raffigurato S. Martino, patrono della comunit\u00e0, che condivide il mantello con il povero e si pu\u00f2 leggere l\u2019iscrizione scola di palermo. Un altro medaglione rappresenta le anime del Purgatorio (con la data 1652), con un chiaro richiamo alla decorazione cinquecentesca del presbiterio della chiesa. L\u2019ultima raffigurazione \u00e8 quella della Madonna del Rosario, la quale porge la corona a S. Domenico, inginocchiato ai suoi piedi insieme a un altro frate domenicano (<a title=\"Fig. 5. Giuseppe Montalbano, 1652, &lt;i&gt;Lampada in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO), particolare.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel05.jpg\">Fig. 5<\/a>). Quest\u2019ultimo \u00e8 genericamente connotato con un libro, ma un\u2019ipotesi plausibile \u00e8 che possa identificarsi con S. Giacinto Odrovaz, raffigurato nella cappella della Madonna del Rosario della chiesa locale, cappella fatta erigere nel 1611 dalla compagnia di Palermo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cappelletto che raccorda le catene \u00e8 cesellato con decorazioni fitomorfe e volutiformi che riprendono i motivi del bordo coppa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Risale al 1655 un mestolo battesimale in argento<sup><a href=\"#footnote_29_3440\" id=\"identifier_29_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il mestolo &egrave; nominato in M. Zecchinelli, Arte e folclore&hellip;, 1951, p. 81 e descritto in R. Pellegrini, Di alcune suppellettili&hellip;, in &ldquo;Quaderni&hellip;&rdquo;, 2013, p. 55.\">30<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 6. Argentiere palermitano, 1655, &lt;i&gt;Mestolo battesimale in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel06.jpg\">Fig. 6<\/a>) con i marchi della citt\u00e0 di Palermo e del console degli argentieri Vincenzo Pantano (VPC)<sup><a href=\"#footnote_30_3440\" id=\"identifier_30_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 65.\">31<\/a><\/sup>, che, in mancanza di un punzone specifico dell\u2019argentiere, potrebbe coincidere con l\u2019autore dell\u2019opera<sup><a href=\"#footnote_31_3440\" id=\"identifier_31_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cos&igrave; &egrave; stato supposto anche in altri casi. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda II,78 e Scheda II,142, in Ori e argenti&hellip;, 1989, pp. 239, 296-297. Il criterio risulta adottato anche in altri sistemi, come quello napoletano. E. Catello &ndash; C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1973, p. 93.&nbsp; Sull&rsquo;argentiere si veda S. Barraja, Pantanu Vincenzo, in Arti decorative&hellip;, II, 2014, ad vocem, p. 474.\">32<\/a><\/sup>. La coppa, con beccuccio cuoriforme, \u00e8 bordata da scrimolo con incisioni circolari concentriche ed \u00e8 ornata nella parte concava da incisioni fitomorfe e volutiformi. Sul bordo esterno \u00e8 presente un\u2019iscrizione che rimanda al dono da parte della confraternita palermitana: [\u00a0\u00a0 ]ani caragolo bernardino caracio returi di la scola panormi. La prima parte dell\u2019iscrizione non \u00e8 leggibile a causa di una maldestra saldatura del manico, il quale presenta analogie con quello di un mestolo palermitano del 1748 appartenente a collezione privata<sup><a href=\"#footnote_32_3440\" id=\"identifier_32_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, Scheda II,180, in Ori e argenti&hellip;, 1989, pp. 311, 313.\">33<\/a><\/sup>. Il manufatto \u00e8 elencato per la prima volta nell\u2019inventario dei beni della chiesa stilato nel 1666: \u00abuna cazza d\u2019argento per il fonte baptismale\u00bb<sup><a href=\"#footnote_33_3440\" id=\"identifier_33_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 55\/2, f. 92.\">34<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra le suppellettili sacre della pieve di Sorico provenienti da Palermo vi sono anche un turibolo e una navicella d\u2019argento recanti tre punzoni che consentono di datarli al 1687, anno in cui era console degli argentieri Vincenzo di Napoli (VDNC87). Le iniziali dell\u2019argentiere risultano dalla sigla FM che, secondo Maria Accascina, corrisponde a quella di Francesco Mangini, autore nel 1705 del paliotto in argento del duomo di Enna<sup><a href=\"#footnote_34_3440\" id=\"identifier_34_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Accascina, I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane, Milano 1976, p. 55.\">35<\/a><\/sup>. In base ai repertori ad ora redatti per\u00f2, pi\u00f9 di un argentiere potrebbe essere plausibilmente candidato ad autore del manufatto<sup><a href=\"#footnote_35_3440\" id=\"identifier_35_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Indice degli orafi&hellip;, in Ori e argenti&hellip;, 1989, p. 402.\">36<\/a><\/sup>. Il marchio FM si ritrova anche sul sottocoppa di un calice del Tesoro della Cattedrale di Palermo<sup><a href=\"#footnote_36_3440\" id=\"identifier_36_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro della Cattedrale di Palermo, Palermo 2010, p. 65.\">37<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su un\u2019ampia coppa vasiforme baccellata, il turibolo (<a title=\"Fig. 7. Argentiere palermitano, 1687, &lt;i&gt;Turibolo in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel07.jpg\">Fig. 7<\/a>) presenta un coperchio troncoconico, cupoliforme nella parte superiore. \u00c8 lavorato a sbalzo, a cesello e a traforo, con elementi architettonici semplici costituiti da sei colonnette e da due modanature, una a trecce e una a rombi. La catena, formata da maglie a filo doppio t\u00f2rte, si raccorda a un cappelletto cesellato e inciso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Analogie nei moduli decorativi adottati si riscontrano con un turibolo messinese di Pietro Provenzano, opera della seconda met\u00e0 del XVII secolo custodita a Lipari nella chiesa di S. Pietro<sup><a href=\"#footnote_37_3440\" id=\"identifier_37_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.M. Ziino, Le argenterie sacre della cattedrale di San Bartolomeo a Lipari, in &ldquo;OADI. Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, 10, dicembre 2014, pp. 90-91.\">38<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La navicella coordinata (<a title=\"Fig. 8. Argentiere palermitano, 1687, &lt;i&gt;Navicella in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel08.jpg\">Fig. 8<\/a>) ha un piede circolare rialzato che presenta esternamente un giro a fogliette ed \u00e8 decorato con motivi a volute e acantomorfi. Una vera di raccordo lo separa da un breve fusto con internodo e nodo ellissoidali lavorati a bulino. Un anello concavo collega il fusto alla coppa baccellata portaincenso, che si apre superiormente con due valve unite da cerniere a una piastra centrale, ornata da una lamina traforata con incisioni volutiformi e vegetali. Su una valva \u00e8 incisa una Madonna del Rosario di iconografia \u201cmista\u201d, presentando anche le caratteristiche di una Immacolata; sull\u2019altra la Sacra Famiglia (<a title=\"Fig. 9. Argentiere palermitano, 1687, &lt;i&gt;Navicella in argento&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO): particolare dell\u2019incisione.