{"id":3127,"date":"2018-06-29T20:19:04","date_gmt":"2018-06-29T20:19:04","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3127"},"modified":"2018-12-29T20:20:11","modified_gmt":"2018-12-29T20:20:11","slug":"anastazja-buttitta","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3127","title":{"rendered":"Anastazja Buttitta"},"content":{"rendered":"<p>anastazja_bt@yahoo.it<\/p>\n<h3>La nascita di un gioiello, il Moretto Veneziano*<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV17042018<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si vuole qui analizzare un tema fondamentale della iconografia veneziana durante la prima et\u00e0 moderna, il Moro, ovvero l\u2019uomo nero. Da questo soggetto nascer\u00e0 un gioiello tipico per la produzione orafa veneziana, il cosiddetto Moretto Veneziano, di cui finora non \u00e8 mai stata indagata l\u2019origine e lo sviluppo a partire dalla Prima et\u00e0 moderna. A tal fine si presenteranno alcuni oggetti inediti, provenienti dai depositi del Museo Correr di Venezia. Attraverso la storia complessa di questo ornamento, si illustrer\u00e0 l\u2019amore di Venezia per l\u2019esotismo e le profonde connessioni tra Venezia, la cultura classica, le Isole Maggiori italiane e la Germania. Inoltre, si cercher\u00e0 di utilizzarlo quale spunto per esaminare l\u2019atteggiamento della Serenissima verso schiavi e persone di colore, per poi fare dei raffronti con i gioielli chiamati Blackamoors nel resto d\u2019Europa.<br \/>\nLa figura dell\u2019uomo di colore nell\u2019arte rinascimentale \u00e8 un soggetto iconografico complesso e sempre pi\u00f9 discusso. In questo studio si vuole esaminare il tema dell\u2019uomo africano nel contesto delle arti decorative veneziane prendendo tuttavia le distanze dalle controversie contemporanee riguardanti i gioielli chiamati Blackamoors, che rappresentano gli uomini africani quali schiavi e sono quindi percepiti quali oggetti razzisti. Al fine di comprenderne la vera natura, si devono porre questi monili nel loro originale contesto culturale ed etico, cio\u00e8 quello di Venezia nella Prima et\u00e0 moderna.<br \/>\nQuesta, per certo, \u00e8 una delle tante prospettive che si possono adottare per l\u2019analisi dei neri raffigurati assai di frequente nelle arti decorative veneziane, oltre che nei dipinti e nella statuaria. Durante la prima et\u00e0 moderna, i neri venivano rappresentati in svariate forme dagli artigiani locali, di cui la produzione lignea di Andrea Brustolon (1662-1732) \u00e8 solo uno dei tanti esiti<sup><a href=\"#footnote_0_3127\" id=\"identifier_0_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Questo articolo &egrave; parte della mia ricerca di dottorato &ldquo;Venetian  Jewellery: Art and Society (1400-1600)&rdquo; presentata presso la Ben-Gurion  University of the Negev a giugno 2018, supervisor prof. Nirit Ben-Aryeh  Debby, co-supervisor prof. Dora Liscia Bemporad. Per una storia della produzione di Andrea Brustolon, vedi: G. Biasuz, M.G. Buttignon, Andrea Brustolon, Venezia 1969; Andrea Brustolon. Il Michelangelo del Legno, a cura di A.M. Spiazzi, M. De Grassi, G. Galasso, Milano 2009; Andrea Brustolon at the Ca&rsquo; Rezzonico, in &ldquo;Bollettino dei Musei Civici Veneziani&rdquo;, n.4, annata VIII, 1963, pp. 18-25.\">1<\/a><\/sup>. Tuttavia, nel gioiello, con il tempo, vedremo un diverso atteggiamento verso l\u2019uomo di colore, non pi\u00f9 schiavo o servitore ma principe orientale e guerriero.<br \/>\nVenezia era una citt\u00e0 che faceva da ponte tra l\u2019Europa, il Mediterraneo e il mondo orientale e che andava fiera del proprio cosmopolitismo. Questo potrebbe servire per la comprensione della produzione di piccole teste in pietra presenti nei musei. Nel nostro studio, sono apparsi numerosi quelli conservati nel deposito del Museo Correr, dei \u201cMoretti\u201d lavorati con virtuosismo e precisione nella pietra, dove le diverse sfumature del minerale sono usate per rappresentare nel dettaglio i loro abiti e i tratti fisionomici. Sono parte di una collezione ben pi\u00f9 ampia di piccoli busti (tra i 3 e i 5 cm) in cui quelli degli imperatori romani sono la parte pi\u00f9 cospicua. Non sappiamo molto di questa collezione, solo che fu donata da Teodoro Correr (1750-1830) stesso, e la datazione degli oggetti potrebbe risalire alla fine del XV e gli inizi del XVI secolo. Con molta probabilit\u00e0 la collezione di busti era pensata per essere inserita in uno studiolo ligneo del quale \u00e8 rimasto solo un disegno negli archivi del Correr<sup><a href=\"#footnote_1_3127\" id=\"identifier_1_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ringrazio l&rsquo;amico e collega Andrea Donati e il direttore del Museo Correr di Venezia, Andrea Bellieni, per avermi aiutata in questa ricerca &ldquo;di magazzino&rdquo;.\">2<\/a><\/sup>.<br \/>\nAttraverso questi inediti monili osserviamo un interesse per la fisionomia dell\u2019uomo africano e una necessit\u00e0 di fare di questi busti da studiolo, dei piccoli ornamenti, pendenti o spille. Come il piccolo di misura mezzo busto di africano (<a title=\"Fig. 1. Busto di uomo africano, Venezia, XV-XVI sec., Museo Correr.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but01.jpg\">Fig. 1<\/a>), ma dallo stile monumentale, dove la profonda sfumatura del nero della pietra viene impiegata per rappresentarne i capelli ricci; mentre la tonalit\u00e0 chiara dello strato superiore del minerale viene adoperata per creare un turbante. In cima alla testa, notiamo un gancio e un anello che serviva a indossare il mezzo busto come un pendente.<br \/>\nSecondo busto della collezione Correr (<a title=\"Fig. 2. Testa di uomo africano, Venezia, XV-XVI sec., Museo Correr.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but02.jpg\">Fig. 2<\/a>), \u00e8 una piccola testa di ragazzo africano; anche qui si nota il sapiente uso della pietra, sfruttata per creare le fattezze e il costume del soggetto. La testa dai minuziosi dettagli \u00e8 stata montata in oro e corredata da uno spillo, per essere usata come ornamento.<br \/>\nTerzo esempio \u00e8 la testa dell\u2019uomo orientale, forse un saraceno (<a title=\"Fig. 3. Testa di uomo orientale, Venezia, XV-XVI sec., Museo Correr.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but03.jpg\">Fig. 3<\/a>), dove la barba e i capelli ricci sono i principali protagonisti; sulla testa un originale ed elaborato turbante \u00e8 creato virtuosamente grazie alle caratteristiche cromatiche della pietra impiegata.<br \/>\nQuarto e ultimo esempio dai depositi del Museo Correr (<a title=\"Fig. 4. Testa di giovane Moro, Venezia, XV-XVI sec., Museo Correr.