{"id":3314,"date":"2018-12-29T20:41:49","date_gmt":"2018-12-29T20:41:49","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3314"},"modified":"2019-06-28T20:08:45","modified_gmt":"2019-06-28T20:08:45","slug":"francesco-lo-gioco","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3314","title":{"rendered":"Francesco Lo Gioco"},"content":{"rendered":"<p>francescologioco7@gmail.com<\/p>\n<h3>L\u2019armadio di sagrestia della Basilica di San Miniato al Monte di Firenze<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV18012018<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La chiesa di San Miniato al Monte si innalza sul pi\u00f9 alto colle della citt\u00e0 di Firenze. Fondata nel 1018 dal vescovo Ildebrando, ha conservato fino ad oggi la sua struttura originaria e pu\u00f2 essere considerata uno degli esempi pi\u00f9 importanti del romanico fiorentino. Uno degli ambienti pi\u00f9 importanti e, contemporaneamente, affascinanti \u00e8 la monumentale sagrestia, posta sul terzo livello a destra del presbiterio. Venne edificata su commissione di Benedetto di Nerozzo Alberti, uno dei maggiori esponenti della nobile famiglia fiorentina. Nato intorno al 1320, divent\u00f2 una figura autorevole sia per l\u2019ingegno, che lo guid\u00f2 nella sua azione politica, sia per l\u2019attivit\u00e0 in campo economico che gli consent\u00ec di accrescere il patrimonio familiare gi\u00e0 notevole<sup><a href=\"#footnote_0_3314\" id=\"identifier_0_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Sapori, Alberti Benedetto (ad vocem), in Dizionario biografico degli italiani, I, Roma 1960, (consultato online in http\/www.treccani.it).\">1<\/a><\/sup>. Ma a causa dell\u2019invidia di alcune consorterie importanti, come quella degli Albizi, e per essersi unito con uomini della parte popolare a seguito del tumulto dei Ciompi nel 1378<sup><a href=\"#footnote_1_3314\" id=\"identifier_1_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il tumulto dei Ciompi fu una rivolta popolare di natura economico-sociale, avvenuta tra il giugno e l&rsquo;agosto del 1378. Stanchi dei soprusi dell&rsquo;oligarchia al potere, i ciompi, ovvero gli operai salariati delle manifatture tessili che rappresentavano uno dei gradini pi&ugrave; bassi della scala sociale dell&rsquo;epoca, con una sommossa occuparono il Palazzo dei Priori chiedendo il diritto di associazione e la partecipazione alla vita pubblica cittadina. Il tumulto ebbe buon esito. Riuscirono, infatti, a eleggere come gonfaloniere un loro rappresentante, Michele di Lando, e ottennero la creazione di tre nuove Arti, quella dei Ciompi, quella dei Farsettai e quella dei Tintori, per rappresentare i ceti pi&ugrave; bassi della societ&agrave; fiorentina, e, inoltre, la partecipazione di tutte la Arti al governo cittadino. Cfr. M. Luzzati, Firenze e la Toscana nel Medioevo. Seicento anni per la costruzione di uno Stato, Torino 1986, pp. 162 e sgg.\">2<\/a><\/sup>, il 4 maggio 1387 l\u2019Alberti venne privato di ogni carica pubblica e gli fu vietato di accedere ai palazzi della Signoria, del podest\u00e0 e del capitano del popolo; inoltre, il suo nome comparve nelle liste di proscrizione; essendo accusato di simpatia per le classi popolari, fu confinato a cento miglia da Firenze e, insieme ai suoi famigliari, escluso dal ricoprire cariche cittadine<sup><a href=\"#footnote_2_3314\" id=\"identifier_2_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Sapori, Alberti Benedetto (ad vocem), in Dizionario biografico&hellip;, 1960 (consultato online in http\/www.treccani.it).\">3<\/a><\/sup>. Messer Benedetto, a seguito dell\u2019esilio, si rec\u00f2 nella citt\u00e0 di Genova, dalla quale decise di compiere un pellegrinaggio in Terra Santa. Prima di partire l\u2019Alberti fece stilare, in aggiunta al suo precedente testamento del 1377, un codicillo testamentario, datato 11 luglio 1387 e redatto dal notaio Goro Sergrifi, dove stabil\u00ec che la sagrestia di San Miniato al Monte fosse decorata in tutte le sue parti, provvisto di arredi sacri e quanto fosse necessario:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abItem praesentibus codicillis, dictus codicillator legavit, reliquit, disposuit ac voluit et mandavit, quod Sacrestiae Ecclesiae Sancti Miniati ad Montem de prope Florentiam compleatur et compleri et perfeci debeat picturiis, armariis, coro, fenestra vitrea, altari et aliis necessariis et condecentibus<em>\u00bb<\/em><sup><a href=\"#footnote_3_3314\" id=\"identifier_3_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Passerini, Gli Alberti di Firenze. Genealogia Storia e documenti, Firenze 1869, p. 193.\">4<\/a><\/sup><em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em> <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questo codicillo in pergamena, conservato presso l\u2019Archivio di Stato di Firenze nel fondo Diplomatico, tra le carte del monastero di Santa Maria degli Angeli di Firenze, dunque, Benedetto volle legare il suo nome alla sagrestia di San Miniato, disponendo un finanziamento per il suo completamento e perfezionamento<sup><a href=\"#footnote_4_3314\" id=\"identifier_4_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A.S.F. Diplomatico, pergamene secc. VIII-XIV, 11 luglio 1387. S. Maria degli Angioli (camaldolesi) &ndash; Firenze. Il documento in pergamena fu redatto a Genova nella casa di Benedetto dei Lomellini ed &egrave; consultabile online sul sito ufficiale dell&rsquo;Archivio di Stato di Firenze, http:\/\/www.archiviodistato.firenze.it.\">5<\/a><\/sup>. Ma la decisione di mettere per iscritto la sua volont\u00e0, anche se probabilmente si era gi\u00e0 dato inizio al lavoro, fu dettata dal fatto che stava per intraprendere un viaggio molto lungo e pericoloso, e che voleva assicurarsi che si portasse a termine il progetto. Durante il viaggio di ritorno nel gennaio del 1388 Benedetto mor\u00ec a Rodi, dove si era ammalato di peste<sup><a href=\"#footnote_5_3314\" id=\"identifier_5_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Loughman, Spinello Aretino, Benedetto Alberti, and the Olivetans: late Trecento patronage at San Miniato al Monte, New Jersey 2003, p. 203. La salma di Benedetto Alberti fu portata a Firenze e sepolta nella basilica di Santa Croce.\">6<\/a><\/sup>. Le informazioni che si possono ricavare da questo documento sono molto vaghe; non c\u2019\u00e8 nessun dettaglio relativo al progetto o alcuna informazione riguardo a tempi, pagamenti o limiti di finanziamento, ma solo la volont\u00e0 di finanziare i lavori necessari. \u00c8 possibile che siano stati i frati olivetani insieme all\u2019Opera di San Miniato a richiedere all\u2019Alberti un documento che fungesse da pegno prima della partenza per il pellegrinaggio a Gerusalemme, una sorta di formalit\u00e0 come garanzia qualora, come avvenne, il loro benefattore non fosse sopravvissuto al viaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro documento importante che fa riferimento alla sagrestia \u00e8 il testamento di Bernardo Alberti, figlio di Benedetto, datato marzo 1389, nel quale non compare alcun lascito volto a finanziare ancora i lavori, ma viene fatta la richiesta di celebrare annualmente messe in suffragio all\u2019interno di quella che Bernardo definisce la cappella sua e del padre<sup><a href=\"#footnote_6_3314\" id=\"identifier_6_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Loughman, Spinello Aretino&hellip;, 2003, p. 218.\">7<\/a><\/sup>. Entro questa data, dunque, la sagrestia doveva essere, se non ultimata, almeno vicina al suo completamento, dato che viene richiesta la celebrazione di alcune messe, e provvista di tutto il necessario per lo svolgimento della funzione propria di una sagrestia. Dunque, l\u2019ambiente sarebbe stato decorato e arredato tra il 1387 e il 1389-90, mentre la sua costruzione, relativamente alla quale, non \u00e8 pervenuto nessun documento, potrebbe essere stata pensata dall\u2019Alberti intorno alla met\u00e0 del nono decennio del Trecento, quando si trovava ancora a Firenze<sup><a href=\"#footnote_7_3314\" id=\"identifier_7_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Loughman, Spinello Aretino&hellip;, 2003, p. 216.\">8<\/a><\/sup>. Benedetto, dunque, non aveva deciso la fondazione di questo monumento quando si trovava gi\u00e0 in esilio, ma prima, per placare i rimorsi della propria anima, giacch\u00e8 egli si doveva sentire moralmente gravato dal rimorso di essere stato, a causa delle cariche ricoperte, cagione di tanti ordinanze, tante decisioni e responsabile della morte di tanti cittadini; una committenza voluta per espiare i peccati, come mezzo per rivolgere preghiere a Cristo, e guadagnarsi cos\u00ec il favore divino<sup><a href=\"#footnote_8_3314\" id=\"identifier_8_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Franceschini, San Miniato al Monte, in &ldquo;Nuovo Osservatore Fiorentino&rdquo;, XXII, Firenze 1885, pp. 173, 174. Questa tipologia di committenza si ricollegherebbe ad una tradizione lunga e molto diffusa soprattutto nel Medioevo.