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel09.jpg\">Fig. 9<\/a>). I manici laterali della navicella sono conformati a testa di draghetto. Il manufatto presenta analogie di impostazione con una navicella settecentesca del Museo del castello dei Ventimiglia di Castelbuono<sup><a href=\"#footnote_38_3440\" id=\"identifier_38_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. C. Di Natale, Tesoro di Sant&rsquo;Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, in M.C. Di Natale &ndash; R. Valdal&agrave;, Il tesoro di Sant&rsquo;Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, Appendice documentaria di R.F. Margiotta, Palermo 2010, p. 42.\">39<\/a><\/sup>. Le teste di draghetto agli apici della navicella costituiscono un motivo caratteristico presente anche in altri esemplari<sup><a href=\"#footnote_39_3440\" id=\"identifier_39_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. la navicella del 1686 della collezione A. Virga: R. Di Natale, Scheda II,82, in Ori e argenti&hellip;, 1989, pp. 241-243.\">40<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel XVII secolo il presbiterio della chiesa di S. Maria delle Grazie di Trezzone sub\u00ec alcuni lavori di rimodellamento. In particolare nel 1650 l\u2019affresco quattrocentesco della Vergine che ornava l\u2019altare maggiore fu collocato sulla parete sinistra della chiesa, come da iscrizione commemorativa parzialmente leggibile: Figura deiparae M. V. sup.a alt.e maiori depicta an.o 1484 huc traslata an.o 1650 octo immag.es S. Sebast.ni depictae erant in eadem ecc.a Opus exornatum devot.ne [\u2026]. Pesantemente rimaneggiato, a fine secolo l\u2019affresco venne insignito di maggior rispetto mediante l\u2019incoronazione di Maria con un diadema in argento dorato di fabbricazione palermitana (<a title=\"Fig. 10. Argentiere palermitano, 1699-1700, &lt;i&gt;Diadema in argento dorato&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel10.jpg\">Fig. 10<\/a>) che ha impressi il punzone dell\u2019aquila di Palermo e il marchio consolare F.B.99, corrispondente a quello di Francesco Bracco, console dal 26 giugno 1699 al primo agosto 1700<sup><a href=\"#footnote_40_3440\" id=\"identifier_40_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 70.\">41<\/a><\/sup>. Su un sobrio arco basale ornato da losanghette e ovoli alternati, si sviluppa un pi\u00f9 ricco fastigio, decorato, secondo i gusti dell\u2019epoca<sup><a href=\"#footnote_41_3440\" id=\"identifier_41_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. supra, nota 18.\">42<\/a><\/sup>, con volutiformi intrecci floreali alternati a testine di cherubino. Vi \u00e8 da aggiungere che l\u2019affresco (<a title=\"Fig. 11. Affresco mariano della chiesa di S. Maria delle Grazie di Trezzone (CO), 1484-XVII sec.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel11.jpg\">Fig. 11<\/a>), accanto al quale sono appesi alcuni ex voto, \u00e8 stato anche ornato con collane in corallo, secondo una prassi radicata sul territorio e praticata sia con statue che con effigi dipinte della Vergine. Il corallo veniva portato in patria dagli emigrati in Sicilia e utilizzato come componente del costume tradizionale della zona<sup><a href=\"#footnote_42_3440\" id=\"identifier_42_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Gioielli&hellip;, 2009, pp. 70-79, 113-123.\">43<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella chiesa di Trezzone si conserva un calice in rame dorato e argentato<sup><a href=\"#footnote_43_3440\" id=\"identifier_43_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. R. Pellegrini, Di alcune suppellettili&hellip;, in &ldquo;Quaderni&hellip;&rdquo;, 2013, pp. 56-58.\">44<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 12. Argentiere palermitano, inizi XVII sec., &lt;i&gt;Calice in rame dorato e argentato&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel12.jpg\">Fig. 12<\/a>), sotto il cui piede \u00e8 presente un\u2019iscrizione parzialmente consunta che ne indica una generica provenienza dal Regno di Sicilia: opera fatta in regno siciliae [\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 ] an[\u00a0 ] d. scol. s. m. de la gr.a dila c\u00f5i ter. part. lomb. civit. mediol. [\u00a0 \u00a0] viscov. come pleb surri. In base all\u2019attestazione che l\u2019opera era stata commissionata da una \u201cschola\u201d di emigrati sotto il titolo della Madonna delle Grazie e sapendo che tali emigrati si recavano a Palermo, \u00e8 plausibile che il luogo di fabbricazione coincida con tale citt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il piede esalobato rimanda all\u2019idea del calice cinquecentesco<sup><a href=\"#footnote_44_3440\" id=\"identifier_44_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Rohault de Fleury, La messe. Etudes archeologiques sur ses monuments, Parigi 1883, Vol. IV, p. 151: Calices. Tableau chronologique.\">45<\/a><\/sup>, ma gli altri elementi del manufatto e il tipo di lavorazione lasciano propendere per una datazione agli inizi del XVII secolo<sup><a href=\"#footnote_45_3440\" id=\"identifier_45_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Elementi strutturali cinquecenteschi continuarono ad essere utilizzati nell&rsquo;arte argentiera siciliana lungo il Seicento. Ritroviamo una base esalobata (ma con cesellature a maggior rilievo) nel reliquiario della Santa Croce del 1666 della Chiesa Madre di Caccamo, che presenta un fusto di chiara impostazione barocca. M. Accascina, I marchi&hellip;, 1976, fig. 14. Pi&ugrave; simile al calice altolariano per la levit&agrave; del cesello e per la struttura del fusto, fatta eccezione invece per la forma della base, &egrave; quello ericino datato all&rsquo;ultimo decennio del XVI secolo e descritto in M. Vitella, Rassegna tipologica di calici e ostensori nel territorio trapanese, in Argenti e ori trapanesi nel museo e nel territorio, a cura di A. Precopi Lombardo &ndash; L. Novara, Trapani 2010, p. 44. Nella seconda met&agrave; del XVII secolo la chiesa di Trezzone non possedeva calici in argento ma solo &laquo;tre calici n.o tri con coppe di argento et sue patene&raquo;. ASDC, Visite Pastorali, 69\/2, f. 355.