{"id":2829,"date":"2017-06-29T07:36:55","date_gmt":"2017-06-29T07:36:55","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=2829"},"modified":"2017-12-28T13:24:41","modified_gmt":"2017-12-28T13:24:41","slug":"sante-guido","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=2829","title":{"rendered":"Sante Guido"},"content":{"rendered":"<p>sante.guido@unitn.it<\/p>\n<h2>Reliquie e reliquiari dei santi Sebastiano, Luca e Cristoforo nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano<\/h2>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV15042017<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell&#8217;autunno del 2009, con il restauro della <em>Crux Vaticana <\/em><sup><a href=\"#footnote_0_2829\" id=\"identifier_0_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"V. Pace &ndash; S. Guido &ndash; P.Radiciotti,&nbsp; Crux Vaticana o Croce di Giustino II. Citt&agrave; del Vaticano 2009\">1<\/a><\/sup><em> <\/em>anche detta Croce di Giustino II Imperatore (<a title=\"Fig. 1. Oreficeria costantinopolitana, &lt;i&gt;Crux Vaticana&lt;\/i&gt; o Croce di Giustino II, 565-578, argento dorato, perle, pietre preziose e dure; bottega di Gian Lorenzo Bernini, &lt;i&gt;Base di croce&lt;\/i&gt;, met\u00e0 del XVII secolo, Bronzo dorato e diaspro. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui01.jpg\">Fig. 1<\/a>), celebre stauroteca di fattura costantinopolitana databile tra il 565 ed il 578 in argento dorato, perle e pietre dure, si intese ricordare il primo centenario dell&#8217;istituzione del Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano. Il prezioso manufatto divenne il \u201clogo\u201d di un&#8217;istituzione museale di pertinenza del Capitolo Vaticano &#8211; e dunque autonoma rispetto alla Fabbrica di San Pietro \u00a0\u2013 \u00a0inaugurata il 1\u00b0 novembre 1909, al fine di dare accesso ai fedeli ad una raccolta di suppellettili ecclesiastiche testimone della storia e degli eventi pi\u00f9 significativi della Basilica. La collezione era ed \u00e8 costituita da manufatti che rappresentano in molti casi veri e propri &#8220;documenti&#8221; \u2013 come emerso grazie a nuove ricerche spesso nate in concomitanza con \u00a0interventi di restauro conservativo \u2013 che attestano vicende poco note o del tutto dimenticate di alcuni momenti della storia dei pontefici romani e della Chiesa Cattolica, come l&#8217;esempio proposto di seguito illustra<sup><a href=\"#footnote_1_2829\" id=\"identifier_1_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Francia, Il Tesoro e le sue vicende nella Basilica di S. Pietro, in La Basilica di San Pietro a cura di C. Pietrangeli, Firenze 1989, pp. 307-319.\">2<\/a><\/sup>. Tra il 1904 ed il 1909, in due locali spettanti gli spazi della Sacrestia Vaticana, edificata tra il 1776 ed il 1784<sup><a href=\"#footnote_2_2829\" id=\"identifier_2_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La sacrestia fu edificata per volont&agrave; di papa Pio VI (Giovanni Angelico Braschi, 1775-1799) su progetto dell&rsquo;architetto Carlo Marchionni: S. Ceccarelli, Carlo Marchionni e la Sagrestria Vaticana, in &ldquo;Studi sul Settecento romano&rdquo; a cura di E. Debenedetti, 4, 1988, pp. 57-134.\">3<\/a><\/sup>, furono riunite alcune opere di oreficeria e paramenti in preziosi tessuti di notevole valore storico e oggetto di una particolare devozione<sup><a href=\"#footnote_3_2829\" id=\"identifier_3_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Cascioli,&nbsp; Nuova guida illustrata della Basilica di San Pietro, delle Gallerie e Palazzo Vaticano, Roma 1924, pp. 58-60.\">4<\/a><\/sup>: negli armadi settecenteschi, privati delle ante e trasformati in vetrine, furono raccolte pissidi, calici, ostensori, reliquiari e croci processionali, ma anche dalmatiche, piviali e casule (<a title=\"Fig. 2. Foto storica dell'allestimento del 1949-1974 del Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro. Al centro dell'immagine il &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Sebastiano&lt;\/i&gt; e il &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Luca Evangelista&lt;\/i&gt;. Foto da F.S. Orlando, &lt;i&gt;Il Tesoro di San Pietro&lt;\/i&gt;, Milano 1958, tav. 64.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui02.jpg\">Fig. 2<\/a>), scelti con un gusto prettamente decorativo, in linea con i metodi espositivi allora in voga, capace di evocare la sacralit\u00e0 di un luogo riservato e solo in parte accessibile al pubblico, in quanto custode di oggetti sacri per la liturgia<sup><a href=\"#footnote_4_2829\" id=\"identifier_4_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Cascioli, Il Tesoro di San Pietro in Vaticano, in &ldquo;Bessarione. Rivista di studi orientali&rdquo; Ser. 3, vol. 9 (1912), pp. 294-319; Idem, Guida al Tesoro di S. Pietro, Roma 1925.\">5<\/a><\/sup>. Una scelta che non aveva la pretesa di essere un\u2019esposizione scientifica secondo criteri museali \u00a0\u2013 \u00a0peraltro all&#8217;epoca non ancora sviluppati \u2013, quanto piuttosto di suscitare un\u2019emozione attraverso l\u2019ambientazione e le singole opere che, come ben attestato in un filmato dell&#8217;Istituto Luce del 1948, facesse rivivere le suggestioni ad essi connessi<sup><a href=\"#footnote_5_2829\" id=\"identifier_5_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il filmato, dal titolo Il tesoro di San Pietro. Un Documentario, &egrave; a cura di Romolo Marcellini ed &egrave; visibile nel sito dell&rsquo;archivio storico dell&rsquo;Istituto Luce al link:\nhttp:\/\/www.archivioluce.com\/archivio\/jsp\/schede\/videoPlayer.jsp?tipologia=&amp;id=&amp;physDoc=3570&amp;db=cinematograficoDOCUMENTARI&amp;findIt=false&amp;section=\/.\nUna terza sala del Museo fu aggiunta nel 1949 e con l&rsquo;occasione l&rsquo;intera collezione fu studiata e pubblicata da Angelo Lipinsky (A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro. Guida-Inventario, Citt&agrave; del Vaticano 1950). Tale lavoro fu ripreso e integrato con un ricco apparato fotografico da Francesco Saverio Orlando (F.S. Orlando, Il Tesoro di San Pietro, Milano 1958). &Egrave; stata recentemente pubblicata una nuova guida, che corregge alcune imprecisioni della letteratura precedente, a firma di Mirko Stocchi (M. Stocchi, Tesoro di San Pietro in Vaticano. Guida al museo storico-artistico, Citt&agrave; del Vaticano 2009), per le Edizioni Capitolo Vaticano che ha intrapreso negli ultimi anni un encomiabile lavoro di studio e divulgazione delle opere custodite nel museo, in molti casi a seguito del loro restauro: www.edizionicapitolovaticano.it\/. Desidero ringraziare per aver permesso questo lavoro in diversi modi e tempi: S. E. Angelo cardinal Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, S. Eccellenza Vittorio Lanzani Delegato alla Fabbrica di San Pietro, Monsignor Giuseppe Bordin Camerlengo del Capitolo Vaticano e Monsignor Dario Rezza Archivista del Capitolo Vaticano.\">6<\/a><\/sup>. In occasione del Giubileo del 1975, per volont\u00e0 del Capitolo Vaticano, il piccolo Museo del Tesoro venne completamente riallestito<sup><a href=\"#footnote_6_2829\" id=\"identifier_6_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il progetto fu realizzato dal noto architetto e museologo Franco Minissi (F. Minissi, Il museo del Tesoro di S.Pietro, in &ldquo;Musei e gallerie d&rsquo;Italia&rdquo;, n. 57, Roma 1975); si veda inoltre: B.A. Vivio, Franco Minissi. Musei e restauri. La trasparenza come valore, Roma 2010, pp. 210-216; M. Petrassi, Il nuovo museo storico artistico di S. Pietro, in &ldquo;Capitolium&rdquo;, gennaio 1975, pp. 8-13.\nIl museo venne inaugurato da papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) il 29 dicembre 1974, quattro giorni dopo la proclamazione dell&rsquo;inizio dell&rsquo;Anno Giubilare. &Egrave; stato recentemente avviato un processo di rimodernamento e di messa a norma, secondo gli attuali criteri di sicurezza, di molti degli ambienti; &egrave; stata, inoltre, &nbsp;realizzata la risistemazione della collezione museale, arricchita di nuove vetrine e teche climatizzate,&nbsp; in quanto i numerosi rimaneggiamenti degli ultimi trent&rsquo;anni offrivano ai visitatori una visione in molti casi disordinata e senza una effettiva logica museale.\">7<\/a><\/sup>, in collaborazione con la Fabbrica di San Pietro, e arricchito di nuove sale e opere provenienti dalla Basilica come il <em>Monumento funebre di papa Sisto IV<\/em> (Francesco della Rovere, 1471-1484) di Antonio del Pollaiolo<sup><a href=\"#footnote_7_2829\" id=\"identifier_7_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Galli &ndash; N. Gabrielli &ndash; S. Guido &ndash; G. Mantella, Monumento di Sisto IV, Citt&agrave; del Vaticano 2009.\">8<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 3. Antonio del Pollaiolo, &lt;i&gt;Monumento funebre di papa Sisto IV&lt;\/i&gt;, 1484-1493, bronzo. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui03.jpg\">Fig. 3<\/a>) o il cos\u00ec detto <em>Angelo di Bernini<\/em> (<a title=\"Fig. 4. Gian Lorenzo Bernini, &lt;i&gt;Angelo&lt;\/i&gt;, 1672-1673, argilla, fil di ferro, legno. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui04.jpg\">Fig. 4<\/a>) \u00a0\u2013 recentemente restaurato<sup><a href=\"#footnote_8_2829\" id=\"identifier_8_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Guido, Un Bernini in argilla nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano, &ldquo;Kermes. La rivista del restauro&rdquo;, XXVIII, 2015, 99, pp.7-9.\">9<\/a><\/sup> \u2013 modello 1:1 in argilla del grande angelo orante del <em>Ciborio del Santissimo Sacramento <\/em>(<a title=\"Fig. 5. Gian Lorenzo Bernini, &lt;i&gt;Ciborio del santissimo Sacramento&lt;\/i&gt;, 1672-1674, bronzo dorato, lapislazzuli, diaspro, verde Alpi; particolare. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione della Fabbrica di San Pietro.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui05.jpg\">Fig. 5<\/a>), in bronzo dorato e lapislazzuli, realizzato dall&#8217;artista tra il 1672 e il 1675 per papa Clemente X (Emilio Bonaventura Altieri, 1760-1776).<sup><a href=\"#footnote_9_2829\" id=\"identifier_9_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la celebre opera beniniana si veda il recente saggio con bibliografia precedente: A. Di Sante &ndash; S. Guido, Francesca Bresciani tagliatrice di lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini, in Quando la fabbrica costru&igrave; san Pietro a cura di A. Di Sante e&nbsp; S. Turriziani, Foligno 2016, pp. 257-295; per un approfondimento sul lapislazzuli: S. Guido, Strumenti, materiali e tecnica per la lavorazione del lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini, ivi, pp. 297-315.\">10<\/a><\/sup><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Museo del Tesoro ha una frequenza annua di oltre quattrocentomila visitatori e deve essere considerato a tutti gli effetti un \u201cmuseo vivo\u201d in quanto molte delle opere in esso esposte sono utilizzate per le celebrazioni papali o altre importanti funzioni liturgiche della Basilica Vaticana, ma non solo: in alcuni rari casi le preziose reliquie, tutt&#8217;oggi oggetto di viva devozione, sono state \u201cprestate\u201d per ragioni cultuali a diocesi e chiese, anche oltre i confini dello Stato della Citt\u00e0 del Vaticano. \u00c8, ad esempio, il caso del <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> (<a title=\"Fig. 6. Oreficeria romana, &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Sebastiano&lt;\/i&gt;, 1460-1480 circa, argento, argento dorato, rame, rame dorato, ferro, smalto champlev\u00e9. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui06.jpg\">Fig. 6<\/a>), \u00a0inviato a Malta per la processione tenutasi il 15 luglio 2011 in occasione del settantacinquesimo anniversario della consacrazione della chiesa dedicata al Santo presso \u0126al Qormi, la terza citt\u00e0 dell&#8217;isola per popolazione, detta in italiano Curmi o Casal Fornaro\u00a0 (<a title=\"Fig. 7. Processione di san Sebastiano. Malta, \u0126al Qormi. Foto per gentile concessione di Richard Hili, Malta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui07.jpg\">Figg. 7<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 8. Processione di San Sebastiano. Malta, \u0126al Qormi, Chiesa di San Sebastiano. Foto per gentile concessione di Richard Hili, Malta.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui08.jpg\">8<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> (<a title=\"Fig. 9. Oreficeria romana, &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Sebastiano&lt;\/i&gt;, Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui09.jpg\">Fig. 9<\/a>), \u00e8 descritto da Angelo Lipinsky come una \u00ab teca rettangolare di forme architettoniche sviluppate con grande sensibilit\u00e0\u00bb<sup><a href=\"#footnote_10_2829\" id=\"identifier_10_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie poco note nel Tesoro della Basilica Vaticana, in &ldquo;Fede e Arte. Rivista internazionale d&rsquo;arte sacra&rdquo;, XIV (1966), p. 243.\">11<\/a><\/sup>. Si tratta infatti un cofanetto a foggia di tempietto, ben definito nei dettagli costitutivi, realizzato per mezzo di una struttura in rame su intelaiatura in ferro, rivestita con sottilissime laminette lisce in argento, bloccate con piccoli chiodi a corolla, e decorata con elementi in rame fuso e dorato e in lamine d&#8217;argento sbalzato, cesellato e bulinato<sup><a href=\"#footnote_11_2829\" id=\"identifier_11_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il Reliquiario del capo di S. Sebastiano misura cm 33 x 42 x 23. Numero d&rsquo;inventario 20343, scheda 25.\">12<\/a><\/sup>. Dalla base, su otto alti piedini rivestiti da lamine a foglie d&#8217;acanto dorate, si dipartono eleganti pilastrini corinzi scanalati poggianti su stilobati, quattro sui fianchi e due sui lati corti. Questi delimitano otto grandi aperture, oggi chiuse con semplici lastre di vetro: le due sui lati brevi appaiono realizzate a guisa di arco trionfale, con profilo centinato e lesene sormontate da capitelli corinzi; mentre, su ciascuno dei lati lunghi, una finestratura centrale, centinata, \u00e8 affiancata da due aperture di forma rettangolare, ornate tutte da semplici cornici modanate. L&#8217;insieme \u00e8 sormontato da un fregio, racchiuso agli angoli da foglie d&#8217;acanto, in rame dorato, e decorato a festoni in lega d&#8217;argento dorato intercalati a piccole protomi leonine in argento su di un fondo, che le osservazioni al microscopio, eseguite durante le operazioni di restauro, hanno permesso di identificare come argento brunito<sup><a href=\"#footnote_12_2829\" id=\"identifier_12_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il restauro &egrave; stato eseguito dallo scrivente per conto del Capitolo Vaticano fra marzo e giugno 2011. Le operazioni di restauro hanno previsto la rimozione di numerose gocce di candele e degli strati di solfuri d&rsquo;argento che annerivano le superfici, nonch&eacute; l&rsquo;asportazione di localizzate salificazioni verdi, quali prodotti di alterazione dei metalli, formatesi a causa dei fenomeni da pila di corrosione nei punti di contatto fra le lamine in argento e quelle in rame dorato; a seguito di opportuni lavaggi localizzati a tampone con tensioattivo e successivo risciacquo, dopo il consolidamento degli smalti e l&rsquo;incollaggio di alcune lamine in fase di distacco, sono stati stesi sulle superfici pi&ugrave; strati di un film protettivo.\">13<\/a><\/sup>. Al centro dei due timpani \u00e8 applicato lo stemma del donatore in smalto policromo <em>champlev\u00e9<\/em> circondato da una corona di foglie d&#8217;alloro e privo di elementi riferibili alla gerarchia ecclesiastica (<a title=\"Fig. 10. Oreficeria romana,  &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Sebastiano&lt;\/i&gt;. Al centro lo stemma Mattabuffi, , smalto champlev\u00e9. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui010.jpg\">Fig. 10<\/a>). La copertura a doppio spiovente \u00e8 in sottili lamine di argento dorato sbalzate a scandole. Sulla base, in corrispondenza della quattro aperture centinate, sono presenti altrettante lastrine in argento con inciso: caput s sebastiani \/ martyris \/\/ et costituisti eum super \/ opera manum tuarum \/\/ gloria et honore coronasti \/ eum domine \/\/ sebastiane \/ ora pro nobis. Lastrine discordanti con la manifattura originale, e dunque applicate in un secondo momento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Contestualmente al restauro del manufatto, eseguito prima del suo invio a Malta, sono state effettuate ricerche volte ad approfondire le notizie storiche e storico-artistiche su di un&#8217;opera che mai era stata oggetto di specifici studi nei citati saggi pertinenti alla collezione museale<sup><a href=\"#footnote_13_2829\" id=\"identifier_13_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro&hellip;, 1950, pp. 73-74; Idem, Oreficerie e argenterie&hellip;, 1966, pp. 242-243; F.S. Orlando, Il Tesoro&hellip;, 1958, p. 70.