\">9<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un elemento fondamentale, che diede grande impulso alla realizzazione della sagrestia, fu il cambiamento portato dal novello ordine monastico dei benedettini olivetani, da pochi anni a capo della comunit\u00e0 sul monte fiorentino. La sagrestia fu la prima impresa edilizia degli Olivetani dopo il loro arrivo a San Miniato nel 1373 e sicuramente venne considerata come una sorta di manifesto per affermare, soprattutto attraverso i dipinti murali, il fiorente ordine di Monte Oliveto<sup><a href=\"#footnote_9_3314\" id=\"identifier_9_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Gurrieri &ndash; L. Berti &ndash; C. Leonardi, La Basilica di San Miniato al Monte a Firenze, Firenze 1988, p. 230.\">10<\/a><\/sup>. Si accede alla sagrestia dalla parete destra del presbiterio. L\u2019ambiente, ad aula unica e a pianta quadrata, una delle pi\u00f9 spaziose e monumentali sagrestie di Firenze, \u00e8 coperto da una volta a crociera divisa da costoloni che continuano fino a terra, costituendo quattro piloni d\u2019angolo. Nella chiave di volta \u00e8 incastonato lo stemma dell\u2019Arte di Calimala, l\u2019arte dei mercanti fiorentini, e patrona della chiesa, non a caso posto in alto e al centro dell\u2019aula, un forte richiamo al suo ruolo di vigilanza sulla sua decorazione e sulla sua manutenzione<sup><a href=\"#footnote_10_3314\" id=\"identifier_10_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Loughman, Spinello Aretino&hellip;, 2003, p. 248.\">11<\/a><\/sup>. Le quattro pareti sono quasi completamente ricoperte da affreschi che le fonti attribuiscono alla mano di Spinello Aretino. Si tratta del primo grande ciclo di affreschi dipinto in Toscana in cui l\u2019autore racconta in sedici scene le vicende della vita di San Benedetto, attingendo dagli scritti di Gregorio Magno e dalla <em>Legenda Aurea<\/em> di Jacopo da Varazze<sup><a href=\"#footnote_11_3314\" id=\"identifier_11_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Gregorio Magno fu il primo monaco ad essere eletto papa e l&rsquo;autore della prima biografia della vita di San Benedetto scritta tra il 593 e il 594 e pubblicata all&rsquo;interno della sua opera I Dialoghi; la Legenda Aurea &egrave; una raccolta medievale di biografie agiografiche in latino composta dal frate domenicano Jacopo da Varazze (o da Varagine) dal 1260 al 1298. Le due opere costituiscono le fonti pi&ugrave; antiche e attendibili della vita di San Benedetto. [1] F. Gurrieri, L. Berti, C. Leonardi, La Basilica&hellip;, 1988, p. 217.\">12<\/a><\/sup>, con aggiunte e significative innovazioni iconografiche<sup><a href=\"#footnote_12_3314\" id=\"identifier_12_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Gurrieri, L. Berti, C. Leonardi, La Basilica&hellip;, 1988, p. 217.\">13<\/a><\/sup>. L\u2019intero ciclo risulta essere una perfetta sintesi dell\u2019esaltazione del committente, Benedetto Alberti, il cui nome coincideva con quello del Santo monaco, e del santo stesso. San Benedetto in queste scene veste eccezionalmente di bianco come i monaci di San Miniato, quasi a voler significare la benedizione e l\u2019approvazione da parte sua verso il nascente ordine riformato pi\u00f9 aderente alla semplicit\u00e0 della Regola originale (<a title=\"Fig. 1. Basilica di San Miniato al Monte, Sagrestia, 1387 ca., Firenze.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log01.jpg\">Fig. 1<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u2019armadio di sagrestia<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019interno della sagrestia di San Miniato al Monte \u00e8 fornito di un grande armadio da sagrestia angolare addossato alle pareti sud, ovest e nord, composto principalmente da tre elementi: il bancone o paratoio in basso, la spalliera a pannelli intarsiati al centro e, infine, il sopraccielo con cornice nella parte alta (<a title=\"Fig. 2. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt;, 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log02.jpg\">Figg. 2<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 3. Jacopo legnaiolo, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt;, 1472, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log03.jpg\">3<\/a>). Il mobile di sagrestia costituiva, e costituisce ancora oggi per alcuni aspetti, l\u2019elemento di arredo tra i pi\u00f9 importanti di questo luogo, ricoprendo un ruolo da protagonista per custodire tutto ci\u00f2 che di pi\u00f9 prezioso poteva possedere una comunit\u00e0 religiosa o comunque ecclesiale, tra cui arredi preziosi, oggetti liturgici, paramenti e testi sacri e, in alcuni casi, anche i reliquiari. Quest\u2019ultima funzione non era necessaria a San Miniato data la presenza di una cripta destinata a tale scopo. Per questo il mobile \u00e8 costituito dal bancone nella parte bassa, l\u2019unica parte predisposta a contenere tutti gli arredi all\u2019interno, che ha anche la funzione di paratoio, poich\u00e9 su di esso vengono sistemati i paramenti che deve indossare il celebrante qualche attimo prima di entrare in chiesa per celebrare le funzioni liturgiche, e non sono presenti armadi pensili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019armadio, alto circa tre metri e ventuno centimetri, ha come base uno zoccolo col fronte intarsiato che poggia su una pedana sporgente che corre lungo tutto il suo perimetro. Su di esso \u00e8 appoggiato il massiccio paratoio con sportelli, alto circa un metro e dieci centimetri. Questo \u00e8 suddiviso frontalmente in moduli uguali, grandi quadrati che si susseguono in modo regolare (<a title=\"Fig. 4. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. paratoio), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log04.jpg\">Fig. 4<\/a>). Ogni singolo modulo, alto 90 centimetri e largo circa 85, \u00e8 composto da due ante speculari che si aprono verso l\u2019esterno con un movimento di rotazione sull\u2019asse verticale laterale, ed \u00e8 a sua volta suddiviso in altri quattro quadrati pi\u00f9 piccoli, due per ogni battente, disposti in due ordini sovrapposti; al centro di ciascun quadrato \u00e8 montata una maniglia in ottone dorato, composta da una lamina cruciforme con profili sagomati al centro della quale \u00e8 inserito un elemento semisferico in cui si inserisce un anello. Sia il modulo principale pi\u00f9 grande che i quattro quadrati pi\u00f9 piccoli, in cui \u00e8 diviso il fronte, sono incorniciati da semplici modanature. Nella parte pi\u00f9 alta del paratoio \u00e8 stata applicata una elegante cornice a dentelli, cosiddetta \u2018da portata\u2019, che, oltre a concludere la decorazione nella parte pi\u00f9 alta del fronte del bancone, ha anche la funzione di raccordare quest\u2019ultimo al piano di appoggio. Tale ripiano \u00e8 stato costruito in un materiale di altissima qualit\u00e0; infatti, profondo circa 80 centimetri, \u00e8 composto da tavole molto larghe, e lunghe pi\u00f9 di due metri, elemento che sottolinea l\u2019importanza della committenza. Per realizzare questi pannelli dovette essere necessario servirsi di alberi molto grandi, scelti accuratamente e non di facile reperibilit\u00e0. I legni utilizzati per la costruzione dell\u2019armadio sono il pioppo bianco (<em>populus alba<\/em>) per la struttura interna, legno usuale per l\u2019intelaiatura degli arredi fiorentini, mentre i pannelli esterni e la corniciatura sono in noce (<em>Juglans regia<\/em>), legno di maggior pregio, impiegato molto spesso per rivestire la struttura. La scelta di questi due tipi di legni era molto diffusa ed \u00e8 stata utilizzata a Firenze in diverse epoche sia per il mobilio domestico, sia per quello ecclesiastico; un esempio possono essere i perduti banconi intarsiati della Sagrestia delle Messe di Santa Maria del Fiore, realizzati con materiali e tecniche di costruzione molto simili al mobile di san Miniato<sup><a href=\"#footnote_13_3314\" id=\"identifier_13_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Haines, La Sacrestia delle Messe del Duomo di Firenze, Firenze 1983, pp. 56 e 59.\">14<\/a><\/sup>. La parte che si innalza sul bancone, dato che non erano stati previsti armadi pensili, \u00e8 decorata con un elegante rivestimento a pannelli, o spalliera, che riprende la suddivisione a riquadri degli sportelli della parte inferiore, e sono disposti su due ordini sovrapposti, ornati con tarsie a toppo geometrico che presentano vari tipi di decorazione, con il pannello angolare posto a 45 gradi per una visione d\u2019insieme pi\u00f9 equilibrata e per favorire la visibilit\u00e0 delle tarsie in quella zona (<a title=\"Fig. 5. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. spalliera), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log05.jpg\">Fig. 5<\/a>). Le tarsie si possono dividere in due gruppi: i toppi con motivi decorativi incastonati all\u2019interno dei pannelli e quelli a bordo che contornano ogni singolo quadrato. Si tratta di elementi decorativi acquistati gi\u00e0 pronti dai legnaioli, che venivano realizzati entro botteghe specializzate nel settore<sup><a href=\"#footnote_14_3314\" id=\"identifier_14_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Wilmering, Lo Studiolo di Federico da Montefeltro. Le tarsie rinascimentali e il restauro e il restauro dello studiolo di Gubbio, Milano 2007, p. 68.\">15<\/a><\/sup>. L\u2019impostazione decorativa dei pannelli si ripete in maniera regolare e ripetitiva e vede due tipologie di toppo geometrico a forma di rombo al centro del pannello, circondato da altri quattro toppi esagonali pi\u00f9 piccoli, anch\u2019essi di due tipologie, posti in prossimit\u00e0 degli angoli, che si susseguono lungo i due ordini della spalliera alternandosi a scacchiera (<a title=\"Fig. 6. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. spalliera), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log06.jpg\">Fig. 6<\/a>). I disegni sono molto complessi soprattutto quelli delle tarsie centrali che sono di dimensioni notevoli (14 cm per 14 cm); questi hanno lo stesso motivo ornamentale nella porzione centrale, una sorta di stella, circondata da piccoli rombi all\u2019interno di due quadrati intrecciati, e si differenziano nella parte pi\u00f9 esterna, uno pi\u00f9 lineare e semplice, l\u2019altro pi\u00f9 particolareggiato e minuzioso (<a title=\"Fig. 7. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. tarsia), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log07.jpg\">Figg. 7<\/a> e <a title=\"Fig. 8. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. tarsia), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log08.jpg\">8<\/a>). Tutti i pannelli intarsiati sono riquadrati da bordature sottili con decorazioni geometriche, alcune tridimensionali, chiamate <em>fuseruole<\/em><sup><a href=\"#footnote_15_3314\" id=\"identifier_15_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le fuseruole furono molto utilizzate nel Medioevo per decorare principalmente parti di mobili lineari e per riquadrare pannelli intarsiati di mobili o stalli di coro, con dei motivi generalmente geometrici e in molti casi con effetti tridimensionali.\">16<\/a><\/sup>, con cinque diversi motivi (a linee intrecciate, a nastro avvolto su s\u00e9 stesso o a zig-zag e a stella), che si alternano in maniera casuale (<a title=\"Fig. 9. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. tarsia), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log09.jpg\">Fig. 9<\/a>). All\u2019apice della spalliera ritorna la cornice a dentelli che delimita la pannellatura centrale del mobile e, cos\u00ec come nel bancone, ha la funzione sia di concludere la decorazione della spalliera e anche di appoggio per la parte soprastante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fascia pi\u00f9 alta dell\u2019armadio \u00e8 composta da un sopraccielo a forma di mezz\u2019arco, che copre il mobile sottostante, il quale risulta sovrastato da una sorta di baldacchino che prende le sembianze di un vero e proprio cielo stellato (<a title=\"Fig. 10. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. della copertura o sopraccielo), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log10.jpg\">Fig. 10<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcune specchiature della spalliera non hanno al centro la consueta decorazione con i toppi romboidali, ma due stemmi ripetuti pi\u00f9 volte, uno della famiglia Alberti, e l\u2019altro della Corporazione dell\u2019Arte dei Mercanti di Calimala, entrambi realizzati con la tecnica della tarsia lignea per ovvie ragioni di continuit\u00e0 stilistica. Il primo, uno scudo con le catene incrociate e agganciate in un anello al centro su fondo nero, \u00e8 ripetuto quattro volte lungo l\u2019ordine superiore della spalliera: due sono posti nella terza e nella nona specchiatura della parete sud, di fronte l\u2019ingresso, e nella terza e nella tredicesima specchiatura della parete ovest. Anche nel sopraccielo \u00e8 presente lo stemma Alberti, dipinto in trasparenza e sullo stesso tono del fondo blu, ripetuto tre volte nella fascia pi\u00f9 vicina alla spalliera, uno nella parete sud, posto al centro dei due stemmi della spalliera sottostante, e due nella parete ovest. Questo stemma \u00e8 un esplicito riferimento a Benedetto di Nerozzo, committente dell\u2019intera sagrestia, il quale fa apporre pi\u00f9 volte la propria arme gentilizia lungo il mobile, come a rimarcare anche a livello visivo l\u2019assoluto patronato della famiglia Alberti all\u2019interno dell\u2019ambiente (<a title=\"Fig. 11. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (particolare della spalliera con stemma della famiglia Alberti), 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log11.jpg\">Fig. 11<\/a>), scelta innovativa che non \u00e8 usuale riscontrare in altri mobili contemporanei. L\u2019altro stemma, quello dell\u2019Arte di Calimala, un\u2019aquila che afferra con gli artigli un torsello, si ripete due volte e solo nel secondo ordine di specchiature della spalliera della restante porzione di armadio angolare accanto all\u2019ingresso, in particolare nella sedicesima della parete ovest e nell\u2019ultima della parete nord (<a title=\"Fig. 12. Jacopo legnaiolo, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt; (part. spalliera con stemma dell\u2019Arte di Calimala), 1472, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log12.jpg\">Fig. 12<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La documentazione archivistica relativa all\u2019armadio non si \u00e8 conservata. L\u2019unico documento che parla della commissione \u00e8 il codicillo in aggiunta al testamento di messer Benedetto Alberti del 1387, nel quale \u00e8 specificato che la sagrestia doveva essere completata con tutto il necessario come pitture, altare e altro, facendo riferimento in modo particolare agli \u201c<em>armariis\u201d<\/em> che, ovviamente, costituivano l\u2019elemento di arredo tra i pi\u00f9 importanti di ogni sagrestia<sup><a href=\"#footnote_16_3314\" id=\"identifier_16_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A.S.F., Diplomatico, pergamene secc. VIII-XIV, 11 luglio 1387. S. Maria degli Angioli (camaldolesi) &ndash; Firenze.\">17<\/a><\/sup>. Non sono stati trovati altri documenti che attestino la fattura del mobile, come il contratto o i pagamenti indirizzati a un legnaiolo o a una bottega, n\u00e9, tantomeno, notizie su acquisti di legname e materiali destinati alla realizzazione dell\u2019opera. Per questo, anche se \u00e8 pi\u00f9 semplice e intuitivo delimitare la costruzione dell\u2019armadio in un preciso arco temporale, cio\u00e8 subito dopo l\u2019edificazione della sagrestia, pi\u00f9 difficile o quasi impossibile, risulta dare un nome all\u2019autore o alla bottega che lo realizz\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal punto di vista cronologico \u00e8 plausibile che sia stato eseguito alla fine del Trecento, tra il 1387, anno indicato nel codicillo, e il 1388 o al massimo i primi mesi del 1389, dato che il figlio di messer Benedetto, Bernardo, nel testamento redatto nel marzo dello stesso anno, fa riferimento a messe da celebrare all\u2019interno dell\u2019ambiente che doveva gi\u00e0 essere, almeno nelle sue parti pi\u00f9 importanti, compreso l\u2019armadio, gi\u00e0 completato. A conferma di ci\u00f2 un ulteriore indizio, che conferma la datazione al 1387, \u00e8 uno degli stemmi posti sulla spalliera, quello degli Alberti, elemento importantissimo che associa l\u2019opera al periodo della decorazione pittorica della sagrestia subito dopo la sua edificazione commissionata dalla famiglia. Egli fece apporre il proprio stemma sul mobile in una posizione favorevole, quasi ad altezza uomo e abbastanza visibile, di fronte l\u2019ingresso, da un lato, e dirimpetto l\u2019altare posto sotto il finestrone, dall\u2019altro, come a rimarcare anche visivamente il riferimento alla propria famiglia e al suo patronato all\u2019interno della sagrestia, ulteriormente indicato nella vetrata, decorata con lo stemma in alto e la figura del committente inginocchiato e a mani giunte nella parte centrale. L\u2019alta qualit\u00e0 dei materiali \u00e8 in linea con la prestigiosa committenza e rispecchia la ricchezza di Benedetto, uno dei pi\u00f9 ricchi banchieri della Firenze del suo tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre l\u2019arme Alberti lega l\u2019armadio di sagrestia alla sua realizzazione a fine Trecento, lo stemma corporativo dei Mercanti di Calimala ci svela un particolare dell\u2019opera rilevante che riguarda una sua porzione. Il mobile, infatti, cos\u00ec come lo vediamo oggi, non corrisponde esattamente alla sua conformazione originale. Nel 1472 l\u2019Arte di Calimala commission\u00f2 l\u2019allungamento dell\u2019armadio dal lato della parete ovest, fino a ricoprire l\u2019angolo vicino alla porta che permetteva l\u2019accesso alla chiesa. Questo lavoro di ampliamento \u00e8 testimoniato da un documento che riporta alcuni lavori fatti in quell\u2019anno, un memoriale intitolato <em>Libro dei frati di S. Miniato, <\/em>conservato all\u2019Archivio di Stato di Firenze, in cui si legge \u00abMemoria che Jacopo legnaiolo comincia l\u2019armario di sagrestia a d\u00ec 1\u00b0 settembre 1472\u00bb, insieme a un garzone<sup><a href=\"#footnote_17_3314\" id=\"identifier_17_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, Carte del Monastero dell&rsquo;Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de&rsquo; frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12v.