\">46<\/a><\/sup>. Il nodo semiovoidale del fusto \u00e8 decorato da testine alate di cherubino alternate a grappoli d\u2019uva, motivi ripresi nel sottocoppa, lavorato a cesello e a traforo. Sui lobi del piede sono cesellati l\u2019Immacolata, S. Pietro, S. Rocco, S. Sebastiano, S. Vincenzo e S. Vito e sulla raffigurazione di tali effigi si possono proporre alcune considerazioni. Ai santi Vincenzo e Sebastiano erano dedicati i due altari laterali nella chiesa cinquecentesca del paese a cui il calice appartiene<sup><a href=\"#footnote_46_3440\" id=\"identifier_46_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 23\/1, ff. 256-257.\">47<\/a><\/sup>. In ogni caso, il diacono Vincenzo \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti santi della pieve di Sorico e S. Sebastiano, insieme a S. Rocco, \u00e8 uno dei santi venerati in tutto il territorio altolariano per le sue virt\u00f9 taumaturgiche<sup><a href=\"#footnote_47_3440\" id=\"identifier_47_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nell&rsquo;inventario dei beni mobili della chiesa, compilato nel 1668, leggesi: Tre quadri grandi in Choro, uno in mezo dell&rsquo;Assonta, uno dell&rsquo;Annontiata, et l&rsquo;altro con le figure della Madonna, di Santa Rosalia, di S. Sebastiano, et di S. Rocco. ASDC, Visite Pastorali, 55, 2, f. 372.\">48<\/a><\/sup>. S. Vito \u00e8 invece estraneo alla tradizione iconografica della pieve di Sorico e si pu\u00f2 ritenere la sua rappresentazione pi\u00f9 legata all\u2019ambito cultuale siciliano, e nello specifico a quello trapanese. Peraltro fu proprio dalla seconda met\u00e0 del Cinquecento e nei primi decenni del XVII secolo che si registr\u00f2 un incremento nell\u2019edificazione di chiese a lui dedicate, \u00abin particolar modo nella diocesi di Mazara del Vallo e nel palermitano\u00bb<sup><a href=\"#footnote_48_3440\" id=\"identifier_48_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Filippi, Topografia e toponomastica. I luoghi del culto di San Vito in Sicilia, in Congresso internazionale di studi su San Vito ed il suo culto, (Mazara del Vallo, 18-19 luglio 2002), a cura di F. Maurici, R. Alongi, A. Morabito, Trapani 2004, p. 251.\">49<\/a><\/sup>. Si pu\u00f2 ritenere che la devozione a tale santo sia giunta a Trezzone attraverso l\u2019emigrazione: negli atti della visita pastorale del 1683, possiamo leggere che in paese erano due le feste di voto: quella di S. Rosalia, che veniva celebrata da tutti, e quella di S. Vito che invece, si specifica, non veniva osservata da tutta la popolazione<sup><a href=\"#footnote_49_3440\" id=\"identifier_49_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 69\/2, f. 341.\">50<\/a><\/sup>. Del resto il riferimento a santi del territorio trapanese nella cultura e nella devozione altolariana, a seguito dell\u2019emigrazione in Sicilia, \u00e8 gi\u00e0 noto<sup><a href=\"#footnote_50_3440\" id=\"identifier_50_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A Stazzona la rappresentazione iconografica di S. Giuliano, patrono del paese, si trasform&ograve;, a causa della emigrazione, su modello di quella ericina. R. Pellegrini, Tra Noc e Sass&hellip;, 2004, pp. 59-62. S. Alberto degli Abati, patrono di Trapani, &egrave; effigiato in corone da rosario e medaglioni devozionali presenti in territorio altolariano a seguito dell&rsquo;emigrazione. R. Pellegrini, Gioielli&hellip;, 2009, pp. 129, 183, 187.\">51<\/a><\/sup>. A tal proposito \u00e8 da osservare che, nella stessa chiesa in cui si conserva il calice, \u00e8 presente una tela raffigurante la Madonna di Trapani, firmata dal trapanese Giuseppe Rodriquez (Ioseph Rodiquez Trapanesi Pingebat)<em> <\/em>e donata nel 1610 da Giacomo Aureggia, figlio di Guglielmo, di 31 anni. La relazione con Trapani degli emigrati altolariani era viva almeno dagli inizi del XVII secolo, come testimonia il testamento del 12 marzo 1601 di Giacomo Cassera fu Giovanni di Vercana (paese confinante con la pieve di Sorico), il quale, intendendo partire per Palermo e temendo l\u2019eventualit\u00e0 della morte, dispose fra i propri legati di lasciare uno scudo alla fabbrica della chiesa della Madonna di Trapani<sup><a href=\"#footnote_51_3440\" id=\"identifier_51_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Archivio di Stato Como, Notai, Pietro Polti fu Antonio, 902.\">52<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Immacolata \u00e8 rappresentata con la luna sotto i piedi, secondo moduli seicenteschi<sup><a href=\"#footnote_52_3440\" id=\"identifier_52_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Righetti, Storia liturgica, Milano 1969, vol. II, p. 388.\">53<\/a><\/sup>. A parte questo, essa trova le proprie ragioni raffigurative nell\u2019ambito devozionale palermitano: infatti nel 1624, dopo un processo culturale preparatorio, l\u2019Immacolata venne proclamata patrona della citt\u00e0<sup><a href=\"#footnote_53_3440\" id=\"identifier_53_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M C. Di Natale, L&rsquo;Immacolata: arte e devozione in Sicilia, in La Sicilia e l&rsquo;Immacolata. Non solo 150 anni, a cura di D. Ciccarelli, M.D. Valenza, Palermo 2004, pp. 204-205; F.S. Fiasconaro, Il pensiero immacolatista di Ignazio Como, OFM Conv (&dagger; 1774) nella controversia con L. A. Muratori sul &ldquo;voto sanguinario&rdquo;, Palermo 2004, pp. 65-66.\">54<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 stato di recente rinvenuto un calice in argento di fattura palermitana (<a title=\"Fig. 13. Argentiere palermitano, 1713-1714, &lt;i&gt;Calice in argento con coppa dorata&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel13.jpg\">Fig. 13<\/a>) che va ad aggiungersi al repertorio di quelli noti delle chiese dell\u2019Alto Lario. I marchi permettono di datare l\u2019oggetto al 1713-1714, nel periodo in cui fu console degli argentieri Giuseppe Palumbo (GP713)<sup><a href=\"#footnote_54_3440\" id=\"identifier_54_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 72.\">55<\/a><\/sup>, ma sul manufatto non \u00e8 impresso il punzone dell\u2019argentiere, il che non consente l\u2019attribuzione a uno specifico artefice, a meno di non ammettere che si tratti del console stesso<sup><a href=\"#footnote_55_3440\" id=\"identifier_55_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. supra, nota 32.