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but04.jpg\">Fig. 4<\/a>) \u00e8 la minuscola testa di soli 2 cm, fornita di gancio per pendente, di un giovane africano o orientale. Anche qui, come nei tre esempi precedenti, non pu\u00f2 mancare il turbante, usato per sottolineare l\u2019esotismo dei personaggi e indentificarli come \u201cMori\u201d.<br \/>\nIl termine \u201cMoro\u201d denotava nell\u2019Italia del XV secolo una persona non originaria della Penisola Italiana, qualcuno dalla pelle scura, non esclusivamente un africano, ma anche un musulmano del Nord-Africa o un Turco. La parola \u201cMoro\u201d stessa poteva quindi assumere diverse connotazioni e sfumature; tuttavia non ci sono pervenute testimonianze che tale attributo avesse una accezione negativa o dispregiativa. Nel XVI secolo, la parola aveva perso il suo significato religioso, per indicare solamente un musulmano e in generale un africano o un ottomano. Come ha sottolineato Kate Lowe, esperta di popolazioni africane nell\u2019Europa rinascimentale, la parola non portava con s\u00e9 nessuna indicazione di etnia o specifico colore della pelle, tant\u2019\u00e8 che a Venezia il cognome Moro divenne molto diffuso; si conosce, per esempio, il doge Cristoforo Moro (1390-1471) eletto nel 1462<sup><a href=\"#footnote_2_3127\" id=\"identifier_2_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"K. Lowe, Visible Lives: Black Gondoliers and Other Black Africans in Renaissance Venice, in &ldquo;Renaissance Quarterly&rdquo;, 66, No. 2, pp. 412-452.\">3<\/a><\/sup>.<br \/>\nLa studiosa ha anche analizzato i dipinti veneziani, dove si notano uomini africani, in particolare Il miracolo della Vera Croce al Ponte di Rialto e Caccia in laguna del Carpaccio, e Il miracolo della Vera Croce al Ponte di San Lorenzo di Gentile Bellini, cos\u00ec come la storia di queste genti a Venezia, constatando come, in tutta la complessit\u00e0 e sovente anche crudelt\u00e0 della situazione, la Serenissima sia stata un luogo s\u00ec di schiavit\u00f9 nelle case dei patrizi, ma anche luogo di integrazione per le popolazioni africane. Infatti, la schiavit\u00f9 a Venezia poteva essere un momento di passaggio nella vita di un africano, poich\u00e9 alla morte del \u201cpadrone\u201d o alla scadenza dell\u2019accordo, secondo la legge, si veniva liberati da tale condizione. Visto che la Serenissima, a causa del suo sistema lagunare complesso e fondamentale per l\u2019economia della citt\u00e0, aveva un bisogno costante di forza lavoro, la gran parte degli uomini africani divenuti liberi, venivano impiegati come gondolieri, diventando cos\u00ec membri sostanziali della struttura cittadina<sup><a href=\"#footnote_3_3127\" id=\"identifier_3_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"K. Lowe, Visible Lives&hellip;, pp. 412-452.\">4<\/a><\/sup>.<br \/>\nCome gi\u00e0 detto Venezia era una citt\u00e0 multiculturale, uno dei porti pi\u00f9 importanti del mondo, dove arrivavano persone di qualsiasi origine e dove arrivavano anche schiavi, che in Italia venivano solitamente impiegati come domestici e valletti.<br \/>\nGli schiavi giungevano in Europa attraverso due vie principali: dal Mediterraneo Orientale e dall\u2019Africa settentrionale oppure dalla costa occidentale africana. Inoltre, un consistente numero di schiavi neri inizi\u00f2 ad arrivare in Europa con i trasporti portoghesi di africani dall\u2019Africa Orientale nel Quattro e Cinquecento; mentre prima della caduta di Costantinopoli, nel 1453, gran parte degli schiavi proveniva dall\u2019Ucraina, in seguito sostituiti da Circassi, Turchi e Mori<sup><a href=\"#footnote_4_3127\" id=\"identifier_4_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">5<\/a><\/sup>.<br \/>\nGli schiavi neri in Italia meridionale arrivavano da Tripoli, conquistata nel 1510 dagli Spagnoli, ed erano simbolo di distinzione sociale. Nel Meridione, in particolare, l\u2019influenza lasciata in eredit\u00e0 dalle leggi di Federico II in Sicilia (1310) dava un senso di dignit\u00e0 e alcuni diritti agli africani che facevano da servitori. Inoltre, i Gesuiti, seguendo le direttive del Concilio di Trento, si attivavano per la loro conversione e integrazione nella societ\u00e0 cristiana<sup><a href=\"#footnote_5_3127\" id=\"identifier_5_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"N.H. Minnich, The Catholic Church and the pastoral care of black Africans in Renaissance Italy, in Black Africans in Renaissance Europe, Cambridge 2005, pp. 280-300.\">6<\/a><\/sup>.<br \/>\nGiorgio Brognolo, agente di Isabella d\u2019Este a Venezia, conosceva bene la moda dei servitori neri a seguito della sua permanenza a Napoli. Fece cos\u00ec da tramite, nel Settentrione, per Isabella, molto interessata ad avere giovani ragazze di pelle nera alla sua corte, veri e propri accessori umani per il suo diletto, come dimostrato anche dai quadri che commissionava al Mantegna. I neri arrivano a Ferrara da Venezia, e Isabella chiese quindi al suo agente Brognolo, il 1\u00b0 maggio 1491, di procurarle \u201cuna moreta\u201d dell\u2019et\u00e0 tra un anno e un quarto e quattro anni, dalla pelle pi\u00f9 scura possibile. Isabella aveva gi\u00e0 una ragazza africana alla sua corte e da uno scambio di lettere con la cognata Anna Sforza veniamo a sapere che quest\u2019ultima aveva invitato nel suo letto una giovane ancella africana quando questa era ammalata. Isabella prese una bambina nera di due anni in un orfanotrofio veneziano e apr\u00ec trattative per ottenere un bambino nero, schiavo presso una famiglia veneziana. Nel 1497 Isabella acquistava anche una bambina schiava nera per sua sorella Chiara<sup><a href=\"#footnote_6_3127\" id=\"identifier_6_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.H.D. Kaplan, Isabella d&rsquo;Este and black African women, in Black Africans&hellip;, 2005, pp. 134-135.\">7<\/a><\/sup>.<br \/>\nDallo scambio di lettere analizzato dal Kaplan, comprendiamo come i bambini neri, tutti in arrivo da Venezia, fossero percepiti quali gingilli esotici, sia schiavi che servitori. Ovviamente il colore della pelle contava, fornendo cos\u00ec una connotazione razziale; per\u00f2, dai documenti si potrebbe dedurre che la pelle nera era pi\u00f9 che altro simbolo di esotismo e non per forza di inferiorit\u00e0. Il padre di Isabella, Ercole d\u2019Este, aveva all\u2019epoca stabilito l\u2019uso di lavare i piedi il Gioved\u00ec Santo a 6 o 9 monaci etiopi sulla via del loro pellegrinaggio a Roma.<br \/>\nCome gi\u00e0 accennato, Isabella d\u2019Este era la protettrice di Andrea Mantegna, autore della prima pittura importante in Italia Settentrionale L\u2019adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi) eseguita nel 1464, commissionata per la corte di Mantova, dove vediamo uno dei re magi nero con una corte di africani<sup><a href=\"#footnote_7_3127\" id=\"identifier_7_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.H.D. Kaplan, Isabella d&rsquo;Este&hellip;, in Black Africans&hellip;, 2005, p. 131.