{"id":248,"date":"2010-06-18T10:19:57","date_gmt":"2010-06-18T10:19:57","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=248"},"modified":"2013-06-13T01:15:09","modified_gmt":"2013-06-13T01:15:09","slug":"m-sebastianelli-m-r-paterno","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=248","title":{"rendered":"Mauro Sebastianelli &#8211; Maria Rosaria Patern\u00f2"},"content":{"rendered":"<p>maurosebastianelli@hotmail.com<\/p>\n<h3><strong>Dallo studio tecnico al restauro: le <em>chinoiserie <\/em>del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo<\/strong><\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV01102010<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ogni argomentazione sull\u2019affermazione del gusto per la cineseria in Europa deve necessariamente passare attraverso le considerazioni del testo fondamentale di Hugh Honour<sup><a href=\"#footnote_0_248\" id=\"identifier_0_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte della cineseria. Immagine del Catai, Firenze 1963.\">1<\/a><\/sup>, ancora oggi insostituibile soprattutto perch\u00e9 rese conto di come gli europei interpretarono e metabolizzarono quel fenomeno connesso con l\u2019arrivo nei porti del vecchio continente di prodotti di ogni sorta provenienti dall\u2019Estremo Oriente, prevalentemente ceramiche, lacche e tessuti tecnicamente perfetti<sup><a href=\"#footnote_1_248\" id=\"identifier_1_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Bufalino, Nel Regno delle Due Sicilie. Le Cineserie, Palermo 1994, p. 45.\">2<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La passione per le forme culturali esotiche \u00e8 un fenomeno che inizia a partire dagli inizi del XVI secolo, quando iniziarono a giungere in Europa prodotti cinesi in grandi quantit\u00e0, che ben presto andarono ad arricchire le collezioni di molti sovrani europei<sup><a href=\"#footnote_2_248\" id=\"identifier_2_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, &nbsp;pp. 33-41.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per tutto il XVI secolo e gran parte del XVII furono i Portoghesi e gli Spagnoli a tenere le chiavi del commercio con la Cina e gli oggetti cinesi giungevano negli altri paesi d\u2019Europa soltanto sulle loro navi. Nonostante questa egemonia ebbero rapporti con la Cina anche inglesi, francesi e olandesi; questi ultimi in particolare fondarono nel 1602 a Canton la loro Compagnia delle Indie Orientali. La moda sempre crescente degli oggetti orientali \u00e8 documentata anche dal costante aumento di prezzi che ne permetteva l\u2019acquisto solo ai pi\u00f9 ricchi, ma col diffondersi di questa moda anche fra gli strati sociali meno abbienti si cominci\u00f2 ad avere un\u2019insistente richiesta di oggetti pi\u00f9 economici. Le arti cinesi erano diventate di gran moda e gli artigiani europei furono costretti ad imitare gli oggetti orientali, per soddisfare anche collezionisti meno ricchi<sup><a href=\"#footnote_3_248\" id=\"identifier_3_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, pp. 47-50.\">4<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla met\u00e0 del XVIII secolo tessuti, porcellane e lacche invadevano i mercati di Parigi, Londra e Amsterdam, gli artigiani europei avevano cominciato ad imitare le arti della Cina, del Giappone e dell\u2019India e da queste arti si creavano nuovi stili decorativi<sup><a href=\"#footnote_4_248\" id=\"identifier_4_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, pp. 58-60.\">5<\/a><\/sup>. In particolare l\u2019Olanda deteneva il monopolio per l\u2019importazione della lacca dell\u2019Estremo Oriente, nonch\u00e9 una produzione locale specializzata difficilmente distinguibile dall\u2019originale, con scene di cineserie, vasi con fiori, uccelli ed alberi su fondo nero<sup><a href=\"#footnote_5_248\" id=\"identifier_5_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, p. 17.\">6<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le lacche, le ceramiche, i tessuti e le argenterie fabbricate fra il 1660 e il 1715 e decorati a cineseria possono venir considerati come manifestazioni della sensibilit\u00e0 barocca; ma chiamarli cineserie \u00e8 azzardato, l\u2019ornamentazione di questi oggetti \u00e8 un miscuglio eterogeneo di motivi orientali ed europei che sarebbe pi\u00f9 prudente definire esotici. Nel tardo Seicento pochissimi europei avrebbero saputo distinguere i prodotti della Cina da quelli del Giappone o da quelli dell\u2019India; tale confusione derivava anche dalla conoscenza geografica dell\u2019Estremo Oriente ancora vaga. L\u2019Oriente allo spettatore del tardo Seicento appariva come infinitamente lontano e bizzarro e di questa arte apprezzava l\u2019esotica ricchezza, lo attraeva il fulgore della lacca, i bei colori luminosi, le linee sinuose dei vasi e le calde sfumature dei ricami orientali. Queste qualit\u00e0 venivano calcate nella decorazione a cineseria<sup><a href=\"#footnote_6_248\" id=\"identifier_6_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, pp. 98-99.\">7<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 sicuramente lo stile Rococ\u00f2, grazioso, elegante, spensierato, che meglio si prest\u00f2 alle influenze esotiche. La diffusione e il successo degli ornamenti \u201calla cinese\u201d nel periodo Rococ\u00f2 si deve soprattutto alla loro vaghezza, cio\u00e8 alla possibilit\u00e0 di poter essere sfruttati dai decoratori come motivi estraniabili da qualunque contesto proprio e riutilizzabili in oggetti con tipologie e funzioni locali; venivano riproposti di volta in volta alcuni disegni (uccelli piumati, dragoni, pagode, paesaggi) in oggetti che nulla avevano a che fare con la tradizione a cui alludevano<sup><a href=\"#footnote_7_248\" id=\"identifier_7_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. PALAZZOTTO, Chinoiserie di Sicilia, in Per salvare Palermo, n. 4, settembre\/dicembre 2002, p. 32.\">8<\/a><\/sup>. I primi disegni di cineseria rococ\u00f2 si devono a Antonio Watteau (1684-1781) e Fran\u00e7ois Boucher (1703-1770), i quali fornirono dei veri e propri modelli non solo in Francia, ma in tutta Europa. Sacerdoti e idoli, riverenti cortigiani, devoti adoratori, parasoli a baldacchino, colonne con teste di mandarini e templi, divennero presto elementi essenziali della cineseria<sup><a href=\"#footnote_8_248\" id=\"identifier_8_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, p. 103.\">9<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le stanze cinesi godettero di largo favore, ma gli esempi pi\u00f9 articolati di decorazioni d\u2019interno a cineseria erano offerti da deliziosi edifici che animavano parchi con padiglioni, pagode e chioschi. I mobili che adornavano questi padiglioni e gli altri ambienti cinesi pare fossero abitualmente impiallacciati con pannelli di lacca sia europea che orientale, ma in tutti gli esemplari la decorazione orientale si limitava alla superficie, mentre non si impose sulla forma e costruzione dei mobili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo esempio di costruzione effimera alla cinese fu il <em>Trianon de porcellaine<\/em>, nel parco di Versailles, edificato tra il 1670 e il 1671<em>, <\/em>omaggio di Luigi XIV alla sua favorita, Madame de Montespan, disegnato dall\u2019architetto di corte Louis Le Vau. \u00c8 da questo momento in poi che la  Francia diventer\u00e0 una delle nazioni in cui maggiormente si diffonder\u00e0 la passione per le <em>chinoiserie<\/em> e si svilupper\u00e0 un vero e proprio stile alla cinese a cui tutti guarderanno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche in Inghilterra questa passione sar\u00e0 dilagante, avvalorata dal fatto che \u00e8 proprio la Compagnia delle Indie Inglese, oltre a quella Olandese, ad importare oggetti dal lontano Oriente, motivo per cui vi saranno un gran numero di modelli originali a cui gli artigiani inglesi potranno ispirarsi. Alcuni esempi di arredamenti inglesi in stile orientale si conoscono grazie al catalogo <em>The Gentleman and Cabinet-maker\u2019s Director<\/em>, edito da Thomas Chippendale<sup><a href=\"#footnote_9_248\" id=\"identifier_9_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. CHIPPENDALE, The Gentleman and Cabinet-maker&rsquo;s Director, Londra 1754, tavv.&nbsp; n. XXV-XXVII, CV, CIX, CXII-CXIX, CXXX, CLVII-CLX. Cfr. J. KENWORTHY-BROWNE, Il mobile inglese. L&rsquo;et&agrave; dei Chippendale, in I Documentari: Conoscere l&rsquo;Antiquariato, Novara 1967, pp. 5-10.\">10<\/a><\/sup>, in cui \u00e8 possibile individuare elementi d\u2019arredo nello stile popolarmente conosciuto come <em>Chippendale <\/em>cinese in cui gli oggetti rimanevano piuttosto rococ\u00f2, sia nel disegno che nella costruzione, ma bastava riempirli di decorazioni cinesi, padiglioni con tetti a pagoda, campanelli, creste erette e frastagliate, bastoncini e bamb\u00f9 intrecciati, simili agli steccati e recinzioni che figuravano sulle carte da parati, per ottenere un arredo in stile orientale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019entusiasmo per quelle strane forme cinesi divenne generale dopo il 1750, infatti durante il successivo ventennio molte dimore avevano una o pi\u00f9 stanze in quello stile: ogni signora alla moda volle avere il suo salottino cinese in cui bere il th\u00e8 in tazze di porcellana, anch\u2019essa cinese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Settecento la cineseria era in voga anche in Italia, fin dal tardo Seicento si producevano a Venezia mobili con decorazioni alla cinese, ville e palazzi vantavano stanze cinesi con affreschi, stucchi e lacche. Non \u00e8 una combinazione che tutto ci\u00f2 avvenisse a Venezia, insieme anche a composizioni teatrali e operistiche in stile cinese, proprio perch\u00e9 la citt\u00e0 era sempre stata aperta a influenze orientali e accolse tale moda con maggiore entusiasmo di qualunque altro stato della penisola. Motivi a cineserie molto eleganti erano presenti nelle pi\u00f9 importanti dimore nobiliari della citt\u00e0, un esempio pu\u00f2 essere la \u201cCamera delle lacche verdi\u201d<em> <\/em>di Palazzo Calbo Crotta, ora a C\u00e0 Rezzonico<sup><a href=\"#footnote_10_248\" id=\"identifier_10_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. MARIACHER, Il mobile barocco veneziano, in I Documentari&hellip;, 1967, p. 10.