\">56<\/a><\/sup>. Si tratta di un dono elargito alla parrocchia da Bartolomeo Terza e da Cesare Oreggia, come testimoniato da un\u2019iscrizione sotto il piede: + bartolomeo terza cesare oricchia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 un calice di gusto barocco, il cui piede circolare, con rimandi ancora seicenteschi, si presenta leggermente sagomato e bordato da una cornice esterna perlinata e da una interna a fogliette. La parte pi\u00f9 rialzata della base \u00e8 decorata con motivi tipici del gusto dell\u2019epoca (teste alate di cherubino, festoni, conchiglie), cos\u00ec come il nodo piriforme, raccordato a piede e sottocoppa con doppi anelli strozzati incisi. Sul sottocoppa, ornato in sommit\u00e0 da una guarnizione fitomorfa, si alternano festoni vegetali e testine di cherubino. L\u2019orlo della coppa presenta ancora la doratura originale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo calice si riscontrano analogie con un esemplare del 1718 appartenente alla chiesa di S. Francesco di Ciminna (PA)<sup><a href=\"#footnote_56_3440\" id=\"identifier_56_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Cusmano e Scheda 2, in Argenti e Cultura Rococ&ograve; nella Sicilia Centro-Occidentale 1735-1789, catalogo della Mostra (Lubecca, St. Annen Museum, 21 ottobre 2007 &ndash; 6 gennaio 2008) a cura di S. Grasso, M.C. Gulisano, Palermo 2008, pp. 148, 168-169.\">57<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Somiglianze nella forma e struttura del sottocoppa si rilevano con un esemplare trapanese del 1711 della Chiesa Madre di Erice<sup><a href=\"#footnote_57_3440\" id=\"identifier_57_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Vitella, Rassegna tipologica&hellip;, in Argenti e ori&hellip;, 2010, p. 45.\">58<\/a><\/sup> e con tre palermitani: uno del 1729 custodito in diocesi di Como<sup><a href=\"#footnote_58_3440\" id=\"identifier_58_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. Zastrow, Capolavori&hellip;, 1984, p. 77.\">59<\/a><\/sup>, un altro del 1735 presente in Valchiavenna<sup><a href=\"#footnote_59_3440\" id=\"identifier_59_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Argenti palermitani&hellip;, in &ldquo;OADI &hellip;&rdquo;, 2016, pp. 30-31.\">60<\/a><\/sup> e l\u2019ultimo del 1745-1746 del Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono<sup><a href=\"#footnote_60_3440\" id=\"identifier_60_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Di Natale, Tesoro di Sant&rsquo;Anna&hellip;, M.C. Di Natale &ndash; R. Valdal&agrave;, Il tesoro di Sant&rsquo;Anna&hellip;, 2010, p. 40.\">61<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Data al 1732-1733 un reliquiario a ostensorio in argento (<a title=\"Fig. 14. Argentiere palermitano, 1732-1733, &lt;i&gt;Reliquiario dei capelli della Vergine&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel14.jpg\">Fig. 14<\/a>), punzonato (sia sulla teca e sia sul piede) con l\u2019aquila palermitana e con il marchio del console degli argentieri di Palermo Bartolomeo La Grua (BLG32, attivo dal primo luglio 1732 al 25 giugno 1733)<sup><a href=\"#footnote_61_3440\" id=\"identifier_61_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 74.\">62<\/a><\/sup>, contenente la reliquia dei capelli della Vergine<sup><a href=\"#footnote_62_3440\" id=\"identifier_62_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Di alcune suppellettili&hellip;, in &ldquo;Quaderni&hellip;&rdquo;, 2013, p. 58.\">63<\/a><\/sup>. Si tratta di una tipologia strutturale abbastanza consueta, di cui si trova un analogo, per quanto attiene alla forma del ricettacolo, in un esemplare fabbricato a Palermo nel 1741 e conservato in una parrocchia confinante con la pieve di Sorico<sup><a href=\"#footnote_63_3440\" id=\"identifier_63_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. Zastrow, Capolavori&hellip;, 1984, p. 136, n. 173. L&rsquo;autore data il reliquiario al 1745, ma il marchio &egrave; GLC41 corrispondente al 1741. S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 75.\">64<\/a><\/sup>. Sul coperchio posteriore della teca, che non \u00e8 quello originale, figurano il punzone della citt\u00e0 di Palermo e il marchio GIF seguito da una pignetta, che corrisponde alla sigla dell\u2019argentiere Gaspare Infallera, attivo a Palermo tra il 1727 e il 1743, anno della sua morte<sup><a href=\"#footnote_64_3440\" id=\"identifier_64_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ringrazio per l&rsquo;informazione il dott. S. Barraja. Sull&rsquo;Infallera cfr. S. Barraja, Gli orafi e argentieri&hellip;, in Splendori&hellip;, 2001, p. 673.&nbsp; Per l&rsquo;argentiere si veda anche S. Barraja, Infallera (Insallera) Gaspare, in Arti decorative&hellip;, I, 2014, ad vocem, p. 317.\">65<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il piede del reliquiario, circolare e sagomato, presenta belle cornici vegetali a sbalzo e cesello, entro cui si distinguono testine alate di cherubini, riprese nel nodo piriforme del fusto. Il ricettacolo rococ\u00f2, con volute acantiformi, motivi fitomorfi e conchiglia centrale, \u00e8 sormontato da crocetta di avellana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo l\u2019inventario dei beni della chiesa del 1763, la dotazione della parrocchia era all\u2019epoca di quattro reliquiari in argento e uno in rame argentato e il catalogo delle reliquie comprendeva una reliquia del legno della S. Croce, una reliquia dei capelli della Beata Vergine (quella in oggetto), una reliquia delle SS. Cristina e Rosalia ed altri santi e una reliquia di S. Vincenzo Ferrer<sup><a href=\"#footnote_65_3440\" id=\"identifier_65_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASDC, Visite Pastorali, 149\/1, ff. 145, 147.\">66<\/a><\/sup>. Attualmente risulta reperibile solo questo reliquiario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro calice rinvenuto recentemente \u00e8 quello donato nel 1766 dai fratelli Panizzera figli di Pietro, come testimoniato da un\u2019iscrizione sotto il piede: fratelli \u2219 panizzerd \u2219 del \u2219 qm pro: 1766 \u2219 (<a title=\"Fig. 15. Argentiere palermitano, 1765-1766, &lt;i&gt;Calice in argento con coppa dorata&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel15.jpg\">Fig. 15<\/a>). La famiglia Panizzera era una di quelle maggiormente in vista nella comunit\u00e0. Infatti Giuseppe Panizzera, insieme a Guglielmo e a Bartolomeo Triaca, risultava rettore della \u201cScola Panormi\u201d quando nel XVIII secolo questa don\u00f2 alla statua mariana un raffinato manto in seta ricamato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il piede mistilineo sagomato e gradinato \u00e8 suddiviso in specchiature da costoloni volutiformi e ornato da motivi fitomorfi. Tali decorazioni si ritrovano anche su fusto e sottocoppa. La coppa \u00e8 dorata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene l\u2019apparato decorativo del calice risponda ai moduli tipici dell\u2019argenteria rococ\u00f2, si pu\u00f2 rilevare un certo ordine compositivo che prelude in qualche modo alla ricerca neoclassica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I marchi consentono di datare l\u2019oggetto al 1765-1766, nel periodo in cui fu console degli argentieri Gaspare Leone (GL65)<sup><a href=\"#footnote_66_3440\" id=\"identifier_66_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 78.