\">8<\/a><\/sup>. \u00c8 importante qui ricordare che Mantegna influenz\u00f2 anche i pittori veneti quali Giorgione e Tiziano; si veda il Ritratto Laura Dianti con il suo paggetto del 1523 (Svizzera, Collezione Privata) &#8211; dove l\u2019amante del fratello di Isabella, Alfonso, viene ritratta con un giovane ragazzo africano, uno dei molti servitori neri alla sua corte; o Diana e Atteone del 1559 (Londra, National Gallery), dove uno dei principali elementi decorativi \u00e8 la figura di un servitore nero dal fascino esotico; e Veronese che scelse di rappresentare un\u2019ancella nera nei quadri dove si narrava la storia di Giuditta e Oloferne.<br \/>\nLa scelta di rappresentare i mori come uomini africani e la loro successiva popolarit\u00e0 nell\u2019ambito delle arti decorative e dell\u2019oreficeria in particolare, possono essere collegate, inoltre, al culto tedesco di San Maurizio e alla creazione tardo medievale dell\u2019iconografia legata al Re Mago Baldassarre, anche questa una influenza della Germania su Venezia, collegate da una fitta rete commerciale e culturale.<br \/>\n\u00c8 stato provato, sempre dal Kaplan, che l\u2019uso di rappresentare Baldassare, uno dei re Magi come uomo africano provenisse dalla Germania e dalla Boemia, dove l\u2019iconografia si era sviluppata tra il 1350 e il 1450, giungendo a Venezia alla fine del Quattrocento<sup><a href=\"#footnote_8_3127\" id=\"identifier_8_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">9<\/a><\/sup>. E fu con Tiziano che il Re Magio africano entrava appieno nell\u2019iconografia veneziana diventando soggetto popolare, come il pi\u00f9 giovane dei tre re; qui vale la pena ricordare che le teste di moro del Museo Correr rappresentano uomini giovani, mentre i primi quadri veneti avevano rappresentato il re mago Baldassarre anziano, saggio e con la barba (si veda Lazzaro Bastiani, <em>Adorazione dei Magi<\/em>, 1470-79, New York, Frick Collection)<sup><a href=\"#footnote_9_3127\" id=\"identifier_9_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.H.D. Kaplan, The rise of the Black Magus in Western Art, Ann Arbor 1985, p. 161.\">10<\/a><\/sup>.<br \/>\nBaldassarre \u00e8 un elemento iconografico fondamentale nella tradizione medievale boema e tedesca, dove si narrava dei tre Re in arrivo da parti diverse del mondo, retaggio della tradizione legata alla regina di Saba giunta alla corte del saggio re Salomone dall\u2019Etiopia<sup><a href=\"#footnote_10_3127\" id=\"identifier_10_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ringrazio Catherine Kovesi e Ariel David per avermi fatto notare questo ulteriore elemento legato al Moretto Veneziano.\">11<\/a><\/sup>. Anche questa era una influenza della corte di Federico II sull\u2019immaginario di Germania e Boemia e successivamente di Venezia.<br \/>\nL\u2019Adorazione dei Magi \u00e8 una storia evangelica approfondita in seguito, nell\u2019Alto Medioevo, dai Padri della Chiesa, quando se ne stabil\u00ec il numero (3) e la provenienza da Oriente. I Re Magi erano il simbolo delle genti pagane che accettavano la venuta del Messia e lo adoravano. Nel Medioevo la produzione letteraria e iconografica sui Magi crebbe in maniera imponente, grazie a vere e proprie saghe e ai vangeli apocrifi, creando storie fantasiose. Il cristianesimo orientale aveva tramandato la leggenda di Adamo che aveva lasciato in una caverna, per il figlio Set, oro, argento e mirra, da portare al Messia nel momento in cui fosse apparso un astro straordinario. Il veneziano Marco Polo nel XIII secolo, parlava della citt\u00e0 di Sava (da lui chiamata Saba) dove sarebbero stati sepolti i Magi. Dai mosaici di Sant\u2019Apollinare in Classe a Ravenna del VI secolo, dove i tre re erano vestiti in abiti persiani, si passer\u00e0 nel X secolo a rappresentarli come sovrani con corone. Lo scritto delle pseudo-Beda del XII secolo, definendo Baldassarre \u201cfuscus\u201d (oscuro, fosco, nero), apr\u00ec la strada all\u2019idea che uno dei Magi fosse africano. Il culto dei Magi in Occidente fu rafforzato dall\u2019imperatore Federico I Barbarossa, che nell\u2019ambito della sua lotta con il papato, fece traslare le loro reliquie (secondo le leggende arrivate con Sant\u2019Elena a Costantinopoli dall\u2019Oriente) dalla Milano conquistata nel 1164 nella Cattedrale di Colonia, creando scalpore fino in Islanda, rendendo la citt\u00e0 tedesca la citt\u00e0 dei Tre Re, visto che sia lo stemma che le monete furono ornate da tre corone. Colonia divenne cos\u00ec m\u00e9ta principale di pellegrinaggio, mentre Palermo fu uno dei centri minori legati a questo culto. Giovanni da Hildesheim scrisse la popolare Historia trium regum tra il 1364 e il 1375, dove i tre saggi orientali diventarono dei santi re<sup><a href=\"#footnote_11_3127\" id=\"identifier_11_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. Curzel, Il Medioevo &ndash; Dai Magi ai tre santi re, in I Magi, a cura di S. Zucal, Pancheri, Trento 2000, pp. 19-26. Cfr. pure M.C. Di Natale, L&rsquo;Adorazione dei Magi nelle arti decorative tra manualit&agrave;, simbolo e materia, in In Epiphania Domini. L&rsquo;Adorazione dei Magi nell&rsquo;arte siciliana, catalogo della Mostra a cura di M.C. Di Natale e V. Abbate, Palermo 1992, pp. 135-151.\">12<\/a><\/sup>.<br \/>\nUn altro elemento tedesco, legato all\u2019iconografia dell\u2019uomo africano giunta a Venezia, era quello di San Maurizio. Si tratta di una tradizione iconografica diffusa in Germania, a Magdeburgo in particolare, tra il 1220 e il 1250. Il culto di questo martire, santo e soldato del III secolo, \u00e8 stato particolarmente popolare dal Trecento al Cinquecento incluso, da nord a sud, dalla Scandinavia all\u2019Italia. La leggenda vuole che quale capo della Legione Tebana d\u2019Egitto avesse rifiutato di perseguitare e uccidere i cristiani in Gallia, andando cos\u00ec lui stesso incontro alla morte. \u00c8 da rilevare come i tratti fisionomici di uomo africano siano apparsi per la prima volta proprio sulla sua statua all\u2019interno della Cattedrale di Magdeburgo, dove non fu rappresentato quale servitore esotico, ma vero e proprio cavaliere della cristianit\u00e0. Anche qui a quanto pare l\u2019influenza dell\u2019imperatore Federico II, delle sue idee sull\u2019universalismo evangelico e del suo amore per la sua multiculturale corte siciliana (e anche alla Sicilia tra poco arriveremo), avevano giocato un ruolo cruciale<sup><a href=\"#footnote_12_3127\" id=\"identifier_12_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Heng, An African Saint in Medieval Europe &ndash; The Black Saint Maurice and the Enigma of Racial Sanctity, in Sainthood and Race: Marked flesh, Holy flesh, a cura di V.W.Lloyd, M.H. Bassett, Londra 2014, pp.  18-44.