\">14<\/a><\/sup>. Le ricerche sono state inizialmente orientate a indagare la singolarit\u00e0 per la quale il cranio di san Sebastiano, coronato da una ghirlanda di fiori artificiali di fattura moderna, mal si adatti ad un reliquario troppo largo per le sue dimensioni, a riprova che il cofanetto in esame fosse originariamente destinato a custodire altra reliquia di forma e proporzioni differenti. \u00c8 emerso fin dai primi studi, che l&#8217;attuale allestimento \u00e8 il frutto di un intervento risalente alla fine del XIX secolo a seguito del quale, per conservare il capo di san Sebastiano, venne utilizzata una teca nella quale era precedentemente custodita una reliquia diversa. \u00a0Il cofanetto, infatti, come attestato nel 1866 dalle quattro iscrizioni su lastrine d&#8217;argento niellato che correvano lungo il basamento e trascritte da Barbier de Montault<sup><a href=\"#footnote_14_2829\" id=\"identifier_14_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"X. Barbier de Montault, Les souterrains et le tr&eacute;sor de S. Pierre a Rome ou description des objects, d&rsquo;art et d&rsquo;arch&eacute;ologie qu&rsquo;ils renferment, Rome 1866, pp. 62-63;&nbsp; Idem, Guide du p&egrave;lerin aux &Eacute;glises de Rome et au Palais du Vatican, Arras 1877,&nbsp; p. 275; l&rsquo;autore data l&rsquo;opera &ldquo;de la Renaissance, vers l&rsquo;an 1520&rdquo;.\">15<\/a><\/sup>, conteneva l&#8217;omero di San Cristoforo: Hic tulit amne Deum Christumque in vertice vexit \/ Portitor horrendae pretereuntis aquae. \/\/ \u00a0Hic humeri pars est sacro veneranda sacello \/ Christophori votis clauditur ampla piis. \/\/ Illius ergo die sacrum qui viderit omni \/ Morte vacat tristi fletus et omnis abest. \/\/ Tu quem dira lues hostis mors atra cruenti \/ Territat hic opifer nam venit ipse veni<sup><a href=\"#footnote_15_2829\" id=\"identifier_15_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"X. Barbier de Montault, Les souterrains&hellip;, 1866, p. 62; la trascrizione &egrave; preceduta dal commento dell&rsquo;autore: &laquo;Le premier distique rappelle que S. Christophe porta Notre Seigneur sur ses &eacute;paules en traversant un torrent et le second fait mention de l&rsquo;&eacute;paule conserv&eacute;e dans la basilique. Le troisi&egrave;me rappelle un dicton populaire qui affirmait qu&rsquo;on ne mourait pas dans la journ&eacute;e o&ugrave; l&rsquo;on avait vu S. Christophe. Le dernier est une invocation au saint contre la peste&raquo;.\">16<\/a><\/sup>.\u00a0La testimonianza dello studioso francese ripropone quanto gi\u00e0 annotato otto decenni prima \u2013 nel 1786\u2013 da Francesco Cancellieri<sup><a href=\"#footnote_16_2829\" id=\"identifier_16_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Cancellieri, &nbsp;De secretariis basilicae Vaticanae veteris ac novae, Roma 1786, vol. IV, p. 1687.\">17<\/a><\/sup> ed ancor prima di loro da Giacomo Grimaldi, nel manoscritto del 1617 <em>Catalogus Sacrarum Reliquiarum Almae Vaticanae Basilicae <\/em><sup><a href=\"#footnote_17_2829\" id=\"identifier_17_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus Sacrarum Reliquiarum Almae Vaticanae Basilicae (ACSP [alla BAV], Manoscritti, H 2, f. 23r, n. 26).\">18<\/a><\/sup>; i tre studiosi riconoscono nel cofanetto a tempietto il reliquiario di san Cristoforo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Le vicende del cranio di san Sebastiano del resto confermano l\u2019originaria estraneit\u00e0 tra la teca architettonica in esame e la reliquia, la cui storia \u00e8 narrata con rigore dallo stesso Grimaldi che ne descrive le vicende dal momento del ritrovamento alla successiva custodia in diversi chiese romane, sino al suo arrivo nella Basilica di San Pietro quale donativo del cardinale Giordano Orsini<sup><a href=\"#footnote_18_2829\" id=\"identifier_18_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C.S. Celenza, ORSINI, Giordano, in &ldquo;Dizionario Biografico degli Italiani&rdquo; Vol. 79 (2013). L&rsquo;Orsini, oltre alla reliquia di Sebastiano, al cranio di san Giacomo, a una spina della corona di Cristo custodita in un reliquario di cristallo e a due candelieri dello stesso materiale gi&agrave; presenti nel citato donativo alla Basilica, lasci&ograve; anche la sua ricca e celebre biblioteca poi confluita nella Biblioteca Apostolica Vaticana, oltre a vari terreni e immobili. Cfr. F. Cancellieri De secretariis&hellip;, Roma1786, II, p. 893.\">19<\/a><\/sup> (deceduto nel 1438), Arciprete della Basilica petrina<sup><a href=\"#footnote_19_2829\" id=\"identifier_19_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Rezza &ndash; M. Stocchi, Il Capitolo di San Pietro in Vaticano dalle origini al XX secolo. 1 La storia e le persone, Citt&agrave; del Vaticano 2008, pp. 204-205.\">20<\/a><\/sup>. La reliquia di san Sebastiano \u00e8 citata per la prima volta in un inventario della Sacrestia Vaticana fatto redigere dallo stesso Cardinale nel 1436 nel quale si attesta, tra le numerose altre opere di oreficeria che recano il suo stemma, un primo reliquario \u00abUnum vas rotundum de argento, album sine reliquiis, in quo erat caput sancti Sebastiani\u00bb<sup><a href=\"#footnote_20_2829\" id=\"identifier_20_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. M&uuml;ntz &ndash; A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica di San Pietro dal XIII secolo al XV secolo, in &ldquo;Archivio della Societ&agrave; romana di Storia Patria&rdquo;, VI (1883), p. 58. La reliquia &egrave; inoltre citata tra i donativi post mortem alla Basilica dall&rsquo;Orsini del 29 maggio 1438: Cfr. P. Egidi, Necrologi e libro degli affini della provincia romana, I, Roma 1908, pp. 216-217.\">21<\/a><\/sup>. Tra il 1438 ed il 1447, durante il pontificato di Eugenio IV (Gabriele Condulmer, 1431-1447)<sup><a href=\"#footnote_21_2829\" id=\"identifier_21_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; H 2, f. 23r, n. 26).\">22<\/a><\/sup> venne realizzato per il cranio del Santo un secondo reliquiario, in argento decorato con pietre preziose, anch&#8217;esso citato in alcuni inventari<sup><a href=\"#footnote_22_2829\" id=\"identifier_22_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario 1454-1456 (ACSP [alla BAV], Inv. 2, f. 27) e&nbsp; inventario del 1489 (ACSP [alla BAV], Inv. 2, &nbsp;f. 47r.).\">23<\/a><\/sup> almeno sino al Sacco di Roma \u20131527\u2013, quando la reliquia \u00abargento nudatur\u00bb e il \u00abcaput sancti Sebastiani martyris reconditum &lt;est&gt; in tabernaculo ligneo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_23_2829\" id=\"identifier_23_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; H 2, f. 35vr, n. 35.&nbsp; Altre notizie nell&rsquo;inventario del 1550 (ACSP [in BAV], Inv.11, f. 27).\">24<\/a><\/sup> all&#8217;interno del quale rest\u00f2 almeno fino al 1581<sup><a href=\"#footnote_24_2829\" id=\"identifier_24_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP [alla BAV], Inventario 11, n. 28 (1581).\">25<\/a><\/sup>. Sar\u00e0 solo alcuni anni pi\u00f9 tardi che il sacro reperto \u00abex ipsa lignea theca, reponitur intra argenteam imaginem sub Clemente VIII &lt;Ippolito Aldobrandini, 1598-1605&gt;\u00bb<sup><a href=\"#footnote_25_2829\" id=\"identifier_25_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; H 2, f.36r, n.35).\">26<\/a><\/sup> fatta realizzare dal Capitolo Vaticano probabilmente in preparazione del Giubileo del 1600, per il quale il Pontefice<sup><a href=\"#footnote_26_2829\" id=\"identifier_26_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Al 1595 &egrave; datato quello che doveva essere il magnifico Busto di san Damaso Papa e Confessore, in argento e argento dorato e pietre preziose, con in capo il triregno voluto dall&rsquo;Aldobrandini come descritto da Grimaldi che riporta l&rsquo;iscrizione incisa sul basamento: &laquo;CLEMENS VIII P.M. UT TANTI PONTIFICIS SACRUM CAPUT DECENTIUS ET RELIGIOSIUS SERVARETUR THECAM HANC ARGENTEAM FECIT ANNO MDXCV PONTIFICATUS IIII&raquo;. G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; ff. 38v- 39r, n.38).\">27<\/a><\/sup> e la Curia romana commissionarono importanti lavori in tutte le basiliche coinvolte dai flussi dei pellegrini. Si tratta del bel reliquiario raffigurante un giovane nudo a mezzo busto, dai capelli lunghi sciolti sulle spalle \u00abcum pectore simili confosso binis sagittis\u00bb<sup><a href=\"#footnote_27_2829\" id=\"identifier_27_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; H 2, f.35v, n.35).\">28<\/a><\/sup>, graficamente riprodotto da Grimaldi (<a title=\"Fig. 11. G. Grimaldi, &lt;i&gt;Caput sancti Sebastiani&lt;\/i&gt;, Arch.Cap.S.Pietro. H.2, 0088, f.35v. Per gentile concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato \u00a9 2017.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui011.jpg\">Fig. 11<\/a>) ed ancora esistente sino allo scorcio del XVIII secolo, come attestato in un inventario del 1793<sup><a href=\"#footnote_28_2829\" id=\"identifier_28_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 94.\">29<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello del capo di San Sebastiano era uno degli otto busti reliquiari in metalli preziosi presenti nel Tesoro della Basilica Vaticana al momento della stesura del testo del Grimaldi contenenti le spoglie dei santi: Petronilla e Menna (opere firmate da Antonio Gentile da Faenza)<sup><a href=\"#footnote_29_2829\" id=\"identifier_29_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; ff. 31v- 32r, n.32 [S. Petronilla)], f. 32v, n.33 [S. Menna]). C. Bulgari, Argentieri, gemmari e orafi d&rsquo;Italia, Roma I, Roma 1958, p. 509; A. Calissoni Bulgari, Maestri argentieri, gemmari e orafi di Roma, Roma 1987, p. 226.\">30<\/a><\/sup>, Giacomo, Magno, Lamberto Episcopo, Damaso Papa, Andrea Apostolo e Luca Evangelista (<a title=\"Fig. 12. G. Grimaldi, &lt;i&gt;Caput sancti Lucae&lt;\/i&gt;, Arch.Cap.S.Pietro.H.2, 0096, f.39v. Per gentile concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato \u00a9 2017.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui012.jpg\">Fig. 12<\/a>). Quest&#8217;ultimo \u00e8 l&#8217;unico ad essere giunto sino a noi ed \u00e8 tutto&#8217;ora conservato nel Museo: scamp\u00f2 infatti fortunosamente alla distruzione quando, a seguito delle requisizioni per il Trattato di Tolentino, \u00a0venne ordinato \u00ab\u2026 che tutti gli ori ed argenti appartenenti alla chiesa Patriarcale di San Pietro come alle altre filiali, a riserva soltanto di quelli che son parimenti al decoro del divino Culto ed all&#8217;esercizi di comuni atti di Religione, e che non possono essere formati in altra materia di qualunque specie siano, o semplici, o manufatturati [\u2026] siano portati interamente in questa Zecca ove a norme delle distruzioni\u00a0 [\u2026] se ne far\u00e0 seguire lo squaglio e la riduzione in verge o in moneta per soddisfare all&#8217;imminente pagamento\u00bb come registrato nel <em>Diario della Basilica Vaticana<\/em> il 3 luglio 1796<sup><a href=\"#footnote_30_2829\" id=\"identifier_30_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP (al Palazzo della Canonica), Diario della Basilica Vaticana, 9\/2.32 (olim D 32), ff. 98v-99r.\">31<\/a><\/sup>. Grazie alla sottigliezza della lamina da cui \u00e8 costituito, e quindi allo scarso ricavo in argento che se ne poteva ottenere<sup><a href=\"#footnote_31_2829\" id=\"identifier_31_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro&hellip;,  1950, p. 72;&nbsp; F.S. Orlando, Il Tesoro&hellip;, 1958, p. 69.\">32<\/a><\/sup>, <em>il Busto Reliquario di Luca Evangelista<\/em> sopravvisse alle requisizioni del 1796.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>busto reliquiario di san Luca<\/em> <em>Evangelista<\/em> (<a title=\"Fig. 13. &lt;i&gt;Reliquiario del capo di san Luca&lt;\/i&gt;, fine del XIV secolo.  Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui013.jpg\">Fig. 13<\/a>) \u00e8 un&#8217;opera realizzata a sbalzo con porzioni in argento, per l&#8217;incarnato, e argento dorato per i capelli e le vesti; sul fronte \u00e8 presente un medaglione lobato, in origine impreziosito da uno strato di smalto traslucido, oggi del tutto scomparso, con la raffigurazione del toro e l&#8217;iscrizione <em>Sanctus Lucas <\/em><sup><a href=\"#footnote_32_2829\" id=\"identifier_32_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il busto misura cm 51 x 36 x 26; Numero d&rsquo;inventario 20371, Scheda 28. F.M. Torrigio, Le sacre grotte vaticane, Roma 1639, p.185.\">33<\/a><\/sup>. Sulla base, ai lati, sono presenti le insegne del Capitolo Vaticano, al quale si deve la commissione dell&#8217;opera, e una lunga iscrizione a niello<sup><a href=\"#footnote_33_2829\" id=\"identifier_33_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"X. Barbier de Montault, Les souterrains&hellip;, 1866, p. 61; Idem&nbsp; Guide du p&egrave;lerin &hellip;, 1877, pp. 274-275; A. De Waal, Die antiken Reliquiare der Peterskirche, in &ldquo;R&ouml;mische Quartalschrift f&uuml;r christliche Alterthumskunde und f&uuml;r Kirchengeschichte&rdquo;, Roma 1894, p. 251; A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro&hellip;, 1950, p. 71-72; F.S. Orlando, Il Tesoro&hellip;, 1958, p. 69.\">34<\/a><\/sup> Caput Beati Lucae Evangelistae Traslatum De Constantinopoli Romam Per Bim SS Doctorem P[apam] Primum.\u00a0 Questa riferisce che il cranio arriv\u00f2 a Roma da Costantinopoli grazie a Gregorio della <em>Gens Anicia<\/em>, eletto pontefice nel 590 con il nome di Gregorio I (590-604), detto Magno, Dottore della Chiesa. Gregorio svolse il ruolo di <em>apocrisario<\/em> nella capitale dell&#8217;Impero, cio\u00e8 di nunzio apostolico tra il 579 ed il 586, durante il pontificato del suo predecessore papa Pelagio II (579-590). Il busto pu\u00f2 essere considerato opera tardo trecentesca<sup><a href=\"#footnote_34_2829\" id=\"identifier_34_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Cascioli,&nbsp; Nuova guida&hellip;, 1924, p.59; A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro&hellip;, 1950, p. 71-72; una datazione generica al XIV secolo &egrave; invece avanzata da X. Barbier de Montault, Guide du p&egrave;lerin&hellip;, 1877,&nbsp; pp. 274-275; E. Francia, Il Tesoro di S. Pietro, Roma 1984, p. 10-11.\">35<\/a><\/sup> sia per i dati stilistici sia in base a quanto risulta dalle fonti archivistiche, come l&#8217;inventario della Sacrestia Vaticana, gi\u00e0 citato e voluto da Giordano Orsini nel 1436<sup><a href=\"#footnote_35_2829\" id=\"identifier_35_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Vedi nota 19.\">36<\/a><\/sup>, nel quale si ricorda il: \u00abCaput sancti Luce cum argento et litteris smaltatis\u00bb<sup><a href=\"#footnote_36_2829\" id=\"identifier_36_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. M&uuml;ntz &ndash; A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica&hellip;, 1883, p. 52.\">37<\/a><\/sup>. Nell&#8217;inventario di Grimaldi il reliquiario \u00e8 disegnato abbastanza fedelmente sebbene i capelli risultino pi\u00f9 lunghi rispetto al reale: il busto appare rialzato su una alta base liscia priva di ornamenti e il Santo \u00e8 raffigurato come un giovane che indossa una veste cui \u00e8 sovrapposto un mantello fermato dal medaglione. Il reliquiario \u00e8 ricordato nell&#8217;inventario dei primi del Seicento quale \u00abCapite antiquissimo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_37_2829\" id=\"identifier_37_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,&nbsp; H 2, ff.39v-40r-40v, n.39).\">38<\/a><\/sup>, annotando come fosse gi\u00e0 citato in un documento risalente al 1410. Nel 1527 durante il Sacco di Roma fu nascosto da un canonico in un pozzo<sup><a href=\"#footnote_38_2829\" id=\"identifier_38_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la Stauroteca Minore Vaticana. Storie di orefici nella Sacrestia di San Pietro, tra XV e XVI secolo, Citt&agrave; del Vaticano 2012,&nbsp; pp. 17-18; ACSP [alla BAV], Manoscritti, H3, f.73r.\">39<\/a><\/sup>, \u00a0ed \u00e8 ricordato in tutti gli inventari della Sacrestia Vaticana oltre che dal Cancellieri<sup><a href=\"#footnote_39_2829\" id=\"identifier_39_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Cancellieri, De secretariis&hellip;, 1786 vol III, p. 1192-1199.\">40<\/a><\/sup> nel 1786.