\">67<\/a><\/sup>, il cui marchio \u00e8 impresso sul manufatto. Manca il punzone dell\u2019argentiere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il reliquiario dei capelli della Vergine pi\u00f9 sopra considerato \u00e8 formato, come visto, dall\u2019unione di due parti differenti. Simili \u201ccomposizioni\u201d sono state rilevate in pi\u00f9 di una occasione nelle ricognizioni in territorio altolariano: evidentemente si cercava, a seguito dell\u2019usura di parti delle suppellettili, di recuperare sempre quanto possibile. Tale situazione si riscontra anche in un altro reliquiario della stessa parrocchia, quello attualmente adibito all\u2019esposizione di una reliquia di S. Antonio da Padova, contenuta in una capsula ottocentesca<sup><a href=\"#footnote_67_3440\" id=\"identifier_67_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Di alcune suppellettili&hellip;, 2013, p. 59.\">68<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 16. Argentieri palermitani, anni \u201980 del XVIII sec., &lt;i&gt;Reliquiario di S. Antonio da Padova&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel16.jpg\">Fig. 16<\/a>). Si tratta di un\u2019opera eterogenea, derivante dall\u2019assemblaggio di parti diverse, nella quale teca e fusto presentano peraltro un\u2019evidente differenza di argentatura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il modello \u00e8 quello del reliquiario a ostensorio. La base dell\u2019oggetto \u00e8 punzonata con il marchio della citt\u00e0 di Palermo e con un bollo del console degli argentieri leggibile solo parzialmente, ma riferibile agli anni Ottanta del XVIII secolo. Il piede mistilineo tripartito, caratterizzato da gradinature, e il fusto a balaustra rientrano nel novero di quel tipo di argenteria siciliana rococ\u00f2 che gi\u00e0 presenta alcune istanze neoclassiche<sup><a href=\"#footnote_68_3440\" id=\"identifier_68_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si veda A. Cuccia, Scheda 117, in Argenti e Cultura Rococ&ograve;&hellip;, 2008, pp. 424-425.\">69<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ricettacolo risulta punzonato solo sul coperchio posteriore della teca, che non \u00e8 per\u00f2 quello originale. Sono presenti l\u2019aquila palermitana, il marchio del console degli argentieri Giuseppe Morgana (GM80), relativo all\u2019anno di fabbricazione 1780<sup><a href=\"#footnote_69_3440\" id=\"identifier_69_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 80.\">70<\/a><\/sup>, e la sigla SM che potrebbe corrispondere a un argentiere Salvatore Mercurio<sup><a href=\"#footnote_70_3440\" id=\"identifier_70_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si distinguono tre omonimi Salvatore Mercurio vissuti nello stesso periodo e che potrebbero aver realizzato il lavoro nel 1780: S. M. del fu Ioachim (noto 1764-1806), S. M. di Giuseppe (noto 1776-1834) e S. M. di Giuseppe (noto 1779-1807). S. Barraja, Gli orafi e argentieri&hellip;, in Splendori&hellip;, 2001, p. 674. Cfr. inoltre S. Barraja, Mercurio Salvatore, in Arti decorative&hellip;, II, 2014, ad voces, pp. 428-429.\">71<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mancanza di punzoni sul ricettacolo vero e proprio pone il problema della sua effettiva provenienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019emigrazione verso Palermo scem\u00f2 gi\u00e0 durante il XVIII secolo, quando gli altolariani iniziarono a scegliere come meta le citt\u00e0 del Nord Europa, ma alcune tracce di persistenza si rilevano ancora nel XIX secolo<sup><a href=\"#footnote_71_3440\" id=\"identifier_71_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Emigrazione&hellip;, in Emigrazione lombarda&hellip;,&nbsp; 2018, p. 48.\">72<\/a><\/sup>, sebbene il dono di suppellettili sacre alle chiese in quell\u2019epoca si fece meno consistente. Un esempio lo troviamo in una elegante pisside in argento parzialmente dorato del 1800<sup><a href=\"#footnote_72_3440\" id=\"identifier_72_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Pellegrini, Di alcune suppellettili&hellip;, in &ldquo;Quaderni&hellip;&rdquo;, 2013, p. 59.\">73<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 17. Argentiere palermitano, 1800, &lt;i&gt;Pisside in argento parzialmente dorato&lt;\/i&gt;, Pieve di Sorico (CO).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/pel17.jpg\">Fig. 17<\/a>), che presenta il punzone dell\u2019aquila palermitana e il marchio DGC800, relativo al console degli argentieri Giuseppe Ciambra<sup><a href=\"#footnote_73_3440\" id=\"identifier_73_3440\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Barraja, I marchi degli argentieri&hellip;, 1996, p. 82.\">74<\/a><\/sup>. Il gusto compositivo \u00e8 quello che caratterizza gli oggetti a partire dalla fine del XVIII secolo, quando diventa predominante lo stile neoclassico: il piede gradinato assume forme pi\u00f9 regolari, sottolineate da bordature dorate che si alternano alle cornici a godroni e perlinate. Il nodo geometrico ben si distingue tra le ordinate modanature della base e della coppa e i sobri festoni.<\/p>\n<p><strong>ABBREVIAZIONI<\/strong><\/p>\n<p>ASDC = Archivio Storico Diocesano Como<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3440\" class=\"footnote\">M. Longatti, <em>La Storia<\/em>,<em> <\/em>in A. Rovi &#8211; M. Longatti, <em>Sorico. Storia di acque, terre, uomini<\/em>,<em> <\/em>Menaggio 2005, pp. 36-38.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Emigrazione dall\u2019Alto Lario Occidentale tra XV e XIX secolo. Dati acquisiti, criticit\u00e0, prospettive<\/em>,<em> <\/em>in <em>Emigrazione lombarda. Una storia da riscoprire<\/em>, Atti del convegno (Cuggiono, 13-14 novembre 2015) a cura di O. Magni &#8211; E. R. Milani &#8211; D. Tronelli, Oggiono 2018, p. 77.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3440\" class=\"footnote\">Archivio Storico Diocesano Como (ASDC), <em>Visite Pastorali, <\/em>40\/3, f. 609.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Gioielli storici dell\u2019Alto Lario<\/em>, Como 2009, pp. 43-44.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>69\/2, f. 341.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>55\/2, f. 373.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Le sacre suppellettili del convento di S. Maria del Fiume, <\/em>in <em>Il Campo del Tesoro. Santuario e Convento di Dongo. 