{"id":3320,"date":"2018-12-29T20:47:21","date_gmt":"2018-12-29T20:47:21","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3320"},"modified":"2019-06-28T20:09:57","modified_gmt":"2019-06-28T20:09:57","slug":"fabrizio-tola","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3320","title":{"rendered":"Fabrizio Tola"},"content":{"rendered":"<p>fabrizio12tola@gmail.com<\/p>\n<h3>Legno e oro: elementi decorativi in alcune statue inedite di una Collezione privata sarda (XVI-XVIII secolo)<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV18042018<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019incremento degli studi sulla statuaria lignea dell\u2019epoca moderna ha permesso di evidenziare, anche per la Sardegna, un numero crescente di opere di notevole interesse<sup><a href=\"#footnote_0_3320\" id=\"identifier_0_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sull&rsquo;argomento si vedano: C. Maltese-R. Serra, Episodi di una civilt&agrave; anticlassica, in Sardegna, a cura di F. Barreca-A. Boscolo, Milano 1969, pp. 177-404; R. Sfogliano, Esempi significativi di scultura lignea del Seicento nella Sardegna settentrionale, in Arte e cultura del &lsquo;600 e del &lsquo;700 in Sardegna, a cura di T.K. Kirova, Napoli 1984, pp. 335-342; M.G. Scano, Pittura e scultura del &lsquo;600 e del &lsquo;700, Nuoro 1991; S. Naitza, La scultura del Cinquecento, in La societ&agrave; sarda in et&agrave; spagnola, a cura di F. Manconi, I, Quart (Valle d&rsquo;Aosta) 1992, pp. 110-119; S. Naitza, La scultura del Seicento, in La societ&agrave; sarda&hellip;, II, 1992, pp. 154-157; M.G. Scano Naitza, Percorsi della scultura lignea in estofado de oro dal tardo Quattrocento alla fine del Seicento in Sardegna, in Estofado de oro. La statuaria lignea nella Sardegna spagnola, Cagliari 2001, pp. 21-55; M. Porcu Gaias, Diffusione della scultura lignea e organizzazione delle botteghe artigiane a Sassari e nel Capo di Logudoro dal &lsquo;500 al primo &lsquo;700, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 67-84; Idem, Scultori, intagliatori ed ebanisti nel capo di Sassari e Logudoro, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 285-294; M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano nella statuaria lignea della Sardegna spagnola, in La scultura meridionale in et&agrave; moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea, a cura di L. Gaeta, II, Lavello 2007, pp. 123-193; A. Pasolini, Alcune riflessioni sul rapporto tra pittura e scultura nella Sardegna del Cinquecento sulla base di recenti rinvenimenti documentari, in Ricerca e confronti 2006. Giornate di studio di archeologia e storia dell&rsquo;arte, Cagliari 2007, pp. 409-424; Idem, L&rsquo;impronta lombarda nella scultura sarda del Seicento, in &ldquo;Artisti dei Laghi&rdquo;, II, 2013, pp. 203-228; L. Agus, Le relazioni artistiche e culturali del Mediterraneo occidentale. I Raxis-Sardo, pittori, scultori e architetti del XVI secolo tra Sardegna e Andalusia, Canterano 2017.\">1<\/a><\/sup>. Numerosi manufatti di pregio furono esposti a Cagliari e Sassari gi\u00e0 nel 2000, nell\u2019importante mostra <em>Estofado de oro. La statuaria lignea nella Sardegna spagnola<\/em>, allestita sotto la direzione scientifica di Maria Grazia Scano Naitza. Quell\u2019occasione fu propizia per esporre i risultati di un attento lavoro di ricerca che invest\u00ec l\u2019intero territorio regionale e permise di ampliare la conoscenza del patrimonio scultoreo isolano, frutto di continui scambi e interazioni nel contesto mediterraneo, soprattutto con il Napoletano, ma non meno interessante nelle sue poco indagate relazioni con la Sicilia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Filo conduttore che legava l\u2019esposizione fu la peculiare tipologia di decorazione in <em>estofado de oro<\/em>. Dal fondo dorato, ad imitazione dei tessuti dell\u2019epoca, emergono trame e motivi decorativi di grande bellezza. Sovente era proprio questo elemento che rendeva prezioso il manufatto, che poteva manifestare evidenti carenze nella definizione plastica. All\u2019interno del catalogo espositivo, il contributo di Maria Gerolama Messina e Alessandra Pasolini mise in evidenza la correlazione tra le decorazioni delle statue e i motivi desunti dal repertorio dei tessuti dell\u2019epoca<sup><a href=\"#footnote_1_3320\" id=\"identifier_1_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Messina-A. Pasolini, Scultori, intagliatori ed ebanisti nel Meridione sardo, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 253-281.\">2<\/a><\/sup>. Damaschi, broccati e velluto funsero da modello per adornare le immagini della Vergine e dei santi, esprimendo attraverso questa cura la devozione della committenza. A questo si univa anche il valore simbolico di questi tessuti. Troviamo ripetuto, ad esempio, il motivo della melagrana, come nel bellissimo manto della statua lignea della <em>Vergine di Bonaria<\/em>, datata alla fine del XV secolo<sup><a href=\"#footnote_2_3320\" id=\"identifier_2_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il problema della datazione di quest&rsquo;importante scultura si complica per la non conciliabilit&agrave; tra i dati forniti dalla tradizione letteraria di fine &lsquo;500 &ndash; le diverse relazioni sull&rsquo;arrivo miracoloso dell&rsquo;immagine a Cagliari nel 1370 &ndash; e la datazione proposta dagli storici dell&rsquo;arte alla fine del XV secolo. In questo lungo lasso di tempo si colloca il silenzio delle fonti del XIV e del XV secolo che tacciono sul presunto arrivo miracoloso dell&rsquo;immagine. L&rsquo;unico riferimento del Quattrocento si trova in un documento notarile del 1454 dove viene nominata un&rsquo;imbarcazione posta sotto l&rsquo;invocazione della &ldquo;Virgen de Bonayre&rdquo; (R. Porr&agrave;, Il culto della Madonna di Bonaria di Cagliari. Note storiche sull&rsquo;origine sarda del toponimo argentino Buenos Aires, Cagliari 2001, pp. 21-36). Un culto quindi antico che Maria Grazia Scano (L&rsquo;escultura del g&ograve;tic tard&agrave; a Sardenya, in L&rsquo;art g&ograve;tic a Catalunya, a cura di A. Pladevall i Font, II, Escultura, Barcellona 2007, pp. 260-271) e poi anche Maria Giuseppina Meloni (Il santuario della Madonna di Bonaria. Origini e diffusione di un culto, Roma 2011, pp. 34-39) ipotizzano possa essere stato originariamente rivolto verso l&rsquo;antica immagine del santuario, la Madonna del Miracolo. Si veda anche: M. Passeroni, La Madonna di Bonaria: storia degli studi, aspetti stilistici, tecnici, iconografici, in I segni della devozione. Sant&rsquo;Efisio e la Madonna di Bonaria: filologia e culto nel restauro dei due simulacri pi&ugrave; venerati della Sardegna, a cura di P. Olivo-M. Passeroni, Cagliari 2010, pp. 23-38. Sulla Madonna del Miracolo cfr. A. Pala, La statua lignea della Madonna del Miracolo nel santuario di Bonaria a Cagliari, in &ldquo;Theologica et Historica&rdquo;, XXII, 2013, pp. 363-386.\">3<\/a><\/sup>: il motivo, simbolo di rinascita, in contesto cristiano richiama il concetto del corpo mistico di Cristo, ossia la Chiesa formata dai suoi fedeli (i tanti semi racchiusi nell\u2019involucro). Numerose sono le opere finemente decorate presenti sul territorio isolano, riemerse da campagne di restauro e di studio, tra cui alcune ancora inedite, e anzi sconosciute ai pi\u00f9 in quanto conservate in una Collezione privata, che questo contributo intende prendere in esame.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Della Collezione privata e non solo<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>Collezione<\/em> in esame, formatasi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, \u00e8 sorta in maniera spontanea e disomogenea, in quanto essenzialmente basata sui gusti personali del collezionista, priva di un filo conduttore unitario se non la preferenza per la scultura in legno intagliato e policromato. Si compone attualmente di circa 40 manufatti in legno, di varia epoca e provenienza, variamente databili tra XVI e XIX secolo. Occorre osservare preliminarmente la difficolt\u00e0 inerente lo studio di queste opere, avulse ormai dal contesto architettonico per cui erano state create e prive dell\u2019originaria aura devozionale. La carenza di fonti documentarie, unita alla perdita di alcuni attributi iconografici, rende talvolta ardua perfino la precisa individuazione del soggetto rappresentato. D\u2019altro canto, il fatto che queste opere siano state sottratte al culto ha permesso che non venissero rinnovate o alterate nella forma e nella cromia, che palesano evidenti necessit\u00e0 di un intervento di restauro e pulitura. Lo studio delle sculture si \u00e8 quindi, di necessit\u00e0, basato preliminarmente sull\u2019analisi tecnico-formale e stilistica dei manufatti, posti poi in comparazione con sculture datate o documentate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendendo in considerazione alcuni elementi di questa multiforme Collezione d\u2019arte, possiamo ascrivere all\u2019ambito napoletano dei primi decenni del XVII secolo una statua dorata e policromata, identificata come un <em>San Teodoro<\/em> dalla scritta dipinta sulla base quadrangolare<sup><a href=\"#footnote_3_3320\" id=\"identifier_3_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"In Sardegna esistono diversi centri in cui la devozione per il martire Teodoro di Amasea &egrave; tutt&rsquo;oggi radicata. A Siurgus, centro in provincia di Cagliari oggi comune unito a Donigala, la parrocchiale &egrave; dedicata a questo santo. Negli inventari delle visite pastorali della fine del XVI e dei primi del XVII secolo non risultano nella parrocchiale statue di S. Teodoro, ma un retablo dipinto nell&rsquo;altare maggiore (1599, con revisione del 1616). &laquo;Die XVI mensis et annj predictor (aprile 1599). Retaulos e Imagien. Primo en la capella major son altar y en el son retaul de taula pintat de las imagien y&nbsp; una verga de ferro ab sa cortina per los dias de pasio&raquo;. Archivio Storico Diocesano di Cagliari (d&rsquo;ora in poi ASDC), Inventari, III, (1599-1616), f. 205v.