\">11<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre Venezia si hanno altre pregevoli testimonianze di decorazione a <em>chinoiserie <\/em>all\u2019interno delle dimore nobiliari italiane: da ricordare sono sicuramente gli esempi di Torino<sup><a href=\"#footnote_11_248\" id=\"identifier_11_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per approfondimenti sulla diffusione dell&rsquo;esotismo in Piemonte nel Settecento si veda L. CATERINA &ndash; C. MOSSETTI, Villa della Regina. Il riflesso dell&rsquo;Oriente nel Piemonte del Settecento, Torino 2006.\">12<\/a><\/sup> in cui, nel 1714, Vittorio Amedeo II duca di Savoia chiam\u00f2 a corte il messinese Filippo Juvarra, che divenne architetto ufficiale della corte sabauda. A lui si devono il \u201cGabinetto Cinese\u201d<em> <\/em>(<a title=\"Fig. 1. Filippo Juvarra, 1732-1736, Gabinetto Cinese, Torino, Palazzo Reale\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb1.jpg\">Fig. 1<\/a>), ideato nel 1732 e concluso nel 1736, che rappresenta uno dei pi\u00f9 precoci interni di gusto a cineseria, in cui alle lacche originali cinesi si affiancano intagli dorati, specchi, pitture e stucchi, in cui l\u2019amore per l\u2019esotico e quello per un intaglio lineare e naturalistico, fine e prezioso, sono fusi in mirabile armonia<sup><a href=\"#footnote_12_248\" id=\"identifier_12_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. COSTANTINO FIORATTI, Il Mobile Italiano dall&rsquo;antichit&agrave; allo stile Impero, a cura di G. Fossa, Firenze 2004, pp. 150-158.\">13<\/a><\/sup>; si ricordano inoltre i suoi interventi per Stupinigi e per la Villa della Regina<sup><a href=\"#footnote_13_248\" id=\"identifier_13_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. DISERTORI &ndash; M. GRIFFO &ndash; A. GRISERI &ndash; A. M. NECCHI DISERTORI &ndash; A. PONTE, Il mobile del Settecento, Novara 1988, p. 278.\">14<\/a><\/sup>. Altre pregevoli testimonianze di manufatti \u201calla cinese\u201d sono custodite in altre residenze sabaude, come Palazzo Granari, Villa Vacchetta, Moncalieri, a testimonianza di quanto diffusa fosse la passione per le <em>chinoiserie<\/em> anche in Piemonte<sup><a href=\"#footnote_14_248\" id=\"identifier_14_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. APPOLONIA &ndash; R. BIANCHI &ndash; L. LUCARELLI &ndash; C. MOSSETTI &ndash; S. VOLPIN, Protocollo analitico per lo studio dei &ldquo;dipinti alla china&rdquo; di Villa della Regina a Torino. Finalit&agrave; e criteri di lavoro, in Lo Stato dell&rsquo;Arte IV, Siena 2006, pp. 71-78.\">15<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma per trovare in Italia il pi\u00f9 importante esempio di decorazione a cineseria bisogna spingersi fino al Regno delle Due Sicilie, in particolare a Napoli e Palermo<sup><a href=\"#footnote_15_248\" id=\"identifier_15_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, p. 143.\">16<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Napoli era sede di un attivo porto, nonch\u00e9 colonia di mercanti stranieri; l\u00ec gli inizi della cineseria si fanno risalire al Seicento, in particolare alla figura del mercante fiammingo Gaspare Roomer che ebbe un ruolo importante nell\u2019accoglimento della cineseria nel linguaggio decorativo napoletano; molto interesse infatti dovettero destare i mobili lavorati \u201calla cinese\u201d menzionati nell\u2019inventario dei suoi beni redatto nel 1674. Questi mobili potrebbero essere stati acquistati in Olanda, paese con cui Roomer aveva stretti legami commerciali<sup><a href=\"#footnote_16_248\" id=\"identifier_16_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, p. 17.\">17<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ispirato, nelle complesse e bizzarre figurazioni, alle idee divulgate dagli artisti francesi<sup><a href=\"#footnote_17_248\" id=\"identifier_17_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il maggiore divulgatore di scenette di vita cinese immerse in un paesaggio popolato da animali e con una vegetazione lussureggiante e fantastica &egrave; il disegnatore e pittore Jean Baptiste Pillement, le cui stampe si diffondono a livello internazionale e il termine &ldquo;style Pillement&rdquo; diventa sinonimo di cineseria francese.\">18<\/a><\/sup> appare lo straordinario risultato della realizzazione, tipicamente settecentesca, del \u201cSalottino di Maria Amalia\u201d per la Reggia di Portici (<a title=\"Fig. 2. Manifattura di Capodimonte, 1757-1759, Salottino in porcellana della Regina Maria Amalia, Napoli, Museo di Capodimonte\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb2.jpg\">Fig. 2<\/a>). L\u2019opera rappresenta il maggior traguardo a livello tecnico e formale della prediletta tra le manifatture istituite da Carlo di Borbone, al punto che verr\u00e0 ripetuto nel salotto del Castello di Aranjuez<sup><a href=\"#footnote_18_248\" id=\"identifier_18_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, p. 19.\">19<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il repertorio decorativo di Portici \u00e8 vastissimo: i trofei musicali e le scene figurate trovano ispirazione nei modelli di chiara e diretta provenienza cinese di Watteau, temperati dal gusto pi\u00f9 occidentale delle cineserie di Boucher. Gli elementi plastici a nastro e gli abiti replicano il repertorio delle <em>sete moire\u00e9s<\/em>, dei damaschi, dei lampassi occidentali ed orientali. Decorazioni <em>kakiemon<\/em>, fiori coreani e fiori di loto si articolano nelle scene figurate esaltati dal fondo bianco in porcellana. I festoni con trofei musicali, che accomunano strumenti musicali napoletani a quelli cinesi, recano 23 cartigli, alcuni con scritte in cinese eseguite da mano esperta, altri imitanti la scrittura o prive di segni. La presenza di queste scritte in lingua hanno svelato interessanti relazioni tra Carlo di Borbone e il Collegio napoletano dei Cinesi, fondato da Matteo Ripa nel 1724, prima generazione di religiosi cinesi educati presso la Congregazione della Sacra Famiglia<sup><a href=\"#footnote_19_248\" id=\"identifier_19_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, pp. 60-61.\">20<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando Ferdinando VI mor\u00ec, Carlo di Borbone dovette trasferirsi a Madrid per\u00a0 assumere il titolo di Carlo III ed al suo seguito si trasferirono anche le maestranze della Real Fabbrica di Capodimonte che, dopo il felice risultato del Salottino di Portici, furono chiamate a replicare nella dimora di Buen Retiro a Madrid. Dal punto di vista tecnico e stilistico, il salotto Aranjuez \u00e8 il prodotto della naturale prosecuzione della manifattura napoletana, o meglio un\u2019estensione di questa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il rivestimento in porcellana \u00e8 realizzato con le stesse caratteristiche tecniche di Portici e i decori sono caratterizzati da scene figurate disposte su zolle erbose sostenute da draghi dal corpo di uccelli dalle lunghissime code. Gruppi di figure cinesi si compongono ad illustrare scene familiari o cortesi; bambini finemente abbigliati si arrampicano sugli alberi, dame scambiano sguardi con cortigiani barbuti dal copricapo a pagoda e piumati. La fantasia compositiva si intreccia con quella decorativa, un ricco campionario di tessuti veste le figure, in tutto replicante i modelli della precedente decorazione napoletana<sup><a href=\"#footnote_20_248\" id=\"identifier_20_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, pp. 63-65.\">21<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli anni di regno di Carlo di Borbone segnano il trionfo della cineseria nelle arti decorative, non solo nel campo delle porcellane, ma il richiamo all\u2019esotico investe gli altri settori dell\u2019artigianato artistico, l\u2019oreficeria, gli arredi, i pavimenti maiolicati, le pitture ornamentali delle pareti, i parati dipinti in tessuto o carta, la laccatura e coloritura delle porte, gli stucchi ai soffitti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Sicilia la <em>chinoiserie<\/em> si era affermata sulla scorta dell\u2019influenza della Francia e dei Borbone. I vari salottini orientaleggianti presenti in gran parte delle grandi residenze aristocratiche isolane non potevano non essersi ispirati, tra le altre cose, al meraviglioso gabinetto in porcellana della Reggia di Portici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scelta di costruire a Palermo nel 1790 un vero e proprio edificio \u201calla cinese\u201d non pu\u00f2 che testimoniare una radicata cultura cosmopolita, patrimonio degli intellettuali siciliani, consolidata anche dal rapporto con Napoli al tempo dei Borbone. Non stupisce la scelta fatta, per la villa ai Colli, di Don Benedetto Lombardi che affid\u00f2 il progetto e la direzione lavori al famoso architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia. La distribuzione interna alla Casina e l\u2019organizzazione del Parco circostante vennero invece affidate a disegni pi\u00f9 tardi, degli anni 1800-1802, opera di Alessandro Emmanuele Marvuglia, figlio di Giuseppe Venanzio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante la Casina avesse ricevuto giudizi poco lusinghieri<sup><a href=\"#footnote_21_248\" id=\"identifier_21_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si ricordi tra gli altri quello dell&rsquo;erudito palermitano Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, autore di preziosi contributi sulla Palermo di fine Settecento, che a seguito di un sopralluogo svoltosi nel 1798 disse &laquo;fatta tutta d&rsquo;ossatura di legno&hellip;fabbrica stravagante di nulla durata e scevra affatto di magnificenza&raquo;. Cfr. G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, p. 116.