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritornando al <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em>, ma che come ricostruito conteneva sino alla seconda met\u00e0 del XIX secolo l&#8217;omero di san Cristoforo, emerge un dato di primaria importanza dall\u2019inventario del 1581 nel quale l&#8217;opera \u00e8 descritta per la prima volta con dovizia di particolari come: \u00abcassetta una grande, per la maggior parte di rame indorato et parte di piastre d&#8217;argento, con tre porticelle per ogni faccia con suoi cristalli et dalli lati una con cirti versetti adornata: \u201cHUMERUS S. CRISTOPHORI MARTYRIS\u201d\u00bb<sup><a href=\"#footnote_40_2829\" id=\"identifier_40_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP [alla BAV], Inventario 11, f. 16v, n. 9; L. Cardilli Alloisi, Reliquiario del capo di S. Sebastiano, (Scheda di catalogo III.3.6), in ROMA 1300-1875. L&rsquo;arte degli anni santi, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia 20 dicembre 1984 &ndash; 5 aprile 1985) a cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Milano 1984, p. 146.\">41<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una immagine della cassetta \u00e8 riprodotta nel citato catalogo delle reliquie di Grimaldi del 1617 (<a title=\"Fig. 14. G. Grimaldi, &lt;i&gt;Humeri Sancti Cristophori&lt;\/i&gt;, Arch.Cap.S.Pietro. H.2, 0063, f.23r. Per gentile concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato \u00a9 2017.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui014.jpg\">Fig. 14<\/a>) ma, contrariamente a quanto avviene in genere per gli altri reliquiari descritti, in questo caso l&#8217;autore del manoscritto non cita la storia della reliquia n\u00e9 il donatore sebbene ne disegni con una certa evidenza ed accuratezza lo stemma familiare che compare, a smalto <em>champlev\u00e9,<\/em> sui due lati brevi, quale unico elemento di rilievo a fronte delle scarse informazioni in suo possesso<sup><a href=\"#footnote_41_2829\" id=\"identifier_41_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"ACSP [alla BAV], Manoscritti, H2, f. 23r, n. 26.\">42<\/a><\/sup>. Il manufatto \u00e8 descritto come \u00abCapsa aerea inaurata et argento ornata cum supradictis insignibus cum magna pars humeri Sancti Cristophori ossum magnum integrum et admirandum proceras staturas\u00bb<sup><a href=\"#footnote_42_2829\" id=\"identifier_42_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">43<\/a><\/sup>. Anche il disegno, in genere piuttosto fedele per quanto riguarda gli altri reliquiari, \u00e8 in questo caso di proporzioni difformi rispetto all&#8217;opera reale -sui lati sono raffigurate infatti otto scompartizioni finestrate anzich\u00e9 tre -; tale anomalia \u00e8 stata giustificata supponendo che l\u2019autore dell\u2019immagine che riproduce la teca abbia voluto evidenziare la singolare lunghezza della reliquia in essa conservata, l\u2019omero colossale corrispondente alla straordinaria statura del Santo, ricordata anche dal breve testo che accompagna il disegno nel manoscritto<sup><a href=\"#footnote_43_2829\" id=\"identifier_43_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Cardilli Alloisi,&nbsp; Reliquiario del capo &hellip;., 1984, p. 146.\">44<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, l\u2019effettiva forma del manufatto non \u00e8 per nulla compatibile con la struttura dell\u2019osso di Cristoforo che dunque, come gi\u00e0 evidenziato per il cranio di san Sebastiano, sembra mal corrispondere alla tipologia del reliquario a foggia di teca architettonica. I reliquari per ossa lunghe, quali omeri o interi bracci, ma anche tibie e femori, presentano il pi\u00f9 delle volte una struttura verticale e hanno spesso l&#8217;aspetto di reliquiari \u201cparlanti\u201d, modellati in metallo a simulare la specifica anatomia del prezioso contenuto<sup><a href=\"#footnote_44_2829\" id=\"identifier_44_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"B. Montevecchi &ndash; S.Vasco Rocca, Dizionari terminologici &ndash; Suppellettili ecclesiastiche I,  Firenze 1987, pp. 157 e ss. (per la tipologia dei reliquiari); in particolare: p. 179 (reliquiari a teca); p. 182 (a cassa o cassetta); p. 183 (a cofano); p. 186 (a urna); pp. 190-195 (antropomorfi); pp. 201-203 (architettonici).\">45<\/a><\/sup>. L&#8217;omero di san Cristoforo di forma lunga e stretta, seppure di dimensioni maggiori del naturale, adagiato nel reliquario \u2013 largo 33 centimetri e alto alla base degli spioventi del tetto pi\u00f9 di 25 \u2013 sarebbe apparso difficilmente visibile anche a breve distanza, seppure attraverso le otto finestrelle, a meno che non fosse stato inserito in una fiala in vetro e sospeso all&#8217;interno della miniaturistica struttura architettonica<sup><a href=\"#footnote_45_2829\" id=\"identifier_45_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nel testo del Cancellieri del 1786 le reliquie di san Cristoforo risultano conservate in un altro reliquiario &laquo;Presentemente sono racchiuse in una Cassetta tutta d&rsquo;argento con queste lettere. HUMERUS S. CHRISTOPHORI&raquo;[1] cos&igrave; come, poco dopo, nell&rsquo;inventario del 1793. Si tratta di un manufatto non pi&ugrave; esistente in quanto, come segnalato nell&rsquo;inventario appena citato con una annotazione successiva , &laquo;dato alla Zecca per la prima requisizione&raquo; il 19 febbraio 1797 a seguito del Trattato di Tolentino (ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 85).\">46<\/a><\/sup>. Quest\u2019ultima sembra piuttosto riferibile ad una precisa tipologia di teca atta a contenere o una reliquia di maggiori dimensioni o pi\u00f9 reliquie di piccole dimensioni, collocate in corrispondenza delle otto aperture. Nel catalogo manoscritto di Grimaldi il reliquiario in esame viene definito con il termine\u00a0 \u00abcapsa\u00bb, impiegato anche per altri quattordici esemplari e declinanto nella versione di \u00abcapsula\u00bb o \u00abtheca\u00bb, col quale sono individuate cassette &#8211; in molti casi in legno rivestito di tessuto o realizzati in metallo dorato e con eventuali aperture chiuse da vetri &#8211; spesso a carattere \u00abmultiplo\u00bb, contenenti cio\u00e8 reliquie diverse, come ad esempio quella dei santi Gregorio Magno, Girolamo ed Basilio<sup><a href=\"#footnote_46_2829\" id=\"identifier_46_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Grimaldi, Catalogus&hellip;, (ACSP [alla BAV], Manoscritti, H 2, f.8r, n.11.\">47<\/a><\/sup>. Anche negli inventari precedenti al Grimaldi\u00a0 \u20131617\u2013 \u00a0il Tesoro appare ricco di numerosi reliquiari a teca, elencati come \u00abcapsule\u00bb o \u00abtabernacula\u00bb,  molti dei quali realizzati in metallo dorato e argento, alcuni arricchiti da pietre preziose, contenenti pi\u00f9 reliquie di ridotte dimensioni. Nell&#8217;inventario del 1454-55 \u00e8 presente, fra gli altri, un \u00abtabernaculum de cristallo parvum cum una cruxetta, cum reliquiis sancti Iohannis Crisostomi, cum smaldis sanctii Benedicti et sancti Antonii\u00bb  ed ancora un\u00a0 \u00abtabernaculum parvulum de cristallum cum smaldis sancti Michaelis et sancti Antonii, cum reliquis de ligno crucis et de pane et piscibus de quibus satiati sunt quinque milia hominum\u00bb<sup><a href=\"#footnote_47_2829\" id=\"identifier_47_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. M&uuml;ntz &ndash; A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica&hellip;, 1883, p. 88. Il Reliquario &egrave; stato sapientemente indagato e riconosciuto quale opera dell&rsquo;orafo romano Meo de Flaviis (A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno&hellip;, 2012, pp. 22-23.\">48<\/a><\/sup>. Mentre nell&#8217;inventario del 1489 \u00e8 descritto un\u00a0 \u00abTabernaculum cristallinum cum pede de argento deaurato ad octo angulos, in quo sunt reliquie infrascripte, videlicet de digito S. Georgii, de ossibus S. Iacobi majoris, Pater noster de ossibus S. Catherine, de reliquiis S. Romani et de reliquis S. Agnetis\u00bb<sup><a href=\"#footnote_48_2829\" id=\"identifier_48_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. M&uuml;ntz &ndash; A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica&hellip;, 1883, p. 102.\">49<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Constata l&#8217;incongruenza tra la forma della teca e la morfologia della reliquia in esso contenuta, \u00e8 possibile ipotizzare che il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> non solo non fosse in origine destinato a custodire il cranio del condottiero romano, ma neppure l&#8217;omero di san Cristoforo, reliquia mai attesta negli elenchi conservati nella Sacrestia della Basilica di San Pietro e datati tra i primi del XV secolo e il 1550, in quanto compare per la prima volta, come gi\u00e0 detto, nell&#8217;inventario del 1581<sup><a href=\"#footnote_49_2829\" id=\"identifier_49_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L&rsquo;omero di san Cristoforo sembra quindi essere giunto nella Sacrestia Vaticana tra il 1581 ed il 1550, anno del precedente inventario nel quale non viene citato il sacro osso.\">50<\/a><\/sup>. Al contempo i caratteri stilistici del cofanetto permettono di collocarlo ad un\u2019epoca cronologicamente pi\u00f9 antica rispetto alla comparsa della reliquia di Cristoforo. La storiografia relativa al reliquario pone, infatti, l\u2019esecuzione del manufatto tra i primi decenni del Cinquecento e gli ultimi anni del Quattrocento. Per Xavier Barbier de Montault<sup><a href=\"#footnote_50_2829\" id=\"identifier_50_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"X. Barbier de Montault, Les souterrains et le tr&eacute;sor&hellip;, 1866, pp. 62.\">51<\/a><\/sup>: \u00abElle date de la Renaissance, vers l&#8217;an 1520\u00bb; una datazione anticipata da Angelo Lipinsky nel 1950 che per primo avanza la proposta di retrodatare il reliquiario alle fine XV secolo, grazie ad una lettura stilistica dell&#8217;opera; ipotesi riconosciuta valida da Francesco Saverio Orlando nel 1958<sup><a href=\"#footnote_51_2829\" id=\"identifier_51_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F.S. Orlando, Il Tesoro&hellip;, 1958, p. 70.\">52<\/a><\/sup> e ribadita nel 2009 da Mirko Stocchi<sup><a href=\"#footnote_52_2829\" id=\"identifier_52_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Stocchi, Tesoro di&hellip;, 2009, p. 98-99.\">53<\/a><\/sup>. Pi\u00f9 puntuale appare la proposta di Luisa Cardilli Alloisi che, nel 1984, ne colloca l&#8217;esecuzione nella seconda met\u00e0 del XV<sup><a href=\"#footnote_53_2829\" id=\"identifier_53_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Amayden,&nbsp; La Storia delle Famiglie Romane, Roma 1910, vol. II, p. 27.\">54<\/a><\/sup>; tesi gi\u00e0 in parte avanzata negli anni &#8217;60 da Lipinsky (che aveva rivisto la propria posizione) e da Fornari<sup><a href=\"#footnote_54_2829\" id=\"identifier_54_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie&hellip;, 1966, S. Fornari, Gli argenti romani, Roma 1968, p. 70-71.\">55<\/a><\/sup> che pone la realizzazione del reliquiario nel periodo che intercorre tra i pontificati di papa Sisto IV della Rovere (1471-1484) e di Innocenzo VIII Cybo (1484-1492). L&#8217;opera presenta infatti tutti i caratteri peculiari della cultura antiquaria che contraddistingue gli ultimi decenni del Quattrocento, grazie alla quale vengono finalmente soppiantanti gli stilemi del gotico pi\u00f9 elaborato caratterizzanti le opere di oreficeria del XV secolo che tuttavia in molti casi sopravvivranno fino alla prima parte del secolo successivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni raffronti qui proposti permettono altres\u00ec di anticipare la datazione del reliquiario del Museo del Tesoro, al settimo o ottavo decennio del Quattrocento, circoscrivendola ulteriormente. Per la riproposizione degli elementi architettonici di estrema chiarezza compositiva tipica delle costruzioni di et\u00e0 classica si confronti l&#8217;opera in esame con la <em>Pace <\/em>con<em> <\/em>la raffigurazione<em> Cristo Victima Sancta <\/em> (databile ante 1463) del Museo diocesano di Tarquinia<sup><a href=\"#footnote_55_2829\" id=\"identifier_55_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La Pace misura cm 13 x 7,5, la struttura architettonica &egrave; realizzata in rame dorato, mentre la figura del Cristo &egrave; eseguita a fusione in argento e argento dorato; sul fondo &egrave; posta una sottilissima lamina in argento dorato che presenta delle lacune negli angoli superiori ove dovevano essere applicate delle decorazioni oggi mancanti (probabilmente le immagini del sole e della luna); in corrispondenza delle piaghe delle mani e del costato sono fissati dei granati (prima del recente restauro era mancante la pietra sul lato sinistro); degno di nota, sul retro, &egrave; il piccolo manico a tralcio spinoso, a ricordare la corona di spine del Cristo, che si distacca dal piano con un aggetto di circa cm 3,5. Lungo l&rsquo;architrave e lungo la base compare l&rsquo;iscrizione in lettere capitali LANGORES N[OST]ROS IPSE TULIT \/ CUIUS LIVORES SANATI SUMUS; nonostante la sommariet&agrave; dell&rsquo;esecuzione e qualche incertezza nelle proporzioni, alcuni particolari nelle singole lettere (come la definizione degli apici) e il tentativo di contenere il tracciato dei caratteri &ndash; tutti maiuscoli &ndash;&nbsp; nella regolarit&agrave; geometrica dello spazio bilineare tradiscono la chiara volont&agrave; di emulare la grafia della capitale elegante di tradizione classica. In alto, agli apici del piccolo timpano sono incastonati tre vetri colorati in sostituzione delle pietre originarie perdute. L&rsquo;iconografia del Cristo e il gusto antiquario di alcuni dettagli permette di avvicina la Pace ad un opera i marmo di simile soggetto conservata oggi nelle Grotte Vaticane presso sarcofago di papa Callisto III (Alonso Borja de Valencia, 1455-1458) databile agli anni del suo pontificato (V.Lanzani, Le Grotte Vaticane, Citt&agrave; del Vaticano 2010, p. 279). La netta ispirazione antiquariale del manufatto presenta&nbsp; nell&rsquo;esecuzione una fattura piuttosto corriva (visibile ad occhio nudo ma ancor pi&ugrave; evidente dall&rsquo;osservazione ravvicinata a microscopio durante le fasi del restauro) che caratterizza anche il Reliquiario del capo di San Sebastiano e la Stauroteca Minore Vaticana: sono analoghi, infatti, sia l&rsquo;uso di materiali poveri sia la preparazione poco accurata delle cere per le fusioni, successivamente maldestramente o quasi per nulla rifinite a cesello e bulino, tanto che molti dettagli restano poco definiti e approssimativi. La Pace &egrave; conservata presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Tarquinia e proviene dalla chiesa di San Giovanni di Tarquinia (V. Valerio, Pace, (scheda 32), in Sculture Preziose: Oreficeria sacra nel Lazio dal XIII al XVIII secolo, catalogo della mostra, &nbsp;a cura di B. Montevecchi, Roma 2015,&nbsp; p. 201. L&rsquo;opera &egrave; appena stata restaurata dallo scrivente (foto prima del restauro); a tale riguardo si coglie l&rsquo;occasione per ringraziare la direzione lavori Luisa Caporusso del MIBACT, Giovanni Insolera e Benedetta Montevecchi per avermi segnalato gli stretti legami tra i Vitelleschi e l&rsquo;Ordine Agostiniano nell&rsquo;ambito del quale &egrave; la realizzazione del reliquiario in esame.\">56<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 15. Oreficeria centro italiana, &lt;i&gt;Pace Cristo Victima Sancta&lt;\/i&gt;, ante 1463, argento e argento dorato, rame dorato, pietre preziose e vetro. Tarquinia (Viterbo), Museo diocesano di arte sacra. Foto per gentile concessione del Museo Diocesano di Tarquinia.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui015.jpg\">Fig. 15<\/a>), connessa con la figura del cardinale Bartolomeo Vitelleschi (deceduto nel 1463)<sup><a href=\"#footnote_56_2829\" id=\"identifier_56_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Bartolomeo Vitelleschi fu vescovo di Montefiscone e Corneto (oggi Tarquinia) dal 1438 al 1442 e nuovamente tra il&nbsp; 1449 e il 1463; a lui si devono, oltre al bel palazzo che prende il suo nome, anche alcune straordinarie opere di oreficeria (V. Valerio, Testa reliquario di santa Margherita (scheda 29), in Sculture Preziose&hellip;, 2015, p. 200; Idem, Testa reliquiario di san Teofanio (scheda 25), in Sculture Preziose&hellip;, 2015, p. 198; Idem, Testa reliquiario di san Lituardo (scheda 30), in Sculture Preziose&hellip;, 2015, p. 201).\">57<\/a><\/sup>, nella quale ritroviamo l&#8217;alto basamento, le lesene scanalate con capitello corinzio, \u00a0l&#8217;accentuata trabeazione ed il timpano dalla semplice cornice lineare con un emblema al centro. Ancor pi\u00f9 diretto e stringente \u00e8 il raffronto con la <em>Stauroteca Minore Vaticana<\/em> (<a title=\"Fig. 16. Meo de Flaviis - Manno Sbarri, &lt;i&gt;Stauroteca Minore Vaticana&lt;\/i&gt;, 1450-1464 \/ 1567, Rame dorato e argento. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui016.jpg\">Figg. 16<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 17. Meo de Flaviis - Manno Sbarri, &lt;i&gt;Stauroteca Minore Vaticana&lt;\/i&gt;, 1450-1464 \/ 1567, particolare. Rame dorato e argento. Citt\u00e0 del Vaticano, Basilica di San Pietro, Museo del Tesoro. Foto per gentile concessione del Capitolo Vaticano\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui017.jpg\">17<\/a>), \u00a0opera di Meo de Flaviis, realizzata entro il 1455 e rielaborata nel decennio successivo entro il 1464<sup><a href=\"#footnote_57_2829\" id=\"identifier_57_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la &hellip; , 2012, pp.&nbsp; 17- 22, 45-58 e passim. Il reliquiario&nbsp; nella sua forma attuale comprensiva delle aggiunte successive misura cm. 66 x 27 x 17. Numero d&rsquo;inventario 20197, scheda numero 33.\">58<\/a><\/sup>. Sorprende l&#8217;analogia delle proporzioni del disegno architettonico che accomuna i tre manufatti con armonia ed equilibrio classicheggianti tra le parti<sup><a href=\"#footnote_58_2829\" id=\"identifier_58_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Non appare quindi condivisibile l&rsquo;ipotesi di Gauvain che la paraste siano state accorciate in un intervento di restauro che ne avrebbe modificato le proporzioni, riducendo l&rsquo;altezza dell&rsquo;intera opera.&nbsp; (A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la &hellip; , 2012, p. 97).\">59<\/a><\/sup>. Nello specifico l&#8217;identit\u00e0 degli elementi strutturali gi\u00e0 citati \u00e8 manifesta nella realizzazione dei piccoli capitelli costituiti da una successione di foglie lisce lanceolate dalle quali si dipartono caulicoli chiusi a ricciolo sormontati da abaco con fiore centrale, che, pur nella sommariet\u00e0 dell&#8217;esecuzione, tradiscono una <em>facies<\/em> comune di ispirazione classica evidente nell&#8217;accentuato intento di riproporre i tratti distintivi dello stile corinzio. Le similitudini tra la <em>Stauroteca<\/em> e il cofanetto architettonico, la sovrapponibilit\u00e0 di molti dettagli e la comune ispirazione stilistica, ma anche i numerosi documenti rintracciati<sup><a href=\"#footnote_59_2829\" id=\"identifier_59_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro&hellip;, 2012, pp. 17-34.\">60<\/a><\/sup> circa la lunga attivit\u00e0 di Meo de Flaviis per il Capitolo Vaticano e la Sacrestia della Basilica, dai primi anni Cinquanta fino alla sua morte avvenuta attorno al 1480 quando realizza molti lavori\u00a0 &#8211; non pi\u00f9 esistenti -,\u00a0 permettono di ipotizzare che il <em>Reliquario del capo di san Sebastiano<\/em> possa essere opera di tale orafo, come anche la piccola <em>Pace<\/em> di Tarquinia che con la <em>Stauroteca<\/em> ha elementi di assoluta identit\u00e0 nella realizzazione e nelle decorazioni del timpano, oltre che dei capitelli. \u00a0Si consideri inoltre che in tutti e tre i casi ci si trova di fronte ad opere che, anche matericamente, presentano un elemento in comune: il metallo utilizzato \u00e8 sostanzialmente il rame dorato, mentre il pi\u00f9 costoso argento \u00e8 impiegato solo per le parti decorative o in sottilissime lamine o piccole fusioni. \u00c8 probabilmente per tale ragione che, visto il poco valore intrinseco del metallo, i manufatti sono sopravvissuti sia al Sacco di Roma sia alle requisizioni di fine Settecento o della Repubblica Romana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">A queste opere pu\u00f2 altres\u00ec aggiungersi un significativo raffronto con il bel<em> Reliquiario di san Cristoforo<\/em> <em>martire<\/em> (<a title=\"Fig. 18. Oreficeria romana, &lt;i&gt;Reliquiario dell'omero di San Cristoforo Martire&lt;\/i&gt;, 1472, argento e argento dorato, rame, niello, smalto champlev\u00e9, vetro. Urbania, Museo Leonardi. Foto per gentile concessione del Museo della Cattedrale; foto Giovanni Contarelli.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui018.jpg\">Fig. 18<\/a>) della concattedrale di Urbania<sup><a href=\"#footnote_60_2829\" id=\"identifier_60_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il reliquiario misura cm 37,3 x 17; &egrave; oggi conservato presso il Museo Leonardi di Urbania proveniente dalla concattedrale di San Cristoforo Martire di Urbania.&nbsp; BESSARIO PONT SABIN SANCTAE R E CARD NICAENUS PARTEM HANC HUMERI BEATI CHRISTOPHORI MARTYRIS \/ EX SACRIS URBIS ROMAE RELIQUIIS A SIXTO IIII PONT MAX SIBI DONO DATAM HUIC SACRATIIS EIUSDEM SANCTI TEMPLO \/ DICAVIT PRECIBUS IOANN FRANCISCI BENTEVOLEI EIDEM TEMPLO PRAESIDENTIS ANNO SALUTIS MCCCCLXXII; ANNO VERO 1726 DIE 7 NOVEMBRIS ARCHIEP CASTELLI EPISCOPUS URBANIAE RECOGNOVIT AC SIGILLAVIT IN S.V. Vedi: G. Barucca, San Cristoforo nelle suppellettili ecclesiastiche della Cattedrale di Urbania, in In viaggio con San Cristoforo. Pellegrinaggi e devozione tra Medio Evo ed Et&agrave; Moderna, catalogo della mostra (Jesi, Pinacoteca e Musei Civici, Palazzo Pianetti, 20 ottobre 2000 &ndash; 14 gennaio 2001) a cura di L. Mazzoni e M. Paraventi, Firenze 2000, pp.83-86;&nbsp; S. Santarelli, Reliquiario di San Cristoforo (scheda di catalogo), in In hoc signo Vinces 313. Nel segno della Croce, catalogo della mostra (Urbino, Montefabbri, Urbania, Sant&rsquo;Angelo in Vado, Mercatello sul Matauro, Sassocorvaro, 30 luglio &ndash; 22 settembre 2013), a cura di mons. Davide Tonti e Sara Bartolucci, &nbsp;Macerata Feltria (PU) 2013, pp. 163-164, illustrazioni p. 162.\">61<\/a><\/sup>, a suo tempo chiamata Casteldurante, datato 1472, come rivela la lunga iscrizione a smalto posta sul fronte del manufatto. Il reliquiario, gi\u00e0 erroneamente attribuito dagli anni Sessanta del Novecento ad Antonio del Pollaiolo<sup><a href=\"#footnote_61_2829\" id=\"identifier_61_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per una disamina della bibliografia precedente e una nuova ipotesi attributiva a Pietro di Antonio da Siena, orafo della corte papale sistina, si rimanda a: G. Barucca, San Cristoforo nelle suppellettili&hellip;, 2000, p. 86.\">62<\/a><\/sup>, fu donato dal cardinal Bessarione in occasione della sua visita alla badia di San Cristoforo del Ponte il 30 aprile 1472. La base dell&#8217;opera \u00e8 decorata a girarli d&#8217;acanto che si dipartono dalle code di quattro sfingi poste sugli angoli; al centro di ogni lato sono quattro stemmi a smalto policromo <em>champlev\u00e9, <\/em>incorniciati da ghirlande in alloro, raffiguranti gli emblemi \u00a0di papa Sisto IV (1414-1484) sul fronte, del cardinale Bessarione (1408-1472) sui due lati e dell&#8217;abate Gianfrancesco Bentivoglio, commendatario e segretario del Cardinale, sul retro. Il reliquario di Urbania<sup><a href=\"#footnote_62_2829\" id=\"identifier_62_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per una singolare coincidenza il reliquiario di Bessarione e l&rsquo;opera in esame per un certo periodo hanno custodito reliquie di Cristoforo sebbene, come in precedenza accennato, il cofanetto romano nella seconda met&agrave; del XV secolo, ossia all&rsquo;epoca della donazione ad Urbania, doveva contenere altre sacre spoglie, in quanto l&rsquo;omero del Santo &egrave; attestato nella Basilica Vaticana solo dal 1581.\">63<\/a><\/sup> e il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> presentano straordinarie similitudini, oltre che negli elementi strutturali quali l&#8217;alto stilobate, le colonne scanalate con capitello corinzio e l&#8217;aggettate architrave, anche nell\u2019uso della tecnica a smalto per gli stemmi incorniciati con ghirlanda intrecciata a nastro e nello sviluppo volumetrico della struttura a edificio classicheggiante con copertura a scandole, sebbene uno sia a pianta quadrangolare e l&#8217;altro longitudinale<sup><a href=\"#footnote_63_2829\" id=\"identifier_63_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Echi e risonanze di ispirazioni classiche che si ritrovano nel pi&ugrave; tardo Reliquario del cilicio della Maddalena, in argento e argento dorato,&nbsp; nel Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano, risalente all&rsquo;ultimo&nbsp; quarto&nbsp; del XV secolo e derivante nella sua struttura dal Tempio di Vesta al Foro Romano (M. Andaloro, Reliquario del cilicio della Maddalena, scheda n. 148, in Tesori d&rsquo;arte sacra di Roma e del Lazio dal Medioevo all&rsquo;Ottocento, catalogo della mostra (Palazzo delle Esposizioni novembre &ndash; dicembre 1975) a cura di M. Andoloro et al., Roma 1975, pp. 73-74, tav. LXXXIII). La copertura a scandole inoltre &egrave; ispirata alle &laquo;cupole a base ottagonale erette nell&rsquo;ultimo quarto del Quattrocento a Roma (chiese di S. Agostino, S. Maria del Popolo, S. Maria della Pace)&raquo; ( M. Andaloro, Il tesoro della basilica di S. Giovanni in Laterano, in San Giovanni in Laterano, a cura di Carlo Pietrangeli, Firenze 1990, pp. 270-281, in particolare p. 277).\">64<\/a><\/sup>. Elementi identitari di un medesimo linguaggio che nel reliquiario romano si esprime nei modi semplificati e corrivi di una parlata colloquiale, mentre nel tempietto marchigiano, contraddistinto da una perfetta esecuzione, assume le forme pi\u00f9 auliche e raffinate di un eloquio controllato; il reliquiario del Museo del Tesoro, infatti, \u00a0pur meno sontuoso, in quanto privo dello straordinario basamento dell&#8217;opera della Marche, appare animato da un gusto altrettanto sofisticato che dichiara una stessa sensibilit\u00e0 per l&#8217;ornamento antiquariale, come evidente nel fregio dell&#8217;architrave con festoni e nastri svolazzanti fra protomi leonine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prestigiosa committenza pontificia e cardinalizia del <em>Reliquiario di Urbania<\/em> acclarata dagli stemmi e dall&#8217;iscrizione contrasta con la sconosciuta provenienza del cofanetto vaticano la cui origine rest\u00f2 praticamente ignota sino alla met\u00e0 degli anni Ottanta del secolo scorso, quando i tondi in smalto, \u00abspaccato nel 1\u00b0 di rosso al cane d&#8217;argento passante, collarino d&#8217;azzurro, nel 2\u00b0 ondato d&#8217;azzurro e d&#8217;oro\u00bb<sup><a href=\"#footnote_64_2829\" id=\"identifier_64_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. Amayden, La storia delle famiglie&hellip;, 1910, vol.II, p. 27.\">65<\/a><\/sup>, vennero identificati con il blasone della famiglia romana dei Mactabuffi<sup><a href=\"#footnote_65_2829\" id=\"identifier_65_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Cardilli Alloisi, Reliquiario del capo &hellip;., 1984, p. 146.\">66<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Poche e scarne sono le notizie relative ai Mactabuffi o Mattabuffi, dei quali si conservano nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo due lapidi relative alla sepoltura di Andrea di Cecco Fordivoglie detto Mattabufo \u00abcivis Romanis de regionis Parionis\u00bb<sup><a href=\"#footnote_66_2829\" id=\"identifier_66_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"V. Forcella, Iscrizioni delle chiese ed altri edificii di Roma , 1879, vol. 13,&nbsp; p. 512 , nn. 1254-1255.\">67<\/a><\/sup>, defunto nel 1435 e di sua moglie, Caterina di Simeone, morta nel 1440. Si tratta dei genitori di Maria, Anastasia, Renza e Paolo, unico figlio maschio alla cui morte la famiglia di estinse.\u00a0 Appare possibile riconoscere proprio in Paolo, ultimo membro della stirpe Mattabuffi, la persona nella quale identificare il committente del reliquiario oggi al Museo del Tesoro: le vicende biografiche lo vedono infatti membro per oltre trenta anni della corte pontificia, \u00a0dal 1452 alla sua morte, avvenuta a circa settanta anni, tra il 1483 ed il 1486<sup><a href=\"#footnote_67_2829\" id=\"identifier_67_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Mazzon, &laquo;ad tollendum discordiam inter monasteria&raquo;. Riflessioni e brevi note sull&rsquo;eremitano Paolo Mattabuffi, in Roma e il Papato nel Medioevo. Studi In Onore di Massimo Miglio. Percezioni, Scambi, Pratiche, a cura di A. De Vincentiis , Roma 2012, pp. 439-477, in particolare p, 447\">68<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Paolo Mattabuffi nacque nel secondo decennio del Quattrocento a Roma ed entr\u00f2 giovanissimo nell&#8217;ordine degli Agostiniani; laureatosi negli anni Quaranta in Teologia presso lo Studio di Padova, divenne un noto predicatore, celebre a tal punto da essere soprannominato <em>Alter Paulus <\/em><sup><a href=\"#footnote_68_2829\" id=\"identifier_68_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Piatti, Mattabuffi Paolo, in &ldquo;Dizionario Biografico degli Italiani&rdquo;, vol. 72, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008, pp. 131-132, con bibliografia precedente.\">69<\/a><\/sup>. Nel 1449 venne eletto vicario generale dell\u2019Osservanza Eremitana della Provincie di Roma e Perugia, tre anni pi\u00f9 tardi -1452- divenne cappellano pontificio di papa Niccolo V (Tommaso Parentucelli, 1447-1455), in seguito riconfermato in tale importante carica dal successore Callisto III (Alfons de Borgia y Cabanilles, 1455-1458).\u00a0 Da quest&#8217;ultimo venne inoltre nominato priore commendatario dell&#8217;Ospedale di San Matteo a via Merulana, gi\u00e0 dei monaci dell&#8217;estinto ordine dei Crociferi<sup><a href=\"#footnote_69_2829\" id=\"identifier_69_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Chiesa e convento non pi&ugrave; esistenti. Interessante il passo dell&rsquo;Armellini che riferisce &laquo;Sisto IV ridusse la chiesa a commenda che diede ad un suo familiare togliendola ai Crociferi. Rassegnata nel 1477 da cotesto titolare al pontefice, questi la dette in custodia ai pp. Agostiniani&raquo; (M. Armellini, Le chiese di Roma dalle origini fino al secolo XVI, Roma 1887, p. 465. Si veda inoltre F. Lombardi, Roma. Le chiese scomparse. La memoria storica della citt&agrave;, Roma 1996, pp. 89-91; C. Alonso, El convento agustino de S. Mateo, in &ldquo;Spicilegium Historicum&rdquo;, LIV (2006) I-II, pp. 151-184 con bibliografia precedente.\">70<\/a><\/sup>, redditizia carica che ricopr\u00ec per pi\u00f9 di venti anni dal 1455 al 1477.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Paolo Mattabuffi, oltre ai beni ereditati, pot\u00e9 quindi godere di entrate che gli permisero di condurre una vita agiata e di accumulare rendite e possedimenti, cos\u00ec come dimostrato dai numerosi lasciti previsti dalle sue ultime volont\u00e0 cui venne data esecuzione al momento della morte, avvenuta in data incerta tra il 22 agosto 1483 ed il gennaio 1486<sup><a href=\"#footnote_70_2829\" id=\"identifier_70_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Mazzon,&nbsp; &laquo;ad tollendum &hellip;, 2012, p. 447.\">71<\/a><\/sup>. Su sua specifica richiesta, il corpo venne tumulato \u00a0nella Chiesa di Sant&#8217;Agostino all&#8217;interno della cappella di Santa Maria Maddalena ove era collocata la lapide (conservata fino al XVIII secolo e oggi non pi\u00f9 esistente) con l&#8217;iscrizione destinata a perpetuarne la fama: VIRO PRECLARO FRATI DE MAC \/ TABUBULIS DOCTOR ET THEOLO RO. IURISQ \/ CANONIS SINGULARI EX SACRO ORDINE \/ EREMITAR. DIVI AUGU. PENITENT. DIGNIS \/ PATRES CONVENTUS ET FRATRES POSUERE \/\u00a0 MCC \u2026. VIX. AN. LXX<sup><a href=\"#footnote_71_2829\" id=\"identifier_71_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P.L. Galletti, INSCRIPTIONES ROMANAE INFIMI AEVI ROMAE EXSTANTES. Tomus Primus, Roma 1760, p. 513; l&rsquo;iscrizione &egrave; citata anche da Vincenzo Forcella che si rif&agrave; per la trascrizione al Galletti poich&eacute; quando, egli scrive, la tomba del Mattabuffi non c&rsquo;era gi&agrave; pi&ugrave; (V. Forcella, Iscrizioni delle chiese et altri edifici di Roma, Roma 1874, vol. V, p. 9 nr. 13).\">72<\/a><\/sup>; la lastra tombale, inoltre, era arricchita \u201ccum imagine ex anaglypho\u201d a celebrare con la massima evidenza la sua figura e il prestigio del suo ruolo in \u00a0particolare grazie alle sue mansioni nella Basilica Vaticana. Niccol\u00f2 V, infatti, lo aveva nominato penitenziario minore nel 1452 in quanto \u00abin theologia magistrum, decretorum doctorem \u00bb<sup><a href=\"#footnote_72_2829\" id=\"identifier_72_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Alonso Va&ntilde;es (a cura di), Bullarium Ordinis Sancti &nbsp;Augustini. Regesta III, 1417-1492, Roma, Institutum historicum Augustinianum, 1998 (Fontes Historiae Ordinis Sancti Augustini. Tertia series, 3), Bullarium , p. 159 nr. 404 (1&deg; ottobre 1452).\">73<\/a><\/sup>. Con questo ruolo all&#8217;interno di San Pietro, Mattabuffi lesse per decenni i suoi celebri sermoni; qui inoltre ebbe stretti rapporti con i papi Pio II \u00a0(Enea Silvio Piccolomini, 1458-1464), Paolo II (Pietro Barbo, 1464-1471)<sup><a href=\"#footnote_73_2829\" id=\"identifier_73_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Papa Barbo gli concesse in vitalizio un terreno presso di S.