\">18<\/a><\/sup>. Prima della realizzazione del prolungamento del mobile, furono necessari alcuni lavori all\u2019interno della sagrestia, in particolare la chiusura del vecchio passaggio che portava al monastero posto a destra dell\u2019ingresso, nella parete ovest, e che permetteva ai monaci di raggiungere facilmente la sagrestia direttamente dal chiostro, in funzione, soprattutto, della preghiera notturna che si svolgeva nei cori di notte posti nello stesso ambiente<sup><a href=\"#footnote_18_3314\" id=\"identifier_18_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ancora oggi &egrave; possibile osservare una parte dell&rsquo;antico passaggio dalla parte del chiostro, di cui si &egrave; conservata una piccola nicchia non molto profonda che ha la sagoma di una porticina.\">19<\/a><\/sup>. Anche questi lavori sono testimoniati dalle fonti e furono compiuti contemporaneamente alla costruzione della stanza del lavabo adiacente la sagrestia, avvenuta tra il 1470 e il 1472, da cui si accede attraverso un portale posto in fondo alla parete est, realizzato da Simone di Zanobi tra giugno e luglio del 1472<sup><a href=\"#footnote_19_3314\" id=\"identifier_19_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, Carte del Monastero dell&rsquo;Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de&rsquo; frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12r.\">20<\/a><\/sup>. Un altro artigiano che compare nei documenti \u00e8 il <em>fornaciaro<\/em> Bartolomeo di Mariotto di Montici<sup><a href=\"#footnote_20_3314\" id=\"identifier_20_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Montici &egrave; una delle colline attorno Firenze nei pressi del Pian dei Giullari appartenente al quartiere di Gavinana-Galluzzo.\">21<\/a><\/sup>, il quale venne pagato dall\u2019Arte dei Mercatanti 2100 fiorini per il rifornimento dei mattoni, tremila fino al 29 luglio, molti dei quali utilizzati per l\u2019edificazione della stanza del lavabo e, alcuni, molto probabilmente, per la chiusura del passaggio verso il monastero<sup><a href=\"#footnote_21_3314\" id=\"identifier_21_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, Carte del Monastero dell&rsquo;Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de&rsquo; frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12r.\">22<\/a><\/sup>. Dieci fiorini sono devoluti al fabbro Andrea di Giovanni di Sandro<sup><a href=\"#footnote_22_3314\" id=\"identifier_22_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, Carte del Monastero dell&rsquo;Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de&rsquo; frati di S. Miniato 1466-1483, f. 11v.\">23<\/a><\/sup>. I lavori realizzati in questo arco di anni, furono interamente pagati dall\u2019Arte dei Mercatanti di Calimala, come ci testimoniano anche le Carte Strozziane<sup><a href=\"#footnote_23_3314\" id=\"identifier_23_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le Carte Strozziane sono una raccolta di documenti compiuta dal senatore Carlo Strozzi nel XVII secolo. In particolare sono preziose quelle relative all&rsquo;arte di Calimala il cui archivio &egrave; andato interamente distrutto in un incendio.\">24<\/a><\/sup> dove sono citate alcune spese fatte dalla Corporazione in particolare per la sagrestia e il capitolo: \u00abNella fabbrica del Capitolo di S. Miniato si spese f. 33, 1470<em>\u00bb<\/em><sup><a href=\"#footnote_24_3314\" id=\"identifier_24_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Carte Strozziane, s. II, 51.2, f. 112r.\">25<\/a><\/sup>, \u00abSagrestia si fa di nuovo a S. Miniato, 1472\u00bb<sup><a href=\"#footnote_25_3314\" id=\"identifier_25_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASF, Carte Strozziane, s. II, 51.2, f. 120v.\">26<\/a><\/sup>, e ancora \u00abAggiunta si fa alla sagrestia di S. Miniato, 1470\u00bb<sup><a href=\"#footnote_26_3314\" id=\"identifier_26_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">27<\/a><\/sup>; quest\u2019ultima citazione potrebbe fare riferimento proprio all\u2019aggiunta fatta all\u2019armadio<sup><a href=\"#footnote_27_3314\" id=\"identifier_27_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il riferimento agli armadi &egrave; riportato in maniera specifica in: K. Frey, Le vite de&rsquo; piu eccellenti pittori scultori e architetti scritte da Giorgio Vasari pittore et architetto Aretino, vol. 1, Monaco 1911, p. 326, &ldquo;Sagrestia di S. Miniato si fa di nuovo. Armadi&nbsp; si fanno di nuovo come i primi&rdquo;.\">28<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La parte che completa il mobile, realizzata da Jacopo legnaiolo con un voluto arcaismo, riproduce fedelmente lo stesso impianto e utilizza gli stessi legni per assicurare la continuit\u00e0 stilistica degli arredi gi\u00e0 presenti nella sagrestia, con un buon risultato che pu\u00f2 ingannare l\u2019osservatore, dando l\u2019impressione di un unico pezzo omogeneo e coerente. Fu l\u2019Arte di Calimala, che ormai sovrintendeva la sagrestia cos\u00ec come l\u2019intero complesso, a commissionare l\u2019ingrandimento dell\u2019armadio e a fare apporre il proprio stemma in alcune specchiature della spalliera, cos\u00ec come era stato fatto quasi un secolo prima con lo stemma Alberti nella porzione preesistente del mobile. La decisione dell\u2019Arte fu quella di porre l\u2019aquila dello stemma di Calimala nella prima e nell\u2019ultima specchiatura delle pareti ovest e nord del nuovo mobile, delimitando alle estremit\u00e0, la porzione di armadio aggiunto su ordine della corporazione. L\u2019ipotesi che la parte aggiunta sia quella delimitata dai due stemmi di Calimala \u00e8 confermata anche dalla posizione degli stemmi Alberti posti nella parete ovest. Escludendo infatti la sezione in cui campeggiano le due aquile, la restante spalliera \u00e8 composta da quindici specchiature quadrangolari; i due stemmi Alberti risultano alloggiati perfettamente in equidistanza nella terza e nella tredicesima specchiatura, con nove quadrati tra di loro e altri due per ciascun lato alle estremit\u00e0, andando cos\u00ec a comporre quella che doveva essere la lunghezza della spalliera originale, lunga poco pi\u00f9 di sei metri; a seguire, la parte aggiunta, contraddistinta nella specchiatura successiva dall\u2019aquila dell\u2019Arte di Calimala. Grazie agli stemmi, quindi, si pu\u00f2 facilmente intuire il punto di giunzione tra la parte originale, composta nel bancone da quattro moduli nella parete sud e sei nella parete ovest (<a title=\"Fig. 13. Bottega Fiorentina, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt;, 1387\/1388, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log13.jpg\">Fig. 13<\/a>), e quella aggiunta nel 1472, composta da due moduli sia nella parete ovest che in quella nord (<a title=\"Fig. 14. Jacopo legnaiolo, &lt;i&gt;Bancone&lt;\/i&gt;, aggiunta del 1472, Sagrestia, Firenze, Basilica di San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log14.jpg\">Fig. 14<\/a>). Il punto di giuntura tra le due sezioni si pu\u00f2 osservare nella cornice di chiusura al vertice e soprattutto nel piano di appoggio, che proprio in quella zona, oltre che dall\u2019evidente linea di giunzione, \u00e8 caratterizzato da una diversa struttura del legname; se, infatti, nel piano pi\u00f9 antico \u00e8 presente un pannello che occupa interamente il piano di appoggio in profondit\u00e0, dal fondo dove \u00e8 appoggiata la spalliera fino al bordo esterno, nella restante porzione del piano sono state utilizzate due file di tavole per lo stesso scopo, e questo, oltre che un segno inequivocabile della diversa fattura, sottolinea ancora una volta l\u2019elevata qualit\u00e0 del materiale utilizzato a fine Trecento, che, probabilmente, non \u00e8 stato possibile reperire durante i lavori di ampliamento dell\u2019armadio, nonostante la prestigiosa committenza dell\u2019Arte. Durante i lavori furono leggermente modificati gli sportelli della parte finale del bancone originale, per poterli raccordare pi\u00f9 facilmente con la parte nuova, mentre tutto il resto venne realizzato in stile, con il bancone suddiviso per moduli, ciascuno con quattro quadrati e quattro maniglie, con le stesse decorazioni nelle tarsie e nelle <em>fuseruole<\/em> della spalliera, mantenendo il pannello angolare inclinato a 45\u00b0, la stessa composizione del sopraccielo, e infine, il prolungamento della cornice in alto con gli stessi motivi decorativi. La parte finale pi\u00f9 vicina alla porta d\u2019ingresso \u00e8 delimitata da una chiusura a bifora arricchita da eleganti tarsie a toppo poste nel dorso esterno. Nella parete retrostante l\u2019aggiunta, si pu\u00f2 notare la decorazione pittorica geometrica che continua dietro il mobile, ci\u00f2 attesta ulteriormente che l\u2019armadio in quella parte \u00e8 stato aggiunto dopo, andando a coprire le pitture che erano state previste nel progetto originale per la decorazione della sagrestia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda l\u2019autore di questa parte di mobile conosciamo solo il suo nome associato alla sua professione, Jacopo legnaiolo, cos\u00ec come \u00e8 riportato nei documenti, senza nessun\u2019altra informazione, come l\u2019aggiunta del patronimico, come era solito in quel tempo, o altro indizio che potesse far risalire alla sua identit\u00e0. Consultando il registro delle matricole dell\u2019Arte dei Legnaioli e quello dell\u2019Arte dei Maestri di Pietra e Legname conservati all\u2019Archivio di Stato di Firenze, risultano inscritti alle due corporazioni numerosi legnaioli dal nome Jacopo, e non avendo nessun elemento identificativo non \u00e8 stato possibile associarlo ad uno piuttosto che ad un altro artista. Un unico possibile riferimento proviene dall\u2019elenco fatto dal mercante fiorentino Benedetto Dei che nella sua Cronica di Firenze del 1470, in cui annota i migliori maestri legnaioli del tempo attivi in citt\u00e0, \u00e8 citato, quasi alla fine della lista, anche \u201cel maestro Jacopo\u201d<sup><a href=\"#footnote_28_3314\" id=\"identifier_28_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"BML, Manoscritto Ashb.644, c. 46 v.\">29<\/a><\/sup>, senza nessun\u2019altra informazione; potrebbe trattarsi dello stesso, probabilmente molto noto all\u2019epoca, tanto da essere chiamato e citato nei documenti con il solo nome. La prestigiosa committenza da parte dell\u2019Arte di Calimala confermerebbe l\u2019ipotesi che si tratti dello stesso Jacopo, dato che i Consoli non avrebbero sicuramente scelto un artista qualunque, ma uno dei pi\u00f9 abili presenti a Firenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Probabilmente Jacopo fu l\u2019autore sia del prolungamento dell\u2019armadio, sia dei battenti della porta della stanza del lavabo, realizzata negli stessi anni, la quale presenta dei tratti simili alla decorazione dell\u2019armadio, in particolare le cornici a toppo; non \u00e8 da escludere, quindi, l\u2019ipotesi di quest\u2019altro suo lavoro realizzato nello stesso ambiente e negli stessi anni caratterizzati da un forte fervore artistico anche nel resto del complesso monumentale di San Miniato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019aggiunta del 1472 ha causato negli anni un\u2019interpretazione non corretta sulla fattura dell\u2019intero armadio. Nella maggior parte della letteratura artistica, infatti, \u00e8 riportata comunemente questa datazione come anno di fattura dell\u2019intera armadiatura, fatta risalire, cos\u00ec, non pi\u00f9 al tardo medioevo, ma alla seconda met\u00e0 del XV secolo, malgrado che tale ipotesi sia insostenibile dal punto di vista stilistico. Solo nel 1983 Margaret Haines ha ricollegato la fattura del mobile alla committenza Alberti del 1387<sup><a href=\"#footnote_29_3314\" id=\"identifier_29_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Haines, La Sacrestia&hellip;, 1983, p. 27 nota 17.\">30<\/a><\/sup>. Tale interpretazione viene convalidata anche dal confronto stilistico con altri banconi fiorentini, in particolare con l\u2019esemplare trecentesco conservato nella sagrestia della basilica di Santa Croce, datato alla prima met\u00e0 del secolo<sup><a href=\"#footnote_30_3314\" id=\"identifier_30_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Marcucci, Per gli armarij della sacrestia di Santa Croce, in &laquo;Mitteilungen des Kunsthistoriches Institutes in Florenz&raquo;, IX, 1960, p. 152.\">31<\/a><\/sup>. L\u2019attuale porzione di mobile rimasta, faceva parte di un armadio che doveva essere, secondo alcuni studi<sup><a href=\"#footnote_31_3314\" id=\"identifier_31_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Cfr. G. Giura, Storie di Cristo e di San Francesco, in L&rsquo;arte di Francesco. Capolavori d&rsquo;arte italiana e terre d&rsquo;Asia dal XIII al XV secolo, catalogo della mostra (Firenze, 31 marzo &ndash; 11 ottobre 2015), a cura di A. Tartuferi, F. D&rsquo;Arelli, Firenze 2015, pp. 284-295.\">32<\/a><\/sup>, molto simile a quello di San Miniato, con un bancone in basso, subito sotto la spalliera, in cui erano probabilmente inserite le formelle e le semilunette dipinte da Taddeo Gaddi con <em>Storie di Cristo e di San Francesco<\/em> (Firenze, Galleria dell\u2019Accademia) e la copertura a sopraccielo con cornice aggettante. Questo armadio potrebbe essere stato utilizzato, dunque, come modello per quello di San Miniato, o probabilmente entrambi erano il frutto di una tradizione stilistica e un gusto artistico propri del medesimo periodo. L\u2019impostazione generale del bancone \u00e8 molto simile, anche dal punto di vista delle dimensioni, con dei moduli quadrangolari che si susseguono regolarmente, suddivisi in ulteriori quattro quadrati che corrispondono agli sportelli, circondati da cornicette a intarsio con rettangoli chiari e scuri; al centro di ogni riquadro \u00e8 posta una losanga che circonda a sua volta una maniglia ad anello, mentre i quattro angoli sono abbelliti da diversi motivi decorativi circolari intagliati nel legno (<a title=\"Fig. 15. Ambito fiorentino, &lt;i&gt;Bancone o paratorio&lt;\/i&gt;, (part.), prima met\u00e0 XIV sec., Firenze, Basilica di Santa Croce, sagrestia.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log15.jpg\">Fig. 15<\/a>). La spalliera originale che sovrastava il bancone \u00e8 stata sostituita con un pezzo cinquecentesco che in origine era la spalliera di un coro, e messa sul bancone al posto di quella originale, andata distrutta in seguito allo smontaggio e spostamento delle formelle dal Gaddi all\u2019Accademia delle Belle Arti avvenuto nel 1812<sup><a href=\"#footnote_32_3314\" id=\"identifier_32_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Giura, Storie di Cristo&hellip;, in L&rsquo;arte di Francesco&hellip;, 2015, p. 290.\">33<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro bancone che potrebbe essere messo a confronto con i due gi\u00e0 citati \u00e8 quello esposto al Museo Stefano Bardini, attribuito ad ambiente ferrarese-bolognese e datato agli inizi del Cinquecento<sup><a href=\"#footnote_33_3314\" id=\"identifier_33_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Manni, Mobili in Emilia, con una indagine sulla civilt&agrave; dell&rsquo;arredo alla corte degli Estensi, Modena 1986, p. 115.\">34<\/a><\/sup>, ma precedentemente assegnato ad ambito toscano di inizio Quattrocento<sup><a href=\"#footnote_34_3314\" id=\"identifier_34_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Pignatti, Mobili del Rinascimento, Milano 1967, p. 96.\">35<\/a><\/sup>. Ed \u00e8 questa seconda attribuzione che sembrerebbe, forse, la pi\u00f9 aderente. Confrontandolo, infatti, con i due banconi di Santa Croce e San Miniato \u00e8 possibile riscontrare alcune analogie. Anche in questo caso il fronte del mobile e suddiviso in grandi quadrati che si ripetono in maniera regolare, suddivisi a sua volta in altri quattro pi\u00f9 piccoli, due per ogni anta, decorati ciascuno da un rombo in rilievo con delle tarsie geometriche al centro; le maniglie ad anello, una per ogni sportello, sono agganciate ad una placca in ferro battuto multilobata e borchiata (<a title=\"Fig. 16. Ambito toscano, &lt;i&gt;Bancone o paratorio&lt;\/i&gt;, (part.), inizio sec. XV, Firenze, Museo Stefano Bardini, sala 16.