\">4<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 1. Bottega napoletana, primi decenni del XVII secolo, &lt;i&gt;S. Teodoro&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol01.jpg\">Fig. 1<\/a>): \u00abS. TEODORO\/\/HOC OPUS\/\/OPUS FIERI FECIT\/\/(A)NTON PORCED [\u2026]\u00bb. Il santo martire, che la tradizione vuole soldato romano al tempo di Diocleziano, indossa una corta veste dorata in foglia d\u2019oro (a guazzo), da cui emergono lunghe maniche sgraffite in rosso e oro, mentre dalle spalle scende un mantello fermato sulla spalla destra da una fibbia. Il corpo \u00e8 impostato frontalmente, con le braccia appena avanzate nello spazio; il viso imberbe, dai grandi occhi dipinti, \u00e8 contornato da capelli ondulati, che conservano l\u2019originaria cromia. Nella sua posa irrigidita, <em>S. Teodoro<\/em> risplende per la doratura dell\u2019intera superficie della veste, mentre i motivi dell\u2019<em>estofado de oro <\/em>su fondo rosso richiamano elementi fitomorfi che ritroviamo anche nella decorazione dei calzari e che costituiscono un elemento decorativo costante nella statuaria dell\u2019epoca. Le modeste dimensioni (cm. 88 con la base) e l\u2019impostazione della figura lo avvicinano al <em>S. Mauro martire<\/em> dell\u2019omonima chiesa francescana di Cagliari, realizzato nel 1633 su commissione del canonico cagliaritano Francesco Caviano, lo stesso che volle l\u2019erezione di quel convento, dotando l\u2019erigenda chiesa della statua del titolare<sup><a href=\"#footnote_4_3320\" id=\"identifier_4_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla base in senso antiorario si legge: &laquo;S(ANC)TUS MAURO M.\\\\ FECIT FIERI\\\\ D(OCTO)R FRANC(ISC)US CAVIANO\\\\ CAN(ONICU)S CALARITANUS 1633&raquo;. Sulla fondazione del convento di S. Mauro: P. Martini, Storia ecclesiastica di Sardegna, III, Cagliari 1841, pp. 153-155.\">5<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 2. Bottega napoletana, 1633, &lt;i&gt;S. Mauro Martire&lt;\/i&gt;, Cagliari, chiesa di S. Mauro.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol02.jpg\">Fig. 2<\/a>). Non si hanno riferimenti documentari per poterne indicare l\u2019autore, che manifesta comunque una chiara matrice campana. Rispetto al nostro <em>S. Teodoro<\/em>, forse pi\u00f9 antico, il <em>S. Mauro<\/em> mostra un\u2019attenzione maggiore al senso del movimento, nella leggera curvatura del bacino, nella gamba destra lievemente avanzata, e nell\u2019elegante postura delle braccia. In quest\u2019opera la cura \u00e8 riservata interamente all\u2019elemento decorativo, realizzato con la tecnica dell\u2019<em>estofado de oro <\/em>che ricopre sia la veste che il mantello posto sulle spalle. Questo \u00e8 reso morbido nelle pieghe, come anche la veste chiusa sul petto da dei bottoni, che sembrano tirare la stoffa creando lievi increspature. Ci\u00f2 che colpisce \u00e8 la profusione dell\u2019oro: ricopre anche i capelli e la barba, mentre le vesti presentano un motivo decorativo a maglie quadrilobate che racchiudono fiori di cardo e, nello spazio di risulta, elementi floreali su fondo rosso per il manto, verde per la veste, che simula gli effetti del broccatello<sup><a href=\"#footnote_5_3320\" id=\"identifier_5_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il termine broccatello designa un tessuto della famiglia dei lampassi, che presenta particolari effetti di disegno a rilievo, ottenuti dall&rsquo;impiego di una trama di fondo in lino, canapa e cascame di seta sottoposta a torsione. Cfr. Dizionario tecnico della tessitura, a cura di A. Argentieri Zanetti, Udine 1987, pp. 20-21.\">6<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 3. Bottega napoletana, 1633, &lt;i&gt;Elementi decorativi della veste di S. Mauro&lt;\/i&gt;, Cagliari, chiesa di S. Mauro.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol03.jpg\">Fig. 3<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La cura posta nella descrizione delle vesti e degli elementi decorativi di questi simulacri ne esaltava la figura, ponendoli su un piano superiore rispetto al fedele. Per questo i <em>SS. Cosma e Damiano<\/em> della parrocchiale di Sinnai, inventariati nel 1622<sup><a href=\"#footnote_6_3320\" id=\"identifier_6_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sullo scultore: M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, p. 154. Inoltre: A. Pasolini, scheda n. 33, Santi Cosma e Damiano, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 150-152; M.G. Scano Naitza, Testimonianze dell&rsquo;arte nell&rsquo;arredo chiesastico, in Sinnai. Storia, arte, documenti, a cura di S. Ledda, Quartu S. Elena 2009, pp. 39-66 (pp. 48-49).\">7<\/a><\/sup>, piuttosto che come uomini del IV secolo sono vestiti come eleganti cortigiani che seguono la moda spagnola del XVI-XVII secolo<sup><a href=\"#footnote_7_3320\" id=\"identifier_7_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla moda spagnola cfr. G. Butazzi, Il modello spagnolo nella moda europea, in Le trame della moda, a cura di A.G. Cavagna &ndash; G. Butazzi, Roma 1995, pp. 80-107.\">8<\/a><\/sup>. Ancor di pi\u00f9 la moda dell\u2019epoca contribu\u00ec alla formulazione del modello per i <em>SS. Cosma e Damiano<\/em> di Suelli, realizzati nel 1635 dal napoletano Alfonso del Vecchio (documentato a Cagliari dal 1627 al 1655)<sup><a href=\"#footnote_8_3320\" id=\"identifier_8_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Murgia, Suelli: nell&rsquo;arte il segno della devozione, Dolianova 2003, p. 46. Sullo scultore si veda: M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007,  nota 129, p. 162.\">9<\/a><\/sup>. L\u2019elegante abbigliamento nonch\u00e9 i caratteri fisionomici riproducono le fattezze signorili di distinti gentiluomini di primo \u2018600.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019accurata descrizione delle stoffe preziose caratterizza un\u2019altra scultura della Collezione privata, che rappresenta forse una <em>Vergine Annunziata <\/em>(<a title=\"Fig. 4. Bottega napoletana, secondo o terzo decennio del XVII secolo, &lt;i&gt;Santa&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol04.jpg\">Fig. 4<\/a>)<em>,<\/em> analoga all\u2019iconografia delle <em>Annunziate<\/em> tardo-cinquecentesche della cattedrale di Alghero<sup><a href=\"#footnote_9_3320\" id=\"identifier_9_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Serra, Museo d&rsquo;Arte Sacra Alghero. Catalogo, Sestu 2000, p. 71. M. Porcu Gaias (Scheda n. 51, Vergine Annunziata, in Estofado de oro&hellip;, 2001, p. 179) la assegna ad ambito iberico o napoletano con influsso spagnolo dei primi decenni del Seicento.\">10<\/a><\/sup> e della parrocchiale di Oschiri<sup><a href=\"#footnote_10_3320\" id=\"identifier_10_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Olivo (Scheda n. 79, Madonna Annunciata, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 229-230) la assegna a bottega napoletana dei primi decenni del XVII secolo. Per entrambe si veda: M.G. Scano Naitza, Percorsi della scultura lignea&hellip;, 2001, pp. 32, 36.\">11<\/a><\/sup>. La figura femminile stante, compatta nel blocco di legno intagliato, si protende cautamente nello spazio con la gamba sinistra, mentre la destra \u00e8 tesa e portante, suggerendo l\u2019idea di grazia e di movimento; l\u2019accento di <em>pathos<\/em> \u00e8 dato soprattutto dalla mano portata al petto mentre l\u2019altra si protende in avanti forse a reggere un perduto attributo iconografico, o in segno di accentuazione espressiva. Come nei SS. <em>Cosma e Damiano<\/em> o nella pi\u00f9 antica <em>S. Barbara<\/em> di Sinnai (ante 1591)<sup><a href=\"#footnote_11_3320\" id=\"identifier_11_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Serra, Pittura e scultura dall&rsquo;et&agrave; romanica alla fine del &lsquo;500, Nuoro 1990, p. 163. Sulla base di un documento messo in luce da I. Farci (La parrocchiale di S. Barbara. Vicende architettoniche ed alcuni arredi del Settecento, in Sinnai. Storia&hellip;, 2009, pp. 18-38), che pone la consacrazione della chiesa di S. Barbara in un momento prossimo al 1568, M.G. Scano ipotizza che il simulacro della titolare esistesse gi&agrave; in quel momento, e possa identificarsi in quello ancora oggi nell&rsquo;altare maggiore, inventariato nella visita pastorale del 1591. M.G. Scano Naitza, Testimonianze dell&rsquo;arte nell&rsquo;arredo&hellip;, 2009, p. 45.\">12<\/a><\/sup>, anche qui vi \u00e8 un\u2019estrema attenzione nel rendere i dettagli dell\u2019abbigliamento e il naturalismo delle stoffe: la lunga veste \u00e8 caratterizzata da corsetto rigido, chiuso in alto da quattro bottoni, su cui si innestano eleganti maniche rinascimentali a doppio sbuffo; il manto attentamente panneggiato sui fianchi, \u00e8 riportato sul davanti per raccogliersi sotto il braccio sinistro. Questo simulacro<em> <\/em>si avvicina alla <em>S. Barbara <\/em>sinnaese per l\u2019intaglio dei capelli, divisi da scriminatura centrale e disposti a ciocche mosse, terminando in un ricciolo davanti alle orecchie, analogamente ad altre opere napoletane della prima met\u00e0 del \u2018600.