&nbsp;Maria del Popolo, convento agostiniano al quale l&rsquo;eremitano fu a tal punto legato da lasciare la met&agrave; dei suoi beni alla comunit&agrave; dei confratelli che vi risiedevano. Cfr. P. Piatti, Mattabuffi&hellip;, Roma 2008, p. 131.\">74<\/a><\/sup> e Sisto IV cos\u00ec come con i pi\u00f9 alti prelati della curia pontificia. I suoi esecutori testamentari furono infatti: Giovanni Francesco de Paninis auditore delle cause del Sacro Palazzo Apostolico, il vescovo Alfonso de Paradinas, fondatore dell\u2019ospedale romano di S. Giacomo degli Spagnoli, \u00a0Giovanni Arcimboldi cardinale di S. Prassede e l&#8217;influentissimo cardinale nipote Giuliano della Rovere<sup><a href=\"#footnote_74_2829\" id=\"identifier_74_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Mazzon,&nbsp; &laquo;ad tollendum &hellip;, Roma 2012, p. 445.\">75<\/a><\/sup>, vescovo di Ostia e cardinale di S. Pietro in Vincoli, che sarebbe salito al soglio pontificio alcuni anni pi\u00f9 tardi assumendo il nome di Giulio II.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ruolo di Mattabuffi e la fitta rete di relazioni istaurate all&#8217;interno della corte pontificia rendono altamente probabile che egli sia il donatore del prezioso reliquiario alla Basilica di San Pietro sul quale \u00e8 riprodotto in smalti policromi il blasone della sua famiglia<sup><a href=\"#footnote_75_2829\" id=\"identifier_75_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nell&rsquo;inventario redatto post mortem, sulla base delle disposizioni testamentarie, oltre alle molte propriet&agrave; immobiliari e ad altri beni mobili, sono elencate numerose suppellettili in metalli preziosi come: &laquo;9 tazze d&rsquo;argento; 13 cucchiai d&rsquo;argento, pi&ugrave; altri due di legno ma con i manici d&rsquo;argento; 3 forchette d&rsquo;argento; due anelli d&rsquo;oro di cui uno &ldquo;est ligatum sigillum, in alio quidam lapis preciosus et duas perlas minutas sive margaritas absque anulis et duo frusira parvulina coralli&rdquo;; un altro anello con corniola; due piccoli croci d&rsquo;argento di cui una dorata e due maghietas d&rsquo;argento; quattro perle e quattro pietre preziose ma di poco valore&raquo; (A. Mazzon, &laquo;ad tollendum &hellip;, Roma 2012, &nbsp;p. 448).\">76<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una ulteriore conferma viene dalla cronologia del reliquiario stilisticamente molto simile, come sopra accennato, \u00a0ad opere riferibili ai primi decenni della seconda met\u00e0 del Quattrocento, anni nei quali l&#8217;agostiniano Mattabuffi era impegnato nella mansioni di penitenziario apostolico. Accertata la frequentazione e la costante presenza dell\u2019eremitano nell\u2019ambito della Basilica di San Pietro, altri elementi di riflessione, che possono ricondurre in modo pi\u00f9 diretto il cofanetto alla committenza di Paolo e scaturiscono dalla lettura dei coevi inventari della Sacrestia. Il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em>, nella sua originaria destinazione, pu\u00f2 essere infatti identificato con la teca descritta nell&#8217;inventario dei beni del 1481: \u00abTaberanculum cristallinum in ere, ligatum cum copertorio fracto, in quo sunt infrascripte reliquie, videlicet de sanguine S. Catharine, de ossibus apostolorum Petri e Pauli et S. Saturnini de ossibus XI. m. virginum et s. Ursule [\u2026]\u00a0 de reliquiis S. Georgii, de manto S. Magdalene, de spinis dn\u012b Ih\u016b Xr\u012b, de reliquiis S. Margarite\u00bb; in esso, inoltre, erano conservate \u00abde ossibus S. Monache matris S. Augustini\u00bb<sup><a href=\"#footnote_76_2829\" id=\"identifier_76_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. M&uuml;ntz &ndash; A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica&hellip;, 1883, p. 88. L&rsquo;insieme delle reliquie riunite in questo cofanetto non compare pi&ugrave; negli anni seguenti nei successivi inventari: probabilmente, in occasione del&nbsp; Sacco di Roma del 1527, subirono la sorte della maggioranza dei sacri resti conservati in preziosi reliquiari e trafugati dai Lanzichenecchi; alcuni furono dispersi, molti altri furono trasportati a Napoli e, come descritto dal Torrigio, vennero fatti recuperare da Clemente VII che ordin&ograve; di riportare a Roma il maggior numero possibile di reliquie. Queste, radunate prima nella basilica di San Marco, vennero portate in solenne processione fino a San Pietro il 26 novembre 1528 (F.M. Torrigio, Le sacre&hellip;, 1635, p. 259). Tuttavia, per molte di esse, si perse la memoria della loro esatta provenienza e, pur mantenendo viva la devozione per i sacri resti, si fin&igrave; per ignorare la specifica identit&agrave; dei santi cui appartenevano.\">77<\/a><\/sup>. Si tratta di un cofanetto in metallo e vetro con copertura a spioventi, contenente pi\u00f9 reliquie di diversa forma e natura che il recensore ha elencato in otto distinte &#8220;sezioni&#8221;. La forma, il materiale e la pluralit\u00e0 delle reliquie uniti alla loro eterogeneit\u00e0 ben si accordano con il reliquiario in esame e con la sua struttura per la quale i sacri reperti avrebbero potuto essere osservati, e quindi identificati con precisione, attraverso le otto singole finestrature. Anche la scelta delle reliquie non appare affatto casuale, se posta in relazione alla committenza dell&#8217;eremitano Mattabuffi: accanto alle ossa di Monica \u00abmatris S. Augustini\u00bb\u00a0 (Si tratta dell&#8217;unica reliquia della Santa elencata in questo ed altri inventari.) vi sono altri santi connessi alla devozione dell&#8217;Ordine quali ad esempio le sante Caterina e Maddalena. \u00c8 noto che \u00abi Maestri della Scuola Teologica Agostiniana, avevano una particolare propensione ad assorbire il messaggio e il carisma di S. Caterina con tutto quello che ci\u00f2 significava nella missione della Chiesa e, prima ancora, nell\u2019opera di Cristo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_77_2829\" id=\"identifier_77_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Gli Agostiniani infatti &laquo;Propagandarono infatti il culto della Santa, ne diffusero la conoscenza e la devozione attraverso la titolazione di chiese, conventi, monasteri, cappelle e altari [&hellip;]. Quasi tutti i grandi conventi agostiniani disseminati in Italia e in Europa portano segni evidenti del culto reso dall&rsquo;Ordine a S. Caterina come patrona degli studi&raquo;, M. Rondina, Santa Caterina e l&rsquo;Ordine Agostiniano memoria storica &ndash; collegamenti culturali, in R. Tollo, Santa Caterina d&rsquo;Alessandria icona della Teosofia, Monografie Storiche Agostiniane, n.s., 10, Tolentino 2015, pp. 81-94, in particolare vedi p. 85.\">78<\/a><\/sup>. La reliquia del manto di Maria Maddalena, oltre ad essere connessa con una specifica devozione degli eremitani<sup><a href=\"#footnote_78_2829\" id=\"identifier_78_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Piatti, Il movimento femminile agostiniano nel Medioevo. Momenti di storia dell&rsquo;ordine eremitano, Roma 2007, pp. 83-84; A. Mazzon, La cappella di S. Monica in S. Agostino. Riflessioni sulla documentazione dei secoli XV-XVI, in &ldquo;Santa Monica nell&rsquo;Urbe dalla Tarda Antichit&agrave; al Rinascimento. Storia, agiografia, arte&rdquo;, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiab&ograve;, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, p. 226.\">79<\/a><\/sup>, risulta direttamente legata alla figura di Mattabuffi \u00abil quale, con licenza del capitolo generale, disporr\u00e0 nel suo testamento di porre le sue spoglie <em>in capella Sancte Marie Magdalene noviter edificata, in capsa lignea infra terram supra quam ponatur unus lapis ad utilitatem prioris dicti monasterii<\/em>\u00bb<sup><a href=\"#footnote_79_2829\" id=\"identifier_79_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Mazzon, La cappella di &hellip;, 2011, p. 206.\">80<\/a><\/sup>. A questo si aggiunga che le reliquie di Giorgio di Cappadocia, Saturnino di Cartagine, Margherita di Antiochia, Caterina d&#8217;Alessandria appartengono a santi martiri di origine orientale o nord africana, vissuti tra la fine del III e l&#8217;inizio del IV secolo, il cui culto si lega alla venerazione di Agostino di Tagaste, vescovo d&#8217;Ippona, morto nel 430.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;appartenenza del committente all&#8217;ambito eremitano fornisce oltre a quelli fin qui elencati nuovi ed insospettabili spunti di approfondimento sul <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> in relazione alla scelta tipologica del cofanetto e alla sua particolare confermazione architettonica. Non \u00e8 mai stato annotato, infatti, come il reliquiario appaia assai simile alla struttura della basilica cattedrale di Santa Aurea (<a title=\"Fig. 19. Baccio Pontelli (attribuita), &lt;i&gt;Basilica Cattedrale di Sant'Aurea&lt;\/i&gt;, Roma, Ostia Antica.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui019.jpg\">Fig. 19<\/a>) della diocesi suburbicaria di Ostia Antica<sup><a href=\"#footnote_80_2829\" id=\"identifier_80_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per un profilo di Santa Aurea, il luogo del suo martirio e il culto si veda: D. Mastrorilli, Considerazioni sul cimitero paleocristiano di S. Aurea ad Ostia, in &ldquo;Rivista di Archeologia Cristiana&rdquo;, 83 (2007), pp. 317-376.\">81<\/a><\/sup> &#8211; la <em>Gregoropoli<\/em> di papa Gregorio IV (827-844)<sup><a href=\"#footnote_81_2829\" id=\"identifier_81_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Duchesne (a cura di), Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 2, Paris 1892, p. 14.\">82<\/a><\/sup>- il cui autorevole <em>titulus<\/em> veniva assegnato per tradizione al Decano del Collegio Cardinalizio. La ricostruzione della basilica attuale, sorta su una preesistenza paleocristiana<sup><a href=\"#footnote_82_2829\" id=\"identifier_82_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Mastrorilli, Osservazioni sulla Basilica Paleocristiana di S. Aurea ad Ostia, in Scavi e scoperte recenti nelle chiese di Roma, a cura di H. Brandenburg e F. Guidobaldi, Citt&agrave; del Vaticano 2012, pp. 213-235.\">83<\/a><\/sup>, fa parte del progetto voluto dal cardinale francese Guglielmo d&#8217;Estouteville, arciprete della Basilica Patriarcale di Santa Maria Maggiore e vescovo di Ostia a partire dal 1461; la riedificazione della chiesa venne completata dal successore, il cardinale Giuliano della Rovere, che fu vescovo ostiense dal 1483 al 1503, giorno della sua elezione al soglio pontificio. L\u2019intervento rientrava nel processo di rinnovamento dell&#8217;intero Borgo avviato da papa Martino V (Oddone Colonna, 1417-1431) nei primi decenni del secolo e conclusosi solo sullo scorcio del Quattrocento sotto il pontificato di Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo 1484-1492). Secondo la tradizione,\u00a0la chiesa sorge nella zona ove era la tomba di Santa Aurea e ove trov\u00f2 sepoltura nel 387, come riportato in un celeberrimo passo delle <em>Confessiones<\/em>, anche santa Monica, madre di\u00a0Agostino<sup><a href=\"#footnote_83_2829\" id=\"identifier_83_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"St. Augustine, Confessiones, IX, 12, (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum vol. 33, pp. 221-222): &nbsp;Nam neque in eis precibus, quas tibi fudimus, cum offerretur pro ea sacrificium pretii nostri iam iuxta sepulchrum posito cadavere, priusquam deponeretur, sicut illic fieri solet, nec in eis ergo precibus flevi[&hellip;]; D. Mastrorilli, La tomba di S. Monica ad Ostia: fonti ed evidenze archeologiche, in &ldquo;Santa Monica nell&rsquo;Urbe dalla Tarda Antichit&agrave; al Rinascimento. Storia, agiografia, arte&rdquo;, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiab&ograve;, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, pp. 113-128.\">84<\/a><\/sup>. I presunti resti della Santa furono rinvenuti nel 1430 e traslati da Ostia a Roma il 9 aprile dello stesso anno, come descritto nella <em>Translatio S. Monicae <\/em><sup><a href=\"#footnote_84_2829\" id=\"identifier_84_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Closa Farres, Tradici&oacute;n cl&aacute;sica y cristiana en la &lsquo;Translatio S. Monicae&rsquo; de Mafeo Veggio, in &ldquo;Helmantica&rdquo; 40 (1989), pp. 225-226. Vegio fu inoltre autore del: De rebus antiquis memorabilibus Basilicae S. Petri Romae, Roma 1452-1458, opera considerata fondativa dell&rsquo;archeologia cristiana.\">85<\/a><\/sup><em> <\/em>di Maffeo Vegio (1407-1458), noto umanista legato all&#8217;ordine eremitano e dal 1443 canonico della Basilica di San Pietro<sup><a href=\"#footnote_85_2829\" id=\"identifier_85_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G.A. Consonni, Intorno alla vita di Maffeo Vegio da Lodi. Notizie inedite, &ldquo;Archivio Storico Italiano&rdquo;, 42 (1908), pp. 377-387; V. Zaccaria, Maffeo Vegio, in Dizionario critico della letteratura italiana, vol. 4, a cura di V. Branca, Torino 1986, pp.387-389; C. Kallendorf, Maffeo Vegio, in Centuriae Latinae II. Cent une figures humanistes de la Renaissance aux Lumi&egrave;res, a cura di C. Nativel, &ldquo;Travaux d&rsquo;Humanisme et Renaissance&rdquo; vol. 414, Ginevra 2006, pp. 817-822.\">86<\/a><\/sup>. Nella Roma tornata ad essere sede papale dopo la cattivit\u00e0 avignonese e nella quale si era da poco celebrato lo straordinario Giubileo del 1425, l\u2019evento della traslazione del corpo della Santa nella\u00a0chiesa eremitana di San Trifone<sup><a href=\"#footnote_86_2829\" id=\"identifier_86_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Mastrorilli, Osservazioni sulla.., 2012, pp. 233-234 con relativa bibliografia precedente. La chiesa di San Trifone, non pi&ugrave; esistente, sorgeva nei pressi dell&rsquo;attuale chiesa di Sant&rsquo;Antonio dei Portoghesi presso via della Scrofa. G.A. Consonni, Intorno alla vita di &hellip;, 1908, p. 386.\">87<\/a><\/sup> viene narrato con grande enfasi dall&#8217;agostiniano Andrea Biglia (1395-1435), autore del sermone ritenuto per anni autografo di papa Martino V<sup><a href=\"#footnote_87_2829\" id=\"identifier_87_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Biglia, Andrea, in Dizionario Biografico degli Italiani &ndash; Volume 10 (1968).\">88<\/a><\/sup>. Successivamente, \u00abdurante il pontificato di Callisto III [\u2026] le reliquie di s. Monica passano nella vicina chiesa di Sant\u2019Agostino, nel giorno del <em>dies natalis<\/em> della Santa, ossia il 4 maggio, del 1455\u00bb<sup><a href=\"#footnote_88_2829\" id=\"identifier_88_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Mazzon, La cappella di S. Monica&hellip;, 2011, p. 210.\">89<\/a><\/sup>. Si tratta della Basilica di San&#8217;Agostino a Campo Marzio interamente ricostruita, ampliandola, dal gi\u00e0 citato cardinale Guglielmo d&#8217;Estouteville tra il 1479 e il 1483. Rinvenimento e traslazione ebbero una risonanza straordinaria per l&#8217;eccezionalit\u00e0 delle spoglie riportate alla luce tanto che l\u2019evento viene in verit\u00e0 oggi considerato il frutto di un\u2019<em>inventio<\/em> politica agostiniana al fine di dare &#8220;consistenza&#8221; al culto di santa Monica, in precedenza quasi del tutto assente nella citt\u00e0 eterna per la mancanza di reliquie e altari privilegiati<sup><a href=\"#footnote_89_2829\" id=\"identifier_89_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. Mastrorilli, La tomba di&hellip;, 2011, pp. 123-128. Il rinvenimento &egrave; illustrato nel 1463 anche nei Commentarii di papa Pio II Piccolomini (1458-1464), a tale riguardo, con bibliografia precedente, si rimanda nuovamente a: D. Mastrorilli, La tomba di.., 2011, p. 125, nota 60; A. Mazzon, La cappella di S. Monica&hellip;, 2011, pp. 205-226.\">90<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> che, come ipotizzato, dovette in origine contenere tra gli altri i resti di santa Monica, presenta notevoli analogie con la basilica ostiense di Santa Aurea, in particolare nella struttura di impianto classico, strettamente ispirata a edifici romani come il sepolcreto \u00a0di Annia Regilla (<a title=\"Fig. 20. Architettura romana, &lt;i&gt;Sepolcreto di Annia Regilla&lt;\/i&gt;, 160 d.C. circa. Roma, parco archeologico della Via Appia Antica. Foto per gentile concessione della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/gui020.jpg\">Fig. 20<\/a>) alla Caffarella sulla Via Appia<sup><a href=\"#footnote_90_2829\" id=\"identifier_90_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Danesi Squarzina, La qualit&agrave; antiquaria degli interventi quattrocenteschi in Ostia Tiberina, in Il Borgo di Ostia Antica da Sisto IV a Giulio II, catalogo della mostra (Ostia, Fortezza ed Episcopio, 19 giugno-30 settembre 1980) a cura di S. Danesi Squarzina e G. Borghini, Roma 1981, p. 32.