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log16.jpg\">Fig. 16<\/a>). Un elemento molto interessante \u00e8 la cornice a dentelli, molto simile o quasi identica a quella del mobile di San Miniato, dove \u00e8 utilizzata come una sorta di cornice marcapiano, mentre qui, oltre che nella parte alta del bancone, va ad incorniciare ogni singolo modulo dando pi\u00f9 movimento all\u2019intera opera. Anche alcune <em>fuseruole, <\/em>qui applicate accanto alla cornice a dentelli nella parte esterna dei moduli, presentano gli stessi motivi decorativi del bancone di San Miniato, in particolare quella a nastro avvolto su s\u00e9 stesso, quella a zig-zag e quella a forma di stella, e anche una con ovali e piccoli triangoli, molto simile ad un\u2019altra che si trova sempre nella sagrestia di San Miniato ma in un altro arredo ligneo conservato nei due cori di notte. Altri motivi decorativi delle <em>fuseruole<\/em> che sono applicate nel mobile del museo Bardini e non a San Miniato, sono quelli a meandro e a zig-zag molto stretto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche l\u2019armadio di Santa Croce presenta gli stessi problemi di attribuzione di quello di San Miniato, a causa della perdita delle fonti documentarie. Elementi d\u2019indagine che potrebbero essere di aiuto in questi casi sono le singole modanature applicate sul mobile. L\u2019attrezzo utilizzato per realizzarle consiste in pialle apposite per modanature, con il profilo della lama in ferro sagomato secondo il disegno della cornice scelto dai vari legnaioli che le possedevano nella propria bottega. Tutti pezzi unici, quindi, che venivano realizzati su commissione e utilizzati per diversi anni fino al consumo della lama, quando, a quel punto, ne veniva fatta una nuova dal fabbro, adeguata man mano allo stile del periodo e alle richieste delle botteghe. Cos\u00ec questo elemento decorativo pu\u00f2 essere di grande aiuto per poter risalire in alcuni casi, anche se molto difficile, se non proprio all\u2019autore, quantomeno ad una bottega che utilizzava delle pialle per modanature; \u00e8 possibile fare questa ricerca tramite i confronti fra le varie cornici delle singole opere, confronti che potrebbero mettere in luce delle analogie e rivelare, nei casi pi\u00f9 fortunati, la comune provenienza di opere diverse da un\u2019unica fonte, sia essa una bottega o un singolo maestro legnaiolo. Nel nostro caso il confronto delle cornici non ha prodotto un risultato positivo in questo senso, poich\u00e9 le varie cornici hanno, s\u00ec, alcuni elementi comuni, probabilmente perch\u00e9 eseguiti nello stesso periodo, ma non \u00e8 possibile affermare che siano state prodotte da una stessa pialla. Mettendole a confronto si pu\u00f2 notare una certa somiglianza in alcuni particolari, come gusci, stondature e curve, utilizzati in maniera diversa, con motivi stilisticamente tipici del XIV e dell\u2019inizio del XV secolo, che poi passeranno in disuso (<a title=\"Fig. 17. &lt;i&gt;Profilo di cornice&lt;\/i&gt;, Bancone di sagrestia, Firenze, San Miniato al Monte.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log17.jpg\">Figg. 17<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 18. &lt;i&gt;Profilo di cornice&lt;\/i&gt;, Bancone di sagrestia, Firenze, Santa Croce.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log18.jpg\">18<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 19. &lt;i&gt;Profilo di cornice&lt;\/i&gt;, Bancone, Firenze, Museo Stefano Bardini.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/log19.jpg\">19<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>I restauri dell\u2019Ottocento<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019attuale stato dell\u2019armadio di sagrestia \u00e8 molto buono. Considerando che si tratta di un esemplare assai antico, sorprende la quasi perfetta conservazione delle diverse parti del mobile. Questo fa sorgere alcuni dubbi in merito all\u2019autenticit\u00e0 o meno di alcune parti del manufatto. L\u2019ampio arco di tempo trascorso dalla sua realizzazione non risulterebbe coerente con alcune porzioni, in particolare le tarsie a toppo, eccessivamente ben conservate per risalire alla fine del Trecento. A confermare l\u2019ipotesi vi \u00e8 la documentazione dei lavori di restauro all\u2019interno della basilica, compresa la sagrestia, nell\u2019arco di anni che va dal 1855 al 1861, quando l\u2019intero complesso monumentale, dopo anni di incuria e abbandono, necessitava di tempestivi lavori di restauro e di ristrutturazione. Vennero stanziate alcune somme di denaro da parte delle autorit\u00e0 cittadine al fine di restaurare e conservare l\u2019antico luogo di culto<sup><a href=\"#footnote_35_3314\" id=\"identifier_35_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Gurrieri &ndash; L. Berti &ndash; C. Leonardi, La Basilica&hellip;, 1988, p. 65.\">36<\/a><\/sup>. Nel 1854 fu autorizzata la tumulazione privilegiata all\u2019interno di San Miniato, per ricavare proventi da utilizzare per la custodia e il restauro della basilica. In questi anni, quindi, furono messi in opera vari interventi di ristrutturazione come il rifacimento dei tetti, il restauro dei mosaici, il rivestimento in scagliola delle colonne della navata centrale e la ricostruzione di alcuni archi e pareti<sup><a href=\"#footnote_36_3314\" id=\"identifier_36_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"All&rsquo;Archivio Storico del Comune di Firenze sono conservati due volumi, il n&deg; 10245 e il n&deg; 10254, nella quale sono registrate tutte le entrate e le uscite relative ai lavori di restauro effettuati all&rsquo;interno della basilica.\">37<\/a><\/sup>. Anche all\u2019interno della sagrestia furono eseguiti alcuni lavori, tra cui la controvetrata della finestra realizzata in vetro colorato da Raffaello Payer tra il 1860 e il 1861, e anche alcuni non in sintonia con l\u2019intento conservativo dell\u2019assetto originale dell\u2019ambiente, come la demolizione dell\u2019altare posto sotto il finestrone<sup><a href=\"#footnote_37_3314\" id=\"identifier_37_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Gurrieri &ndash; L. Berti &ndash; C. Leonardi, La Basilica&hellip;, 1988, p. 230.\">38<\/a><\/sup>. Il metodo di intervento sulle opere architettoniche impiegato nell\u2019Ottocento non aveva la sensibilit\u00e0, la consapevolezza e il livello tecnico-scientifico dei decenni successivi. Per questo motivo, spesso venivano utilizzate delle tecniche ormai obsolete e talvolta dannose per le opere, e non vi era una coscienza tale da agire nel rispetto dell\u2019oggetto danneggiato. Sostituire alcune parti senza pensare principalmente al loro recupero e mantenimento era una consuetudine che veniva abitualmente messa in pratica senza alcun problema. L\u2019intento principale era quello di ridare all\u2019opera un bell\u2019aspetto anche a costo di eliminare alcune parti originali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante la ristrutturazione ottocentesca della basilica, anche l\u2019armadio di sagrestia, il quale molto probabilmente non doveva presentarsi in buone condizioni, venne sottoposto a un pesante e invasivo intervento di restauro. I lavori furono eseguiti tra il 1857 e il 1861, principalmente dal doratore e verniciatore Giovanni Bianchi, con il contributo di Luigi Bondi stipettaio. Giovanni Bianchi era uno degli esponenti di una prestigiosa famiglia, i Bianchi appunto, interamente impegnata nella bottega a conduzione familiare di doratura e verniciatura che aveva la sua sede principale in Oltrarno, in via Sant\u2019Agostino vicino la basilica di Santo Spirito<sup><a href=\"#footnote_38_3314\" id=\"identifier_38_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Chiarugi, Botteghe di Mobilieri in Toscana, II, Firenze 1994, p. 421.\">39<\/a><\/sup>. L\u2019attivit\u00e0 venne avviata da Giuseppe di Jacopo Bianchi doratore, e tramandata ai suoi numerosi figli, tra cui il primogenito Francesco, colui che divent\u00f2 uno dei pi\u00f9 importanti doratori e verniciatori della Firenze ottocentesca, poich\u00e9 collabor\u00f2 spesso con la Corte lorenese, operando all\u2019interno della Guardaroba e compiendo molti lavori a Palazzo Pitti<sup><a href=\"#footnote_39_3314\" id=\"identifier_39_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">40<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giovanni Bianchi, uno dei fratelli di Francesco, nacque a Firenze il 21 giugno 1806 e intraprese anche lui l\u2019attivit\u00e0 di doratore nella bottega di famiglia che nell\u2019Ottocento era una delle pi\u00f9 importanti del settore a Firenze. Il suo operato all\u2019interno della basilica di San Miniato non \u00e8 rivolto solo all\u2019armadio della sagrestia, ma principalmente al restauro delle capriate lignee e dei dipinti murali. Nei documenti conservati presso l\u2019Archivio Storico del Comune di Firenze, in due registri, uno dell\u2019<em>Amministrazione della Necropoli <\/em>e l\u2019altro di <em>Entrate e uscite<\/em>, sono annotati diversi pagamenti effettuati al Bianchi a partire dal 7 luglio 1857, in cui viene pagato per numerosi interventi, come per esempio il 9 Giugno del 1958 vennero \u00abpagati a Giovanni Bianchi Doratore e Verniciatore in conto dei restauri fatti e da fare ai cavalletti del soffitto della Basilica, come da ricevuta n\u00b0 9. \u00a3 600<em>.<\/em>\u00bb<sup><a href=\"#footnote_40_3314\" id=\"identifier_40_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASCF, 10245, filza 26, Necropoli di S. Miniato al Monte. Affari diversi, 1858, 9 giugno.\">41<\/a><\/sup>. I pagamenti relativi al restauro dell\u2019armadio cominciano il 1\u00b0 maggio 1859 quando si saldarono al doratore \u00a3 553 \u00abper dorature fatte ai banchi di Sagrestia\u00bb<sup><a href=\"#footnote_41_3314\" id=\"identifier_41_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASCF, 10245, filza 26, Necropoli di S. Miniato al Monte. Affari diversi,1859, 1 maggio.