\">22<\/a><\/sup>, resasi disponibile alla morte di Benedetto Lombardi, venne individuata come residenza per Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina insieme alla loro corte, in fuga da Napoli<sup><a href=\"#footnote_22_248\" id=\"identifier_22_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. GIUFFRIDA &ndash; M. GIUFFR&Egrave;, La  Palazzina Cinese e il Museo Pitr&egrave;: nel Parco della Favorita a Palermo, Palermo 1987, p. 11.\">23<\/a><\/sup>, insieme a una vasta area verde limitrofa che i nobili proprietari, per ingraziarsi il sovrano, mettono a disposizione nel gennaio del 1799; si tratta delle propriet\u00e0 dei Malvagna, Niscemi, Pietratagliata, Salerno, Ajroldi e Vannucci<sup><a href=\"#footnote_23_248\" id=\"identifier_23_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Come si legge in A.S.P., Atto del notaio Antonio Maria Cavaretta Conti, in data 23\/01\/1799.\">24<\/a><\/sup>, che, insieme alla Casina e alle sue pertinenze, costituiranno il Real Parco della Favorita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella mutata situazione internazionale sembr\u00f2 che in Sicilia stesse per cominciare una nuova vita e proprio per questo gli esponenti del baronaggio, sopraccitati, si adoperarono affinch\u00e9 Palermo non fosse da meno della capitale partenopea, offrendo ai sovrani la possibilit\u00e0 di dedicarsi a svaghi e battute di caccia come a Portici e soprattutto San Leucio, sito assorbito da Carlo III nel grande parco della Reggia di Caserta<sup><a href=\"#footnote_24_248\" id=\"identifier_24_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. GIUFFRIDA &ndash; M. GIUFFR&Egrave;, La Palazzina&hellip;, 1987, p. 11.\">25<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I festeggiamenti per l\u2019insediamento del sovrano e della sua corte, avvenuti il 4 ottobre 1799, non comportarono, per mancanza di tempo, un nuovo progetto. Tra il 1799 e il 1800 ci si occup\u00f2 della circoscrizione del Parco, la sistemazione della flora \u201calla cinese\u201d, la <em>coffee house<\/em> o \u201ctempietto cinese\u201d con copertura a pagoda. Solo dopo il ritorno a Napoli dei sovrani iniziarono i grandi lavori di \u00abrimodernizzazione o sia riattamento\u00bb, come indicato dai documenti del 1805, che hanno riguardato la Casina e i vicini locali di servizio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nuovo progetto, tradizionalmente attribuito a Giuseppe Venanzio Marvuglia, che usufruisce certamente dell\u2019apporto esecutivo, quale direttore lavori, e forse anche del figlio Alessandro Emmanuele, si limit\u00f2 a un \u201crestauro\u201d della precedente Casina, rivolto a mutare alcuni particolari dell\u2019esterno. Mentre l\u2019apparato decorativo interno, dopo l\u2019acquisizione reale, venne rinnovato interamente a partire dal 1805 con l\u2019apporto di pittori \u201cadornisti\u201d (Rosario Silvestri e Benedetto Cotardi) e \u201cfiguristi\u201d (Vincenzo Riolo e Giuseppe Velasco) impegnati nella decorazione dei pi\u00f9 importanti ambienti interni. Con il ritorno a Napoli nel 1815 del sovrano e della sua corte inizia per la Casina un percorso di inesorabile declino<sup><a href=\"#footnote_25_248\" id=\"identifier_25_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BUFALINO, Nel Regno&hellip;, 1994, pp. 118-119.\">26<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il successo della cineseria a Palermo pu\u00f2 dunque misurarsi attraverso la presenza, gi\u00e0 nel 1790, di una residenza suburbana \u201calla cinese\u201d, tra le ultime manifestazioni, in ordine di tempo, di un fenomeno che aveva interessato la campagna palermitana. Il panorama che si compone mostra una Palermo aperta ai contatti esterni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Hugh Honour nel suo testo non esita a definire la Casina Cinese di Palermo \u00abl\u2019esemplare pi\u00f9 raffinato di cineseria italiana del tardo Settecento\u00bb<sup><a href=\"#footnote_26_248\" id=\"identifier_26_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, 1963, p. 145.\">27<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo quanto affermato da Pierfrancesco Palazzotto nel suo testo \u201cRiflessi del gusto per la cineseria e gli esotismi a Palermo tra Rococ\u00f2 e Neoclassicismo: collezionismo, apparati decorativi e architetture\u201d<sup><a href=\"#footnote_27_248\" id=\"identifier_27_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. PALAZZOTTO, Riflessi del gusto per la cineseria e gli esotismi a Palermo tra Rococ&ograve; e Neoclassicismo: collezionismo, apparati decorativi e architetture, in Argenti e Cultura Rococ&ograve; nella Sicilia centro-occidentale 1735-1789, a cura di S. Grasso e M. C. Gulisano, con la collaborazione di S. Rizzo, Palermo 2008, pp. 535-561.\">28<\/a><\/sup>, esempi precedenti di decorazione alla cinese sono individuabili all\u2019interno di palazzo Castelnuovo, nell\u2019ambito di alcuni lavori eseguiti negli anni 1752-53, a palazzo Valguarnera Gangi, all\u2019interno del quale tra il 1757 e il 1758 vengono inseriti nelle gallerie gruppi simmetrici di mensole atte ad accogliere porcellane plausibilmente cinesi come i due camerini che chiudono il Salone degli Specchi di gusto orientale; a palazzo Branciforte di Butera, all\u2019interno del quale sono stati identificati alcuni dettagli ispirati al gusto della cineseria, in particolare in tre saloni del piano nobile, il \u201cSalotto Gotico\u201d, il \u201cSalotto Giallo\u201d ed il \u201cSalotto Rosso\u201d; alle gi\u00e0 citate decorazioni a cineseria dei saloni del palazzo individuati da Pierfrancesco Palazzotto, si aggiunge una scenografia mobile con pannelli, probabilmente in seta dipinta, con motivi a cineseria, oggi perduti, utilizzati per l\u2019allestimento del teatro temporaneo all\u2019interno di uno dei saloni del piano nobile del palazzo<sup><a href=\"#footnote_28_248\" id=\"identifier_28_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Si ringrazia cortesemente il dott. Salvatore&nbsp; Civiletti per la segnalazione fotografica.\">29<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 3. Manifattura siciliana, inizi XIX secolo, teatrino temporaneo con decorazioni a chinoiseries, Palermo, Palazzo Branciforte di Butera\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb3.jpg\">Fig. 3<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Proseguendo oltre le mura cinquecentesche cittadine, \u00e8 possibile riconoscere altri episodi rilevanti nelle ville della piana dei colli, tra cui si ricorda Villa De Cordova, in cui si trova il \u201cSalone Cinese\u201d databile probabilmente a dei rifacimenti attuati dopo il 1771, e Villa Airoldi, in cui la decorazione dei vari salotti del piano nobile presenta pitture e stucchi legate al tema del <em>divertissement<\/em>, legato allo spirito<em> <\/em>essenzialmente disimpegnato della villa dove trascorrere brevi periodi di ristoro in rapporto col paesaggio naturale circostante. Cantonali con mensoline, su cui in origine erano collocate porcellane cinesi, decorano gli angoli dei vari salotti (<a title=\"Fig. 4. Manifattura siciliana, fine XVIII secolo, particolare dell\u2019angoliera in stucco con mensoline ed ai lati pannelli in seta decorati a chinoiserie di uno dei salotti del piano nobile, Palermo, Villa Airoldi\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb4.jpg\">Fig. 4<\/a>), ed in particolare la \u201cGalleria\u201d, con cantonali in stucco colorato che simulano paesaggi, come pitture giapponesi a rilievo, con costoni rocciosi che fungono da piano d\u2019appoggio (<a title=\"Fig. 5. Manifattura siciliana, fine XVIII secolo, particolare dell\u2019angoliera in stucco della Galleria, Palermo, Villa Airoldi\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb5.jpg\">Fig. 5<\/a>), doveva essere una vera e propria \u201cSala Cinese\u201d, probabilmente con pareti rivestite da stoffe o <em>papier peint<\/em> cinesi con motivi ornamentali e scene di genere<sup><a href=\"#footnote_29_248\" id=\"identifier_29_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per le riprese fotografiche di Villa Airoldi si ringrazia per la preziosa disponibilit&agrave; la Sig.ra  Guia Airoldi.\">30<\/a><\/sup><em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La passione per le <em>chinoiserie<\/em> non si limita per\u00f2 solo a Palermo, in ambito siciliano infatti significativo risulta palazzo Biscari a Catania, dimora di propriet\u00e0 di Ignazio Patern\u00f2 Castello, principe di Biscari, che nel 1764 incarica l\u2019architetto Francesco Battaglia di ampliare l\u2019edificio con la costruzione della \u201cGalleria degli Uccelli\u201d e della \u201cSala di Don Chisciotte\u201d, decorate con scenette orientali sulle volte e sulle pareti e ricche di porcellane importate da Cina, India e Parigi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019Ottocento in Italia, come nel resto d\u2019Europa, si assiste ad una disomogeneit\u00e0 stilistica, un succedersi, accavallarsi, mescolarsi di generi e di stili, un panorama complesso e articolato, intessuto di influssi dalla pi\u00f9 varia provenienza. Se il Neoclassicismo impose un linguaggio sostanzialmente omogeneo a tutta l\u2019Europa, dal terzo decennio dell\u2019Ottocento il panorama delle arti applicate appare mosso dal fermento dello storicismo che si esprime in un\u2019estrema variet\u00e0 di stimoli che sfoceranno nello stile conosciuto come Eclettismo che caratterizzer\u00e0 l\u2019arte fino alla fine del secolo. Si verifica una sorta di sincretismo culturale in cui elementi stilistici sono derivati da differenti civilt\u00e0 storiche: romanico, gotico, rinascimento, manierismo e barocco, ma anche la componente turca, indiana, cinese, bizantina e moresca. Caratteri specifici dell\u2019Eclettismo sono la tendenza all\u2019evasione, il culto per l\u2019oggetto, il gusto scenografico e illusionistico<sup><a href=\"#footnote_30_248\" id=\"identifier_30_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. BOIDI SASSONE &ndash; E. COZZI &ndash;&nbsp; M. GRIFFO &ndash; A. PONTE &ndash; G. C. SCIOLLA, Il mobile dell&rsquo;Ottocento, Novara 1988, p. 264.