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Volendo approssimarci ad una pi\u00f9 specifica attribuzione, gli studi di Pierluigi Leone de Castris hanno messo a fuoco l\u2019attivit\u00e0 di varie botteghe napoletane attive tra gli ultimi decenni del \u2018500 e i primi del secolo successivo. Tra quelle di cui abbiamo maggiori notizie emergono i nomi di Aniello Stellato (documentato tra il 1605 e il 1643), Giovan Battisa Ortega e Pietro Quatraro. All\u2019ambito di quest\u2019ultimo viene assegnata la <em>S. Orsola<\/em> della cattedrale di Barletta<sup><a href=\"#footnote_12_3320\" id=\"identifier_12_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Yeguas Gass&oacute;-P.L. De Castris, Due sculture napoletane in legno intagliato e dorato al Museu Nacional d&rsquo;Art de Catalunya, in &ldquo;Napoli Nobilissima&rdquo;, serie VI, 1, 2010, pp. 65-71 (p. 68).\">13<\/a><\/sup>, che per l\u2019elegante descrizione della figura non \u00e8 distante dalla nostra <em>Santa, <\/em>cui potremmo accostare anche il busto-reliquiario di una delle martiri compagne di S. Orsola conservato a Tricarico, opera dello scultore Giovanni Battista Gallone (documentato a Napoli dal 1617 al 1621)<sup><a href=\"#footnote_13_3320\" id=\"identifier_13_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Leone de Castris, Sculture in legno di primo Seicento, in Terra d&rsquo;Otranto, tra produzione locale e importazione da Napoli, in Sculture di et&agrave; barocca tra Terra d&rsquo;Otranto, Napoli e Spagna, a cura di R. Casciaro-A. Cassiano, Roma 2007, pp. 24-25. Inoltre: A.A. Barr&oacute;n Garc&iacute;a&ndash;J. Criado Mainar, Bustos-relicarios napolitanos de 1608 en la Colegiata de Borja, in &ldquo;Cuadernos e Estudios Borjanos&rdquo;, LVIII, 201, 5, pp. 73-113.\">14<\/a><\/sup>. Con quest\u2019ultima opera condivide l\u2019intaglio del volto e dei capelli, come l\u2019eleganza delle vesti, anche se la <em>Santa<\/em> sarda ha perduto gran parte della policromia originaria e della sontuosa decorazione in <em>estofado de oro<\/em> che ne ricopriva interamente i panneggi. Si conserva parte della decorazione del corsetto, suddiviso in fasce longitudinali che racchiudono elementi d\u2019ispirazione fitomorfa su fondo verde scuro (<a title=\"Fig. 5. Bottega napoletana, secondo o terzo decennio del XVII secolo, Particolare del corsetto della &lt;i&gt;Santa&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol05.jpg\">Fig. 5<\/a>). Questi precisi confronti orientano a ritenere che la <em>Santa<\/em> di Collezione privata sia stata importata da Napoli o in alternativa prodotta nell\u2019isola da autore napoletano, presumibilmente tra il secondo o il terzo decennio del XVII secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella medesima Collezione si conserva un simulacro mutilo ma identificabile in <em>S. Michele Arcangelo <\/em>(h. 35 cm), da ascrivere alla fine del XVII secolo (<a title=\"Fig. 6. Bottega napoletana, fine del XVII secolo, &lt;i&gt;S. Michele Arcangelo&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol06.jpg\">Fig. 6<\/a>). Indossa vesti militari romane e pur essendo privo degli arti superiori e inferiori si pu\u00f2 intuire avesse la tipica posa combattente dell\u2019Arcangelo, con il braccio sollevato nell\u2019atto di colpire il diavolo con una lancia. Il fine intaglio dell\u2019opera \u00e8 rilevabile soprattutto nel viso fanciullesco e sorridente, nell\u2019accurata resa plastica della mossa capigliatura, che rende la foga del movimento per atterrare il nemico e nella decorazione che richiama la tecnica dell\u2019<em>estofado<\/em>. Sebbene non completa in tutte le parti, possiamo intuire l\u2019originaria bellezza della decorazione a volute vegetali che si dispiega liberamente sulla superficie della lorica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riscontriamo un bell\u2019esempio di questa tipologia di decorazione nel <em>S. Michele Arcangelo<\/em> di Collinas, inserito da Francesco Virdis nell\u2019ambito dello scultore napoletano Francesco Marsiello<sup><a href=\"#footnote_14_3320\" id=\"identifier_14_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Virdis, Artisti napoletani in Sardegna nella prima met&agrave; del Seicento: documenti d&rsquo;archivio, Dolianova 2002, pp. 23-41.\">15<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 7. Francesco Masiello (attr.), 1645 c., Elementi decorativi della lorica di &lt;i&gt;S. Michele Arcangelo&lt;\/i&gt;, Collinas, chiesa di S. Michele.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol07.jpg\">Fig. 7<\/a>), che apr\u00ec bottega a Cagliari nel quartiere di Llapola, dove lavor\u00f2 proficuamente dal 1629 fino alla morte, nel 1649<sup><a href=\"#footnote_15_3320\" id=\"identifier_15_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sullo scultore Francesco Marsiello si veda: R. di Tucci, Documenti e notizie per la storia delle arti e dell&rsquo;industria artistica in Sardegna, dal 1570 al 1620, in &ldquo;Archivio Storico Sardo&rdquo;, ILII, 1924, p. 156; M. Corda, Arti e mestieri nella Sardegna spagnola: documenti d&rsquo;archivio, Cagliari 1987, pp. 49-51, 54, 68, 177-182, 187-189; M.G. Scano, Pittura e scultura&hellip;, 1991, p. 69; S. Tomasi, Memorie del passato. Appunti di storia diocesana (dal 1954 al 1960), I, Cartabianca, Villacidro 1997, 84, 415; M.G. Scano Naitza, Percorsi della scultura lignea&hellip;, 2001, 46, nota 108, 54; M.G. Messina-A. Pasolini, Scultori, intagliatori&hellip;, 2001, pp. 270-271; F. Virdis, Artisti napoletani in Sardegna&hellip;, 2002, pp. 23-41; pp. 126-156; Idem, Artisti e artigiani in Sardegna in et&agrave; spagnola, Serramanna 2006, pp. 93-94; M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, pp. 163-167, in particolare nota 133, p. 165.\">16<\/a><\/sup>. La discreta qualit\u00e0 tecnica delle opere documentate o a lui ricondotte \u00e8 valorizzata dalla raffinata decorazione in <em>estofado de oro<\/em> che le ricopre. Al 1633 sono documentati i <em>SS. Giovanni Battista<\/em> e <em>Giuseppe<\/em> della parrocchiale di Sanluri. Quest\u2019ultima statua, in particolare, compatta nella sua rigidit\u00e0, presenta una bellissima veste sgraffita con maglie romboidali che racchiudono fiori di cardo stilizzati<sup><a href=\"#footnote_16_3320\" id=\"identifier_16_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano, Pittura e scultura&hellip;, 1991, p. 63; M.G. Messina, Scheda n. 20, S. Giuseppe col Bambino, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 132-134; Idem, Scheda n. 21, S. Giovanni Battista, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 134-135. Il documento di commissione (Archivio di Stato di Cagliari [d&rsquo;ora in poi ASCA], Atti notarili sciolti Cagliari citt&agrave;, notaio Giovanni Antioco Corria, vol. 217) &egrave; in M. Corda, Arti e mestieri&hellip;, 1987, pp. 186-187.\">17<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La superiore qualit\u00e0 dell\u2019intaglio del <em>S. Michele<\/em> rispetto alle sculture di accertata paternit\u00e0 ha indotto la Scano ad ipotizzare che l\u2019opera, gi\u00e0 presente nella bottega al momento della commissione, dove veniva richiesto fosse sgraffito e dorato a perfezione, non sia stata scolpita da Marsiello, ma da questi unicamente decorata<sup><a href=\"#footnote_17_3320\" id=\"identifier_17_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, p. 167.\">18<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il modello colto per questo santo \u201cguerriero\u201d pu\u00f2 essere individuato nel magnifico <em>S. Michele<\/em> dell\u2019omonima chiesa gesuitica di Cagliari. Prodotto di ambito napoletano, era gi\u00e0 completato nel 1620, quando si richiedeva la finitura a sgraffito al doratore napoletano Giuseppe de Rosa (doc. 1609-1635). A lui si deve la raffinatissima decorazione in <em>estofado<\/em>, il cui motivo viene ripreso in forme simili anche nella scultura di Collinas. Come gi\u00e0 evidenziato dalla Scano, non siamo in grado di affermare con certezza se il De Rosa sia anche l\u2019intagliatore dell\u2019opera<sup><a href=\"#footnote_18_3320\" id=\"identifier_18_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Idem, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, pp. 142-143.\">19<\/a><\/sup>. Risulta infatti difficile poter individuare le diverse mani che contribuirono alla realizzazione di un manufatto come questo. Occorre ricordare, infatti, che nella complessa realizzazione di una scultura intagliata, dorata e policromata le diverse fasi potevano essere svolte da pi\u00f9 operatori. Questo risulta palese, ad esempio, nel <em>S. Efisio<\/em> della parrocchiale di S. Barbara a Villacidro (<a title=\"Fig. 8. Bottega sardo-napoletana, met\u00e0 del XVII secolo, &lt;i&gt;S. Efisio Martire&lt;\/i&gt;, Villacidro, chiesa di S. Barbara.