\">91<\/a><\/sup>. \u00a0I due edifici e il cofanetto in metallo sono, infatti, caratterizzati dalla presenza di regolari paraste scanalate con capitelli corinzi piani che partono da una alta zoccolatura intervallata da pronunciati basamenti a definire una precisa scompartizione degli spazi, disegnati con un rigoroso ornato geometrico e racchiusi in alto da un pronunciato cornicione sul quale poggia direttamente lo spiovente del tetto<sup><a href=\"#footnote_91_2829\" id=\"identifier_91_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. Pompili, La chiesa di Sant&rsquo;Aurea a Ostia Antica: risultato di un&rsquo;analisi metrologica e proporzionale, in &ldquo;Quaderni dell&rsquo;Istituto di Storia dell&rsquo;Architettura&rdquo; [Universit&agrave; degli Studi di Roma La Sapienza, Dipartimento di Storia dell&rsquo;Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici], (2009) n.s. 52, pp. 53-62.\">92<\/a><\/sup>. Inoltre, in un perfetto parallelismo tra la chiesa ostiense e la teca in metallo, troviamo sul timpano, delineato da una semplice cornice, lo stemma marmoreo di Giuliano della Rovere nel caso dell&#8217;edificio e lo stemma di Paolo Mattabuffi nel caso del reliquiario. Due personaggi legati tra loro da vincoli di collaborazione oltre che da stima e amicizia reciproca, visto che l&#8217;eremitano scelse il cardinale vescovo ostiense come suo esecutore testamentale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La basilica cattedrale di Ostia \u00e8 attribuita da Christoph L. Frommel<sup><a href=\"#footnote_92_2829\" id=\"identifier_92_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ch.L. Frommel, Il tempio e la chiesa: Baccio Pontelli e Giuliano della Rovere nella chiesa di S. Aurea, in Architettura e committenza da Alberti a Bramante, Firenze 2006, pp. 367-393.\">93<\/a><\/sup>, e prima di lui gi\u00e0 dal Nibby basandosi sul Vasari<sup><a href=\"#footnote_93_2829\" id=\"identifier_93_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Nibby, Analisi storico topografica antiquaria della carta de&rsquo; dintorni di Roma, Roma 1848-1849, II, p.444; G.Vasari, Le vite de&rsquo; pi&ugrave; eccellenti pittori scultore ed architetti, a cura di G. Milanesi, Firenze 1878, II, p. 653.\">94<\/a><\/sup>, all&#8217;architetto Baccio Pontelli (c.1449-1494) per anni attivo a Roma per i della Rovere. Sono gli anni in cui la citt\u00e0 andava cambiando il suo volto sulla scorta di un gusto sempre pi\u00f9 diffuso di ispirazione antiquariale, caratterizzata da numerose nuove fabbriche architettoniche; fra queste i molti edifici tradizionalmente attribuiti all\u2019artista fiorentino \u00a0\u2013 sebbene la pi\u00f9 recente storiografia abbia riconosciuto come suoi solo alcuni di questi progetti \u2013 come la cappella Sistina e la Biblioteca Apostolica Vaticana per Sisto IV; e ancora, tra i molti esempi, il portico di San Pietro in Vincoli per il cardinale titolare Giuliano della Rovere e la facciata di San Pietro in Montorio, oltre alle chiese e conventi agostiniani di S. Maria del Popolo e di Sant&#8217;Agostino in Campo Marzio, ove Mattabuffi studi\u00f2, visse e fu sepolto: tutte strutture caratterizzate dallo stesso nitore di linee e dalle perfette proporzioni geometriche che abbiamo viste impiegate nell&#8217;edificio ostiense<sup><a href=\"#footnote_94_2829\" id=\"identifier_94_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Circa la produzione di Pontelli si veda, con bibliografia esaustiva precedente il recente lavoro di&nbsp; J Gritti, Pontelli Baccio, in &ldquo;Dizionario Biografico degli Italiani&rdquo;, Vol. 84 (2015).\">95<\/a><\/sup>. Santa Aurea, infatti, assume valore di estrema importanza per l&#8217;arte rinascimentale in quanto \u00e8 considerata la prima costruzione nella Roma del XV secolo che possa ritenersi la diretta riproposizione di un tempio antico, filtrato da Baccio Pontelli \u00a0attraverso la lezione di Leon Battista Alberti, con dirette citazioni del palazzo Ducale di Urbino e, non ultimi, influssi dell&#8217;arte e dell&#8217;architettura fiorentina<sup><a href=\"#footnote_95_2829\" id=\"identifier_95_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ch.L. Frommel, Il tempio&hellip;, 2006, p. 378-379.\">96<\/a><\/sup>. A Pontelli sono inoltre assegnati alcuni disegni di oreficerie che presentano come motivi decorativi i caratteri araldici delle famiglia della Rovere e Riario<sup><a href=\"#footnote_96_2829\" id=\"identifier_96_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Benzi, Paggio Pontelli a Roma ed il Codex Escurialensis,&nbsp; in&nbsp; Sisto IV. Le Arti a Roma nel Primo Rinascimento, Atti del Convegno Internazionale di Studi&nbsp; a cura di F. Benzi con la collaborazioni di&nbsp; C. Crescentini,&nbsp; Roma 2000, p. 480.\">97<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ambito dei della Rovere e la realizzazione del reliquiario<em> <\/em>del Museo petrino da parte di un agostiniano per decenni attivo nella corte papale, accanto alla datazione proposta, in base a raffronti con altre opere di suppellettili ecclesiastiche, tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del Quattrocento, appare bene accostarsi a quella della progettazione e realizzazione della chiesa di Santa Aurea, permettendo quindi di meglio puntualizzare quanto scriveva Angelo Lipinsky nel 1966. In tale occasione il celebre studioso di suppellettili ecclesiastiche\u00a0 \u2013 \u00a0nel rimarcare con grande lungimiranza la preziosit\u00e0 del manufatto in esame tra le \u00abOreficerie ed argenterie poco note nel Tesoro della basilica Vaticana\u00bb \u2013 \u00a0\u00a0sottolineava infatti che, \u00abattorno all&#8217;arte orafa di quel periodo, l&#8217;urna architettonica di S. Sebastiano \u00e8 forse l&#8217;unico pezzo che ne sia documento tangibile, reperibile nelle chiese di Roma\u00bb<sup><a href=\"#footnote_97_2829\" id=\"identifier_97_2829\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie.., 1966, p. 244.\">98<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Reliquiario del capo di san Sebastiano<\/em> voluto da Paolo Mattabuffi costituisce, quindi, un vero \u00abdocumento\u00bb attestante il clima devozionale e culturale che ruotava, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del XV secolo, attorno a grandi figure di pontefici e cardinali umanisti. Tale clima, nella riscoperta nel lessico dell&#8217;architettura classica, determin\u00f2 il fiorire di un nuovo linguaggio artistico capace di far rivivere la citt\u00e0 eterna e di promuovere la diffusione di un radicale rinnovamento &#8211; le cui forme finirono per coinvolgere l&#8217;arte orafa &#8211; che apr\u00ec definitivamente le porte al pi\u00f9 aulico Rinascimento.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_2829\" class=\"footnote\">V. Pace &#8211; S. Guido &#8211; P.Radiciotti,\u00a0 <em>Crux Vaticana o Croce di Giustino II<\/em>. Citt\u00e0 del Vaticano 2009<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_2829\" class=\"footnote\">F. Francia, <em>Il Tesoro e le sue vicende nella Basilica di S. Pietro<\/em>, in <em>La Basilica di San Pietro<\/em> a cura di C. Pietrangeli, Firenze 1989, pp. 307-319.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_2829\" class=\"footnote\">La sacrestia fu edificata per volont\u00e0 di papa Pio VI (Giovanni Angelico Braschi, 1775-1799) su progetto dell&#8217;architetto Carlo Marchionni: S. Ceccarelli, <em>Carlo Marchionni e la Sagrestria Vaticana<\/em>, in \u201cStudi sul Settecento romano\u201d a cura di E. Debenedetti, 4, 1988, pp. 57-134.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_2829\" class=\"footnote\">G. Cascioli,\u00a0 <em>Nuova guida illustrata della Basilica di San Pietro, delle Gallerie e Palazzo Vaticano<\/em>, Roma 1924, pp. 58-60.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_2829\" class=\"footnote\">G. Cascioli, <em>Il Tesoro di San Pietro in Vaticano<\/em>, in \u201cBessarione. Rivista di studi orientali\u201d Ser. 3, vol. 9 (1912), pp. 294-319; Idem, <em>Guida al Tesoro di S. Pietro<\/em>, Roma 1925. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_2829\" class=\"footnote\">Il filmato, dal titolo<em> Il tesoro di San Pietro. Un Documentario<\/em>, \u00e8 a cura di Romolo Marcellini ed \u00e8 visibile nel sito dell\u2019archivio storico dell\u2019Istituto Luce al link:<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.archivioluce.com\/archivio\/jsp\/schede\/videoPlayer.jsp?tipologia=&amp;id=&amp;physDoc=3570&amp;db=cinematograficoDOCUMENTARI&amp;findIt=false&amp;section=\/\" target=\"_blank\">http:\/\/www.archivioluce.com\/archivio\/jsp\/schede\/videoPlayer.jsp?tipologia=&amp;id=&amp;physDoc=3570&amp;db=cinematograficoDOCUMENTARI&amp;findIt=false&amp;section=\/<\/a>.<br \/>\nUna terza sala del Museo fu aggiunta nel 1949 e con l\u2019occasione l\u2019intera collezione fu studiata e pubblicata da Angelo Lipinsky (A. Lipinsky, <em>Il Tesoro di San Pietro. Guida-Inventario<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 1950). Tale lavoro fu ripreso e integrato con un ricco apparato fotografico da Francesco Saverio Orlando (F.S. Orlando,<em> Il Tesoro di San Pietro<\/em>, Milano 1958). \u00c8 stata recentemente pubblicata una nuova guida, che corregge alcune imprecisioni della letteratura precedente, a firma di Mirko Stocchi (M. Stocchi, <em>Tesoro di San Pietro in Vaticano. Guida al museo storico-artistico<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 2009), per le Edizioni Capitolo Vaticano che ha intrapreso negli ultimi anni un encomiabile lavoro di studio e divulgazione delle opere custodite nel museo, in molti casi a seguito del loro restauro: <cite>www.edizionicapitolovaticano.it\/. Desidero ringraziare per aver permesso questo lavoro in diversi modi e tempi: S. E. Angelo cardinal Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, S. Eccellenza Vittorio Lanzani Delegato alla Fabbrica di San Pietro, Monsignor Giuseppe Bordin Camerlengo del Capitolo Vaticano e Monsignor Dario Rezza Archivista del Capitolo Vaticano.<\/cite><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_2829\" class=\"footnote\">Il progetto fu realizzato dal noto architetto e museologo Franco Minissi (F. Minissi<em>, Il museo del Tesoro di S.Pietro<\/em>, in \u201cMusei e gallerie d\u2019Italia\u201d, n. 57, Roma 1975); si veda inoltre: B.A. Vivio, <em>Franco Minissi. Musei e restauri. La trasparenza come valore<\/em>, Roma 2010, pp. 210-216; M. Petrassi, <em>Il nuovo museo storico artistico di S. Pietro<\/em>, in \u201cCapitolium\u201d, gennaio 1975, pp. 8-13.<br \/>\nIl museo venne inaugurato da papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) il 29 dicembre 1974, quattro giorni dopo la proclamazione dell\u2019inizio dell\u2019Anno Giubilare. \u00c8 stato recentemente avviato un processo di rimodernamento e di messa a norma, secondo gli attuali criteri di sicurezza, di molti degli ambienti; \u00e8 stata, inoltre, \u00a0realizzata la risistemazione della collezione museale, arricchita di nuove vetrine e teche climatizzate,\u00a0 in quanto i numerosi rimaneggiamenti degli ultimi trent\u2019anni offrivano ai visitatori una visione in molti casi disordinata e senza una effettiva logica museale.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_2829\" class=\"footnote\">A. Galli &#8211; N. Gabrielli &#8211; S. Guido &#8211; G. Mantella, <em>Monumento di Sisto IV<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 2009.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_2829\" class=\"footnote\">S. Guido, <em>Un Bernini in argilla nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano<\/em>, \u201cKermes. La rivista del restauro\u201d, XXVIII, 2015, 99, pp.7-9.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_2829\" class=\"footnote\">Per la celebre opera beniniana si veda il recente saggio con bibliografia precedente: A. Di Sante &#8211; S. Guido, <em>Francesca Bresciani tagliatrice di lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini<\/em>, in <em>Quando la fabbrica costru\u00ec san Pietro<\/em> a cura di A. Di Sante e\u00a0 S. Turriziani, Foligno 2016, pp. 257-295; per un approfondimento sul lapislazzuli: S. Guido, <em>Strumenti, materiali e tecnica per la lavorazione del lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini<\/em>, ivi, pp. 297-315.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_2829\" class=\"footnote\">A. Lipinsky, <em>Oreficerie e argenterie poco note nel Tesoro della Basilica Vaticana<\/em>, in \u201cFede e Arte. Rivista internazionale d\u2019arte sacra\u201d, XIV (1966), p. 243.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_2829\" class=\"footnote\">Il <em>Reliquiario del capo di S. Sebastiano<\/em> misura cm 33 x 42 x 23. Numero d&#8217;inventario 20343, scheda 25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_2829\" class=\"footnote\">Il restauro \u00e8 stato eseguito dallo scrivente per conto del Capitolo Vaticano fra marzo e giugno 2011. Le operazioni di restauro hanno previsto la rimozione di numerose gocce di candele e degli strati di solfuri d\u2019argento che annerivano le superfici, nonch\u00e9 l\u2019asportazione di localizzate salificazioni verdi, quali prodotti di alterazione dei metalli, formatesi a causa dei fenomeni da pila di corrosione nei punti di contatto fra le lamine in argento e quelle in rame dorato; a seguito di opportuni lavaggi localizzati a tampone con tensioattivo e successivo risciacquo, dopo il consolidamento degli smalti e l\u2019incollaggio di alcune lamine in fase di distacco, sono stati stesi sulle superfici pi\u00f9 strati di un film protettivo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_2829\" class=\"footnote\">A. Lipinsky, <em>Il Tesoro di San Pietro\u2026<\/em>, 1950, pp. 73-74; Idem, <em>Oreficerie e argenterie\u2026<\/em>,<em> <\/em>1966, pp. 242-243; F.S. Orlando, <em>Il Tesoro\u2026<\/em>, 1958, p. 70.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_2829\" class=\"footnote\">X. Barbier de Montault, <em>Les souterrains et le tr\u00e9sor de S. Pierre a Rome ou description des objects, d\u2019art et d\u2019arch\u00e9ologie qu\u2019ils renferment<\/em>, Rome 1866, pp. 62-63;\u00a0 Idem, <em>Guide du p\u00e8lerin aux \u00c9glises de Rome et au Palais du Vatican<\/em>, Arras 1877,\u00a0 p. 275; l\u2019autore data l\u2019opera \u201cde la Renaissance, vers l\u2019an 1520\u201d.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_2829\" class=\"footnote\">X. Barbier de Montault, <em>Les souterrains\u2026<\/em>, 1866, p. 62; la trascrizione \u00e8 preceduta dal commento dell\u2019autore: \u00abLe premier distique rappelle que S. Christophe porta Notre Seigneur sur ses \u00e9paules en traversant un torrent et le second fait mention de l\u2019\u00e9paule conserv\u00e9e dans la basilique. Le troisi\u00e8me rappelle un dicton populaire qui affirmait qu\u2019on ne mourait pas dans la journ\u00e9e o\u00f9 l\u2019on avait vu S. Christophe. Le dernier est une invocation au saint contre la peste\u00bb.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_2829\" class=\"footnote\">F. Cancellieri, \u00a0<em>De secretariis basilicae Vaticanae veteris ac novae<\/em>, Roma 1786, vol. IV, p. 1687.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus Sacrarum Reliquiarum Almae Vaticanae Basilicae<\/em> (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>, H 2, f. 23r, n. 26).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_2829\" class=\"footnote\">C.S. Celenza, <em>ORSINI, Giordano<\/em>, in \u201cDizionario Biografico degli Italiani\u201d Vol. 79 (2013). L\u2019Orsini, oltre alla reliquia di Sebastiano, al cranio di san Giacomo, a una spina della corona di Cristo custodita in un reliquario di cristallo e a due candelieri dello stesso materiale gi\u00e0 presenti nel citato donativo alla Basilica, lasci\u00f2 anche la sua ricca e celebre biblioteca poi confluita nella Biblioteca Apostolica Vaticana, oltre a vari terreni e immobili. Cfr. F. Cancellieri <em>De secretariis<\/em>\u2026, Roma1786, II, p. 893.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_2829\" class=\"footnote\">D. Rezza &#8211; M. Stocchi, <em>Il Capitolo di San Pietro in Vaticano dalle origini al XX secolo. 1 La storia e le persone<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 2008, pp. 204-205.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_2829\" class=\"footnote\">E. M\u00fcntz &#8211; A.L. Frothingham, <em>Il tesoro della basilica di San Pietro dal XIII secolo al XV secolo<\/em>, in \u201cArchivio della Societ\u00e0 romana di Storia Patria\u201d, VI (1883), p. 58. La reliquia \u00e8 inoltre citata tra i donativi <em>post mortem<\/em> alla Basilica dall\u2019Orsini del 29 maggio 1438: Cfr. P. Egidi, <em>Necrologi e libro degli affini della provincia romana<\/em>, I, Roma 1908, pp. 216-217.