400 anni di presenza francescana, <\/em>Gravedona ed Uniti 2014, p. 225.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>110\/1, f. 335.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3440\" class=\"footnote\">La chiesa, consacrata il 17 maggio 1627, era in verit\u00e0 dedicata alla Immacolata. Conteneva due altari dedicati rispettivamente a S. Carlo e a S. Rosalia. Quest\u2019ultimo assunse poi il titolo di SS. Rosalia e Sigismondo. ASDC, <em>Visite pastorali<\/em>,<em> <\/em>110\/1, ff. 313-314. Ancora nel 1763 si annotava che \u00abil giorno di S.ta Rosalia si porta processionalmente la sua sagra reliquia alla chiesa filiale dell\u2019Immacolata cantandosi ivi la S.ta Messa, e dopo pranzo cantato li vesperi si riporta processionalmente alla chiesa matrice\u00bb. ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>149\/1, f. 288.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 55\/2, ff. 587-588.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>69\/2, f. 416.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3440\" class=\"footnote\">\u00abPoich\u00e9 con nostra grande consolazione abbiamo ritrovato questa chiesa parrochiale tanto rispetto alla struttura quanto alla provisione di sagre suppelletili di calici reliquiarii candiglieri e lampade d\u2019argento assaj ben tenuta, quali sono preziosi istrumenti della compagnia di questi populi abitanti in Palermo che col loro zelo procurano di maggiormente arichire la loro chiesa, altro non ci resta di ricordare senonch\u00e9 di fare una chiave di argento per il santuario [\u2026]\u00bb. ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>140\/1, f. 251.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3440\" class=\"footnote\">M. Zecchinelli, <em>Arte e folclore siciliani sui monti dell\u2019Alto Lario nei secoli XVI-XVIII<\/em>, in \u201cRivista Archeologica Comense\u201d, 131-132, 1950-51, <em>passim<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 12, 6, f. 55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3440\" class=\"footnote\">Il reliquiario \u00e8 nominato in M. Zecchinelli, <em>Arte e folclore<\/em>\u2026<em>,<\/em> 1951, p. 81. Cfr. anche P. A. Comalini &#8211; N. Spelzini, <em>Sulle tracce di antichi \u201cargenti\u201d, dono degli emigrati<\/em>,<em> <\/em>in \u201cAltolariana\u201d, 3, 2013, p. 120.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri e orafi di Palermo <\/em><em>dal XVII secolo ad oggi<\/em>, saggio introduttivo di M.C. Di Natale,<em> <\/em>Palermo 1996, p. 64.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3440\" class=\"footnote\"><em>Indice degli orafi e argentieri di Sicilia<\/em>, in <em>Ori e Argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento<\/em>,<em> <\/em>catalogo della Mostra (Trapani, Museo Regionale Pepoli, 1 luglio &#8211; 30 ottobre 1989) a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 403. Il Parisi risulta attivo tra il 1631 e il \u201936. Muore nel 1660. S. Barraja, <em>Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, <\/em>in <em>Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, <\/em>catalogo della Mostra (Palermo, Albergo dei Poveri, 10 dicembre 2000 &#8211; 30 aprile 2001) a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001, p. 675. Si veda anche S. Barraja, <em>Parisi Francesco Antonio<\/em>, in <em>Arti decorative in Sicilia. Dizionario Biografico<\/em>, a cura di M.C. Di Natale, II, Palermo 2014, <em>ad vocem<\/em>, p. 477.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3440\" class=\"footnote\">G. Gregorietti, <em>Il gioiello nei secoli<\/em>, Milano 1969, pp. 207-210; P. Venturelli, <em>Gioielli e gioiellieri milanesi. Storia, arte, moda (1450-1630)<\/em>, Milano 1996, pp. 99-100.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Argenti palermitani del XVII e XVIII secolo in Vachiavenna, <\/em>in \u201cOADI &#8211; Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, 13, giugno 2016, pp. 24-25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>55\/2, f. 91.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 55\/2, f. 147.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>149\/1, f. 219.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3440\" class=\"footnote\">La lampada \u00e8 citata da M. Zecchinelli, <em>Arte e folclore\u2026, <\/em>1951, p. 81. Cfr. inoltre R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili d\u2019argento donate dagli emigrati, <\/em>in \u201cQuaderni della Biblioteca del Convento francescano di Dongo\u201d, 70, 2013, pp. 54-55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3440\" class=\"footnote\">M. Gnoli Lenzi, <em>Inventario degli oggetti d\u2019arte d\u2019Italia. IX. Provincia di Sondrio, <\/em>Roma 1938, pp. 92-93.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3440\" class=\"footnote\">O. Zastrow, <em>Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco<\/em>, Como 1984, pp. 179-180; R. Pellegrini, <em>Tra Noc e Sass &#8211; Storia della Comunit\u00e0 di Stazzona, <\/em>Gravedona 2004, pp. 83-84; <em>I tesori degli emigranti,<\/em> catalogo della Mostra (Sondrio, Sala Ligari della Provincia, 15 marzo &#8211; 28 aprile 2002)<em> <\/em>a cura di G. Scaramellini, Milano 2002, <em>passim<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 55\/2, f. 94.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri\u2026,<\/em> 1996, p. 65.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3440\" class=\"footnote\">M. Vitella, <em>Coppia di candelieri, <\/em>in <em>Il Tesoro Nascosto. Gioie e Argenti per la Madonna di Trapani<\/em>, (Trapani Museo Regionale Pepoli, 2 dicembre 1995 &#8211; 3 marzo 1996) a cura di M.C. Di Natale, V. Abbate, Palermo 1995, pp. 206-208.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi di bottega degli argentieri palermitani<\/em>,<em> <\/em>in <em>Storia, critica e tutela dell\u2019arte nel Novecento. Un\u2019esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale<\/em>, atti del convegno internazionale di studi in onore di Maria Accascina (Palermo-Erice, 14-17 giugno 2006) a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2007, p. 522. Nel testo, la riproduzione del punzone \u00e8 raffigurata con giglio in verticale, ma il dott. S. Barraja mi ha comunicato che, in base ai suoi recenti studi, il punzone ha il giglio in orizzontale. Si veda anche M.C. Di Natale, <em>Montalbano<\/em>, in <em>Arti decorative<\/em>\u2026, II, 2014, <em>ad vocem<\/em>, pp. 440-441.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3440\" class=\"footnote\">Il mestolo \u00e8 nominato in M. Zecchinelli, <em>Arte e folclore\u2026,<\/em> 1951, p. 81 e descritto in R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili\u2026<\/em>, in \u201cQuaderni\u2026\u201d, 2013, p. 55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri\u2026,<\/em> 1996, p. 65.