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol08.jpg\">Fig. 8<\/a>). Solo il recente restauro del 2018 ha permesso di eliminare la pesante ridipintura otto-novecentesca che ne ricopriva interamente la figura, mostrando il bellissimo <em>estofado de oro<\/em> che decora la statua in tutte le sue parti. Anche in questo caso l\u2019ornato sorpassa per qualit\u00e0 l\u2019intaglio un poco rigido di una figura sproporzionata, priva di sinuosit\u00e0 e dal volto alquanto ingenuo. Si tratta di un\u2019opera popolaresca di produzione sarda della met\u00e0 del XVII secolo, eseguita a seguito dell\u2019incremento della devozione al santo dopo la liberazione di Cagliari dalla peste del 1655-1656. Non si hanno documenti per poter recuperare il nome dello scultore o del doratore, ma nella base sembra potersi leggere la scritta: \u00abM(estre) Pedru Muru [\u2026]\u00bb. Anche in quest\u2019opera il motivo ornamentale d\u2019ispirazione fitomorfa si espande liberamente su tutta la superficie. Nella parte posteriore, meglio conservata, si pu\u00f2 apprezzare il motivo a <em>ramage<\/em> in oro su fondo verde smeraldo, mentre la veste, che si intravvede sotto la lorica nella parte inferiore, presenta il medesimo elemento decorativo su fondo bianco (<a title=\"Fig. 9. Bottega sardo-napoletana, met\u00e0 del XVII secolo, Elementi decorativi della lorica di &lt;i&gt;S. Efisio&lt;\/i&gt;, Villacidro, chiesa di S. Barbara.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol09.jpg\">Fig. 9<\/a>). Si tratta dunque di un apparato ornamentale di grande bellezza che riscatta la mediocre qualit\u00e0 dell\u2019intaglio, ed eseguito con tutta probabilit\u00e0 da un artista di sicura superiorit\u00e0 tecnica rispetto allo scultore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In modo analogo il povero saio francescano del tardo cinquecentesco <em>S. Bernardino<\/em> di Mogoro assume l\u2019aspetto di un ricco tessuto, riemerso a seguito del restauro<sup><a href=\"#footnote_19_3320\" id=\"identifier_19_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Siddi, Il restauro delle statue venerate: un difficile equilibrio tra arte e fede, in La scultura meridionale in et&agrave; moderna&hellip;, 2007, pp. 311-324.\">20<\/a><\/sup>. Allo stesso modo potrebbe risalire alla fase del primo impianto della chiesa, negli ultimi decenni del \u2018500<sup><a href=\"#footnote_20_3320\" id=\"identifier_20_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Segni Pulvirenti &ndash; A. Sari, Architettura tardogotica e d&rsquo;influsso rinascimentale, Nuoro 1992, p. 248.\">21<\/a><\/sup>, la statua del <em>S. Mauro abate<\/em> di Sorgono: frontale e rigido, presenta sulla veste benedettina una fine decorazione in <em>estofado<\/em> a maglie quadrilobate che racchiudono croci fitomorfe su fondo nero, che si possono apprezzare soprattutto sullo scapolare (<a title=\"Fig. 10. Bottega sardo-napoletana, fine del XVI primi decenni del XVII secolo, Particolare della veste di &lt;i&gt;S. Mauro Abate&lt;\/i&gt;, Sorgono, chiesa di S. Mauro.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol10.jpg\">Fig. 10<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Merita di essere ricordata anche la pregevole <em>S. Chiara<\/em> della cattedrale di Iglesias. L\u2019opera, che non risulta nell\u2019inventario redatto durante la visita pastorale del 1591<sup><a href=\"#footnote_21_3320\" id=\"identifier_21_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, p. 137.\">22<\/a><\/sup>, n\u00e8 in quello del 1597, \u00e8 finalmente annotato nel 1607: \u00ab<em>Item una imagie en bulto de la gloriosa S.ta Clara\u00bb<\/em>. \u00c8 compatibile l\u2019identificazione con quest\u2019opera, che stilisticamente manifesta caratteri dei primi decenni del \u2018600<sup><a href=\"#footnote_22_3320\" id=\"identifier_22_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Assente nell&rsquo;inventario del 1597 dove per&ograve; &egrave; menzionato un: &laquo;retaulo del altar major sosts dita invocatio de santa Clara quales de taula molt antich pintat de las imagens&raquo;, ASDC, Inventari, 2\\ 1, Iglesias 1597, c. 3. Presente invece nell&rsquo;inventario del 1607, ASDC, Inventari, 4, 1607, c. 1r &laquo;Die IV mensis maij anno domini MDCVII in civitate Ecclesiar(um). Retaulos e imagiens [&hellip;]. Item una imagie en bulto de la gloriosa S.ta Clara&raquo;. Compare ancora nell&rsquo;inventario del 1612: ASDC, Inventari, 4, 1612, c. 10 v.\">23<\/a><\/sup>. L\u2019abito monastico da clarissa, decorato a <em>estofado<\/em>, vede ripetersi per tutta la superficie un modulo a maglie che racchiude fiori stilizzati in oro su fondo verde cupo\\nero (<a title=\"Fig. 11. Bottega napoletana, 1607, &lt;i&gt;S. Chiara&lt;\/i&gt;, Iglesias, cattedrale.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol11.jpg\">Fig. 11<\/a>). Anche il bianco soggolo che incornicia il volto severo e patetico della santa non viene risparmiato da questo <em>horror vacui<\/em>: decorato in ordinate file parallele a maglie aperte racchiudenti fioroni, alternate a elementi cruciformi (<a title=\"Fig. 12. Bottega napoletana, 1607, Particolare della decorazione della veste di &lt;i&gt;S. Chiara&lt;\/i&gt;, Iglesias, cattedrale.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol12.jpg\">Fig. 12<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La ricchezza ornamentale dell\u2019<em>estofado de oro <\/em>non era riservata unicamente alle statue devozionali, ma caratterizza anche altri manufatti lignei, come retabli e tabernacoli. Un bel motivo a <em>ramage <\/em>libero su fondo verde scuro abbellisce il <em>tabernacolo<\/em> ligneo della parrocchiale di Monserrato. Documenti d\u2019archivio permettono di delinerare i momenti costruttivi del manufatto: il primo del 1612, il secondo riferito agli anni 1647-1654, ad opera dello scultore sardo Giovanni Angelo Puxeddu (1616-1680)<sup><a href=\"#footnote_23_3320\" id=\"identifier_23_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sullo scultore Giovanni Angelo Puxeddu si veda: M.G. Scano Naitza, Percorsi sardi per la scultura lignea campana del Settecento, in Sculture e intagli lignei tra Italia Meridionale e Spagna, dal Quattrocento al Settecento, Atti del convengo internazionale di studi (Napoli, 28-30 maggio 2015), a cura di P. Leone de Castris, Napoli 2015, pp. 46-47; M.G. Messina-A. Pasolini, Scultori, intagliatori ed ebanisti&hellip;, in Estofado de oro&hellip;, 2001, pp. 275-276; F. Virdis, Giovanni Angelo Puxeddu pittore e scultore della prima met&agrave; del Seicento in Sardegna, Dolianova 2002.\">24<\/a><\/sup>. Gli stessi elementi si ritrovano in quel che rimane della decorazione del <em>tabernacolo<\/em> ligneo di Pabillonis, opera sardo-campano dei primi decenni del XVII secolo (<a title=\"Fig. 13. Bottega sardo-napoletana, primi decenni del XVII secolo, Elementi decorativi del Tabernacolo ligneo, Pabillonis, chiesa di N. S. della Neve.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol13.jpg\">Fig. 13<\/a>). Abbiamo diverse attestazioni documentarie sulla prolifica bottega del Puxeddu per quasi tutto il \u2018600, nonostante la palese incapacit\u00e0 di resa plastica delle sue figure, spesso rigide e sproporzionate. A lui si deve anche la realizzazione del grande <em>tabernacolo<\/em> ligneo, oggi perduto, della parrocchiale di Lunamatrona, commissionatogli su richiesta del decano della cattedrale di Ales Gavino de Campo. Per questo importante lavoro si avvalse della collaborazione del <em>fuster <\/em>siciliano Vincenzo Sasso<sup><a href=\"#footnote_24_3320\" id=\"identifier_24_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Messina &ndash; A. Pasolini, Scultori, intagliatori ed ebanisti,&hellip;, in Estofado de oro&hellip;, 2001, p. 274.\">25<\/a><\/sup>. Ulteriori ricerche potranno forse far luce anche sull\u2019importazione in Sardegna di sculture lignee dalla Sicilia, con cui la Sardegna ebbe un proficuo rapporto artistico, finora evidenziato soprattutto per quanto riguarda l\u2019oreficeria<sup><a href=\"#footnote_25_3320\" id=\"identifier_25_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Porcu Gaias, La diffusione del gioiello nella Sardegna Medievale e Moderna. I corredi delle classi dominanti e i &ldquo;tesori&rdquo; delle chiese, in Gioielli. Storia, linguaggio, religiosit&agrave; dell&rsquo;ornamento in Sardegna, Nuoro 2004, pp. 45-80; A. Pasolini, Oreficeria siciliana in Sardegna e la Hermandad de los Cicilianos a Cagliari, in &ldquo;OADI. Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, XIV, dicembre 2016, pp. 47-64.\">26<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella medesima Collezione si conservano diverse sculture che, pur non presentando particolari elementi decorativi, meritano di essere prese in considerazione. A questa raccolta appartiene un S. <em>Francesco stigmatizzato<\/em>, databile al terzo-quarto decennio del XVII secolo (<a title=\"Fig. 14. Bottega-napoletana, terzo o quarto decennio del XVII secolo, &lt;i&gt;S. Francesco&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol14.jpg\">Fig. 14<\/a>). Lo si pu\u00f2 accostare al <em>S. Francesco <\/em>della chiesa di S. Biagio a Dolianova, commissionato a Francesco Marsiello nel 1633<sup><a href=\"#footnote_26_3320\" id=\"identifier_26_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano Naitza, L&rsquo;apporto campano&hellip;, 2007, p. 166. Il documento di committenza (ASCA, Atti notarili sciolti Cagliari citt&agrave;, notaio Giovanni Antonio Corria, vol. 217) &egrave; in M. Corda, Arti e mestieri&hellip;, 1987, p. 188.