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 H 2, f. 23r, n. 26).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_2829\" class=\"footnote\">Inventario 1454-1456 (ACSP [alla BAV], Inv. 2, f. 27) e\u00a0 inventario del 1489 (ACSP [alla BAV], Inv. 2, \u00a0f. 47r.).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_2829\" class=\"footnote\">ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 H 2, f. 35vr, n. 35.\u00a0 Altre notizie nell\u2019inventario del 1550 (ACSP [in BAV], Inv.11, f. 27).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_2829\" class=\"footnote\">ACSP [alla BAV], Inventario 11, n. 28 (1581).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 H 2, f.36r, n.35).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_2829\" class=\"footnote\">Al 1595 \u00e8 datato quello che doveva essere il magnifico <em>Busto di san Damaso Papa e Confessore<\/em>, in argento e argento dorato e pietre preziose, con in capo il triregno voluto dall\u2019Aldobrandini come descritto da Grimaldi che riporta l\u2019iscrizione incisa sul basamento: \u00abCLEMENS VIII P.M. UT TANTI PONTIFICIS SACRUM CAPUT DECENTIUS ET RELIGIOSIUS SERVARETUR THECAM HANC ARGENTEAM FECIT ANNO MDXCV PONTIFICATUS IIII\u00bb. G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 ff. 38v- 39r, n.38).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 H 2, f.35v, n.35).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_2829\" class=\"footnote\">ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 94.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 ff. 31v- 32r, n.32 [S. Petronilla)], f. 32v, n.33 [S. Menna]). C. Bulgari, <em>Argentieri, gemmari e orafi d\u2019Italia, Roma I<\/em>, Roma 1958, p. 509; A. Calissoni Bulgari, <em>Maestri argentieri, gemmari e orafi di Roma<\/em>, Roma 1987, p. 226.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_2829\" class=\"footnote\">ACSP (al Palazzo della Canonica), <em>Diario della Basilica Vaticana<\/em>, 9\/2.32 (<em>olim<\/em> D 32), ff. 98v-99r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_2829\" class=\"footnote\">A. Lipinsky, <em>Il Tesoro di San Pietro<\/em>\u2026, <em> <\/em>1950, p. 72;\u00a0 F.S. Orlando, <em>Il Tesoro\u2026<\/em>, 1958, p. 69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_2829\" class=\"footnote\">Il busto misura cm 51 x 36 x 26; Numero d&#8217;inventario 20371, Scheda 28. F.M. Torrigio, <em>Le sacre grotte vaticane<\/em>, Roma 1639, p.185.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_2829\" class=\"footnote\">X. Barbier de Montault, <em>Les souterrains<\/em>\u2026, 1866, p. 61; Idem\u00a0 <em>Guide du p\u00e8lerin<\/em> \u2026, 1877, pp. 274-275; A. De Waal, <em>Die antiken Reliquiare der Peterskirche<\/em>, in \u201cR\u00f6mische Quartalschrift f\u00fcr christliche Alterthumskunde und f\u00fcr Kirchengeschichte\u201d, Roma 1894, p. 251; A. Lipinsky, <em>Il Tesoro di San Pietro<\/em>\u2026, 1950, p. 71-72; F.S. Orlando, <em>Il Tesoro\u2026<\/em>, 1958, p. 69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_2829\" class=\"footnote\">G. Cascioli,\u00a0 <em>Nuova guida\u2026<\/em>, 1924, p.59; A. Lipinsky, <em>Il Tesoro di San Pietro<\/em>\u2026,<em> <\/em>1950, p. 71-72; una datazione generica al XIV secolo \u00e8 invece avanzata da X. Barbier de Montault, <em>Guide du p\u00e8lerin<\/em>\u2026, 1877,\u00a0 pp. 274-275; E. Francia, <em>Il Tesoro di S. Pietro<\/em>, Roma 1984, p. 10-11.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_2829\" class=\"footnote\">Vedi nota 19.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_2829\" class=\"footnote\">E. M\u00fcntz &#8211; A.L. Frothingham, <em>Il tesoro della basilica<\/em>\u2026, 1883, p. 52.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>,\u00a0 H 2, ff.39v-40r-40v, n.39).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_2829\" class=\"footnote\">A. Gauvain, <em>Mastro Meo, Mastro Manno e la Stauroteca Minore Vaticana. Storie di orefici nella Sacrestia di San Pietro, tra XV e XVI secolo<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 2012,\u00a0 pp. 17-18; ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>, H3, f.73r.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_2829\" class=\"footnote\">F. Cancellieri, <em>De secretariis<\/em>\u2026, 1786 vol III, p. 1192-1199.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_2829\" class=\"footnote\">ACSP [alla BAV], Inventario 11, f. 16v, n. 9; L. Cardilli Alloisi, <em>Reliquiario del capo di S. Sebastiano<\/em>, (Scheda di catalogo III.3.6)<em>, <\/em>in<em> ROMA 1300-1875. L\u2019arte degli anni santi<\/em>, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia 20 dicembre 1984 &#8211; 5 aprile 1985) a cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Milano 1984, p. 146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_2829\" class=\"footnote\">ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>, H2, f. 23r, n. 26.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_2829\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_2829\" class=\"footnote\">L. Cardilli Alloisi,\u00a0 <em>Reliquiario del capo \u2026.<\/em>, 1984, p. 146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_2829\" class=\"footnote\">B. Montevecchi &#8211; S.Vasco Rocca, <em>Dizionari terminologici \u2013 Suppellettili ecclesiastiche I<\/em>, <em> <\/em>Firenze 1987, pp. 157 e ss. (per la tipologia dei reliquiari); in particolare: p. 179 (reliquiari a teca); p. 182 (a cassa o cassetta); p. 183 (a cofano); p. 186 (a urna); pp. 190-195 (antropomorfi); pp. 201-203 (architettonici).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_2829\" class=\"footnote\">Nel testo del Cancellieri del 1786 le reliquie di san Cristoforo risultano conservate in un altro reliquiario \u00abPresentemente sono racchiuse in una Cassetta tutta d\u2019argento con queste lettere<em>.<\/em> HUMERUS S. CHRISTOPHORI\u00bb<sup><sup>[1]<\/sup><\/sup> cos\u00ec come, poco dopo, nell\u2019inventario del 1793. Si tratta di un manufatto non pi\u00f9 esistente in quanto, come segnalato nell\u2019inventario appena citato con una annotazione successiva , \u00abdato alla Zecca per la prima requisizione\u00bb il 19 febbraio 1797 a seguito del Trattato di Tolentino (ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 85).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_2829\" class=\"footnote\">G. Grimaldi, <em>Catalogus\u2026<\/em>, (ACSP [alla BAV], <em>Manoscritti<\/em>, H 2, f.8r, n.11.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_47_2829\" class=\"footnote\">E. M\u00fcntz &#8211; A.L. Frothingham, <em>Il tesoro della basilica<\/em>\u2026, 1883, p. 88. Il Reliquario \u00e8 stato sapientemente indagato e riconosciuto quale opera dell&#8217;orafo romano Meo de Flaviis (A. Gauvain, <em>Mastro Meo,<\/em> <em>Mastro Manno<\/em>\u2026, 2012, pp. 22-23.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_47_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_48_2829\" class=\"footnote\">E. M\u00fcntz &#8211; A.L. Frothingham, <em>Il tesoro della basilica<\/em>\u2026, 1883, p. 102.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_48_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_49_2829\" class=\"footnote\">L\u2019omero di san Cristoforo sembra quindi essere giunto nella Sacrestia Vaticana tra il 1581 ed il 1550, anno del precedente inventario nel quale non viene citato il sacro osso.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_49_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_50_2829\" class=\"footnote\">X. Barbier de Montault, <em>Les souterrains et le tr\u00e9sor<\/em>\u2026, 1866, pp. 62.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_50_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_51_2829\" class=\"footnote\">F.S. Orlando, <em>Il Tesoro<\/em>\u2026, 1958, p. 70.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_51_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_52_2829\" class=\"footnote\">M. Stocchi, <em>Tesoro di<\/em>\u2026, 2009, p. 98-99.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_52_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_53_2829\" class=\"footnote\">T. Amayden,\u00a0 <em>La Storia delle Famiglie Romane<\/em>, Roma 1910, vol. II, p. 27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_53_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_54_2829\" class=\"footnote\">A. Lipinsky, <em>Oreficerie e argenterie\u2026<\/em>,<em> <\/em>1966, S. Fornari, <em>Gli argenti romani<\/em>, Roma 1968, p. 70-71.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_54_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_55_2829\" class=\"footnote\">La <em>Pace<\/em> misura cm 13 x 7,5, la struttura architettonica \u00e8 realizzata in rame dorato, mentre la figura del Cristo \u00e8 eseguita a fusione in argento e argento dorato; sul fondo \u00e8 posta una sottilissima lamina in argento dorato che presenta delle lacune negli angoli superiori ove dovevano essere applicate delle decorazioni oggi mancanti (probabilmente le immagini del sole e della luna); in corrispondenza delle piaghe delle mani e del costato sono fissati dei granati (prima del recente restauro era mancante la pietra sul lato sinistro); degno di nota, sul retro, \u00e8 il piccolo manico a tralcio spinoso, a ricordare la corona di spine del Cristo, che si distacca dal piano con un aggetto di circa cm 3,5. Lungo l\u2019architrave e lungo la base compare l\u2019iscrizione in lettere capitali LANGORES N[OST]ROS IPSE TULIT \/ CUIUS LIVORES SANATI SUMUS; nonostante la sommariet\u00e0 dell\u2019esecuzione e qualche incertezza nelle proporzioni, alcuni particolari nelle singole lettere (come la definizione degli apici) e il tentativo di contenere il tracciato dei caratteri \u2013 tutti maiuscoli \u2013\u00a0 nella regolarit\u00e0 geometrica dello spazio bilineare tradiscono la chiara volont\u00e0 di emulare la grafia della capitale elegante di tradizione classica. In alto, agli apici del piccolo timpano sono incastonati tre vetri colorati in sostituzione delle pietre originarie perdute. L&#8217;iconografia del Cristo e il gusto antiquario di alcuni dettagli permette di avvicina la Pace ad un opera i marmo di simile soggetto conservata oggi nelle Grotte Vaticane presso sarcofago di papa Callisto III (Alonso Borja de Valencia, 1455-1458) databile agli anni del suo pontificato (V.Lanzani, <em>Le Grotte Vaticane<\/em>, Citt\u00e0 del Vaticano 2010, p. 279). La netta ispirazione antiquariale del manufatto presenta\u00a0 nell\u2019esecuzione una fattura piuttosto corriva (visibile ad occhio nudo ma ancor pi\u00f9 evidente dall\u2019osservazione ravvicinata a microscopio durante le fasi del restauro) che caratterizza anche il <em>Reliquiario del capo di San Sebastiano<\/em> e la <em>Stauroteca Minore Vaticana<\/em>: sono analoghi, infatti, sia l\u2019uso di materiali poveri sia la preparazione poco accurata delle cere per le fusioni, successivamente maldestramente o quasi per nulla rifinite a cesello e bulino, tanto che molti dettagli restano poco definiti e approssimativi. La Pace \u00e8 conservata presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Tarquinia e proviene dalla chiesa di San Giovanni di Tarquinia (V. Valerio, <em>Pace<\/em>, (scheda 32), in <em>Sculture Preziose: Oreficeria sacra nel Lazio dal XIII al XVIII secolo<\/em>, catalogo della mostra, \u00a0a cura di B. Montevecchi, Roma 2015,\u00a0 p. 201. L&#8217;opera \u00e8 appena stata restaurata dallo scrivente (foto prima del restauro); a tale riguardo si coglie l&#8217;occasione per ringraziare la direzione lavori Luisa Caporusso del MIBACT, Giovanni Insolera e Benedetta Montevecchi per avermi segnalato gli stretti legami tra i Vitelleschi e l&#8217;Ordine Agostiniano nell&#8217;ambito del quale \u00e8 la realizzazione del reliquiario in esame.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_55_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_56_2829\" class=\"footnote\">Bartolomeo Vitelleschi fu vescovo di Montefiscone e Corneto (oggi Tarquinia) dal 1438 al 1442 e nuovamente tra il\u00a0 1449 e il 1463; a lui si devono, oltre al bel palazzo che prende il suo nome, anche alcune straordinarie opere di oreficeria (V. Valerio, <em>Testa reliquario di santa Margherita<\/em> (scheda 29), in <em>Sculture Preziose<\/em>\u2026, 2015, p. 200; Idem, <em>Testa reliquiario di san Teofanio<\/em> (scheda 25), in <em>Sculture Preziose<\/em>\u2026, 2015, p. 198; Idem, <em>Testa reliquiario di san Lituardo<\/em> (scheda 30), in <em>Sculture Preziose<\/em>\u2026, 2015, p. 201).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_56_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_57_2829\" class=\"footnote\">A. Gauvain, <em>Mastro Meo, Mastro Manno e la \u2026 <\/em>, 2012, pp.\u00a0 17- 22, 45-58 e<em> passim.<\/em> Il reliquiario\u00a0 nella sua forma attuale comprensiva delle aggiunte successive misura cm. 66 x 27 x 17. Numero d&#8217;inventario 20197, scheda numero 33.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_57_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_58_2829\" class=\"footnote\">Non appare quindi condivisibile l&#8217;ipotesi di Gauvain che la paraste siano state accorciate in un intervento di restauro che ne avrebbe modificato le proporzioni, riducendo l&#8217;altezza dell&#8217;intera opera.\u00a0 (A. Gauvain, <em>Mastro Meo, Mastro Manno e la \u2026 <\/em>, 2012, p. 97).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_58_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_59_2829\" class=\"footnote\">A. Gauvain, <em>Mastro Meo, Mastro<\/em>\u2026, 2012, pp. 17-34.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_59_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_60_2829\" class=\"footnote\">Il reliquiario misura cm 37,3 x 17; \u00e8 oggi conservato presso il Museo Leonardi di Urbania proveniente dalla concattedrale di San Cristoforo Martire di Urbania.\u00a0 BESSARIO PONT SABIN SANCTAE R E CARD NICAENUS PARTEM HANC HUMERI BEATI CHRISTOPHORI MARTYRIS \/ EX SACRIS URBIS ROMAE RELIQUIIS A SIXTO IIII PONT MAX SIBI DONO DATAM HUIC SACRATIIS EIUSDEM SANCTI TEMPLO \/ DICAVIT PRECIBUS IOANN FRANCISCI BENTEVOLEI EIDEM TEMPLO PRAESIDENTIS ANNO SALUTIS MCCCCLXXII; ANNO VERO 1726 DIE 7 NOVEMBRIS ARCHIEP CASTELLI EPISCOPUS URBANIAE RECOGNOVIT AC SIGILLAVIT IN S.V. Vedi: G. Barucca, <em>San Cristoforo nelle suppellettili ecclesiastiche della Cattedrale di Urbania<\/em>, in <em>In viaggio con San Cristoforo. Pellegrinaggi e devozione tra Medio Evo ed Et\u00e0 Moderna<\/em>, catalogo della mostra (Jesi, Pinacoteca e Musei Civici, Palazzo Pianetti, 20 ottobre 2000 &#8211; 14 gennaio 2001) a cura di L. Mazzoni e M. Paraventi, Firenze 2000, pp.83-86;\u00a0 S. Santarelli, <em>Reliquiario di San Cristoforo<\/em> (scheda di catalogo), in <em>In hoc signo Vinces 313. Nel segno della Croce<\/em>, catalogo della mostra (Urbino, Montefabbri, Urbania, Sant\u2019Angelo in Vado, Mercatello sul Matauro, Sassocorvaro, 30 luglio &#8211; 22 settembre 2013), a cura di mons. Davide Tonti e Sara Bartolucci, \u00a0Macerata Feltria (PU) 2013, pp. 163-164, illustrazioni p. 162.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_60_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_61_2829\" class=\"footnote\">Per una disamina della bibliografia precedente e una nuova ipotesi attributiva a Pietro di Antonio da Siena, orafo della corte papale sistina, si rimanda a: G. Barucca, <em>San Cristoforo nelle suppellettili<\/em>\u2026, 2000, p. 86.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_61_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_62_2829\" class=\"footnote\">Per una singolare coincidenza il reliquiario di Bessarione e l\u2019opera in esame per un certo periodo hanno custodito reliquie di Cristoforo sebbene, come in precedenza accennato, il cofanetto romano nella seconda met\u00e0 del XV secolo, ossia all\u2019epoca della donazione ad Urbania, doveva contenere altre sacre spoglie, in quanto l\u2019omero del Santo \u00e8 attestato nella Basilica Vaticana solo dal 1581.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_62_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_63_2829\" class=\"footnote\">Echi e risonanze di ispirazioni classiche che si ritrovano nel pi\u00f9 tardo <em>Reliquario del cilicio della Maddalena<\/em>, in argento e argento dorato,\u00a0 nel Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano, risalente all&#8217;ultimo\u00a0 quarto\u00a0 del XV secolo e derivante nella sua struttura dal Tempio di Vesta al Foro Romano (M. Andaloro, <em>Reliquario del cilicio della Maddalena<\/em>, scheda n. 148, in <em>Tesori d&#8217;arte sacra di Roma e del Lazio dal Medioevo all&#8217;Ottocento<\/em>, catalogo della mostra (Palazzo delle Esposizioni novembre &#8211; dicembre 1975) a cura di M. Andoloro et al., Roma 1975, pp. 73-74, tav. LXXXIII). La copertura a scandole inoltre \u00e8 ispirata alle \u00abcupole a base ottagonale erette nell&#8217;ultimo quarto del Quattrocento a Roma (chiese di S. Agostino, S. Maria del Popolo, S. Maria della Pace)\u00bb ( M. Andaloro, <em>Il tesoro della basilica di S. Giovanni in Laterano<\/em>, in <em>San Giovanni in Laterano<\/em>, a cura di Carlo Pietrangeli, Firenze 1990, pp. 270-281, in particolare p. 277).