\">31<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la met\u00e0 del secolo, infatti, gli ambienti appaiono nel loro insieme sovraccarichi e grevi, tesi a trasmettere nello spettatore il senso del colmo e del confortevole, i mobili impiegati sono scelti in base a criteri di comodit\u00e0 e di ostentazione, divani e poltrone imbottiti e trapuntati, intarsio, decorazione scolpita e dipinta, rivestimenti in cuoio e lacca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A testimonianza dell\u2019ininterrotto successo di tutto ci\u00f2 che \u00e8 esotico anche in Sicilia si porta ad esempio la decorazione alla cinese della \u201cSala da pranzo\u201d del Palazzo Reale di Palermo, per i cui dipinti Giovanni Patricolo si ispir\u00f2 alle scene realizzate da Giuseppe Velasco all\u2019interno della Palazzina Cinese<sup><a href=\"#footnote_31_248\" id=\"identifier_31_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. LANZA TOMASI &ndash; A. ZALAP&Igrave;, Dimore di Sicilia, Verona 1998, pp. 28-45.\">32<\/a><\/sup>. Sempre al medesimo periodo Pierfrancesco Palazzotto fa risalire la produzione legata ad un famoso mobiliere palermitano, Antonio Catalano, che divenne uno dei principali e pi\u00f9 noti creatori di mobilia di gusto esotico in citt\u00e0. Si registra la sua presenza nel 1856 alla mostra di Belle Arti organizzata dalla Commissione di Antichit\u00e0 e Belle Arti di Palermo nel Palazzo Senatorio con \u00abfiori dipinti in fondo nero con un nuovo metodo per ornamenti di tavolo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_32_248\" id=\"identifier_32_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. PALAZZOTTO, Chinoiserie&hellip;, 2002, p. 32.\">33<\/a><\/sup>; un anno dopo venne premiato all\u2019ultima delle manifestazioni borboniche promosse dall\u2019Istituto d\u2019Incoraggiamento, \u00abper la costruzione di tavolini e sedie lavorate e verniciate a stile cinese, industria nuova per la Sicilia\u00bb<sup><a href=\"#footnote_33_248\" id=\"identifier_33_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">34<\/a><\/sup>. Proprio per tale ragione ottenne anche un sussidio dalla Provincia per perfezionarsi a Parigi, capitale di quella tecnica. Nel 1867 present\u00f2 all\u2019Universale di Parigi \u00abalcuni mobili Chinesi molto bizzarri e vivaci, imitanti gli antichi Vieux Laques\u00bb ed ottenne la definitiva consacrazione all\u2019Esposizione Internazionale di Vienna nel 1873 con la medaglia di merito per \u00abuna elegante giardiniera con acquario, intarsiata con molta venust\u00e0 a madreperla e metalli, ed alcuni tavolini ornati di consimili tarsie combinate con grande abilit\u00e0 ed ottimo effetto\u00bb<sup><a href=\"#footnote_34_248\" id=\"identifier_34_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem.\">35<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo studio condotto in occasione del restauro di due tavolini conservati al Museo Regionale di Palazzo Mirto ha permesso di evidenziare le peculiarit\u00e0 tecnico-esecutive nella produzione di arredi lignei a <em>chinoiseries<\/em> di manifattura siciliana, con particolare attenzione rivolta all\u2019uso delle lacche ad imitazione di quella cinese e giapponese tanto ricercata e apprezzata dai sovrani di tutta Europa, dalle corti alla ricca aristocrazia e, in epoca successiva, anche dalla borghesia. Per tutto il Settecento e l\u2019Ottocento le dimore nobiliari e le case dei ricchi borghesi sono state impreziosite con oggetti che nella loro manifattura potevano o essere direttamente importati dalla Cina, grazie ai contatti aperti tramite la Compagnia delle Indie, oppure realizzati da artigiani locali che cercavano di avvicinarsi alla ricetta originale per produrre lacche del tutto simili a quelle orientali. Questo risulta essere anche il caso di Palazzo Mirto, sontuosa residenza per quattro secoli dei Filangeri, e poi dei Lanza Filangeri Principi di Mirto, i quali vollero inserire al suo interno un piccolo e bizzarro <em>boudoir \u00e0 la mode chinoise<\/em> (<a title=\"Fig. 6. Manifattura siciliana, seconda met\u00e0 XVIII secolo, Salottino cinese, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb6.jpg\">Fig. 6<\/a>), in cui le rappresentazioni parietali rievocassero un mondo esotico lontano e fantastico: decorazioni, costumi orientaleggianti, figure colte in atteggiamenti di vita quotidiana, il tutto su fondi, oggi ingialliti, che soddisfacevano la voglia di mondi arcani della committenza<sup><a href=\"#footnote_35_248\" id=\"identifier_35_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sull&rsquo;argomento cfr. D. LANDINO, Palazzo Mirto e il suo Salottino Cinese, in Nel Regno delle Due Sicilie. Le Cineserie, a cura di G. Bufalino, Palermo 1994, p. 144; G. DAV&Igrave; &ndash; E. D&rsquo;AMICO, P. GUERRINI, Palazzo Mirto: cenni storico-artistici ed itinerario, per Assessorato Regionale dei Beni Culturali Ambientali e della Pubblica Istruzione, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Sicilia Occidentale, Palermo 1985; E. CATELLO, Cineserie e Turcherie nel &lsquo;700 &nbsp;napoletano, Napoli 1992; P. PALAZZOTTO, Chinoiserie&hellip;, 2002, pp. 32-33.\">36<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il percorso museale per\u00f2 custodisce anche tanti altri oggetti, altrettanto preziosi ed originali come quelli di manifattura orientale ed in altri casi delle rivisitazioni in stile orientale, chiaro esempio di come gli artigiani locali avessero assorbito e reinterpretato tale moda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I due manufatti, oggetto di studio e restauro, conservati all\u2019interno del \u201cSalottino Salvator Rosa\u201d<em> <\/em>(<a title=\"Fig. 7. Salotto Salvator Rosa, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb7.jpg\">Fig. 7<\/a>), posto al piano nobile di Palazzo Mirto, sono un tavolo con piano ribaltabile a vela, risalente alla met\u00e0 del XIX secolo, e un tavolo da lavoro, databile alla seconda met\u00e0 del XIX secolo; essi dimostrano che anche questa tipologia d\u2019arredo non svolge semplicemente funzioni d\u2019uso ma \u00e8 da considerarsi un vero e proprio manufatto d\u2019arte che non si sottrae alla moda per la decorazione esotica con laccature e scene cinesi<sup><a href=\"#footnote_36_248\" id=\"identifier_36_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. PIVA, Il grande libro del mobile antico, Milano 1996, p. 273.\">37<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rappresentano una tipologia tavoli di piccole dimensioni, che iniziano ad affermarsi nel corso del Settecento, ciascuno destinato ad una specifica funzione. L\u2019utilizzo e il proliferare di tutta questa gamma di piccoli tavolini \u00e8 da collegare anche alla trasformazione che a partire dal Settecento interessa gli ambienti interni; infatti durante i primi decenni del secolo si assiste alla tendenza generale a ridimensionare le abitazioni, come avvenne per i casini veneziani, spesso ricavati all\u2019interno di palazzi preesistenti, pi\u00f9 accoglienti e facili da riscaldare, caratterizzati da mobili e arredi di dimensioni ridotte; ogni angolo della stanza \u00e8 finemente decorato con lacca o stucco colorato o dipinto<sup><a href=\"#footnote_37_248\" id=\"identifier_37_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. COSTANTINO FIORATTI, Il Mobile Italiano&hellip;, 2004, p. 136.\">38<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la produzione di questi piccoli tavoli si usavano materiali pregiati e tecniche elaborate quali placcatura ed impiallacciatura con pannelli di legni pregiati<sup><a href=\"#footnote_38_248\" id=\"identifier_38_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La placcatura consisteva nel sovrapporre alla struttura &ldquo;cartelle&rdquo; o &ldquo;lastroni&rdquo; di legno pregiato di circa 5-10  mm di spessore, che miglioravano la stabilit&agrave; dell&rsquo;insieme e impreziosivano l&rsquo;aspetto del mobile. Tuttavia questo era un procedimento molto costoso e ci&ograve; ne decret&ograve; il lento declino facendo preferire la pi&ugrave; economica impiallacciatura. Tale tecnica fu possibile quando si migliorarono gli utensili utilizzati per ricavare sottili lamine, i &ldquo;piallacci&rdquo; di 1-4 mm di spessore che venivano incollati alla struttura e lo rendevano simile al mobile lastronato. Il minore spessore per&ograve; rendeva pi&ugrave; delicata la superficie, vulnerabile a umidit&agrave;, sbalzi termici e urti. L&rsquo;applicazione dei &ldquo;piallacci&rdquo; richiedeva una perfetta preparazione della superficie che doveva presentarsi del tutto piana, per favorire la presa della colla si passava una piccola pialla, &ldquo;pialletto dentato&rdquo;, che zigrinava la superficie per adattarla a ricevere la colla e il piallaccio. Cfr. M. GIARRIZZO &ndash; A. ROTOLO, Il Mobile Siciliano Dal Barocco Al Liberty, introduzione di M.C. Di Natale, Palermo 2004, p. 137.\">39<\/a><\/sup>, intarsi con tessere di legni diversi ma anche con pietre dure, scagliola, commesso, mosaico e stucchi colorati disposti secondo un disegno prestabilito<sup><a href=\"#footnote_39_248\" id=\"identifier_39_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. GIARRIZZO &ndash; A. ROTOLO, Il Mobile&hellip;, 2004, p. 138.