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3440\" class=\"footnote\">Cos\u00ec \u00e8 stato supposto anche in altri casi. Cfr. M.C. Di Natale, <em>Scheda II,78 <\/em>e<em> Scheda II,142, <\/em>in <em>Ori e argenti\u2026,<\/em> 1989, pp. 239, 296-297. Il criterio risulta adottato anche in altri sistemi, come quello napoletano. E. Catello &#8211; C. Catello, <em>Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo<\/em>, Napoli 1973, p. 93.\u00a0 Sull\u2019argentiere si veda S. Barraja, <em>Pantanu Vincenzo<\/em>, in <em>Arti decorative<\/em>\u2026, II, 2014, <em>ad vocem<\/em>, p. 474.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3440\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, <em>Scheda II,180<\/em>,<em> <\/em>in <em>Ori e argenti<\/em>\u2026, 1989, pp. 311, 313.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali, <\/em>55\/2, f. 92.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3440\" class=\"footnote\">M. Accascina, <em>I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane, <\/em>Milano 1976, p. 55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3440\" class=\"footnote\"><em>Indice degli orafi<\/em>\u2026,<em> <\/em>in <em>Ori e argenti<\/em>\u2026, 1989, p. 402.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_3440\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, M. Vitella, <em>Il Tesoro della Cattedrale di Palermo, <\/em>Palermo 2010, p. 65.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_3440\" class=\"footnote\">M.M. Ziino, <em>Le argenterie sacre della cattedrale di San Bartolomeo a Lipari, <\/em>in \u201cOADI. Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, 10, dicembre 2014, pp. 90-91.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_3440\" class=\"footnote\">M. C. Di Natale, <em>Tesoro di Sant\u2019Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono<\/em>, in M.C. Di Natale &#8211; R. Valdal\u00e0, <em>Il tesoro di Sant\u2019Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, <\/em>Appendice documentaria di R.F. Margiotta, Palermo 2010, p. 42.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_3440\" class=\"footnote\">Cfr. la navicella del 1686 della collezione A. Virga: R. Di Natale, <em>Scheda II,82<\/em>, in <em>Ori e argenti<\/em>\u2026, 1989, pp. 241-243.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri<\/em>\u2026, 1996, p. 70.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_3440\" class=\"footnote\">Cfr. <em>supra<\/em>, nota 18.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Gioielli<\/em>\u2026,<em> <\/em>2009, pp. 70-79, 113-123.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_3440\" class=\"footnote\">Cfr. R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili<\/em>\u2026,<em> <\/em>in \u201cQuaderni\u2026\u201d, 2013, pp. 56-58.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_3440\" class=\"footnote\">C. Rohault de Fleury, <em>La messe. Etudes archeologiques sur ses monuments<\/em>, Parigi 1883, Vol. IV, p. 151: <em>Calices. Tableau chronologique<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_3440\" class=\"footnote\">Elementi strutturali cinquecenteschi continuarono ad essere utilizzati nell\u2019arte argentiera siciliana lungo il Seicento. Ritroviamo una base esalobata (ma con cesellature a maggior rilievo) nel reliquiario della Santa Croce del 1666 della Chiesa Madre di Caccamo, che presenta un fusto di chiara impostazione barocca. M. Accascina, <em>I marchi<\/em>\u2026,<em> <\/em>1976, fig. 14. Pi\u00f9 simile al calice altolariano per la levit\u00e0 del cesello e per la struttura del fusto, fatta eccezione invece per la forma della base, \u00e8 quello ericino datato all\u2019ultimo decennio del XVI secolo e descritto in M. Vitella, <em>Rassegna tipologica di calici e ostensori nel territorio trapanese<\/em>, in <em>Argenti e ori trapanesi nel museo e nel territorio, <\/em>a cura di A. Precopi Lombardo &#8211; L. Novara, Trapani 2010, p. 44. Nella seconda met\u00e0 del XVII secolo la chiesa di Trezzone non possedeva calici in argento ma solo \u00abtre calici n.o tri con coppe di argento et sue patene\u00bb. ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>,<em> <\/em>69\/2, f. 355.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 23\/1, ff. 256-257.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_47_3440\" class=\"footnote\">Nell\u2019inventario dei beni mobili della chiesa, compilato nel 1668, leggesi: <em>Tre quadri grandi in Choro, uno in mezo dell\u2019Assonta, uno dell\u2019Annontiata, et l\u2019altro con le figure della Madonna, di Santa Rosalia, di S. Sebastiano, et di S. Rocco. <\/em>ASDC, <em>Visite Pastorali<\/em>, 55, 2, f. 372.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_47_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_48_3440\" class=\"footnote\">A. Filippi, <em>Topografia e toponomastica. I luoghi del culto di San Vito in Sicilia, <\/em>in <em>Congresso internazionale di studi su San Vito ed il suo culto<\/em>, (Mazara del Vallo, 18-19 luglio 2002)<em>, <\/em>a cura di F. Maurici, R. Alongi, A. Morabito, Trapani 2004, p.<em> <\/em>251.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_48_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_49_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali, <\/em>69\/2, f. 341.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_49_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_50_3440\" class=\"footnote\">A Stazzona la rappresentazione iconografica di S. Giuliano, patrono del paese, si trasform\u00f2, a causa della emigrazione, su modello di quella ericina. R. Pellegrini, <em>Tra Noc e Sass\u2026,<\/em> 2004, pp. 59-62. S. Alberto degli Abati, patrono di Trapani, \u00e8 effigiato in corone da rosario e medaglioni devozionali presenti in territorio altolariano a seguito dell\u2019emigrazione. R. Pellegrini, <em>Gioielli\u2026<\/em>, 2009, pp. 129, 183, 187.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_50_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_51_3440\" class=\"footnote\">Archivio di Stato Como, <em>Notai<\/em>, Pietro Polti fu Antonio, 902.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_51_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_52_3440\" class=\"footnote\">M. Righetti, <em>Storia liturgica, <\/em>Milano 1969, vol. II, p. 388.