\">13<\/a><\/sup>. Altri elementi che comprovano queste teorie sono: il primo, il ciambellano di corte di Federico II, Johannes Maurus era un africano e la sua immagine influenz\u00f2 il culto di San Maurizio<sup><a href=\"#footnote_13_3127\" id=\"identifier_13_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.H.D. Kaplan, Black Africans in Hohenstaufen Iconography, in &ldquo;Gesta&rdquo;, Vol. 26, No. 1 (1987), pp. 29-36.\">14<\/a><\/sup>; il secondo elemento si trova negli affreschi della chiesa di San Zeno a Verona, area veneta quindi, dove fu rappresentata una processione di ventinove uomini, simbolo di tutta l\u2019umanit\u00e0, molti con la pelle scura e i capelli ricci, dunque africani, i quali offrono una corona a Federico II che pi\u00f9 volte aveva soggiornato nella citt\u00e0 tra il 1236 e il 1239; il terzo riguarda Nicola da Bari che aveva paragonato nel 1235 Federico II al re magio Baldassarre<sup><a href=\"#footnote_14_3127\" id=\"identifier_14_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.H.D. Kaplan, Introduction to New Edition, in The Image of the Black in Western Art, a cura di D. Bindman, H.L. Gates, Harvard 2010.\">15<\/a><\/sup>. A Venezia, quindi, permane forte questa visione dell\u2019uomo africano quale guerriero e santo. Inoltre, non dobbiamo dimenticare i mosaici della Pentecoste nella Basilica di San Marco, eseguiti tra il 1100 e il 1150, dove i 12 Apostoli furono rappresentati sopra le 16 coppie di uomini che simboleggiano le nazioni di tutto il mondo, dagli Atti degli Apostoli; i due uomini chiamati \u201cEgiziani\u201d sono chiaramente degli africani abbigliati con tuniche bianche<sup><a href=\"#footnote_15_3127\" id=\"identifier_15_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">16<\/a><\/sup>.<br \/>\nPrima di passare all\u2019analisi di altri monili e fare raffronti con la cultura classica, si vuole ancora aggiungere un elemento alla discussione sulla questione che pu\u00f2 essere interpretata con una connotazione razziale, legata alla schiavit\u00f9. Bisogna porre l\u2019accento su come nell\u2019Italia della Prima et\u00e0 moderna i cristiani fossero persone libere e come nessun cristiano potesse essere legalmente messo in schiavit\u00f9. La schiavit\u00f9, quindi, non aveva niente a che fare con la razza, ma con la religione e la provenienza. Gli schiavi non furono mai una forte percentuale della popolazione, neanche a Genova centro del commercio italiano di schiavi<sup><a href=\"#footnote_16_3127\" id=\"identifier_16_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. MacKee, Domestic Slavery in Renaissance Italy, in Slavery&amp;Abolition, Vol.29, No.3, September 2008, Routledge, pp. 305-326.\">17<\/a><\/sup>.<br \/>\nLa schiavit\u00f9 non era solo quella delle popolazioni nere sub sahariane, come fu successivamente nelle Americhe, ma nell\u2019Europa della Prima et\u00e0 moderna era quindi una forma di rivincita verso gli infedeli non cristiani. Se si pensa ai \u201cQuattro Mori\u201d di Pietro Tacca (1577-1640), grandi sculture bronzee alla base del monumento dedicato a Ferdinando I a Livorno, eseguite tra il 1623 e il 1626, si pu\u00f2 intuire quale fosse in Italia il concetto di schiavit\u00f9. Il piedistallo fu fatto erigere per commemorare le vittorie del Granduca, abbigliato con l\u2019uniforme dell\u2019Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, sugli Ottomani e i pirati del Mediterraneo. Questo un monumento ha quindi un chiaro intento politico, legato alle vittorie sugli infedeli, dove per\u00f2 i quattro schiavi di diverse etnie, un greco, un turco, un nordafricano e un nero di origine sub sahariana, vengono rappresentati in tutta la loro bellezza e umanit\u00e0 e sono simbolo delle quattro et\u00e0 della vita. Pietro Tacca stesso aveva studiato gli schiavi turchi e africani nelle galere livornesi per farne dei modelli a cera<sup><a href=\"#footnote_17_3127\" id=\"identifier_17_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S.F. Ostrow, Pietro Tacca and his Quattro Mori: the beauty and identity of the slaves, in &ldquo;Artibus et Historiae&rdquo;, n.71 (XXXVI), 2015, pp. 145-180.\">18<\/a><\/sup>.<br \/>\nCome rilevato gi\u00e0 da Kate Lowe, vi era ovviamente un fenomeno di discriminazione verso le persone nere in Europa, come verso tutte le altre minoranze religiose e etniche all\u2019epoca presenti sul continente. La schiavit\u00f9 era istituzionalizzata legalmente, quindi sarebbe sbagliato creare un immaginario idilliaco<sup><a href=\"#footnote_18_3127\" id=\"identifier_18_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"K. Lowe, The black African presence in Renaissance Europe, in Black Africans in Renaissance Europe, Cambridge 2005, p. 7.\">19<\/a><\/sup>. Va per\u00f2 tenuta sempre presente l\u2019ambiguit\u00e0 e complessit\u00e0 del fenomeno.<br \/>\nRitornando alla rappresentazione dell\u2019uomo nero sul gioiello veneziano, si vuole fare a questo punto una distinzione tra i moretti veneziani, veri e propri busti di africani, che con il tempo, dal Settecento in particolare, diventeranno busti di principi orientali, e i cammei rappresentanti uomini o donne africani, popolari sia a Venezia che in seguito nel resto d\u2019Europa. Chiaramente ambedue le forme di monile sono un retaggio del gioiello classico.<br \/>\nA questo punto va aperta una parentesi sul cosiddetto moretto istriano o fiumano (<a title=\"Fig. 5. Gioielleria Oreficeria Dogale Venezia, Moretto Fiumano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but05.jpg\">Fig. 5<\/a>), popolare monile venduto tuttora nella citt\u00e0 di Rjeka in Croazia (gi\u00e0 nota come Fiume in Istria) e su tutto il litorale dalmata, area sotto forte influenza culturale veneziana. Il moretto istriano si distingue dal moretto veneziano eseguito solitamente in pietra, per l\u2019abbondante smaltatura dai vivaci colori su tutta la superficie, turbante in particolare. La leggenda vuole che fosse un monile nato nel vicino Oriente dove veniva indossato dalle donne come orecchino e che fu portato a Fiume dai mercanti attivi nelle terre dell\u2019est; sempre secondo questa leggenda pare sia arrivato prima che vi si insediasse la Repubblica di Venezia, cio\u00e8 il 27 maggio 1508; tuttavia la questione relativa all\u2019origine del moretto fiumano o veneziano, \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9 complessa. Infatti, i primi monili di questo genere, cio\u00e8 gli orecchini con il busto di giovane ragazzo africano, sono gi\u00e0 presenti nell\u2019oreficeria di epoca imperiale romana numerosi sul mercato antiquario<sup><a href=\"#footnote_19_3127\" id=\"identifier_19_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si vedano i numerosi cataloghi di Christie&rsquo;s e Sotheby&rsquo;s.