\">40<\/a><\/sup>, intagli a basso o alto rilievo, decorazioni a pastiglia, laccatura ed infine incrostazione di vari materiali, come pietre preziose, smalti, vetri, madreperla, avorio, corno, metalli, corallo e tartaruga. Dall\u2019enorme variet\u00e0 di materiali utilizzati si comprende come molti artigiani dovessero contribuire a realizzare un unico pezzo: il mobiliere, l\u2019intagliatore, il doratore, il maestro di intarsi, anche il tappezziere nei mobili da seduta, e i ruoli erano fissati in modo rigoroso dalle corporazioni dei produttori di arredi; ogni maestro doveva dedicarsi solo alla sua specialit\u00e0<sup><a href=\"#footnote_40_248\" id=\"identifier_40_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. COSTANTINO FIORATTI, Il Mobile Italiano&hellip;, 2004, p. 194.\">41<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appare quindi importante studiare il mobile sia sotto il profilo storico-artistico che tecnico, in quanto carico di valori sociali della pi\u00f9 diversa natura, che vanno dalle correnti di pensiero, alle condizioni di vita, ai gusti, agli usi e costumi<sup><a href=\"#footnote_41_248\" id=\"identifier_41_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. ORDO\u0147EZ &ndash; L. ORDO\u0147EZ &ndash; M. DEL MAR ROTAECHE, Il Mobile: conservazione e restauro, Firenze 2003, pp. 26-27.\">42<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il tavolo con piano ribaltabile a vela in legno laccato nero (<a title=\"Fig. 8. Manifattura siciliana, met\u00e0 XIX secolo, tavolo a vela, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, prima e dopo il restauro\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb8.jpg\">Fig. 8<\/a>), presenta decorazioni a motivo geometrico e floreale in oro meccato sul piedistallo, mentre sul recto del piano \u00e8 raffigurata scena esotica, realizzata ad olio, impreziosita da incrostazioni in madreperla (<a title=\"Fig. 9. Manifattura siciliana, met\u00e0 XIX secolo, tavolo a vela, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, particolare del piano con tessere in madreperla\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb9.jpg\">Fig. 9<\/a>). Sull\u2019intero manufatto, grazie anche all\u2019osservazione ai raggi UV, si \u00e8 notato poi un compatto strato di vernice originale, costituita probabilmente da resina naturale, in particolare da gommalacca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esso si presentava prima del restauro in buono stato di conservazione, a parte qualche piccolo foro di sfarfallamento ed uno strato di deposito superficiale coerente ed incoerente, prevalentemente costituito da polvere. La superficie pittorica invece presentava un\u2019evidente alterazione bruna dello strato di vernice, un\u2019accentuata crettatura con andamento reticolare, soprattutto sul recto del piano ribaltabile a vela, piccole abrasioni e lacune dello strato di resina naturale di finitura delle tessere in madreperla (<a title=\"Fig. 10. Manifattura siciliana, met\u00e0 XIX secolo, tavolo a vela, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, particolare del piano con architettura in stile orientale con lacune dello strato di finitura e madreperla a vista\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb10.jpg\">Fig. 10<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo manufatto, studiato e restaurato, \u00e8 un tavolo da lavoro, con vano contenitore (<a title=\"Fig. 11. Manifattura siciliana, seconda met\u00e0 XIX secolo, tavolo da lavoro, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, prima e dopo il restauro\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb11.jpg\">Fig. 11<\/a>), in legno, impiallacciato, laccato, dipinto e dorato. Su tutta la superficie sono presenti decorazioni a motivo geometrico e floreale in oro meccato, mentre sulla parte esterna del coperchio del vano contenitore \u00e8 rappresentata una scena bucolica con personaggi in preghiera di fronte ad una cappella con crocifisso, il tutto incorniciato da decorazioni a motivo floreale (<a title=\"Fig. 12. Manifattura siciliana, seconda met\u00e0 XIX secolo, tavolo da lavoro, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, coperchio del vano contenitore dopo il restauro\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb12.jpg\">Fig. 12<\/a>); sul coperchio si \u00e8 potuta notare una particolare tecnica decorativa consistente nella stesura di velature di polvere metallica disciolta in legante oleoso sulla pittura ad olio precedentemente stesa, che le ha conferito un particolare effetto opalescente (<a title=\"Fig. 13. Manifattura siciliana, seconda met\u00e0 XIX secolo, tavolo da lavoro, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, particolare del coperchio del vano contenitore, microfotografia della polvere metallica\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb13.jpg\">Fig. 13<\/a>). Tutta la superficie del manufatto poi presenta uno strato compatto ed omogeneo di resina naturale, probabilmente gommalacca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il manufatto presentava a livello conservativo un degrado legato ad un attacco xilofago che aveva provocato la caduta di parti di impiallacciatura in corrispondenza della base e del piedistallo, ma soprattutto accentuate abrasioni della pellicola pittorica sul coperchio del vano contenitore dovute probabilmente ad una funzione d\u2019uso del manufatto (<a title=\"Fig. 14. Manifattura siciliana, seconda met\u00e0 XIX secolo, tavolo da lavoro, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, particolare del coperchio del vano contenitore con abrasioni della pellicola pittorica\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb14.jpg\">Fig. 14<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In entrambi i casi l\u2019intervento di restauro \u00e8 stato limitato alle sole operazioni reputate necessarie per una corretta conservazione, essendo questo un evento sempre traumatico per l\u2019opera. I due manufatti sono stati spolverati per eliminare il deposito incoerente, che si era accumulato sulla superficie nel corso del tempo; si sono poi eseguiti una disinfestazione preventiva ed un intervento protettivo con resina acrilica sugli elementi in metallo presenti, sistema di bloccaggio nel caso del tavolo a vela, e serratura per il tavolo da lavoro. Le superfici sono poi \u00a0state sottoposte a pulitura con Emulsione Grassa neutra a pH 7 applicata a tampone per l\u2019eliminazione dello strato di deposito coerente superficiale: sul tavolo da lavoro questo tipo di pulitura \u00e8 risultata sufficiente in quanto non presentava un\u2019evidente alterazione dello strato di vernice di finitura, probabilmente gommalacca, mentre il tavolo a vela, ed in particolare il recto del piano ribaltabile, \u00e8 stato sottoposto ad una complessa fase di pulitura tramite l\u2019utilizzo di Alcool Isopropilico puro a tampone, e Resin Soap DCA-TEA, rifinito poi con Alcool Isopropilico puro, il primo per assottigliare gli strati filmogeni alterati, il secondo per rimuoverli totalmente (<a title=\"Fig. 15. Manifattura siciliana, met\u00e0 XIX secolo, tavolo a vela, Palermo, Museo Regionale di Palazzo Mirto, particolare del piano con tassello di pulitura\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/seb15.jpg\">Fig. 15<\/a>). Terminata la pulitura, in entrambi i casi si \u00e8 proceduto alla stuccatura e reintegrazione con colori a vernice delle lacune di piccola estensione presenti sui manufatti, ed all\u2019equilibratura cromatica delle abrasioni. Gli interventi si sono conclusi con la verniciatura finale per nebulizzazione di entrambi i manufatti al fine di uniformare le superfici conferendo loro la brillantezza originale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre a testimoniare la diffusione dei decori a <em>chinoiseries<\/em> in tutta Europa, lo studio dei due tavolini di Palazzo Mirto ha permesso di approfondire la tecnica originale dei manufatti laccati orientali, evidenziando cos\u00ec le eventuali interpretazioni tecniche adottate dagli artigiani di tutta Europa chiamati a rispondere ad una sempre pi\u00f9 crescente domanda di oggetti decorati a <em>chinoiseries<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il termine \u201clacca\u201d, derivato dall\u2019indiano <em>lak<\/em>, viene usato per indicare una vernice resinosa di origine vegetale ricavata dall\u2019incisione della corteccia del cosiddetto \u201calbero della vernice\u201d o <em>Tsi Chou<\/em> e, per estensione, per definire quei preziosi manufatti esotici cui questa essenza conferisce lucentezza, levigatezza e solidit\u00e0 di superficie<sup><a href=\"#footnote_42_248\" id=\"identifier_42_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il termine nell&rsquo;accezione d&rsquo;origine pu&ograve; anche designare una gommoresina, dalla tonalit&agrave; bruno-rossastra, prodotta dalle secrezioni di un piccolo insetto della famiglia delle cocciniglie, la Tachardia lacca, composta da resine in una percentuale del 70-80%, materie coloranti per il 4-8% e cera per il 6-7%.\">43<\/a><\/sup>. La lacca \u00e8 un\u2019invenzione cinese praticata fin da epoche remote, infatti i primi rinvenimenti si datano alla dinastia Shang (1500-1000 a.C.)<sup><a href=\"#footnote_43_248\" id=\"identifier_43_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. SANTINI, &nbsp;Le lacche dei veneziani: oggetti d&rsquo;uso quotidiano nella Venezia del Settecento, Modena 2003, p. 4.\">44<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa resina orientale<sup><a href=\"#footnote_44_248\" id=\"identifier_44_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La principale componente della lacca prende il nome di &ldquo;urushiol&rdquo; o &ldquo;laccolo&rdquo;, un alcool polifenolico insolubile in acqua presente in una percentuale che varia tra il 65 e il 70%. Oltre ad acqua, presente per il 20-25%, polisaccaridi e sostanze azotate per il 10%, &egrave; presente un 1% di un particolare enzima detto &ldquo;laccasi&rdquo; responsabile del processo di polimerizzazione ossidativa.