\">27<\/a><\/sup>. Da quest\u2019opera, che mostra un\u2019impostazione rigida, quasi frontale, se non fosse per il leggero movimento della gamba destra che avanza di poco rispetto alla sinistra, tra le pesanti pieghe del saio, la nostra riprende l\u2019impostazione generale della figura, come anche la postura delle braccia e la descrizione attenta delle mani, solcate da evidenti vene violastre; e ancora sono simili i capelli e la barba, suggeriti da ciocche compatte, come pure il viso, qui dagli occhi in vetro, dell\u2019espressione un po\u2019 imbambolata. La sua odierna collocazione in ambito privato rende ancora pi\u00f9 difficile poterne rintracciare la provenienza, anche perch\u00e9 la base pare sostituita nel XVIII secolo e decorata a marmorino. Questo <em>S. Francesco<\/em>, ancor pi\u00f9 dell\u2019opera di Dolianova, mostra una sommaria descrizione del panneggio del saio, dalle pieghe solo accennate, che coprono un corpo dalla vita estramente stretta. \u00c9 probabile che la statua fosse destinata ad essere sovravestita con un vero saio di stoffa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad ambito napoletano della fine del Seicento \u00e8 stato ricondotto il <em>S. Antonio di Padova<\/em> del Santuario di N.S. di Bonaria a Cagliari; incluso nella produzione della fiorente bottega di Gaetano Patalano per le evidenti consonanze stilistiche con il suo <em>S. Antonio<\/em> della chiesa di S. Chiara a Lecce (1692 circa)<sup><a href=\"#footnote_27_3320\" id=\"identifier_27_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Salis, Migrazione di statue in legno campane in Sardegna tra Sei e Settecento e nuove attribuzioni, in Sculture e intagli lignei&hellip;,2015, pp. 203-210.\">28<\/a><\/sup>. A tale contesto artistico, in cui non sempre si possono scorgere nette differenze stilistiche tra i diversi operatori<sup><a href=\"#footnote_28_3320\" id=\"identifier_28_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Casciaro, Napoli vista da fuori: sculture di et&agrave; barocca in Terra d&rsquo;Otranto e oltre, in Sculture di et&agrave; barocca&hellip;, 2007, pp. 60-61.\">29<\/a><\/sup>, possiamo assegnare anche un inedito <em>S. Pasquale Bayl\u00f3n<\/em> della citata Collezione (<a title=\"Fig. 15. Bottega napoletana, fine del XVII secolo, &lt;i&gt;S. Pasquale Bayl\u00f3n&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol15.jpg\">Fig. 15<\/a>). Il santo iberico, canonizzato da Alessandro VIII nel 1690, condivide con il bel <em>S. Antonio di Padova<\/em> di Cagliari, oltre le ridotte dimensioni (cm. 62 con la base), anche la medesima grazia tardo-secentesca, come la cura per i dettagli e l\u2019espressione patetica del volto. Il <em>S. Pasquale <\/em>si apre maggiormente nello spazio per la torsione del busto verso destra e le braccia allargate in un gesto di stupore estatico, mentre inginocchiato guarda verso un perduto angelo con ostensorio, suo abituale attributo iconografico<sup><a href=\"#footnote_29_3320\" id=\"identifier_29_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.C. Celletti, S. Pasquale Bayl&oacute;n. Iconografia, in Bibliotheca Sanctorum, X, Roma 1968, coll. 363-366.\">30<\/a><\/sup>. L\u2019impostazione della figura, l\u2019atteggiamento devoto e il trattamento del panneggio lo avvicinano anche alla cultura campana di Domenico Di Venuta (1687-1744) che si manifesta nel suo <em>S. Pasquale Bayl\u00f3n<\/em> della chiesa di Bagnoli Irpino (1707)<sup><a href=\"#footnote_30_3320\" id=\"identifier_30_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Gaeta, Riconsiderando Giacomo Colombo, in Il Cilento ritrovato. La produzione artistica nell&rsquo;antica Diocesi di Capaccio, catalogo della mostra, Napoli 1990, pp. 166-188 (pp. 172-180); R. Casciaro, Seriazione e variazione: sculture di Nicola Fumo tra Napoli, la Puglia e la Spagna, in La scultura meridionale in et&agrave; moderna&hellip;., 2007, II, pp. 245-263; M. Viceconte, Domenico Di Venuta, in Splendori del Barocco defilato. Arte in Basilicata e ai suoi confini da Luca Giordano al Settecento, a cura di E. Acanfora, [s.l.] 2009, pp. 282-283; M. Pasculli Ferrara, Contributo per la scultura lignea in Capitanata e in area meridionale nei secolo XVII-XVIII. Fumo, Colombo, Marocco, Di Zinno, Brudaglio, Buonfiglio, Trillocco, Sanmartino, in G. Bertelli &ndash; M. Pasculli Ferrara, Contributi per la storia dell&rsquo;arte in Capitanata tra medioevo ed et&agrave; moderna. 1. La scultura, Galatina 1989, pp. 53-80.\">31<\/a><\/sup>. Dello stesso scultore abbiamo in Sardegna anche la bella <em>Immacolata<\/em> della cappella dei canonici della Cattedrale di Oristano, firmata e datata al 1734<sup><a href=\"#footnote_31_3320\" id=\"identifier_31_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano Naitza, Percorsi sardi per la scultura lignea campana del Settecento, in Sculture e intagli lignei&hellip;, 2015, pp. 193-202.\">32<\/a><\/sup>. Somiglianze compositive e simili gesti li ritroviamo nel <em>S. Pasquale<\/em> della chiesa di S. Rosalia di Cagliari, ma dall\u2019espressione un poco fissa e spenta per i grandi occhi spalancati, meno drammatica rispetto al santo di Collezione privata, vicino invece al <em>S. Antonio<\/em> del Santuario di Bonaria, e da includere anch\u2019esso nella tarda produzione seicentesca non lontano dalla bottega del Patalano. Cos\u00ec anche per un <em>S. Antonio di Padova<\/em>, della nostra Collezione, che riprendendo l\u2019aggraziata posa tardo-barocca svelata da un curato intaglio del panneggio, denuncia il ripetere di modelli compositivi ormai affermati (<a title=\"Fig. 16. Bottega napoletana, fine el XVII secolo, &lt;i&gt;S. Antonio di Padova&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol16.jpg\">Fig. 16<\/a>). Le numerose richieste della committenza portarono cos\u00ec ad una seriazione dei modelli, nelle pose e nei caratteri fisionomici. Questo appare evidente, ad esempio, per la figura di S. Giuseppe, di cui abbiamo molte opere in Sardegna della fine del XVII e soprattutto del XVIII secolo, che ripetono modelli compositivi di chiara derivazione napoletana. A Iglesias, nella chiesa ex-gesuitica della Purissima, consacrata nella primitiva struttura nel 1580 e ampliata con progetto definitivo pare del 1693<sup><a href=\"#footnote_32_3320\" id=\"identifier_32_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Murtas, Arte Sacra in Sardegna, Diocesi di Iglesias, Sestu 2000, pp. 125-132; E. Garofalo, Progetto e revisione. Il modo nostro nelle vicende dei Gesuiti di Iglesias, in La Compa&ntilde;ia de Jes&uacute;s y las artes. Nuevas perspectivas de investigaci&oacute;n, a cura di M.I. &Aacute;lvaro Zamora-J.I. Fern&aacute;ndez, Saragozza 2014, pp. 215-232. Sulla Chiesa della Purissima: R. Poletti, Il complesso ex gesuitico di Iglesias. Note storiche e documenti d&rsquo;archivio, Carbonia 2017.\">33<\/a><\/sup>, si conserva una bella statua del Santo Patriarca (<a title=\"Fig. 17. Bottega napoletana, prima met\u00e0 del XVIII secolo, &lt;i&gt;S. Giuseppe&lt;\/i&gt;, Iglesias, chiesa della Purissima.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol17.jpg\">Fig. 17<\/a>). La caduta delle palpebre e un maldestro intervento di recupero hanno alterato lo sguardo assorto del santo, elegante nella postura, dal fine intaglio del volto indagato con minuzia di particolari, con la pelle un poco cascante e dalla morbida barba e capigliatura. La stessa attenzione la ritroviamo nelle mani, dalle vene in evidenza e nella ricca descrizione del panneggio. Il <em>S. Giuseppe<\/em> di Iglesias mostra chiaramente affinit\u00e0 stilistiche con opere napoletane firmate o documentate, ad esempio con il <em>S. Giuseppe<\/em>, firmato da Vincenzo Ardia e realizzato per l\u2019omonima chiesa di Manduria prima del 1726<sup><a href=\"#footnote_33_3320\" id=\"identifier_33_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Alonso Moral, Scheda n. 35, San Giuseppe col Bambino Ges&ugrave;, in Sculture di et&agrave; barocca&hellip;, 2007, pp. 234-235.\">34<\/a><\/sup>. A questo il santo iglesiente si avvicina non solo per la generale impostazione della figura e nella disposizione dei panneggi delle vesti, quanto per l\u2019intaglio proprio del viso, e nella delicata descrizione del piccolo Ges\u00f9 che cerca il contatto con il padre putativo. Sono diverse le sculture affini, come il <em>S. Giuseppe<\/em> di Giacomo Colombo (1730, chiesa di S. Giovanni Battista, Colletorto)<sup><a href=\"#footnote_34_3320\" id=\"identifier_34_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Catalano, Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagine sulle presenze napoletane (Colombo, di Nardo, de Mari, d&rsquo;Amore), in La scultura meridionale in et&agrave; moderna&hellip;, 2007, II, pp. 221-244.\">35<\/a><\/sup>, o quello firmato e datato dallo scultore Lorenzo Cerasuolo, 1760, conservato nella cattedrale di Oristano<sup><a href=\"#footnote_35_3320\" id=\"identifier_35_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Salis-M.G. Scano Naitza, Approdi sardi per la scultura campana del Settecento. Pietro Nittolo e Lorenzo Cerasuolo, in &ldquo;Kronos&rdquo;, XIV, 2014, pp. 225-234.