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_63_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_64_2829\" class=\"footnote\">T. Amayden, <em>La storia delle famiglie<\/em>\u2026, 1910, vol.II, p. 27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_64_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_65_2829\" class=\"footnote\">L. Cardilli Alloisi, <em>Reliquiario del capo \u2026.<\/em>, 1984, p. 146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_65_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_66_2829\" class=\"footnote\">V. Forcella, <em>Iscrizioni delle chiese ed altri edificii di Roma <\/em>, 1879, vol. 13,\u00a0 p. 512 , nn. 1254-1255.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_66_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_67_2829\" class=\"footnote\">A. Mazzon<em>, \u00abad tollendum discordiam inter monasteria\u00bb. Riflessioni e brevi note sull\u2019eremitano Paolo Mattabuffi<\/em>, in <em>Roma e il Papato nel Medioevo. Studi In Onore di Massimo Miglio. Percezioni, Scambi, Pratiche<\/em>, a cura di A. De Vincentiis , Roma 2012, pp. 439-477, in particolare p, 447<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_67_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_68_2829\" class=\"footnote\">P. Piatti<em>, Mattabuffi Paolo<\/em>, in \u201cDizionario Biografico degli Italiani\u201d, vol. 72, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008, pp. 131-132, con bibliografia precedente.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_68_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_69_2829\" class=\"footnote\">Chiesa e convento non pi\u00f9 esistenti. Interessante il passo dell\u2019Armellini che riferisce \u00abSisto IV ridusse la chiesa a commenda che diede ad un suo familiare togliendola ai Crociferi. Rassegnata nel 1477 da cotesto titolare al pontefice, questi la dette in custodia ai pp. Agostiniani\u00bb (M. Armellini, <em>Le chiese di Roma dalle origini fino al secolo XVI<\/em>, Roma 1887, p. 465. Si veda inoltre F. Lombardi, <em>Roma. Le chiese scomparse. La memoria storica della citt\u00e0<\/em>, Roma 1996, pp. 89-91; C. Alonso, <em>El convento agustino de S. Mateo, <\/em>in \u201cSpicilegium Historicum\u201d, LIV (2006) I-II, pp. 151-184 con bibliografia precedente.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_69_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_70_2829\" class=\"footnote\">A. Mazzon,\u00a0 <em>\u00abad tollendum <\/em>\u2026, 2012, p. 447.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_70_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_71_2829\" class=\"footnote\">P.L. Galletti, INSCRIPTIONES ROMANAE INFIMI AEVI ROMAE EXSTANTES. Tomus Primus, Roma 1760, p. 513; l\u2019iscrizione \u00e8 citata anche da Vincenzo Forcella che si rif\u00e0 per la trascrizione al Galletti poich\u00e9 quando, egli scrive, la tomba del Mattabuffi non c\u2019era gi\u00e0 pi\u00f9 (V. Forcella, <em>Iscrizioni delle chiese et altri edifici di Roma<\/em>, Roma 1874, vol. V, p. 9 nr. 13).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_71_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_72_2829\" class=\"footnote\">C. Alonso Va\u00f1es (a cura di), <em>Bullarium Ordinis Sancti \u00a0Augustini. Regesta III<\/em>, 1417-1492, Roma, Institutum historicum Augustinianum, 1998 (Fontes Historiae Ordinis Sancti Augustini. Tertia series, 3), Bullarium , p. 159 nr. 404 (1\u00b0 ottobre 1452).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_72_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_73_2829\" class=\"footnote\">Papa Barbo gli concesse in vitalizio un terreno presso di S.\u00a0Maria del Popolo, convento agostiniano al quale l\u2019eremitano fu a tal punto legato da lasciare la met\u00e0 dei suoi beni alla comunit\u00e0 dei confratelli che vi risiedevano. Cfr. P. Piatti, <em>Mattabuffi<\/em>\u2026, Roma 2008, p. 131.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_73_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_74_2829\" class=\"footnote\">A. Mazzon,\u00a0 <em>\u00abad tollendum \u2026, <\/em>Roma 2012, p. 445.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_74_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_75_2829\" class=\"footnote\">Nell\u2019inventario redatto <em>post mortem<\/em>, sulla base delle disposizioni testamentarie, oltre alle molte propriet\u00e0 immobiliari e ad altri beni mobili, sono elencate numerose suppellettili in metalli preziosi come: \u00ab9 tazze d\u2019argento; 13 cucchiai d\u2019argento, pi\u00f9 altri due di legno ma con i manici d\u2019argento; 3 forchette d\u2019argento; due anelli d\u2019oro di cui uno \u201cest ligatum sigillum, in alio quidam lapis preciosus et duas perlas minutas sive margaritas absque anulis et duo frusira parvulina coralli\u201d; un altro anello con corniola; due piccoli croci d\u2019argento di cui una dorata e due <em>maghietas<\/em> d\u2019argento; quattro perle e quattro pietre preziose ma di poco valore\u00bb (A. Mazzon, <em>\u00abad tollendum <\/em>\u2026, Roma<em> <\/em>2012, \u00a0p. 448).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_75_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_76_2829\" class=\"footnote\">E. M\u00fcntz &#8211; A.L. Frothingham, <em>Il tesoro della basilica<\/em>\u2026, 1883, p. 88. L\u2019insieme delle reliquie riunite in questo cofanetto non compare pi\u00f9 negli anni seguenti nei successivi inventari: probabilmente, in occasione del\u00a0 Sacco di Roma del 1527, subirono la sorte della maggioranza dei sacri resti conservati in preziosi reliquiari e trafugati dai Lanzichenecchi; alcuni furono dispersi, molti altri furono trasportati a Napoli e, come descritto dal Torrigio, vennero fatti recuperare da Clemente VII che ordin\u00f2 di riportare a Roma il maggior numero possibile di reliquie. Queste, radunate prima nella basilica di San Marco, vennero portate in solenne processione fino a San Pietro il 26 novembre 1528 (F.M. Torrigio, <em>Le sacre<\/em>\u2026, 1635, p. 259). Tuttavia, per molte di esse, si perse la memoria della loro esatta provenienza e, pur mantenendo viva la devozione per i sacri resti, si fin\u00ec per ignorare la specifica identit\u00e0 dei santi cui appartenevano.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_76_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_77_2829\" class=\"footnote\">Gli Agostiniani infatti \u00abPropagandarono infatti il culto della Santa, ne diffusero la conoscenza e la devozione attraverso la titolazione di chiese, conventi, monasteri, cappelle e altari [\u2026]. Quasi tutti i grandi conventi agostiniani disseminati in Italia e in Europa portano segni evidenti del culto reso dall\u2019Ordine a S. Caterina come patrona degli studi\u00bb, M. Rondina, <em>Santa Caterina e l\u2019Ordine Agostiniano memoria storica &#8211; collegamenti culturali<\/em>, in R. Tollo, <em>Santa Caterina d\u2019Alessandria icona della Teosofia<\/em>, Monografie Storiche Agostiniane, n.s., 10, Tolentino 2015, pp. 81-94, in particolare vedi p. 85.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_77_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_78_2829\" class=\"footnote\">P. Piatti, <em>Il movimento femminile agostiniano nel Medioevo. Momenti di storia dell\u2019ordine eremitano<\/em>, Roma 2007, pp. 83-84; A. Mazzon<em>, La cappella di S. Monica in S. Agostino. Riflessioni sulla documentazione dei secoli XV-XVI<\/em>, in \u201cSanta Monica nell\u2019Urbe dalla Tarda Antichit\u00e0 al Rinascimento. Storia, agiografia, arte\u201d, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiab\u00f2, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, p. 226.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_78_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_79_2829\" class=\"footnote\">A. Mazzon<em>, La cappella di \u2026<\/em>, 2011, p. 206.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_79_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_80_2829\" class=\"footnote\">Per un profilo di Santa Aurea, il luogo del suo martirio e il culto si veda: D. Mastrorilli, <em>Considerazioni sul cimitero paleocristiano di S. Aurea ad Ostia<\/em>, in \u201cRivista di Archeologia Cristiana\u201d, 83 (2007), pp. 317-376.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_80_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_81_2829\" class=\"footnote\">L. Duchesne (a cura di), <em>Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire<\/em>, 2, Paris 1892, p. 14.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_81_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_82_2829\" class=\"footnote\">D. Mastrorilli, <em>Osservazioni sulla Basilica Paleocristiana di S. Aurea ad Ostia<\/em>, in <em>Scavi e scoperte recenti nelle chiese di Roma<\/em>, a cura di H. Brandenburg e F. Guidobaldi, Citt\u00e0 del Vaticano 2012, pp. 213-235.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_82_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_83_2829\" class=\"footnote\">St. Augustine, Confessiones, IX, 12, (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum vol. 33, pp. 221-222): \u00a0Nam neque in eis precibus, quas tibi fudimus, cum offerretur pro ea sacrificium pretii nostri iam iuxta sepulchrum posito cadavere, priusquam deponeretur, sicut illic fieri solet, nec in eis ergo precibus flevi[\u2026]; D. Mastrorilli<em>, La tomba di S. Monica ad Ostia:<\/em> <em>fonti ed evidenze archeologiche<\/em><em>,<\/em> in \u201cSanta Monica nell\u2019Urbe dalla Tarda Antichit\u00e0 al Rinascimento. Storia, agiografia, arte\u201d, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiab\u00f2, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, pp. 113-128.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_83_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_84_2829\" class=\"footnote\">J. Closa Farres, <em>Tradici\u00f3n cl\u00e1sica y cristiana en la \u2018Translatio S. Monicae\u2019 de Mafeo Veggio<\/em>, in \u201cHelmantica\u201d 40 (1989), pp. 225-226. Vegio fu inoltre autore del: <em>De rebus antiquis memorabilibus Basilicae S. Petri Romae, <\/em>Roma 1452-1458, opera considerata fondativa dell\u2019archeologia cristiana.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_84_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_85_2829\" class=\"footnote\">G.A. Consonni, <em>Intorno alla vita di Maffeo Vegio da Lodi. Notizie inedite<\/em>, \u201cArchivio Storico Italiano\u201d, 42 (1908), pp. 377-387; V. Zaccaria, <em>Maffeo Vegio<\/em>, in <em>Dizionario critico della letteratura italiana<\/em>, vol. 4, a cura di V. Branca, Torino 1986, pp.387-389; C. Kallendorf, <em>Maffeo Vegio<\/em>, in <em>Centuriae Latinae II. <\/em><em>Cent une figures humanistes de la Renaissance aux Lumi\u00e8res<\/em>, a cura di C. Nativel, \u201cTravaux d\u2019Humanisme et Renaissance\u201d vol. 414, Ginevra 2006, pp. 817-822.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_85_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_86_2829\" class=\"footnote\">D. Mastrorilli, <em>Osservazioni sulla<\/em>.., 2012, pp. 233-234 con relativa bibliografia precedente. La chiesa di San Trifone, non pi\u00f9 esistente, sorgeva nei pressi dell\u2019attuale chiesa di Sant\u2019Antonio dei Portoghesi presso via della Scrofa. G.A. Consonni, <em>Intorno alla vita di<\/em> \u2026,<em> <\/em>1908, p. 386.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_86_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_87_2829\" class=\"footnote\"><em>Biglia, Andrea<\/em>, in Dizionario Biografico degli Italiani &#8211; Volume 10 (1968).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_87_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_88_2829\" class=\"footnote\">A. Mazzon, <em>La cappella di S. Monica<\/em>\u2026, 2011, p. 210.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_88_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_89_2829\" class=\"footnote\">D. Mastrorilli<em>, La tomba di<\/em>\u2026, 2011, pp. 123-128. Il rinvenimento \u00e8 illustrato nel 1463 anche nei <em>Commentarii<\/em> di papa Pio II Piccolomini (1458-1464), a tale riguardo, con bibliografia precedente, si rimanda nuovamente a: D. Mastrorilli, <em>La tomba di<\/em>.., 2011, p. 125, nota 60; A. Mazzon<em>, La cappella di S. Monica<\/em>\u2026, 2011, pp. 205-226.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_89_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_90_2829\" class=\"footnote\">S. Danesi Squarzina, <em>La qualit\u00e0 antiquaria degli interventi quattrocenteschi in Ostia Tiberina<\/em>, in <em>Il Borgo di Ostia Antica da Sisto IV a Giulio II<\/em>, catalogo della mostra (Ostia, Fortezza ed Episcopio, 19 giugno-30 settembre 1980) a cura di S. Danesi Squarzina e G. Borghini, Roma 1981, p. 32.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_90_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_91_2829\" class=\"footnote\">S. Pompili, <em>La chiesa di Sant\u2019Aurea a Ostia Antica: risultato di un\u2019analisi metrologica e proporzionale<\/em>, in \u201cQuaderni dell\u2019Istituto di Storia dell\u2019Architettura\u201d [Universit\u00e0 degli Studi di Roma La Sapienza, Dipartimento di Storia dell\u2019Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici], (2009) n.s. 52, pp. 53-62.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_91_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_92_2829\" class=\"footnote\">Ch.L. Frommel, <em>Il tempio e la chiesa: Baccio Pontelli e Giuliano della Rovere nella chiesa di S. Aurea<\/em>, in <em>Architettura e committenza da Alberti a Bramante<\/em>, Firenze 2006, pp. 367-393.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_92_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_93_2829\" class=\"footnote\">A. Nibby, <em>Analisi storico topografica antiquaria della carta de\u2019 dintorni di Roma<\/em>, Roma 1848-1849, II, p.444; G.Vasari, <em>Le vite de\u2019 pi\u00f9 eccellenti pittori scultore ed architetti<\/em>, a cura di G. Milanesi, Firenze 1878, II, p. 653.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_93_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_94_2829\" class=\"footnote\">Circa la produzione di Pontelli si veda, con bibliografia esaustiva precedente il recente lavoro di\u00a0 J Gritti, <em>Pontelli Baccio<\/em>, in \u201cDizionario Biografico degli Italiani\u201d, Vol. 84 (2015).<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_94_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_95_2829\" class=\"footnote\">Ch.L. Frommel, <em>Il tempio<\/em>\u2026, 2006, p. 378-379. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_95_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_96_2829\" class=\"footnote\">F. Benzi, <em>Paggio Pontelli a Roma ed il Codex Escurialensis<\/em>,\u00a0 in\u00a0 <em>Sisto IV. Le Arti a Roma nel Primo Rinascimento<\/em>, Atti del Convegno Internazionale di Studi\u00a0 a cura di F. Benzi con la collaborazioni di\u00a0 C. Crescentini,\u00a0 Roma 2000, p. 480.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_96_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_97_2829\" class=\"footnote\">A. Lipinsky, <em>Oreficerie e argenterie<\/em>.., 1966, p. 244.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_97_2829\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>sante.guido@unitn.it Reliquie e reliquiari dei santi Sebastiano, Luca e Cristoforo nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano DOI: 10.7431\/RIV15042017 Nell&#8217;autunno del <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=2829\" title=\"Sante Guido\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":2954,"menu_order":4,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/2829"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2829"}],"version-history":[{"count":22,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/2829\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2974,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/2829\/revisions\/2974"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/2954"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2829"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}