\">45<\/a><\/sup> si estrae nella stagione estiva dalla pianta della <em>Rhus vernicifera<\/em><sup><a href=\"#footnote_45_248\" id=\"identifier_45_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. PASQUI, Arte della laccatura, Urbino 1934, p. 211, in cui annota la presenza degli unici due esemplari presenti in Italia nel giardino del Quirinale a Roma.\">46<\/a><\/sup>, chiamata <em>Ch\u2019i shu<\/em> in Cina, ove ha vegetazione spontanea nella regione meridionale ad un\u2019altitudine di 1000 metri circa e <em>Urushi-no-ki<\/em> in Giappone, dove viene introdotta e coltivata dal VII secolo d.C.<sup><a href=\"#footnote_46_248\" id=\"identifier_46_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. SANTINI, Le lacche&hellip;, 2003, p. 6.\">47<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il prodotto greggio, <em>ki-urushi<\/em>, di colore grigio lattiginoso e di consistenza vischiosa viene estratto praticando delle incisioni a \u201cV\u201d da cui lentamente fuoriesce la lacca<sup><a href=\"#footnote_47_248\" id=\"identifier_47_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ogni albero pu&ograve; dare dai 25 ai 55  grammi di succo.\">48<\/a><\/sup>, che viene raccolta, per lo pi\u00f9, in conchiglie di molluschi fluviali e lasciata a decantare in ambiente buio ed umido, necessario in quanto il succo, se esposto al sole, tende ad imbrunire e ad essiccare<sup><a href=\"#footnote_48_248\" id=\"identifier_48_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. TURCO, Coloritura, verniciatura e laccatura del legno, Milano 1985, p. 493.\">49<\/a><\/sup>. Col passare del tempo la resina tende a separarsi in quattro strati. A quelli inferiori, torbidi e impuri, \u00e8 riservato un utilizzo corrente, come l\u2019impermeabilizzazione delle imbarcazioni, mentre solo la parte superiore, riposta in recipienti di legno di dimensioni modeste, \u00e8 destinata a un accurato processo di raffinazione. Importante \u00e8 la delicata operazione di amalgama delle varie componenti che richiedeva ore e ore di paziente mescolamento, protraendosi per giorni interi, a mezzo di utensili di legno nel caso in cui si mirasse ad ottenere una lacca trasparente, oppure di strumenti in ferro per lacche nere dai riflessi brunastri. Durante questa fase di omogeneizzazione, o anche prima, veniva definito il colore di fondo dell\u2019opera da realizzare, aggiungendo al composto pigmenti naturali: cinabro e fiore di carcamo per il rosso, orpimento per il giallo e indaco per il verde e cos\u00ec via, mentre con polvere dorata si ottenevano le lacche d\u2019oro. La filtrazione a pressione attraverso una pezza di cotone, o canapa finissima, consentiva di ottenere un fluido detto <em>kisho-mi<\/em>, privo di impurit\u00e0 e pastoso, che in base al tipo di lavorazione poteva anche essere diluito con olio di legno della Cina o olio di Tung, noto in Europa con l\u2019appellativo portoghese di <em>azeite de pau<\/em><sup><a href=\"#footnote_49_248\" id=\"identifier_49_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. TURCO, Coloritura&hellip;,  1985, pp. 499-500.\">50<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il supporto ligneo da laccare, la cui preferenza andava verso essenze ben stagionate dalla vena compatta, a grana fine, quali il cedro, la magnolia ed il palissandro, veniva preventivamente trattato con una sorta di mastice, un miscuglio di lacca, creta e polvere di laterizio, su cui venivano stesi fogli di carta impalpabile o garze di seta per eliminare qualsiasi forma di asperit\u00e0, rendendo la superficie uniforme, pronta a ricevere la lacca, stesa a pennello in strati successivi di fine spessore. Fra un\u2019applicazione e l\u2019altra si doveva avere la completa essiccazione dello strato. La messa in opera di ciascuno strato si concludeva con una levigatura con pomice e cenere vegetale, avendo l\u2019accortezza di riservare per l\u2019ultimo \u00abuna pasta composta di olio e polvere ricavata dal corno di cervo calcinato\u00bb<sup><a href=\"#footnote_50_248\" id=\"identifier_50_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. LORENZETTI, Lacche veneziane del Settecento, Venezia 1938, p. 9.\">51<\/a><\/sup>. Condotte con precisione e diligenza, tutte le operazioni dovevano essere effettuate in ambienti tiepidi, tra i 20\u00b0 e i 30\u00b0 C, con un\u2019umidit\u00e0 dell\u201980% e privi di polvere<sup><a href=\"#footnote_51_248\" id=\"identifier_51_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Stando agli antichi testi cinesi nelle fabbriche di stato della lacca erano stati allestiti fino a quattro o pi&ugrave; locali, posti uno dentro l&rsquo;altro, per evitare la penetrazione della polvere, mentre in Giappone le ultime fasi di lavorazione erano eseguite su imbarcazioni ancorate in mare aperto, o comunque in mezzo ad un vasto specchio d&rsquo;acqua. A. RISPOLI FABRIS, L&rsquo;arte della lacca, Milano 1974, pp. 34-35.\">52<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una volta preparato il fondo con la stesura di almeno 6-7 strati di lacca, aveva inizio la fase pi\u00f9 complessa, quella della decorazione. A seconda della metodologia si distinguono lacche<em> <\/em>dipinte o policrome<sup><a href=\"#footnote_52_248\" id=\"identifier_52_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla superficie di base, in lacca nera o bruna, viene tracciato il motivo ornamentale, in seguito colorato mediante applicazioni successive di lacche policrome, in ultimo protette da una mano di lacca trasparente, cui fa seguito la &ldquo;brillantatura&rdquo; finale.\">53<\/a><\/sup>, lacche d\u2019oro<sup><a href=\"#footnote_53_248\" id=\"identifier_53_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ricalcano le fasi di lavorazione delle lacche dipinte, discostandosene solo per l&rsquo;uso di lamelle o polveri dorate, d&rsquo;argento o di bronzo, distribuite sulla superficie prima che l&rsquo;ultimo strato decorativo sia asciutto. Il Lorenzetti, soffermandosi su questa ornamentazione con &laquo;polveri metalliche&raquo;, precisa come &laquo;esse potevano venir distribuite con un sottile pennello o con un batuffolo di bambagia, oppure se si trattava di pagliuzze pi&ugrave; grosse, queste venivano sparse mediante un tubo sottile&raquo;. La lacca cos&igrave; ornata prendeva il nome di &ldquo;lacca aventurina&rdquo;, con analogia rispetto al vetro muranese a bagliori d&rsquo;oro che veniva cos&igrave; chiamato. Cfr. G. LORENZETTI, Lacche&hellip;, 1938, p. 10.\">54<\/a><\/sup>, lacche incise<sup><a href=\"#footnote_54_248\" id=\"identifier_54_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il fondo, spesso 1-2 mm, di tonalit&agrave; nere o bluastre, oppure gialle, viene inciso ed asportato con arnesi uncinati che compongono tracciati ornamentali, in un secondo momento vengono colmati con lacche diversamente pigmentate, dorate o argentate.\">55<\/a><\/sup>, lacche scolpite o di Pechino<sup><a href=\"#footnote_55_248\" id=\"identifier_55_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Eseguita a rilievo, &egrave; la tecnica pi&ugrave; antica e ricercata, necessita di superfici laccate di grosso spessore, anche 20-30 mm, e richiede tempi di lavorazione assai lunghi.\">56<\/a><\/sup> e lacche di<em> <\/em>Coromandel<sup><a href=\"#footnote_56_248\" id=\"identifier_56_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Dette anche &ldquo;lacche cinesi&rdquo;, erano le lacche provenienti dalla costa sud-orientale dell&rsquo;India in cui si trovava lo stabilimento francese di Pontich&egrave;ry; esse sono ricavate intagliando il fondo, di solito di colore nero, e successivamente riempiendo gli incavi con lacche colorate, d&rsquo;oro o d&rsquo;argento, che ricostruiscono la superficie in modo uniforme, perfettamente levigata.\">57<\/a><\/sup>. La caratteristica della lacca cinese, che la differenzia da tutte le altre, \u00e8 che una volta essiccata diventa assolutamente inattaccabile dall\u2019acqua<sup><a href=\"#footnote_57_248\" id=\"identifier_57_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Nel 1874 si narra che una nave che trasportava oggetti laccati, destinati all&rsquo;Esposizione di Vienna, affond&ograve; nella baia di Yakoama in Giappone, il carico rimase per un anno sotto l&rsquo;acqua e quando venne recuperato si pot&egrave; constatare che gli oggetti laccati non avevano subito alcun danno&raquo;. Cfr. A. TURCO, Coloritura&hellip;, 1985, p. 496.\">58<\/a><\/sup>, da solventi organici, da acidi e basi; la pellicola, una volta stesa sulle superfici, presenta un\u2019ottima elasticit\u00e0, resistenza agli urti e alle intemperie e non si consuma allo sfregamento<sup><a href=\"#footnote_58_248\" id=\"identifier_58_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. TURCO, Coloritura&hellip;, 1985, p. 494.\">59<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019incontenibile passione per i manufatti laccati dilag\u00f2 in tutta Europa con il gusto per l\u2019esotico e con la moda delle <em>chinoiseries<\/em>; la vicenda pu\u00f2 essere scandita in tre fasi: importazione, imitazione e creazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima fase, quella dell\u2019importazione di oggetti in lacca, ha origine nel Seicento ed \u00e8 legata al potenziamento dei traffici oceanici sulla via delle Indie e alla conseguente nascita della Compagnia delle Indie Orientali inglese (1599) e olandese (1602). Una delle pi\u00f9 antiche testimonianze del fascino esercitato in Europa dai prodotti dell\u2019Estremo Oriente \u00e8 offerta dal fiorentino Francesco Carletti, che in viaggio nelle Indie descrive con dovizia di particolari i fastosi arredi del Palazzo del governatore di Goa e delle ricche dimore dei portoghesi l\u00ec residenti, manifestando tutto il suo stupore di fronte allo splendido mobilio: \u00abil tutto indorato e rabescato bizzarramente sopra una vernice nera composta di una materia che si cava dalla scorza di un albero la quale s\u2019appicca come lacca e diviene soda talmente che regge l\u2019acqua ed ha in s\u00e9 lucentezza cos\u00ec mirabile che uno vi si rispecchia dentro benissimo\u00bb<sup><a href=\"#footnote_59_248\" id=\"identifier_59_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. CARLETTI, Giro del mondo del buon negriero, Milano 1941, p. 234.