\">36<\/a><\/sup>. Al <em>S. Giuseppe<\/em> d\u2019Iglesias si avvicina il <em>S. Giuseppe<\/em> della chiesa della Madonna della Neve di Cuglieri, seppur di qualit\u00e0 non altrettanto elevata, e quello della parrocchiale di Settimo San Pietro, che sono pressoch\u00e9 identici, prodotti forse dalla medesima bottega. Della stessa matrice appare un <em>S. Giuseppe<\/em> della Collezione privata (<a title=\"Fig. 18. Bottega napoletana, prima met\u00e0 del XVIII secolo, &lt;i&gt;S. Giuseppe&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol18.jpg\">Fig. 18<\/a>), sebbene senza Bambino (perduto) ma dall\u2019aggraziata postura e dall\u2019attento intaglio del volto, elementi che ne denunciano la comune appartenenza alla cultura artistica campana settecentesca. Quella medesima cultura produsse anche un altro <em>S. Giuseppe<\/em>, della medesima Collezione, questo a manichino e da vestire, che mostra i caratteri propri della ricercata statuaria presepiale campana del Settecento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli stilemi tardo-barocchi, cos\u00ec apprezzati dalla committenza ecclesiastica, non si spensero a Napoli e nel meridione d\u2019Italia nemmeno nell\u2019Ottocento, permettendo la sopravvivenza di botteghe locali che perpetuarono il modulo \u201cdevoto\u201d della statuaria sei-settecentesca, esplicitato, ad esempio, nel bel <em>S. Gaetano Thiene<\/em> della nostra Collezione privata (<a title=\"Fig. 19. Bottega napoletana, fine del XVIII primi del XIX secolo, &lt;i&gt;S. Gaetano Thiene&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol19.jpg\">Fig. 19<\/a>). Nonostante necessiti di un intervento di restauro conservativo, la statua mostra una qualit\u00e0 tecnico-formale elevata, che si manifesta nell\u2019elegante postura del santo che si volge verso il basso ad adorare un perduto Ges\u00f9 Bambino<sup><a href=\"#footnote_36_3320\" id=\"identifier_36_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Andreu, Gaetano da Thiene, in Bibliotheca Sanctorum, V, Roma 1964, col. 1346-1349.\">37<\/a><\/sup>. A questo si deve aggiungere la cura nell\u2019intaglio del panneggio delle morbide vesti, nel naturale disporsi delle pieghe, e soprattutto nel modellato dei piani del viso, che indugia nella descrizione di barba e capelli, con la bocca semi aperta in un\u2019espressione di estasi. L\u2019atteggiamento composto e la dolce grazia che traspare dalla figura collocano questo <em>S. Gaetano<\/em> all\u2019interno della scultura campana in legno della fine del XVIII secolo ma ancor di pi\u00f9 dei primi decenni del XIX. Infatti, gli elementi propri della scultura devozionale barocca settecentesca, seppur in alcuni casi mitigati dall\u2019influsso neoclassico, non vengono meno nemmeno nel secolo successivo, richiesti da una committenza devota ad esperti scultori napoletani quali i Verzella o i Citarelli che produssero opere del medesimo tenore per tutto l\u2019Ottocento<sup><a href=\"#footnote_37_3320\" id=\"identifier_37_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Saccente, Le botteghe tardo barocche a Napoli degli scultori Verzella e Citarelli Sabatini e la diffusione delle loro opere in Puglia. Il caso di Santa Maria della Porta a Palo del Colle, Fasano 2015.\">38<\/a><\/sup>. Anche in Sardegna, quando si trattava di scultura lignea devozionale, la committenza dell\u2019Ottocento era solita richiedere opere influenzate dalla scultura tardo-barocca del secolo precedente, come dimostrano i lavori dello scultore isolano Giuseppe Zanda (1818-1899)<sup><a href=\"#footnote_38_3320\" id=\"identifier_38_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano, Pittura e scultura dell&rsquo;Ottocento&hellip;, 1997, pp. 106-110.\">39<\/a><\/sup>. Sintomatico di questo legame strettissimo con la statuaria napoletana \u00e8 il fatto che questo scultore, ancora nell\u2019Ottocento, continuasse a decorare le vesti delle sue statue con una tecnica a sgraffio che richiamava quello secentesco. Forse proprio la committenza apprezzava questo particolare carattere della statuaria devozionale, la cui raffinata esecuzione emerge nella sua <em>S. Barbara<\/em> della parrocchiale di Villacidro, realizzata nel 1848<sup><a href=\"#footnote_39_3320\" id=\"identifier_39_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.G. Scano, Pittura e scultura dell&rsquo;Ottocento&hellip;, 1997, p. 107.\">40<\/a><\/sup>. Ancora nello stesso secolo, quando si trattava di acquistare dalla Penisola italiana, ci si rivolgeva per lo pi\u00f9 a Napoli, da cui arrivarono opere diffuse in tutta l\u2019isola che attendono ancora uno studio critico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La ricchezza di questa variegata Collezione d\u2019arte si manifesta anche in opere in avorio di piccole dimensioni. Materiale pregiato, trov\u00f2 ampio utilizzo in elementi decorativi o in raffinate opere di piccolo e grande formato. La Sardegna non ebbe mai una propria tradizione nella lavorazione di questo materiale, a differenza della Sicilia da cui provengono pregevoli manufatti in avorio associato al corallo, tartaruga o madreperla<sup><a href=\"#footnote_40_3320\" id=\"identifier_40_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Splendori di Sicilia: arti decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001; Coralli e scultori in corallo, madreperla, avorio, tartaruga, conchiglia, ostrica, alabastro, ambra,osso attivi a Trapani e nella Sicilia Occidentale dal XV al XIX secolo, a cura di R. Vadal&agrave;, &nbsp;in Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell&rsquo;arte trapanese e nella Sicilia occidentale tra il XVIII e il XIX secolo, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2003; M.C. Di Natale &ndash; S. Bonetti, Il restauro scientifico per un presepe trapanese in materiali preziosi, in &ldquo;OADI. Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, XIII, giugno 2016. M.C. Di Natale, Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia&hellip;, 2001, pp. 22-69.\">41<\/a><\/sup>. Il piccolo <em>Crocifisso<\/em> in avorio (cm 20 con la base) di questa Collezione non \u00e8 per\u00f2 da includere nell\u2019ambito siciliano o europeo, quanto piuttosto in quello ispano-filippino del XVII secolo. Gli studi di Margherita Maria Estella Marcos hanno precisato i caratteri stilistici dell\u2019ampia produzione scultorea sacra ispano-filippina e indo-portoghese, sviluppata anche attraverso l\u2019azione missionaria della Controriforma<sup><a href=\"#footnote_41_3320\" id=\"identifier_41_3320\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.M. Estella, La escultura Barroca de Marfil en Espa&ntilde;a. Escuelas europeas y coloniales, I-II, Madrid 1984.\">42<\/a><\/sup>, in particolare quella dei Gesuiti. Fu proprio attraverso i continui scambi intercorsi tra le diverse comunit\u00e0 dell\u2019Oriente e dell\u2019Occidente, e lo spostamento di uomini e merci attraverso le diverse rotte di navigazione che giunsero in Europa questi manufatti. Nella medesima Collezione si conservano anche un <em>S. Antonio di Padova<\/em> in legno con mani e viso in avorio e un <em>S. Francesco d\u2019Assisi <\/em>(<a title=\"Fig. 20. Ambito indo-portoghese, XVII secolo, &lt;i&gt;S. Francesco&lt;\/i&gt;, Collezione privata.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/tol20.jpg\">Fig. 20<\/a>), raffinato nei particolari dell\u2019intaglio del viso da includere nel citato ambito artistico e cultura d\u2019oltre oceano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questa analisi emerge la variet\u00e0 e ricchezza di questa Collezione, che ci permette di affermare ancora una volta l\u2019importanza dell\u2019influsso napoletano per la cultura artistica del Meridione d\u2019Italia in epoca moderna. La comune appartenenza alla medesima Corona degli Asburgo permise anche alla Sardegna di trovarsi al centro di continui scambi economici e culturali tra Campania, Sicilia e Spagna, grazie anche allo spostamento di vicer\u00e9, arcivescovi e nobili che contribuirono al diffondersi di gusti estetici e di opere.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3320\" class=\"footnote\">Sull\u2019argomento si vedano: C. Maltese-R. Serra, <em>Episodi di una civilt\u00e0 anticlassica<\/em>, in <em>Sardegna<\/em>, a cura di F. Barreca-A. Boscolo, Milano 1969, pp. 177-404; R. Sfogliano, <em>Esempi significativi di scultura lignea del Seicento nella Sardegna settentrionale<\/em>, in <em>Arte e cultura del &#8216;600 e del &#8216;700 in Sardegna<\/em>, a cura di T.K. Kirova, Napoli 1984, pp. 335-342; M.G. Scano, <em>Pittura e scultura del \u2018600 e del \u2018700<\/em>, Nuoro 1991; S. Naitza, <em>La scultura del Cinquecento<\/em>, in <em>La societ\u00e0 sarda in et\u00e0 spagnola<\/em>, a cura di F. Manconi, I, Quart (Valle d\u2019Aosta) 1992, pp. 110-119; S. Naitza, <em>La scultura del Seicento<\/em>, in <em>La societ\u00e0 sarda<\/em>\u2026, II, 1992, pp. 154-157; M.G. Scano Naitza, <em>Percorsi della scultura lignea in estofado de oro dal tardo Quattrocento alla fine del Seicento in Sardegna<\/em>, in <em>Estofado de oro. La statuaria lignea nella Sardegna spagnola<\/em>, Cagliari 2001, pp. 21-55; M. Porcu Gaias, <em>Diffusione della scultura lignea e organizzazione delle botteghe artigiane a Sassari e nel Capo di Logudoro dal \u2018500 al primo \u2018700<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 67-84; Idem, <em>Scultori, intagliatori ed ebanisti nel capo di Sassari e Logudoro<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 285-294; M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano nella statuaria lignea della Sardegna spagnola<\/em>, in <em>La scultura meridionale in et\u00e0 moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea<\/em>, a cura di L. Gaeta, II, Lavello 2007, pp. 123-193; A. Pasolini, <em>Alcune riflessioni sul rapporto tra pittura e scultura nella Sardegna del Cinquecento sulla base di recenti rinvenimenti documentari<\/em>, in <em>Ricerca e confronti 2006. Giornate di studio di archeologia e storia dell\u2019arte<\/em>, Cagliari 2007, pp. 409-424; Idem, <em>L\u2019impronta lombarda nella scultura sarda del Seicento<\/em>, in \u201cArtisti dei Laghi\u201d, II, 2013, pp. 203-228; L. Agus, <em>Le relazioni artistiche e culturali del Mediterraneo occidentale. I Raxis-Sardo, pittori, scultori e architetti del XVI secolo tra Sardegna e Andalusia<\/em>, Canterano 2017.