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_52_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_53_3440\" class=\"footnote\">M C. Di Natale, <em>L\u2019Immacolata: arte e devozione in Sicilia, <\/em>in <em>La Sicilia e l\u2019Immacolata. Non solo 150 anni, <\/em>a cura di D. Ciccarelli, M.D. Valenza, Palermo 2004, pp. 204-205; F.S. Fiasconaro, <em>Il pensiero immacolatista di Ignazio Como, OFM Conv (\u2020 1774) nella controversia con L. A. Muratori sul \u201cvoto sanguinario\u201d, <\/em>Palermo 2004, pp. 65-66.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_53_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_54_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri<\/em>\u2026, 1996, p. 72.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_54_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_55_3440\" class=\"footnote\">Cfr. <em>supra<\/em>, nota 32.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_55_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_56_3440\" class=\"footnote\">G. Cusmano e <em>Scheda 2, <\/em>in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2 nella Sicilia Centro-Occidentale 1735-1789<\/em>, catalogo della Mostra (Lubecca, St. Annen Museum, 21 ottobre 2007 &#8211; 6 gennaio 2008) a cura di S. Grasso, M.C. Gulisano, Palermo 2008, pp. 148, 168-169.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_56_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_57_3440\" class=\"footnote\">M. Vitella, <em>Rassegna tipologica\u2026, <\/em>in <em>Argenti e ori<\/em>\u2026, 2010, p. 45.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_57_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_58_3440\" class=\"footnote\">O. Zastrow, <em>Capolavori\u2026<\/em>, 1984, p. 77.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_58_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_59_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Argenti palermitani\u2026<\/em>, in \u201cOADI \u2026\u201d, 2016, pp. 30-31.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_59_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_60_3440\" class=\"footnote\">M.C. Di Natale, <em>Tesoro di Sant\u2019Anna<\/em>\u2026, M.C. Di Natale &#8211; R. Valdal\u00e0, <em>Il tesoro di Sant\u2019Anna<\/em>\u2026, 2010, p. 40.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_60_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_61_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri<\/em>\u2026, 1996, p. 74.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_61_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_62_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili<\/em>\u2026, in \u201cQuaderni\u2026\u201d, 2013, p. 58.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_62_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_63_3440\" class=\"footnote\">O. Zastrow, <em>Capolavori\u2026, <\/em>1984, p. 136, n. 173. L\u2019autore data il reliquiario al 1745, ma il marchio \u00e8 GLC41 corrispondente al 1741. S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri\u2026,<\/em> 1996, p. 75.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_63_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_64_3440\" class=\"footnote\">Ringrazio per l\u2019informazione il dott. S. Barraja. Sull\u2019Infallera cfr. S. Barraja, <em>Gli orafi e argentieri\u2026, <\/em>in <em>Splendori<\/em>\u2026, 2001, p. 673.\u00a0 Per l\u2019argentiere si veda anche S. Barraja, <em>Infallera (Insallera) Gaspare<\/em>, in <em>Arti decorative<\/em>\u2026, I, 2014, <em>ad vocem<\/em>, p. 317.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_64_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_65_3440\" class=\"footnote\">ASDC, <em>Visite Pastorali, <\/em>149\/1, ff. 145, 147.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_65_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_66_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri<\/em>\u2026, 1996, p. 78.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_66_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_67_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili<\/em>\u2026,<em> <\/em>2013, p. 59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_67_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_68_3440\" class=\"footnote\">Si veda A. Cuccia, <em>Scheda 117<\/em>, in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2\u2026, <\/em>2008, pp. 424-425.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_68_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_69_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri\u2026,<\/em> 1996, p. 80.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_69_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_70_3440\" class=\"footnote\">Si distinguono tre omonimi Salvatore Mercurio vissuti nello stesso periodo e che potrebbero aver realizzato il lavoro nel 1780: S. M. del fu Ioachim (noto 1764-1806), S. M. di Giuseppe (noto 1776-1834) e S. M. di Giuseppe (noto 1779-1807). S. Barraja, <em>Gli orafi e argentieri<\/em>\u2026, in <em>Splendori<\/em>\u2026, 2001, p. 674. Cfr. inoltre S. Barraja, <em>Mercurio Salvatore<\/em>, in <em>Arti decorative<\/em>\u2026, II, 2014, <em>ad voces<\/em>, pp. 428-429.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_70_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_71_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Emigrazione\u2026, <\/em>in <em>Emigrazione lombarda<\/em>\u2026,\u00a0 2018, p. 48.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_71_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_72_3440\" class=\"footnote\">R. Pellegrini, <em>Di alcune suppellettili\u2026, <\/em>in \u201cQuaderni\u2026\u201d, 2013, p. 59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_72_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_73_3440\" class=\"footnote\">S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri\u2026,<\/em> 1996, p. 82.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_73_3440\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>ritapellegrini@alice.it Suppellettili sacre palermitane donate dagli emigrati all\u2019antica pieve di Sorico (CO) DOI: 10.7431\/RIV19062019 La pieve di Sorico era un\u2019entit\u00e0 ecclesiastico-geografica posta nella zona dell\u2019Alto <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3440\" title=\"Rita Pellegrini\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3579,"menu_order":7,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3440"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3440"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3440\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3591,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3440\/revisions\/3591"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3579"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3440"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}