\">60<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 questa l\u2019epoca dei <em>cabinets des chinoiseries<\/em>, <em>WunderKammer<\/em> esotiche allestite inseguendo la bizzarra ispirazione della moda orientale e stipate di tesori, non solo lacche ma anche giade, bronzi, porcellane, tappeti in seta<sup><a href=\"#footnote_60_248\" id=\"identifier_60_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il pi&ugrave; antico esempio in Europa &egrave; il sontuoso gabinetto in lacca nera al primo piano di Rosemborg a Copenaghen, con chinoiseries in &ldquo;lacca aventurina&rdquo; con incrostazioni di madreperla, turchesi e coralli, opera realizzata tra il 1663 e il 1665 da Fran&ccedil;ois de Bray per Federico III.\">61<\/a><\/sup>. L\u2019incremento della domanda indotto dallo strabiliante successo riscosso in occidente dalle lacche, il conseguente cedimento qualitativo della produzione cinese entrata in crisi ed i prezzi divenuti insostenibili orientarono gli esportatori verso opere che simulavano il laccato con la lucentezza degli smalti o verso un mercato antiquariale rivelatosi ben presto troppo costoso e insufficiente a soddisfare la richiesta. Queste le ragioni che indussero gli europei a cimentarsi nella messa a punto di metodi atti a saggiare uso e consistenza delle vernici orientali. La fase detta \u201cdell\u2019imitazione\u201d si configura come la cronaca dei ripetuti tentativi di carpire il segreto delle lacche orientali. Fu una battaglia combattuta essenzialmente sul terreno della trattatistica, mentre la sperimentazione si ridusse ad escogitare ingegnose varianti per quelle poche formule ben collaudate che avevano dato esiti soddisfacenti<sup><a href=\"#footnote_61_248\" id=\"identifier_61_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Come annotato dalla Rispoli Fabris: &laquo;componenti essenziali di tutte le vernici indicate nei trattati di Seicento e Settecento sono le resine o le loro miscele con l&rsquo;aggiunta , talvolta, oltre che di gomme, di altri elementi come il Bitume di Giudea, idrocarburo del mar Morto, Ambra del Baltico, resina fossile, albume d&rsquo;uovo. [&hellip;] Le sostanze resinose che pi&ugrave; frequentemente vengono indicate nelle varie formule e che gi&agrave; in precedenza erano usate per la verniciatura, sono oltre alla gommalacca, la sandracca e il mastice&raquo;. Cfr. A. RISPOLI FABRIS, L&rsquo;arte&hellip;, 1974, p. 114.\">62<\/a><\/sup>. Nell\u2019arco cronologico che va dall\u2019uscita a Colonia, nel 1693, dell\u2019<em>Epitome Cosmografica<\/em> di Vincenzo Coronelli<sup><a href=\"#footnote_62_248\" id=\"identifier_62_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"V. CORONELLI, Epitome Cosmografica, Colonia 1693, pp. 402 &ndash; 403.\">63<\/a><\/sup>, al 1772, anno di pubblicazione de <em>L\u2019Art du peintre, doreur et vernisseur<\/em> di Jean Felix Watin<sup><a href=\"#footnote_63_248\" id=\"identifier_63_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. F. WATIN,&nbsp; L&rsquo;Art du peintre, doreur et vernisseur, Parigi 1772, pp. 247 &ndash; 368.\">64<\/a><\/sup>, che grossomodo coincide col periodo di massimo incremento della produzione <em>fa\u00e7on de la Chine<\/em>, non si rivelano difformit\u00e0 riguardo alle materie prime impiegate. Le differenze riscontrabili a livello di spessore, corposit\u00e0, brillantezza delle lacche occidentali sono da attribuirsi ai metodi di lavorazione adottati dalle singole botteghe. Furono i missionari di ritorno da lunghi viaggi in Estremo Oriente a svelare il mistero dell\u2019inimitabile lacca cinese. Che si trattasse di una vernice resinosa essudante da specie arboree di vegetazione spontanea in Oriente era noto dal 1655, quando venne pubblicato ad Amsterdam il <em>Novus Atlas Sinensis<\/em> del gesuita Martino Martini da Trento<sup><a href=\"#footnote_64_248\" id=\"identifier_64_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. MARTINI, Novus Atlas Sinensis, Amsterdam 1655. Cfr. C. SANTINI, Le lacche&hellip;, 2003, p. 25.\">65<\/a><\/sup>, che profuse il sapere accumulato in otto anni di apostolato in Cina. Nel 1667 un altro gesuita, Athanasius Kircher da Fulda, nel suo <em>China monumentalis illustrata<\/em><sup><a href=\"#footnote_65_248\" id=\"identifier_65_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. KIRCHER DA FULDA, China Monumentalis Illustrata, Amsterdam 1667. Cfr. C. SANTINI, Le lacche&hellip;, 2003, &nbsp;p. 29.\">66<\/a><\/sup> riport\u00f2 la formula della lacca orientale messa a punto dall\u2019agostiniano Eustachio Jannard, precisando che \u00absebbene non fosse cinese, era per\u00f2 stimata tale e molto piaceva\u00bb<sup><a href=\"#footnote_66_248\" id=\"identifier_66_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La ricetta divulgata da padre Jannard consisteva nel &laquo;prendere la gommalacca molto ben purgata e posta in un vaso di vetro si cuopre con ottimo spirito di vino in modo che sopravanzi quattro dita, e al caldo del sole, ovvero fuoco temperato si fa liquefare per tre o quattro giorni, sbattendo il vaso di quando in quando, e liquefatta che sia la gomma, si cola per pannolino e di nuovo si espone al caldo. Passato un giorno incirca si ottiene una vernice e si adopera quella pi&ugrave; chiara che galleggia stendendola col pennello sopra li legni prima coloriti lasciando seccare la prima mano, avanti che sia la seconda e la terza&raquo;, in G. LORENZETTI, Lacche&hellip;, 1938, p. 7.\">67<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mediocrit\u00e0 degli esiti per\u00f2 fece balenare l\u2019idea di introdurre in Europa la coltivazione della <em>Rhus vernicifera<\/em>, o per lo meno di far giungere dall\u2019Oriente le materie prime. In Italia fu il Granduca di Toscana Cosimo III a far pervenire al gesuita Filippo Bonanni il succo resinoso e l\u2019olio siccativo originale, unitamente alle indicazioni per evitarne le esalazioni tossiche<sup><a href=\"#footnote_67_248\" id=\"identifier_67_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il gesuita a questo riguardo, da fanatico di ricette orientali, ricorse all&rsquo;antidoto impiegato dai cinesi stessi: un decotto di penne di gallina col quale detergeva viso e mani, prima e dopo essersi messo all&rsquo;opera, lasciando che si asciugassero da sole senza usare tela o cose simili. Cfr. G. MORAZZONI, Mobili veneziani laccati, Milano 1954, p. 12.\">68<\/a><\/sup>. Il fallimento di quest\u2019altro tentativo acu\u00ec la foga nella ricerca di surrogati. Padre Bonanni espose i risultati delle sue osservazioni nel <em>Trattato sopra la vernice detta comunemente cinese in risposta data al signor Abbate Gualtieri <\/em><sup><a href=\"#footnote_68_248\" id=\"identifier_68_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BONANNI, Trattato sopra la vernice detta comunemente cinese in risposta data al signor Abbate Gualtieri, Roma 1720. Cfr. C. SANTINI, Le lacche&hellip;, 2003, p. 21.\">69<\/a><\/sup><em> <\/em>che costituisce uno dei capisaldi della trattatistica sull\u2019argomento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Europa invece alcuni tentativi vennero fatti da padre Incarville, missionario in Cina, che nel 1750 aveva portato con se una pianta di <em>Rhus vernix <\/em>e la piant\u00f2 a Londra ma non diede l\u2019esito sperato in quanto essa, pur appartenendo al genere della <em>Rhus,<\/em> non era la specie da cui si poteva estrarre la vernice<sup><a href=\"#footnote_69_248\" id=\"identifier_69_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. GIARRIZZO &ndash; A. ROTOLO, Il Mobile Siciliano&hellip;, 2004, p. 144.\">70<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con patente reale, in data 27 novembre 1730 Luigi XV accordava ai fratelli Martin il monopolio ventennale della fabbrica e vendita delle loro celebri lacche <em>en relief du Japon ou de la Chine<\/em><sup><a href=\"#footnote_70_248\" id=\"identifier_70_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T. WOLVESPERGES, Le meuble fran&ccedil;ais en lacque au XVIII siecle, Bruxelles 2000, p. 100.\">71<\/a><\/sup>; dal 1753 protetta da brevetto, la <em>vernis Martin<\/em> divenne la pi\u00f9 rinomata fra le lacche d\u2019imitazione europee, anche se rimase insuperata la perizia riproduttiva dei maestri laccatori olandesi, i cosiddetti <em>Japanisch Verlaker <\/em><sup><a href=\"#footnote_71_248\" id=\"identifier_71_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&Egrave; stata formulata l&rsquo;ipotesi che maestranze orientali fossero giunte in Olanda per ammaestrare i laccatori del posto. Cfr. H. HONOUR, L&rsquo;Arte&hellip;, Firenze 1963, p. 75.\">72<\/a><\/sup>.<em> <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per l\u2019Italia era inevitabile che le prime contraffazioni delle lacche orientali avessero luogo a Venezia; nel Sei e Settecento i \u201cdepentori alla cinese\u201d (come si facevano chiamare gli artigiani dediti alla pratica della laccatura) continuarono a servirsi della vernice per eccellenza, la sandracca, per conferire ai manufatti l\u2019ambita lucentezza e la necessaria protezione. \u00c8 probabile che pi\u00f9 di una bottega veneziana avesse adottato lo speciale ritrovato, a base di sandracca, con cui padre Vincenzo Coronelli<sup><a href=\"#footnote_72_248\" id=\"identifier_72_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"V. CORONELLI, Epitome&hellip;, 1693, pp. 402 &ndash; 403.