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3320\" class=\"footnote\">M.G. Messina-A. Pasolini, <em>Scultori, intagliatori ed ebanisti nel Meridione sardo<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 253-281.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3320\" class=\"footnote\">Il problema della datazione di quest\u2019importante scultura si complica per la non conciliabilit\u00e0 tra i dati forniti dalla tradizione letteraria di fine \u2018500 &#8211; le diverse relazioni sull\u2019arrivo miracoloso dell\u2019immagine a Cagliari nel 1370 &#8211; e la datazione proposta dagli storici dell\u2019arte alla fine del XV secolo. In questo lungo lasso di tempo si colloca il silenzio delle fonti del XIV e del XV secolo che tacciono sul presunto arrivo miracoloso dell\u2019immagine. L\u2019unico riferimento del Quattrocento si trova in un documento notarile del 1454 dove viene nominata un\u2019imbarcazione posta sotto l\u2019invocazione della \u201c<em>Virgen de Bonayre<\/em>\u201d (R. Porr\u00e0, <em>Il culto della Madonna di Bonaria di Cagliari. Note storiche sull\u2019origine sarda del toponimo argentino Buenos Aires<\/em>, Cagliari 2001, pp. 21-36). Un culto quindi antico che Maria Grazia Scano (<em>L\u2019escultura del g\u00f2tic tard\u00e0 a Sardenya<\/em>, in <em>L\u2019art g\u00f2tic a Catalunya<\/em>, a cura di A. Pladevall i Font, II, <em>Escultura<\/em>, Barcellona 2007, pp. 260-271) e poi anche Maria Giuseppina Meloni (<em>Il santuario della Madonna di Bonaria. Origini e diffusione di un culto<\/em>, Roma 2011, pp. 34-39) ipotizzano possa essere stato originariamente rivolto verso l\u2019antica immagine del santuario, la <em>Madonna del Miracolo<\/em>. Si veda anche: M. Passeroni, <em>La Madonna di Bonaria: storia degli studi, aspetti stilistici, tecnici, iconografici<\/em>, in <em>I segni della devozione. Sant\u2019Efisio e la Madonna di Bonaria: filologia e culto nel restauro dei due simulacri pi\u00f9 venerati della Sardegna<\/em>, a cura di P. Olivo-M. Passeroni, Cagliari 2010, pp. 23-38. Sulla <em>Madonna del Miracolo<\/em> cfr. A. Pala, <em>La statua lignea della Madonna del Miracolo nel santuario di Bonaria a Cagliari<\/em>, in \u201cTheologica et Historica\u201d, XXII, 2013, pp. 363-386.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3320\" class=\"footnote\">In Sardegna esistono diversi centri in cui la devozione per il martire Teodoro di Amasea \u00e8 tutt\u2019oggi radicata. A Siurgus, centro in provincia di Cagliari oggi comune unito a Donigala, la parrocchiale \u00e8 dedicata a questo santo. Negli inventari delle visite pastorali della fine del XVI e dei primi del XVII secolo non risultano nella parrocchiale statue di S. Teodoro, ma un retablo dipinto nell\u2019altare maggiore (1599, con revisione del 1616). \u00ab<em>Die XVI mensis et annj predictor<\/em> (aprile 1599). <em>Retaulos e Imagien. Primo en la capella major son altar y en el son retaul de taula pintat de las imagien y\u00a0 una verga de ferro ab sa cortina per los dias de pasio<\/em>\u00bb. Archivio Storico Diocesano di Cagliari (d\u2019ora in poi ASDC), <em>Inventari, III<\/em>, (1599-1616), f. 205v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3320\" class=\"footnote\">Sulla base in senso antiorario si legge: \u00abS(ANC)TUS MAURO M.\\\\ FECIT FIERI\\\\ D(OCTO)R FRANC(ISC)US CAVIANO\\\\ CAN(ONICU)S CALARITANUS 1633\u00bb. Sulla fondazione del convento di S. Mauro: P. Martini, <em>Storia ecclesiastica di Sardegna<\/em>, III, Cagliari 1841, pp. 153-155.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3320\" class=\"footnote\">Il termine broccatello designa un tessuto della famiglia dei lampassi, che presenta particolari effetti di disegno a rilievo, ottenuti dall\u2019impiego di una trama di fondo in lino, canapa e cascame di seta sottoposta a torsione. Cfr. <em>Dizionario tecnico della tessitura<\/em>, a cura di A. Argentieri Zanetti, Udine 1987, pp. 20-21.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3320\" class=\"footnote\">Sullo scultore: M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, p. 154. Inoltre: A. Pasolini, scheda n. 33, <em>Santi Cosma e Damiano<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 150-152; M.G. Scano Naitza, <em>Testimonianze dell\u2019arte nell\u2019arredo chiesastico<\/em>, in <em>Sinnai. Storia, arte, documenti<\/em>, a cura di S. Ledda, Quartu S. Elena 2009, pp. 39-66 (pp. 48-49).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3320\" class=\"footnote\">Sulla moda spagnola cfr. G. Butazzi, <em>Il modello spagnolo nella moda europea<\/em>, in <em>Le trame della moda<\/em>, a cura di A.G. Cavagna &#8211; G. Butazzi, Roma 1995, pp. 80-107.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3320\" class=\"footnote\">S. Murgia, <em>Suelli: nell\u2019arte il segno della devozione<\/em>, Dolianova 2003, p. 46. Sullo scultore si veda: M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007,<em> <\/em> nota 129, p. 162.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3320\" class=\"footnote\">A. Serra, <em>Museo d\u2019Arte Sacra Alghero. Catalogo<\/em>, Sestu 2000, p. 71. M. Porcu Gaias (<em>Scheda n. 51<\/em>, <em>Vergine Annunziata<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, p. 179) la assegna ad ambito iberico o napoletano con influsso spagnolo dei primi decenni del Seicento.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3320\" class=\"footnote\">P. Olivo (<em>Scheda n. 79<\/em>, <em>Madonna Annunciata<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 229-230) la assegna a bottega napoletana dei primi decenni del XVII secolo. Per entrambe si veda: M.G. Scano Naitza, <em>Percorsi della scultura lignea<\/em>\u2026, 2001, pp. 32, 36.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3320\" class=\"footnote\">R. Serra, <em>Pittura e scultura dall\u2019et\u00e0 romanica alla fine del \u2018500<\/em>, Nuoro 1990, p. 163. Sulla base di un documento messo in luce da I. Farci (<em>La parrocchiale di S. Barbara. Vicende architettoniche ed alcuni arredi del Settecento<\/em>, in <em>Sinnai. Storia<\/em>\u2026, 2009, pp. 18-38), che pone la consacrazione della chiesa di S. Barbara in un momento prossimo al 1568, M.G. Scano ipotizza che il simulacro della titolare esistesse gi\u00e0 in quel momento, e possa identificarsi in quello ancora oggi nell\u2019altare maggiore, inventariato nella visita pastorale del 1591. M.G. Scano Naitza, <em>Testimonianze dell\u2019arte nell\u2019arredo<\/em>\u2026, 2009, p. 45.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3320\" class=\"footnote\">J. Yeguas Gass\u00f3-P.L. De Castris, <em>Due sculture napoletane in legno intagliato e dorato al Museu Nacional d\u2019Art de Catalunya<\/em>, in \u201cNapoli Nobilissima\u201d, serie VI, 1, 2010, pp. 65-71 (p. 68).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3320\" class=\"footnote\">P. Leone de Castris, <em>Sculture in legno di primo Seicento<\/em>, in <em>Terra d\u2019Otranto, tra produzione locale e importazione da Napoli<\/em>, in <em>Sculture di et\u00e0 barocca tra Terra d\u2019Otranto, Napoli e Spagna<\/em>, a cura di R. Casciaro-A. Cassiano, Roma 2007, pp. 24-25. Inoltre: A.A. Barr\u00f3n Garc\u00eda\u2013J. Criado Mainar, <em>Bustos-relicarios napolitanos de 1608 en la Colegiata de Borja<\/em>, in \u201cCuadernos e Estudios Borjanos\u201d, LVIII, 201, 5, pp. 73-113.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3320\" class=\"footnote\">F. Virdis, <em>Artisti napoletani in Sardegna nella prima met\u00e0 del Seicento: documenti d\u2019archivio<\/em>, Dolianova 2002, pp. 23-41.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3320\" class=\"footnote\">Sullo scultore Francesco Marsiello si veda: R. di Tucci, <em>Documenti e notizie per la storia delle arti e dell\u2019industria artistica in Sardegna, dal 1570 al 1620<\/em>, in \u201cArchivio Storico Sardo\u201d, ILII, 1924, p. 156; M. Corda, <em>Arti e mestieri nella Sardegna spagnola: documenti d\u2019archivio<\/em>, Cagliari 1987, pp. 49-51, 54, 68, 177-182, 187-189; M.G. Scano, <em>Pittura e scultura<\/em>\u2026, 1991, p. 69; S. Tomasi, <em>Memorie del passato. Appunti di storia diocesana (dal 1954 al 1960)<\/em>, I, Cartabianca, Villacidro 1997, 84, 415; M.G. Scano Naitza, <em>Percorsi della scultura lignea<\/em>\u2026, 2001, 46, nota 108, 54; M.G. Messina-A. Pasolini, <em>Scultori, intagliatori<\/em>\u2026, 2001, pp. 270-271; F. Virdis, <em>Artisti napoletani in Sardegna<\/em>\u2026,<em> <\/em>2002, pp. 23-41; pp. 126-156; Idem, <em>Artisti e artigiani in Sardegna in et\u00e0 spagnola<\/em>, Serramanna 2006, pp. 93-94; M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, pp. 163-167, in particolare nota 133, p. 165.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano, <em>Pittura e scultura<\/em>\u2026, 1991, p. 63; M.G. Messina, <em>Scheda n. 20<\/em>, <em>S. Giuseppe col Bambino<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 132-134; Idem, <em>Scheda n. 21<\/em>, <em>S. Giovanni Battista<\/em>, in <em>Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 134-135. Il documento di commissione (Archivio di Stato di Cagliari [d\u2019ora in poi ASCA], <em>Atti notarili sciolti Cagliari citt\u00e0<\/em>, notaio Giovanni Antioco Corria, vol. 217) \u00e8 in M. Corda, <em>Arti e mestieri<\/em>\u2026, 1987, pp. 186-187.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, p. 167.