\">20<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 6. Orecchini in oro e granati con Teste di Africani, Impero Romano, I-II sec. e.v., Bonhams.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but06.jpg\">Fig. 6<\/a>) e sono praticamente identici a quelli eseguiti in smalto a Fiume. Inoltre, conosciamo gioielli con teste di moro anche nella tradizione del gioiello fenicio ed ellenistico (<a title=\"Fig. 7. Orecchini ellenistici in oro e granati con Teste di Africani, Mediterraneo Orientale, III-II sec. p.e.v., Christie\u2019s.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but07.jpg\">Fig. 7<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_20_3127\" id=\"identifier_20_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"The Image of the Black&hellip;, 2010, pp. 1-39 e 141-250.\">21<\/a><\/sup>. Se quindi non si pu\u00f2 dare una univoca origine a questo tipo di gioiello, sicuramente \u00e8 da rilevare come si tratti di un retaggio culturale del mondo classico del Mediterraneo orientale. Elemento tipico di Fiume fu l\u2019applicazione sul turbante smaltato della mezzaluna e della stella come simbolo della dominazione turca. A partire dal 1470, infatti, le zone attorno a Fiume furono invase diverse volte dai Turchi, mai la citt\u00e0 stessa; si trattava di vere e proprie scorrerie che proseguirono per tutto il XVI secolo. Secondo le cronache di Giovanni Kobler Memorie per la storia della liburnica citt\u00e0 di Fiume, quando i Turchi furono sconfitti a Grobnico nel 1601, fu tutto un tagliare teste di questi feroci guerrieri<sup><a href=\"#footnote_21_3127\" id=\"identifier_21_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Chiozzi Calci, Il moretto fiumano, in &ldquo;Pagine istriane&rdquo;, 1-2, 1986, pp. 52-55.\">22<\/a><\/sup>. I locali si chiedono tutt\u2019oggi se qualcuno abbia creato il gioiello a memoria<sup><a href=\"#footnote_22_3127\" id=\"identifier_22_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Elemento da inserire a mo&rsquo; di curiosit&agrave;, solo oggi i neri africani di nazionalit&agrave; turca, cercano di riaffermare e narrare il proprio passato. Vennero infatti portati in Turchia come schiavi durante l&rsquo;impero ottomano, e venivano impiegati come soldati e pirati. Si veda articolo in Haaretz di Davide Lerner e Esra Whitehouse del 26 ottobre 2017 (https:\/\/www.haaretz.com\/middle-east-news\/turkey\/.premium-the-afro-turks-turkeys-little-known-black-minority-reclaims-its-past-1.5460354). Da qui forse la confusione tra pirati turchi e africani, questi diventano simbolo del Moretto. Non esistendo il termine musulmano, ma Turco o maomettano.\">23<\/a><\/sup>. \u00c8 pi\u00f9 probabile, invece, che gli orafi fiumani siano stati influenzati dalla cultura classica e da quella veneziana, giacch\u00e9 le teste di Moro nella Serenissima erano talmente popolari gi\u00e0 nel Trecento, da essere inserite su un capitello del Palazzo dei Dogi<sup><a href=\"#footnote_23_3127\" id=\"identifier_23_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"W. Wolters, Wolfgang. La scultura veneziana gotica (1300&ndash;1460), Venezia, 1976, 2 vol., 1:174, 2: fig. 220.\">24<\/a><\/sup>.<br \/>\nUn altro elemento si deve dare per certo: la cultura classica aveva un forte ascendente sulla Serenissima, che cos\u00ec sovente amava rimarcare la propria origine romana, eccessivamente idealizzata, visto che in realt\u00e0 l\u2019unico insediamento di epoca romana in Laguna era stato quello di Torcello. Tuttavia, come gi\u00e0 detto, a Venezia si producevano cammei dal gusto classico con raffigurati profili di uomini africani. Bellissimo esempio \u00e8 l\u2019anello oggi conservato presso il Metropolitan Museum di New York, oppure l\u2019anello conservato presso il British Museum di Londra<sup><a href=\"#footnote_24_3127\" id=\"identifier_24_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Anche se in quest&rsquo;ultimo si potrebbe mettere in discussione la montatura dallo smalto eccessivamente sgargiante e abbondante, con altri due mori sui due lati, forse eseguita successivamente nel XVII o XVIII secolo.\">25<\/a><\/sup>.<br \/>\nIl cammeo, che rappresenta una donna o un uomo africani, diventa popolare in tutta Europa, ad un certo momento in poi pi\u00f9 diffuso che in Italia. Si vedano a questo proposito il famoso Drake Jewel, sontuoso gioiello in smalti con cameo testa di moro che si sovrappone al profilo di un uomo bianco. Donato a Sir Francis Drake probabilmente dopo la vittoria sulla Armada Spagnola nel 1588 e oggi conservato presso la stessa famiglia Drake, viene percepito quale simbolo del dominio su tutti mondi \u2013 bianco e nero \u2013 e in alcuni casi addirittura come oggetto del \u201cblack pride\u201d (orgoglio nero)<sup><a href=\"#footnote_25_3127\" id=\"identifier_25_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Scheda nr. 40, in Princely Magnificence &ndash; Court Jewels of the Renaissance, catalogo della Mostra (Victoria and Albert Museum, Londra, 15 ottobre 1980- 1 febbraio 1981), London 1981, p.61.\">26<\/a><\/sup>. Altro esempio europeo il pendente matrimoniale, il Gresley Jewel, da diversi studiosi percepito come esempio di interesse per l\u2019esotismo. Questo soggetto probabilmente doveva la sua popolarit\u00e0 alla facilit\u00e0 nel trattare un ritratto di persona nera con i vari strati di onice. Fu eseguito per il matrimonio di sir Thomas Gresley e Catherine Walsingham, e anche questo fu un regalo di Elisabetta I, visto che Francis Walsingham era il fratello del suo fidato segretario<sup><a href=\"#footnote_26_3127\" id=\"identifier_26_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Princely Magnificence&hellip;, 1981, scheda nr. 46, p. 62.\">27<\/a><\/sup>.<br \/>\nI ben noti cammei in onice e agata, montati in oro e smalti, mostrano degli africani preziosamente vestiti, poich\u00e9 persisteva il mito dell\u2019Africa opulenta, basato su racconti di tesori in oro, argento e avorio in particolare sulla costa africana occidentale. Anche per questo motivo vengono ornati dall\u2019orecchino in perla, che spicca sulla pelle scura<sup><a href=\"#footnote_27_3127\" id=\"identifier_27_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Seelig, Christof Jamnitzer Moor&rsquo;s Head, in Black Africans&hellip;, 2005, pp. 181-210.\">28<\/a><\/sup>.