\">42<\/a><\/sup> e per altri lavori al soffitto della basilica. Nei registri le somme relative al pagamento della doratura e restauro dei banconi, sono sempre associate ad altri tipi di lavori, soprattutto ai tetti; per cui il suo intervento al mobile non \u00e8 avvenuto in maniera continuativa, ma in parallelo ad altri lavori che eseguiva all\u2019interno della basilica. Per questo motivo i pagamenti del lavoro sugli armadi vennero effettuati per molto tempo, quasi per due anni in maniera cadenzata, fino al 1\u00b0 giugno 1861, e, per questo motivo, non \u00e8 possibile quantificare in maniera specifica il costo del restauro del bancone, per un totale quasi \u00a3 7.000,00.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019elenco dei pagamenti si fa riferimento sempre e solo alla doratura dei banconi, anche se l\u2019unica parte dorata \u00e8 il sopraccielo, forse perch\u00e9 trattandosi di semplici registri si faceva un riferimento molto generico per giustificare il pagamento, senza scendere nei dettagli del lavoro svolto che invece dovevano essere dettagliati nel contratto o in altri documenti non pervenuti fino a noi. La somma pagata a Luigi Bondi \u00e8 molto pi\u00f9 modesta, ma si riferisce al solo intervento del restauratore sull\u2019armadio. Il 3 dicembre 1860 compare in un registro un unico pagamento di \u00a3 354,90 a Luigi Bondi stipettaio, \u00abin saldo di spese accorse nel restauro dei banchi della sagrestia, opera fatta dal medesimo in tal lavoro e altri lavori di legnaiolo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_42_3314\" id=\"identifier_42_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ASCF, 10254, Libro di entrata e uscita dal 21 Febbraio 1860 al 19 Marzo 1867. La 1&deg; per incassi di tumulazioni, la 2&deg; per spese per le tumulazioni e per i restauri della basilica, 1860, 3 dicembre.\">43<\/a><\/sup>. Cosa abbia fatto concretamente il Bianchi e cosa il Bondi non lo sappiamo, possiamo sicuramente attribuire al primo la doratura del sopraccielo, e al secondo, in funzione della sua professione di stipettaio, l\u2019assetto generale del bancone con il riallineamento degli sportelli, la sostituzione delle viti, delle maniglie<sup><a href=\"#footnote_43_3314\" id=\"identifier_43_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le maniglie sembrerebbero autentiche, sono state cambiate solo le viti.\">44<\/a><\/sup> e quello delle cerniere. In merito a queste ultime \u00e8 possibile notare nella parte interna degli sportelli, in basso e in alto della zona vicina allo stipite, i fori stuccati dove erano ancorate le originali cerniere medievali con gangheri ad ago, e questo testimonia che gli sportelli non sono stati cambiati, ma solo rassettati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il resto del bancone \u00e8 quello originale. Il dubbio si pone per alcune parti della spalliera e in particolare sulle tarsie a toppo, troppo lisce e perfette rispetto anche ai pannelli in cui sono incastonate, che presentano alcuni fori e tarlature che si interrompono improvvisamente sulla tarsia, e questo \u00e8 poco probabile che si verifichi. Considerando i documenti, la cifra spesa \u00e8 modesta. Stando a questi pagamenti \u00e8 possibile sostenere che fu fatto poco, forse solo incollaggi e qualche sostituzione. Ma a guardare lo stato attuale delle tarsie si potrebbe propendere per un restauro abbastanza invasivo con molti rifacimenti. Quindi non \u00e8 da escludere il rifacimento, forse parziale, delle tarsie a imitazione di quelle originali, incollate al posto di queste e spianate con la rasiera o pialletto<sup><a href=\"#footnote_44_3314\" id=\"identifier_44_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La rasiera o pialletto &egrave; un attrezzo ricavato da una lamina di acciaio di spessore fino a 2\/3mm al massimo, molto affilato sui bordi, che si utilizza per asportare sottili strati di legno o il film di vernice su un pezzo da riverniciare.\">45<\/a><\/sup> per essere portate allo stesso livello del pannello antico. Sorprende per\u00f2 la presenza della quercia nera (le parti scure delle tarsie) non utilizzata nell\u2019Ottocento. Le ipotesi sono diverse: che sia originale, oppure che sia legno verniciato per renderlo simile alla quercia fossile. L\u2019intera superficie del mobile venne sicuramente raschiata con la rasiera per eliminare la patina di sporco che sicuramente si era accumulato sulle superfici, e successivamente trattata con metodi molto aggressivi e nocivi, per \u201cpulire\u201d i residui e la sporcizia del mobile, come l\u2019utilizzo dell\u2019idrossido di sodio, comunemente conosciuto come soda caustica, sostanza molto corrosiva. Ancora oggi l\u2019armadio porta i segni di questa pulitura, delle macchie scure di varia intensit\u00e0, sparse su tutta la superficie del mobile<sup><a href=\"#footnote_45_3314\" id=\"identifier_45_3314\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per l&rsquo;analisi tecnica e stilistica del mobile sono stati molto preziosi i pareri e i consigli del professore e restauratore Simone Chiarugi che qui desidero ringraziare.\">46<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante l\u2019intervento di restauro, per\u00f2, l\u2019armadio della sagrestia di San Miniato rimane un importante esempio di arredo ligneo da sagrestia tipico del tardo Medioevo, con uno stile tipicamente fiorentino, e, inoltre, uno dei pochi esemplari che ancora oggi conserva, anche se un po\u2019 alterata nel corso dei secoli, la struttura medievale originaria.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3314\" class=\"footnote\">A. Sapori, <em>Alberti Benedetto<\/em> (<em>ad vocem)<\/em>, in <em>Dizionario biografico degli italiani<\/em>, I, Roma 1960, (consultato online in http\/www.treccani.it).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3314\" class=\"footnote\">Il tumulto dei Ciompi fu una rivolta popolare di natura economico-sociale, avvenuta tra il giugno e l\u2019agosto del 1378. Stanchi dei soprusi dell\u2019oligarchia al potere, i ciompi, ovvero gli operai salariati delle manifatture tessili che rappresentavano uno dei gradini pi\u00f9 bassi della scala sociale dell\u2019epoca, con una sommossa occuparono il Palazzo dei Priori chiedendo il diritto di associazione e la partecipazione alla vita pubblica cittadina. Il tumulto ebbe buon esito. Riuscirono, infatti, a eleggere come gonfaloniere un loro rappresentante, Michele di Lando, e ottennero la creazione di tre nuove Arti, quella dei Ciompi, quella dei Farsettai e quella dei Tintori, per rappresentare i ceti pi\u00f9 bassi della societ\u00e0 fiorentina, e, inoltre, la partecipazione di tutte la Arti al governo cittadino. Cfr. M. Luzzati, <em>Firenze e la Toscana nel Medioevo. Seicento anni per la costruzione di uno Stato<\/em>, Torino 1986, pp. 162 e sgg.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3314\" class=\"footnote\">A. Sapori, <em>Alberti Benedetto<\/em> (<em>ad vocem)<\/em>, in <em>Dizionario biografico<\/em>\u2026, 1960 (consultato online in http\/www.treccani.it).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3314\" class=\"footnote\">L. Passerini, <em>Gli Alberti di Firenze. Genealogia Storia e documenti<\/em>, Firenze 1869, p. 193.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3314\" class=\"footnote\">A.S.F. <em>Diplomatico<\/em>, pergamene secc. VIII-XIV, <em>11 luglio 1387. S. Maria degli Angioli (camaldolesi) \u2013 Firenze<\/em>. Il documento in pergamena fu redatto a Genova nella casa di Benedetto dei Lomellini ed \u00e8 consultabile online sul sito ufficiale dell\u2019Archivio di Stato di Firenze, http:\/\/www.archiviodistato.firenze.it.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3314\" class=\"footnote\">T. Loughman, <em>S<\/em><em>pinello Aretino, Benedetto Alberti, and the Olivetans: late Trecento patronage at San Miniato al Monte<\/em>, New Jersey 2003, p. 203. La salma di Benedetto Alberti fu portata a Firenze e sepolta nella basilica di Santa Croce.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3314\" class=\"footnote\">T. Loughman, <em>S<\/em><em>pinello Aretino<\/em>\u2026, 2003, p. 218.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3314\" class=\"footnote\">T. Loughman, <em>S<\/em><em>pinello Aretino<\/em>\u2026, 2003, p. 216.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3314\" class=\"footnote\">P. Franceschini, <em>San Miniato al Monte<\/em>, in \u201cNuovo Osservatore Fiorentino\u201d, XXII, Firenze 1885, pp. 173, 174. Questa tipologia di committenza si ricollegherebbe ad una tradizione lunga e molto diffusa soprattutto nel Medioevo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3314\" class=\"footnote\">F. Gurrieri &#8211; L. Berti &#8211; C. Leonardi, <em>La Basilica di San Miniato al Monte a Firenze<\/em>, Firenze 1988, p. 230.