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3320\" class=\"footnote\">Idem, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, pp. 142-143.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3320\" class=\"footnote\">L. Siddi, <em>Il restauro delle statue venerate: un difficile equilibrio tra arte e fede<\/em>, in <em>La scultura meridionale in et\u00e0 moderna<\/em>\u2026, 2007, pp. 311-324.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3320\" class=\"footnote\">F. Segni Pulvirenti &#8211; A. Sari, <em>Architettura tardogotica e d\u2019influsso rinascimentale<\/em>, Nuoro 1992, p. 248.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, p. 137.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3320\" class=\"footnote\">Assente nell\u2019inventario del 1597 dove per\u00f2 \u00e8 menzionato un: \u00ab<em>retaulo del altar major sosts dita invocatio de santa Clara quales de taula molt antich pintat de las imagens\u00bb,<\/em> ASDC, <em>Inventari<\/em>, 2\\ 1, Iglesias 1597, c. 3. Presente invece nell\u2019inventario del 1607, ASDC, <em>Inventari<\/em>, 4, 1607, c. 1r \u00ab<em>Die IV mensis maij anno domini MDCVII in civitate Ecclesiar(um). <\/em><em>Retaulos e imagiens<\/em> [\u2026]. <em>Item una imagie en bulto de la gloriosa S.ta Clara\u00bb<\/em>. Compare ancora nell\u2019inventario del 1612: ASDC, <em>Inventari<\/em>, 4, 1612, c. 10 v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3320\" class=\"footnote\">Sullo scultore Giovanni Angelo Puxeddu si veda: M.G. Scano Naitza,<em> Percorsi sardi per la scultura lignea campana del Settecento<\/em>, in <em>Sculture e intagli lignei tra Italia Meridionale e Spagna, dal Quattrocento al Settecento<\/em>, Atti del convengo internazionale di studi (Napoli, 28-30 maggio 2015), a cura di P. Leone de Castris, Napoli 2015, pp. 46-47;<em> <\/em>M.G. Messina-A. Pasolini, <em>Scultori, intagliatori ed ebanisti<\/em>\u2026, in<em> Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, pp. 275-276; F. Virdis, <em>Giovanni Angelo Puxeddu pittore e scultore della prima met\u00e0 del Seicento in Sardegna<\/em>, Dolianova 2002.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3320\" class=\"footnote\">M.G. Messina &#8211; A. Pasolini, <em>Scultori, intagliatori ed ebanisti<\/em>,\u2026, in<em> Estofado de oro<\/em>\u2026, 2001, p. 274.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3320\" class=\"footnote\">M. Porcu Gaias, <em>La diffusione del gioiello nella Sardegna Medievale e Moderna. I corredi delle classi dominanti e i \u201ctesori\u201d delle chiese<\/em>, in <em>Gioielli. Storia, linguaggio, religiosit\u00e0 dell\u2019ornamento in Sardegna<\/em>, Nuoro 2004, pp. 45-80; A. Pasolini, <em>Oreficeria siciliana in Sardegna e la Hermandad de los Cicilianos a Cagliari<\/em>, in \u201cOADI. Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, XIV, dicembre 2016, pp. 47-64.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano Naitza, <em>L\u2019apporto campano<\/em>\u2026, 2007, p. 166. Il documento di committenza (ASCA, <em>Atti notarili sciolti Cagliari citt\u00e0<\/em>, notaio Giovanni Antonio Corria, vol. 217) \u00e8 in M. Corda, <em>Arti e mestieri<\/em>\u2026, 1987, p. 188.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3320\" class=\"footnote\">M. Salis, <em>Migrazione di statue in legno campane in Sardegna tra Sei e Settecento e nuove attribuzioni<\/em>, in <em>Sculture e intagli lignei<\/em>\u2026,2015, pp. 203-210.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3320\" class=\"footnote\">R. Casciaro, <em>Napoli vista da fuori: sculture di et\u00e0 barocca in Terra d\u2019Otranto e oltre<\/em>, in <em>Sculture di et\u00e0 barocca<\/em>\u2026, 2007, pp. 60-61.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3320\" class=\"footnote\">M.C. Celletti, <em>S. Pasquale Bayl\u00f3n. Iconografia<\/em>, in <em>Bibliotheca Sanctorum<\/em>, X, Roma 1968, coll. 363-366.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3320\" class=\"footnote\">L. Gaeta, <em>Riconsiderando Giacomo Colombo<\/em>, in <em>Il<\/em> <em>Cilento ritrovato. La produzione artistica nell\u2019antica Diocesi di Capaccio<\/em>, catalogo della mostra, Napoli 1990, pp. 166-188 (pp. 172-180); R. Casciaro, <em>Seriazione e variazione: sculture di Nicola Fumo tra Napoli, la Puglia e la Spagna<\/em>, in <em>La scultura meridionale in et\u00e0 moderna<\/em>\u2026., 2007, II, pp. 245-263; M. Viceconte, <em>Domenico Di Venuta<\/em>, in <em>Splendori del Barocco defilato. Arte in Basilicata e ai suoi confini da Luca Giordano al Settecento<\/em>, a cura di E. Acanfora, [s.l.] 2009, pp. 282-283; M. Pasculli Ferrara, <em>Contributo per la scultura lignea in Capitanata e in area meridionale nei secolo XVII-XVIII. Fumo, Colombo, Marocco, Di Zinno, Brudaglio, Buonfiglio, Trillocco, Sanmartino<\/em>, in G. Bertelli &#8211; M. Pasculli Ferrara, <em>Contributi per la storia dell\u2019arte in Capitanata tra medioevo ed et\u00e0 moderna. 1. La scultura<\/em>, Galatina 1989, pp. 53-80.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano Naitza,<em> Percorsi sardi per la scultura lignea campana del Settecento<\/em>, in<em> Sculture e intagli lignei<\/em>\u2026, 2015, pp. 193-202.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3320\" class=\"footnote\">G. Murtas, <em>Arte Sacra in Sardegna, Diocesi di Iglesias<\/em>, Sestu 2000, pp. 125-132; E. Garofalo, <em>Progetto e revisione. Il modo nostro nelle vicende dei Gesuiti di Iglesias<\/em>, in <em>La Compa\u00f1ia de Jes\u00fas y las artes. <\/em><em>Nuevas perspectivas de investigaci\u00f3n<\/em>, a cura di M.I. \u00c1lvaro Zamora-J.I. Fern\u00e1ndez, Saragozza 2014, pp. 215-232. Sulla Chiesa della Purissima: R. Poletti, <em>Il complesso ex gesuitico di Iglesias. Note storiche e documenti d\u2019archivio<\/em>, Carbonia 2017.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3320\" class=\"footnote\">R. Alonso Moral, <em>Scheda n. 35<\/em>, <em>San Giuseppe col Bambino Ges\u00f9<\/em>, in <em>Sculture di et\u00e0 barocca<\/em>\u2026, 2007, pp. 234-235.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3320\" class=\"footnote\">D. Catalano, <em>Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagine sulle presenze napoletane (Colombo, di Nardo, de Mari, d\u2019Amore)<\/em>, in <em>La scultura meridionale in et\u00e0 moderna<\/em>\u2026, 2007, II, pp. 221-244.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3320\" class=\"footnote\">M. Salis-M.G. Scano Naitza, <em>Approdi sardi per la scultura campana del Settecento. Pietro Nittolo e Lorenzo Cerasuolo<\/em>, in \u201cKronos\u201d, XIV, 2014, pp. 225-234.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_3320\" class=\"footnote\">F. Andreu, <em>Gaetano da Thiene<\/em>, in <em>Bibliotheca Sanctorum<\/em>, V, Roma 1964, col. 1346-1349.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_3320\" class=\"footnote\">M. Saccente, <em>Le botteghe tardo barocche a Napoli degli scultori Verzella e Citarelli Sabatini e la diffusione delle loro opere in Puglia. Il caso di Santa Maria della Porta a Palo del Colle<\/em>, Fasano 2015.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano, <em>Pittura e scultura dell\u2019Ottocento<\/em>\u2026, 1997, pp. 106-110.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_3320\" class=\"footnote\">M.G. Scano, <em>Pittura e scultura dell\u2019Ottocento<\/em>\u2026, 1997, p. 107.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_3320\" class=\"footnote\"><em>Splendori di Sicilia: arti decorative dal Rinascimento al Barocco<\/em>, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001; <em>Coralli e scultori in corallo, madreperla, avorio, tartaruga, conchiglia, ostrica, alabastro, ambra,osso attivi a Trapani e nella Sicilia Occidentale dal XV al XIX secolo<\/em>, a cura di R. Vadal\u00e0, \u00a0in <em>Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell\u2019arte trapanese e nella Sicilia occidentale tra il XVIII e il XIX secolo<\/em>, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2003; M.C. Di Natale &#8211; S. Bonetti, <em>Il restauro scientifico per un presepe trapanese in materiali preziosi<\/em>, in \u201cOADI. Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, XIII, giugno 2016. M.C. Di Natale, <em>Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica<\/em>, in <em>Splendori di Sicilia<\/em>\u2026, 2001, pp. 22-69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_3320\" class=\"footnote\">M.M. Estella, <em>La escultura Barroca de Marfil en Espa\u00f1a. Escuelas europeas y coloniales<\/em>, I-II, Madrid 1984.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_3320\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>fabrizio12tola@gmail.com Legno e oro: elementi decorativi in alcune statue inedite di una Collezione privata sarda (XVI-XVIII secolo) DOI: 10.7431\/RIV18042018 L\u2019incremento degli studi sulla statuaria lignea <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3320\" title=\"Fabrizio Tola\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3406,"menu_order":5,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3320"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3320"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3320\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3371,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3320\/revisions\/3371"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3406"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3320"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}