<br \/>\nGli esempi sarebbero davvero molteplici, come ancora il cammeo con donna africana della Collezione Imperiale di Rodolfo II, che, in base alla presente ricerca, forse di probabile origine veneziana, dove si svilupp\u00f2 questa moda. Oltretutto, come gi\u00e0 rilevato da altri studiosi, gran parte dei camei erano prodotti in Italia e in seguito si aggiungevano le montature in loco<sup><a href=\"#footnote_28_3127\" id=\"identifier_28_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Seelig, Christof Jamnitzer Moor&rsquo;s Head&hellip;, in Black Africans&hellip;, 2005, scheda nr. 70, p.70.\">29<\/a><\/sup>.<br \/>\nRicapitolando, un monile sicuramente nato a Venezia era il busto di uomo africano, retaggio della cultura classica; si vedano gli svariati busti in marmo del Museo di Capodimonte, che rappresentano splendidi guerrieri africani, in tutta la loro gloria e dignit\u00e0. Poich\u00e9 la civilt\u00e0 classica non conosceva il concetto di razzismo legato ai tratti fisionomici, piuttosto si trattava di una forma di sciovinismo legata al contesto sociale e politico, gli esseri umani potevano diventare disprezzabili solo se nemici di guerra, ma restava sempre il rispetto per il coraggio e il successo<sup><a href=\"#footnote_29_3127\" id=\"identifier_29_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. M. Snowden, Iconographical evidence on the black populations in Greco-Roman Antiquity, in The Image of the Black&hellip;, pp. 141-250.\">30<\/a><\/sup>. I moretti veneziani ricordano anche, in linea di massima, i busti reliquiario di santi, cos\u00ec popolari in tutta Europa in epoca medievale, e anche qui quindi non si pu\u00f2 parlare di rappresentazione negativa del soggetto, tanto pi\u00f9 che abbiamo un Re Magio nero, il San Maurizio e le Madonne Nere. Inoltre, elemento da non sottovalutare, a Venezia con molta probabilit\u00e0 arrivavano pezzi di arte africana, poich\u00e9 se ne conoscono nelle Wunderkammern di tutta Europa<sup><a href=\"#footnote_30_3127\" id=\"identifier_30_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Exotica: Portugals Entdeckungen im Spiegel f&uuml;rstlicher Kunst- und Wunderkammern der Renaissance, catalogo della mostra, Kunsthistorisches Museum Wien, 2000.\">31<\/a><\/sup>. Non \u00e8 quindi da escludere che gli artefici di uno dei porti pi\u00f9 importanti del mondo trovassero ispirazione in alcuni di questi oggetti. Il Moretto Veneziano \u00e8 in conclusione un busto di uomo africano. I primi a noi pervenuti sono dei semplici busti in pietra dura come quelli della Collezione Correr, in seguito arricchiti da sontuosi ornamenti in oro, smalto e pietre preziose (<a title=\"Fig. 8. Gioielleria Nardi di Venezia, Moretto Veneziano \u201cVeduta di Venezia\u201d.  \" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/but08.jpg\">Fig. 8<\/a>).<br \/>\nQui si vuole aggiungere ancora un elemento a questa analisi: Venezia era una citt\u00e0 fortemente connessa alle isole maggiori italiane, lo era tramite le rotte mercantili alla Sicilia, dove molti gioiellieri si recavano per i loro commerci e per scambi culturali, e alla Sardegna tramite la rotta di Pisa<sup><a href=\"#footnote_31_3127\" id=\"identifier_31_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Firpo, Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma, Bari 2001.\">32<\/a><\/sup>. E proprio nelle due isole, l\u2019iconografia del moro \u2013 anche qui uomo africano \u2013 gioca un ruolo simbolico fondamentale.<br \/>\nLa famosa \u201cTesta di Moro\u201d in Sicilia \u00e8 un vaso di ceramica che orna quasi tutti i balconi dell\u2019Isola. Non si hanno studi approfonditi sull\u2019argomento, ma la leggenda vuole che ricordi un generale saraceno del X secolo protagonista di una intensa storia d\u2019amore con una bella giovane del luogo. Al momento del suo ritorno a casa, dalla moglie e dalla sua famiglia, la fanciulla presa da un raptus di gelosia gli tagli\u00f2 la testa piantandoci del basilico ed esponendola sul balcone. La pianta crebbe cos\u00ec rigogliosa che tutti i vicini vollero avere un contenitore per le piante simile<sup><a href=\"#footnote_32_3127\" id=\"identifier_32_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Tradizione orale.\">33<\/a><\/sup>. Da allora i ceramisti dell\u2019Isola producono questi vasi in coppia, una testa di giovane ragazza e una testa di moro (solitamente nero, ma anche dai tratti saraceni) ornata da un turbante o una corona. Nel caso siciliano l\u2019argomento schiavit\u00f9 non ha niente in comune con questo elemento decorativo, anzi, nonostante che la Sicilia sia stata conquistata dall\u2019aristocrazia araba supportata da soldati di origine berbera, il generale protagonista di questa storia d\u2019amore multiculturale, elemento simbolico fondamentale dell\u2019arte decorativa siciliana, diventa un uomo nero. Si pu\u00f2 ipotizzare come anche questo sia in fondo un retaggio dell\u2019arte classica, in particolare delle coppe con teste di africani, per certo \u00e8 un altro elemento a supporto di una teoria sulla cultura classica che continua ad influenzare l\u2019area mediterranea, ma non va esclusa anche in questo caso la sempre riconoscibile impronta di Federico II, che come gi\u00e0 detto arriva fino in area veneta<sup><a href=\"#footnote_33_3127\" id=\"identifier_33_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Le teste di Moro come calici, per esempio quella eseguita dall&rsquo;orafo tedesco attivo alla corte di Praga, Christoph Jamnitzer nel 1600 circa, probabile regalo degli Strozzi ai Pucci che avevano appunto un moro nel loro stemma. Queste teste di moro a forma di calice venivano gi&agrave; prodotte dagli etruschi e romani e poi riprodotte a Padova, in area veneta quindi, nella bottega di Andrea Riccio (1470-1532), per esempio, all&rsquo;inizio del Cinquecento. Vedi L. Seelig, Christoph Jamnitzer&rsquo;s Moor&rsquo;s Head: a late Renaissance drinking vessel, in Black Africans in Renaissance Europe, &hellip;, 2005, pp. 181-210.\">34<\/a><\/sup>.<br \/>\nNel caso della Sardegna e della sua bandiera con i quattro mori, l\u2019argomento \u00e8 pi\u00f9 complesso. Sullo sfondo bianco, le teste di quattro mori africani sono divise dalla croce rossa di San Giorgio, santo simbolo delle crociate e della conquista cristiana. Secondo alcuni dunque si tratterebbe delle quattro teste mozzate dei re Saraceni a seguito della vittoria dei re spagnoli di Aragona del 1096 di Alcoraz e la riconquista di Saragozza, Valencia, Mursia e Baleari; non una visione \u201cdell\u2019altro\u201d particolarmente positiva, dunque. Altri invece vedono ancora una volta il San Maurizio gi\u00e0 citato, visto che la sua testa bendata, come nel caso sardo, \u00e8 rappresentata in molti stemmi di area franco-germanica<sup><a href=\"#footnote_34_3127\" id=\"identifier_34_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"B. Fois, Lo stemma dei 4 mori &ndash; Breve storia dell&rsquo;emblema dei sardi, Carlo Delfino Editore, Sassari, 1990; F.Sedda, La vera storia della bandiera dei Sardi, Cagliari, Edizioni Condaghes, 2007.