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3314\" class=\"footnote\">T. Loughman, <em>S<\/em><em>pinello Aretino<\/em>\u2026, 2003, p. 248.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3314\" class=\"footnote\">Gregorio Magno fu il primo monaco ad essere eletto papa e l\u2019autore della prima biografia della vita di San Benedetto scritta tra il 593 e il 594 e pubblicata all\u2019interno della sua opera <em>I Dialoghi<\/em>; la <em>Legenda Aurea<\/em> \u00e8 una raccolta medievale di biografie agiografiche in latino composta dal frate domenicano Jacopo da Varazze (o da Varagine) dal 1260 al 1298. Le due opere costituiscono le fonti pi\u00f9 antiche e attendibili della vita di San Benedetto. [1] F. Gurrieri, L. Berti, C. Leonardi, <em>La Basilica<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988, p. 217.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3314\" class=\"footnote\">F. Gurrieri, L. Berti, C. Leonardi, <em>La Basilica<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988, p. 217.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3314\" class=\"footnote\">M. Haines<em>, La Sacrestia delle Messe del Duomo di Firenze<\/em>, Firenze 1983, pp. 56 e 59.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3314\" class=\"footnote\">A. Wilmering, <em>Lo Studiolo di Federico da Montefeltro. Le tarsie rinascimentali e il restauro e il restauro dello studiolo di Gubbio<\/em>, Milano 2007, p. 68.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3314\" class=\"footnote\">Le <em>fuseruole<\/em> furono molto utilizzate nel Medioevo per decorare principalmente parti di mobili lineari e per riquadrare pannelli intarsiati di mobili o stalli di coro, con dei motivi generalmente geometrici e in molti casi con effetti tridimensionali.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3314\" class=\"footnote\">A.S.F., <em>Diplomatico<\/em>, pergamene secc. VIII-XIV, <em>11 luglio 1387. S. Maria degli Angioli (camaldolesi) \u2013 Firenze<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova<\/em>, Carte del Monastero dell\u2019Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de\u2019 frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3314\" class=\"footnote\">Ancora oggi \u00e8 possibile osservare una parte dell\u2019antico passaggio dalla parte del chiostro, di cui si \u00e8 conservata una piccola nicchia non molto profonda che ha la sagoma di una porticina.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, <\/em>Carte del Monastero dell\u2019Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de\u2019 frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3314\" class=\"footnote\">Montici \u00e8 una delle colline attorno Firenze nei pressi del Pian dei Giullari appartenente al quartiere di Gavinana-Galluzzo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, <\/em>Carte del Monastero dell\u2019Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de\u2019 frati di S. Miniato 1466-1483, f. 12r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Archivio del Regio Arcispedale di S. Maria Nuova, <\/em>Carte del Monastero dell\u2019Arcangelo S. Raffaello, 17, Ricordi de\u2019 frati di S. Miniato 1466-1483, f. 11v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3314\" class=\"footnote\">Le Carte Strozziane sono una raccolta di documenti compiuta dal senatore Carlo Strozzi nel XVII secolo. In particolare sono preziose quelle relative all\u2019arte di Calimala il cui archivio \u00e8 andato interamente distrutto in un incendio.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Carte Strozziane<\/em>, s. II, 51.2, f. 112r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3314\" class=\"footnote\">ASF, <em>Carte Strozziane<\/em>, s. II, 51.2, f. 120v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3314\" class=\"footnote\"><em>Ibidem.<\/em><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3314\" class=\"footnote\">Il riferimento agli armadi \u00e8 riportato in maniera specifica in: K. Frey, <em>Le vite de&#8217; piu eccellenti pittori scultori e architetti scritte da Giorgio Vasari pittore et architetto Aretino<\/em>, vol. 1, Monaco 1911, p. 326, <em>\u201cSagrestia di S. Miniato si fa di nuovo. Armadi\u00a0 si fanno di nuovo come i primi\u201d<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3314\" class=\"footnote\">BML, Manoscritto Ashb.644, c. 46 v.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3314\" class=\"footnote\">M. Haines<em>, La Sacrestia<\/em>\u2026, 1983, p. 27 nota 17.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3314\" class=\"footnote\">L. Marcucci, <em>Per gli armarij della sacrestia di Santa Croce<\/em>, in \u00abMitteilungen des Kunsthistoriches Institutes in Florenz\u00bb, IX, 1960, p. 152.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3314\" class=\"footnote\">Cfr. G. Giura, <em>Storie di Cristo e di San Francesco<\/em>, in <em>L\u2019arte di Francesco. Capolavori d\u2019arte italiana e terre d\u2019Asia dal XIII al XV secolo<\/em>, catalogo della mostra (Firenze, 31 marzo \u2013 11 ottobre 2015), a cura di A. Tartuferi, F. D\u2019Arelli, Firenze 2015, pp. 284-295.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3314\" class=\"footnote\">G. Giura, <em>Storie di Cristo<\/em>\u2026, in <em>L\u2019arte di Francesco<\/em>\u2026, 2015, p. 290.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3314\" class=\"footnote\">G. Manni, <em>Mobili in Emilia, con una indagine sulla civilt\u00e0 dell&#8217;arredo alla corte degli Estensi,<\/em> Modena 1986, p. 115.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3314\" class=\"footnote\">T. Pignatti, <em>Mobili del Rinascimento<\/em>, Milano 1967, p. 96.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3314\" class=\"footnote\">F. Gurrieri &#8211; L. Berti &#8211; C. Leonardi, <em>La Basilica<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988, p. 65.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_3314\" class=\"footnote\">All\u2019Archivio Storico del Comune di Firenze sono conservati due volumi, il n\u00b0 10245 e il n\u00b0 10254, nella quale sono registrate tutte le entrate e le uscite relative ai lavori di restauro effettuati all\u2019interno della basilica.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_3314\" class=\"footnote\">F. Gurrieri &#8211; L. Berti &#8211; C. Leonardi, <em>La Basilica<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988, p. 230.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_3314\" class=\"footnote\">S. Chiarugi, <em>Botteghe di Mobilieri in Toscana<\/em>, II, Firenze 1994, p. 421.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_3314\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_3314\" class=\"footnote\">ASCF, 10245, filza 26, <em>Necropoli di S. Miniato al Monte. Affari diversi<\/em>, 1858, 9 giugno.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_3314\" class=\"footnote\">ASCF, 10245, filza 26, <em>Necropoli di S. Miniato al Monte. Affari diversi<\/em>,1859, 1 maggio.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_3314\" class=\"footnote\">ASCF, 10254, <em>Libro di entrata e uscita dal 21 Febbraio 1860 al 19 Marzo 1867. La 1\u00b0 per incassi di tumulazioni, la 2\u00b0 per spese per le tumulazioni e per i restauri della basilica<\/em>, 1860, 3 dicembre.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_3314\" class=\"footnote\">Le maniglie sembrerebbero autentiche, sono state cambiate solo le viti.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_3314\" class=\"footnote\">La rasiera o pialletto \u00e8 un attrezzo ricavato da una lamina di acciaio di spessore fino a 2\/3mm al massimo, molto affilato sui bordi, che si utilizza per asportare sottili strati di legno o il film di vernice su un pezzo da riverniciare.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_3314\" class=\"footnote\">Per l\u2019analisi tecnica e stilistica del mobile sono stati molto preziosi i pareri e i consigli del professore e restauratore Simone Chiarugi che qui desidero ringraziare.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_3314\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>francescologioco7@gmail.com L\u2019armadio di sagrestia della Basilica di San Miniato al Monte di Firenze DOI: 10.7431\/RIV18012018 La chiesa di San Miniato al Monte si innalza sul <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3314\" title=\"Francesco Lo Gioco\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3406,"menu_order":2,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3314"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3314"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3314\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3416,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3314\/revisions\/3416"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3406"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3314"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}