\">35<\/a><\/sup>. Ancora una volta ritorna Federico II, e forse non si dovrebbe parlare del caso a questo punto.<br \/>\nIn conclusione: il moretto veneziano \u00e8 un ornamento dai molteplici significati. Il retaggio ellenistico e classico che persiste nelle arti minori, l\u2019amore per l\u2019esoticismo di Venezia, la multiculturalit\u00e0 della citt\u00e0, il forte influsso della cultura federiciana proveniente dall\u2019area germanica, ma anche gli scambi con la Sicilia e la Sardegna, senza tuttavia dimenticare l\u2019incontro-scontro tra Venezia e gli Ottomani a Oriente, sono tutti elementi che compongono la nascita di questo gioiello, tuttora cos\u00ec popolare a Venezia e simbolo oramai della citt\u00e0.<br \/>\nL\u2019iconografia dell\u2019uomo nero nell\u2019arte europea \u00e8 una storia lunga e complessa, poich\u00e9 da un lato svariati sono gli esempi pittorici nei quali gli uomini neri sono simbolo degli oppressori di Cristo, brutali assassini di Giovanni il Battista oppure veri e propri grotteschi diavoli e stregoni (basti vedere la connessione con la parola negromanzia)<sup><a href=\"#footnote_35_3127\" id=\"identifier_35_3127\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Heng, An African Saint&hellip;, in Sainthood and Race&hellip;, 2014; ma anche l&rsquo;interessante studio di A. Melamed, The Image of the Black in Jewish Art, Londra 2003.\">36<\/a><\/sup>. Dall\u2019altro la cultura tedesca, che influenz\u00f2 anche Venezia, impone due uomini neri come stimati personaggi, San Maurizio e il Magio Baldassarre. Per non parlare del mito della Venere Nera, simbolo di bellezza, e elemento cruciale della poesia manierista italiana, come del Giambattista Marino, ma qui si allargherebbe eccessivamente il discorso.<br \/>\nA Venezia osserviamo anche, a partire dal Cinquecento, un interessante fenomeno di sedimentazione cronologica; cio\u00e8 con il tempo e per quanto riguarda il gioiello, gli africani non sono pi\u00f9 gli schiavi rappresentati dal Brustolon, degli infedeli o dei famelici pirati dai quali bisogna difendersi anche con simboli apotropaici, ma diventano invece dei veri e propri principi orientali simbolo della multiculturalit\u00e0 della Serenissima. Non solo, in questo studio si vuole credere che la famiglia imperiale Hohenstaufen, con la sua corte multiculturale, abbia giocato di nuovo un ruolo importante nella creazione di un immaginario esotico in Italia quindi, creando una connessione culturale nei secoli a venire tra Germania e Italia e che la cultura classica sia stata ancora una volta retaggio importante per gli artisti della Prima et\u00e0 moderna.<br \/>\nCerto non \u00e8 un caso se una delle tragedie di Shakespeare parli di un generale nero della flotta veneziana, Otello. La Serenissima sceglie quale ornamento-emblema della citt\u00e0 il busto di un uomo africano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">* <em> A mio zio Nino, che il suo ricordo sia di benedizione<\/em>.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_3127\" class=\"footnote\">Questo articolo \u00e8 parte della mia ricerca di dottorato &#8220;Venetian  Jewellery: Art and Society (1400-1600)&#8221; presentata presso la Ben-Gurion  University of the Negev a giugno 2018, supervisor prof. Nirit Ben-Aryeh  Debby, co-supervisor prof. Dora Liscia Bemporad. Per una storia della produzione di Andrea Brustolon, vedi: G. Biasuz, M.G. Buttignon, <em>Andrea Brustolon<\/em>, Venezia 1969; <em>Andrea Brustolon. Il Michelangelo del Legno<\/em>, a cura di A.M. Spiazzi, M. De Grassi, G. Galasso, Milano 2009; <em>Andrea Brustolon at the Ca\u2019 Rezzonico<\/em>, in &#8220;Bollettino dei Musei Civici Veneziani&#8221;, n.4, annata VIII, 1963, pp. 18-25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_3127\" class=\"footnote\">Ringrazio l\u2019amico e collega Andrea Donati e il direttore del Museo Correr di Venezia, Andrea Bellieni, per avermi aiutata in questa ricerca \u201cdi magazzino\u201d.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_3127\" class=\"footnote\">K. Lowe, <em>Visible Lives: Black Gondoliers and Other Black Africans in Renaissance Venice<\/em>, in \u201cRenaissance Quarterly\u201d, 66, No. 2, pp. 412-452.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_3127\" class=\"footnote\">K. Lowe, <em>Visible Lives<\/em>&#8230;, pp. 412-452.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_3127\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_3127\" class=\"footnote\">N.H. Minnich, <em>The Catholic Church and the pastoral care of black Africans in Renaissance Italy<\/em>, in <em>Black Africans in Renaissance Europe<\/em>, Cambridge 2005, pp. 280-300.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_3127\" class=\"footnote\">P.H.D. Kaplan, <em>Isabella d\u2019Este and black African women<\/em>, in <em>Black Africans<\/em>&#8230;, 2005, pp. 134-135.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_3127\" class=\"footnote\">P.H.D. Kaplan, <em>Isabella d\u2019Este<\/em>&#8230;, in <em>Black Africans<\/em>&#8230;, 2005, p. 131.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_3127\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_3127\" class=\"footnote\">P.H.D. Kaplan, <em>The rise of the Black Magus in Western Art<\/em>, Ann Arbor 1985, p. 161.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_3127\" class=\"footnote\">Ringrazio Catherine Kovesi e Ariel David per avermi fatto notare questo ulteriore elemento legato al Moretto Veneziano.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_3127\" class=\"footnote\">E. Curzel, <em>Il Medioevo &#8211; Dai Magi ai tre santi re<\/em>, in <em>I Magi<\/em>, a cura di S. Zucal, Pancheri, Trento 2000, pp. 19-26. Cfr. pure M.C. Di Natale, <em>L\u2019Adorazione dei Magi nelle arti decorative tra manualit\u00e0, simbolo e materia<\/em>, in <em>In Epiphania Domini. L\u2019Adorazione dei Magi nell\u2019arte siciliana<\/em>, catalogo della Mostra a cura di M.C. Di Natale e V. Abbate, Palermo 1992, pp. 135-151.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_3127\" class=\"footnote\">G. Heng, <em>An African Saint in Medieval Europe \u2013 The Black Saint Maurice and the Enigma of Racial Sanctity<\/em>, in <em>Sainthood and Race: Marked flesh, Holy flesh<\/em>, a cura di V.W.Lloyd, M.H. Bassett, Londra 2014, pp.  18-44.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_3127\" class=\"footnote\">P.H.D. Kaplan, <em>Black Africans in Hohenstaufen Iconography<\/em>, in &#8220;Gesta&#8221;, Vol. 26, No. 1 (1987), pp. 29-36.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_3127\" class=\"footnote\">P.H.D. Kaplan, <em>Introduction to New Edition<\/em>, in <em>The Image of the Black in Western Art<\/em>, a cura di D. Bindman, H.L. Gates, Harvard 2010.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_3127\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_3127\" class=\"footnote\">S. MacKee, Domestic Slavery in Renaissance Italy, in Slavery&amp;Abolition, Vol.29, No.3, September 2008, Routledge, pp. 305-326.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_3127\" class=\"footnote\">S.F. Ostrow, <em>Pietro Tacca and his Quattro Mori: the beauty and identity of the slaves<\/em>, in \u201cArtibus et Historiae\u201d, n.71 (XXXVI), 2015, pp. 145-180.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_3127\" class=\"footnote\">K. Lowe, <em>The black African presence in Renaissance Europe<\/em>, in <em>Black Africans in Renaissance Europe<\/em>, Cambridge 2005, p. 7.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_3127\" class=\"footnote\">Si vedano i numerosi cataloghi di Christie\u2019s e Sotheby\u2019s.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_3127\" class=\"footnote\"><em>The Image of the Black<\/em>&#8230;, 2010, pp. 1-39 e 141-250.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_3127\" class=\"footnote\">L. Chiozzi Calci, <em>Il moretto fiumano<\/em>, in \u201cPagine istriane\u201d, 1-2, 1986, pp. 52-55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_3127\" class=\"footnote\">Elemento da inserire a mo\u2019 di curiosit\u00e0, solo oggi i neri africani di nazionalit\u00e0 turca, cercano di riaffermare e narrare il proprio passato. Vennero infatti portati in Turchia come schiavi durante l\u2019impero ottomano, e venivano impiegati come soldati e pirati. Si veda articolo in Haaretz di Davide Lerner e Esra Whitehouse del 26 ottobre 2017 (https:\/\/www.haaretz.com\/middle-east-news\/turkey\/.premium-the-afro-turks-turkeys-little-known-black-minority-reclaims-its-past-1.5460354). Da qui forse la confusione tra pirati turchi e africani, questi diventano simbolo del Moretto. Non esistendo il termine musulmano, ma Turco o maomettano.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_3127\" class=\"footnote\">W. Wolters, Wolfgang. <em>La scultura veneziana gotica (1300\u20131460)<\/em>, Venezia, 1976, 2 vol., 1:174, 2: fig. 220.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_3127\" class=\"footnote\">Anche se in quest\u2019ultimo si potrebbe mettere in discussione la montatura dallo smalto eccessivamente sgargiante e abbondante, con altri due mori sui due lati, forse eseguita successivamente nel XVII o XVIII secolo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_3127\" class=\"footnote\">Scheda nr. 40, in <em>Princely Magnificence \u2013 Court Jewels of the Renaissance<\/em>, catalogo della Mostra (Victoria and Albert Museum, Londra, 15 ottobre 1980- 1 febbraio 1981), London 1981, p.61.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_3127\" class=\"footnote\"><em>Princely Magnificence<\/em>&#8230;, 1981, scheda nr. 46, p. 62.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_3127\" class=\"footnote\">L. Seelig, Christof Jamnitzer <em>Moor\u2019s Head<\/em>, in <em>Black Africans<\/em>&#8230;, 2005, pp. 181-210.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_3127\" class=\"footnote\">L. Seelig, Christof Jamnitzer <em>Moor\u2019s Head<\/em>&#8230;, in <em>Black Africans<\/em>&#8230;, 2005, scheda nr. 70, p.70.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_3127\" class=\"footnote\">F. M. Snowden, <em>Iconographical evidence on the black populations in Greco-Roman Antiquity<\/em>, in <em>The Image of the Black<\/em>\u2026, pp. 141-250.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_3127\" class=\"footnote\"><em>Exotica: Portugals Entdeckungen im Spiegel f\u00fcrstlicher Kunst- und Wunderkammern der Renaissance<\/em>, catalogo della mostra, Kunsthistorisches Museum Wien, 2000.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_3127\" class=\"footnote\">M. Firpo, <em>Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma<\/em>, Bari 2001.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_3127\" class=\"footnote\">Tradizione orale.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_3127\" class=\"footnote\">Le teste di Moro come calici, per esempio quella eseguita dall\u2019orafo tedesco attivo alla corte di Praga, Christoph Jamnitzer nel 1600 circa, probabile regalo degli Strozzi ai Pucci che avevano appunto un moro nel loro stemma. Queste teste di moro a forma di calice venivano gi\u00e0 prodotte dagli etruschi e romani e poi riprodotte a Padova, in area veneta quindi, nella bottega di Andrea Riccio (1470-1532), per esempio, all\u2019inizio del Cinquecento. Vedi L. Seelig, <em>Christoph Jamnitzer\u2019s Moor\u2019s Head: a late Renaissance drinking vessel<\/em>, in <em>Black Africans in Renaissance Europe<\/em>, \u2026, 2005, pp. 181-210.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_3127\" class=\"footnote\">B. Fois, <em>Lo stemma dei 4 mori \u2013 Breve storia dell\u2019emblema dei sardi<\/em>, Carlo Delfino Editore, Sassari, 1990; F.Sedda, La vera storia della bandiera dei Sardi, Cagliari, Edizioni Condaghes, 2007.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_3127\" class=\"footnote\">G. Heng, <em>An African Saint<\/em>\u2026, in <em>Sainthood and Race<\/em>&#8230;, 2014; ma anche l\u2019interessante studio di A. Melamed, <em>The Image of the Black in Jewish Art<\/em>, Londra 2003.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_3127\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>anastazja_bt@yahoo.it La nascita di un gioiello, il Moretto Veneziano* DOI: 10.7431\/RIV17042018 Si vuole qui analizzare un tema fondamentale della iconografia veneziana durante la prima et\u00e0 <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=3127\" title=\"Anastazja Buttitta\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":3290,"menu_order":4,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3127"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3127"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3127\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3301,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3127\/revisions\/3301"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3290"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3127"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}