\">73<\/a><\/sup> ammantava, rendendo traslucida ed impermeabile, la superficie sferica dei suoi celebri mappamondi. Ne aveva divulgata la ricetta nella sua opera enciclopedica intitolata<em> Biblioteca Universale Sacra e Profana, antica e moderna<\/em>. Chi non aderiva ai precetti di Coronelli poteva sempre consultare il <em>Trattato di Miniatura<\/em> edito dal veneziano Garbo nel 1766, che propagandava altre varianti della \u201claccatura alla cinese\u201d<sup><a href=\"#footnote_73_248\" id=\"identifier_73_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. F. GARBO, Trattato di miniatura, Venezia 1766. Cfr. C. Santini, Le lacche&hellip;, 2003, p. 33.\">74<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A monte della procedura di laccatura c&#8217;era la scelta dell\u2019essenza lignea pi\u00f9 adatta a fungere da supporto: a Venezia si prediligeva il cirmolo, o il noce per lavori di particolare pregio. Spesso si ricorreva alla lastronatura o impiallacciatura per nobilitare la superficie di un legno comune. Dopo aver scelto e preparato l\u2019ossatura del mobile bisognava uniformarne le superfici stuccandole e mascherando le giunture con garze, fissate con colla forte mista a gesso di Bologna. Ogni porosit\u00e0 o scabrosit\u00e0 si eliminavano poi con la stesura di successivi strati di polvere di gesso stemperato con colla, oppure con pi\u00f9 mani di colla di pelle stesa direttamente sulla superficie. Accuratamente levigato con pomice finissima e carta vetrata, il fondo cos\u00ec preparato passava sotto la giurisdizione del <em>depentor<\/em>, che stesa la tinta di base con colori a tempera, procedeva alla decorazione che poteva prevedere anche doratura, a bolo o a missione, e intagli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I fondi neri e quelli rossi sono stati i pi\u00f9 apprezzati ed imitati in Occidente, essendo anche i pi\u00f9 ricorrenti nei manufatti orientali in virt\u00f9 della compatibilit\u00e0 di alcuni pigmenti con l\u2019<em>Urushi.<\/em> I leganti dello strato di fondo potevano essere vari: colla animale, vernice a spirito o vernici oleo-resinose. Le tipologie di vernici descritte potevano, a loro volta, essere di due tipi: gi\u00e0 pigmentate e stese direttamente sul supporto ligneo senza preparazione, oppure trasparenti, applicate sopra uno strato di fondo colorato. Secondo Stalker<sup><a href=\"#footnote_74_248\" id=\"identifier_74_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. STALKER &ndash; G. PARKER, A Treatise of Japanning and Varnishing, Oxford 1688, pp. 26-33.\">75<\/a><\/sup> ad esempio la vernice a spirito, a base di gommalacca gi\u00e0 pigmentata con nero di lampada, doveva essere stesa in pi\u00f9 mani direttamente sul supporto. Le vernici oleo-resinose invece, indicate ad esempio da Bonanni<sup><a href=\"#footnote_75_248\" id=\"identifier_75_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BONANNI, Trattato &hellip;, 1720. Cfr. &nbsp;L. APPOLONIA &ndash; R. BIANCHI &ndash; L. LUCARELLI &ndash; C. MOSSETTI &ndash; S. VOLPIN, Protocollo&hellip;, 2006, p. 75.\">76<\/a><\/sup>, comportano l\u2019impiego di bitume o \u201cspalto\u201d, utilizzato da solo, unito all\u2019olio di lino, oppure in miscela con altre resine, tra cui primeggia la copale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I particolari decorativi potevano essere realizzati a pastiglia, ottenuta facendo colare dal pennello, negli appositi tracciati e senza poter ricorrere a stecche per eventuali correzioni, una fluida amalgama di gesso e colla. Ne risultava una specie di bassorilievo, dello spessore di pochi millimetri: la traduzione del <em>taka-maki<\/em> giapponese. Anche per questo tipo di decorazione sembra essere imitata la tecnica orientale, applicando i rilievi sullo sfondo gi\u00e0 verniciato e ben levigato, in contrasto con la tradizionale prassi operativa adottata in\u00a0 Europa. In particolare Bonanni lo considera il \u201cmiglior metodo\u201d per l\u2019imitazione dei rilievi delle lacche orientali<sup><a href=\"#footnote_76_248\" id=\"identifier_76_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BONANNI, Trattato &hellip;, 1720, cap. XVII, p. 109.\">77<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sandracca veniva stesa fino a quindici o diciotto mani, nell\u2019arco di due settimane, avendo l\u2019accortezza di far bene asciugare uno strato prima di passare al successivo, in ambiente temperato ed al riparo dalla polvere. Ad epilogo l\u2019ultimo strato veniva levigato, indi lucidato passandoci sopra un tampone imbevuto di olio<sup><a href=\"#footnote_77_248\" id=\"identifier_77_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. SANTINI, Le lacche&hellip;, 2003, pp. 33-37.\">78<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La progressiva emancipazione del depentore dal decoro \u201calla cinese\u201d determina, nel corso dei primi decenni del Settecento, un\u2019evoluzione in senso comico delle <em>chinoiseries<\/em><sup><a href=\"#footnote_78_248\" id=\"identifier_78_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"H. HUTH, Lacquer of the West. The history of a craft and an industry 1550-1950, Chicago-Londra 1971, pp. 29 &ndash; 30. A questo mutato atteggiamento nei confronti della cultura orientale sembra non essere stata estranea la bolla emessa nel 1715 da papa Clemente XI, ostile al Confucianesimo.\">79<\/a><\/sup><em>, <\/em>assorbite entro categorie ornamentali di conio europeo; \u00e8 il momento dell\u2019affabulazione creativa, della <em>contaminatio<\/em> per cui \u00abmandarini e dame veneziane, fumatori d\u2019oppio e guerrieri reggono vessilli con il drago dei Ming\u00bb convivono con disinvoltura \u00abin un contesto di particolari lagunari camuffati alla cinese\u00bb<sup><a href=\"#footnote_79_248\" id=\"identifier_79_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. ALBERICI, Il mobile veneto, Milano 1980, p. 188.\">80<\/a><\/sup>. \u00c8 la fase della fusione fra il gusto orientalizzante e l\u2019inflessione gioiosa del nascente stile Rococ\u00f2, con la sua spiccata propensione alla <em>miniaturisation<\/em> e quella pronunciata asimmetria che permette di associare questo stile all\u2019arrivo in Europa delle porcellane dell\u2019Estremo Oriente, soprattutto di quelle giapponesi in stile <em>kakiemon<\/em> nonch\u00e9 dei pannelli laccati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Attorno alla met\u00e0 del XVIII secolo fa il suo ingresso, nel repertorio decorativo del laccatore, la tematica arcadico-pastorale<sup><a href=\"#footnote_80_248\" id=\"identifier_80_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Superata la prima fase di imitazione dei modelli orientali, il laccatore veneziano, viene via via acquistando una maggiore libert&agrave; di invenzione ed interpretazione. Continuano ad usarsi le scenette di cineseria, ma a queste si aggiungono altri tipi di decorazioni di fiori e di paesi, di figure e di animali. [&hellip;] suddivisa la superficie da decorare in comparti di forme le pi&ugrave; varie e complesse, ecco apparire, racchiuse entro le pi&ugrave; dolci pastorellerie d&rsquo;Arcadia, o vignette tratte dalla vita mondana del tempo, di dame e di cavalieri; o figurine di contadini e pastori su sfondi di paese&raquo;. Cfr. G. LORENZETTI, Lacche&hellip;, 1938, p. 14.\">81<\/a><\/sup> affiancata e frammischia, talvolta, al filone floreale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In gran voga nel Settecento, ma gi\u00e0 in uso nel secolo precedente, la prassi della cosiddetta <em>lacca contraffatta<\/em>, o <em>lacca povera<\/em>, che si configura come un metodo sbrigativo ed economico della ben pi\u00f9 elaborata \u201claccatura alla cinese\u201d. Da fogli incisi su carta particolarmente sottile, per garantire un\u2019aderenza perfetta al supporto e, nel contempo, resistente, per ben assorbire la colla, venivano ritagliate vignette intere o particolari; rifinite a tempera dai <em>miniadori<\/em>, racchiuse entro cornici fatte a mano o ritagliate da serie di contorni calcografici, erano applicate con colla forte sulla superficie dei mobili e degli oggetti d\u2019uso comune, cui la stesura di numerose mani di sandracca conferiva protezione e lucida levigatezza. Vasta \u00e8 la rete di calcografie specializzate in stampe da ritaglio e solo frammentariamente studiata, ispirate a resoconti di viaggi o esemplate su dipinti ad acquerello originali, vignette di declinazione esotica, incisioni a <em>chinoiseries <\/em><sup><a href=\"#footnote_81_248\" id=\"identifier_81_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nel territorio veneziano famose sono le stampe prodotte da una famiglia di artisti, i Remondini di Bassano, che godevano ormai di una grande fama e specializzazione nella preparazione delle stampe destinate allo scopo di decorare mobili in &ldquo;lacca contraffatta&rdquo;, cfr. G. MARIACHER, Il mobile&hellip;, 1967, p. 4.\">82<\/a><\/sup>.<em> <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lacca contraffatta o alla cinese, impront\u00f2 indelebilmente l\u2019epopea artistica del Settecento veneziano sino a divenirne simbolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Largamente apprezzata anche oltre i confini della Serenissima, trov\u00f2 indiscriminata applicazione ad una illimitata variet\u00e0 di oggetti sia di lusso che di uso quotidiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se quella veneziana \u00e8 considerata la lacca d\u2019imitazione per eccellenza, arredi laccati si producevano anche altrove in Italia, per\u00f2 con esiti diversi e non sempre paragonabili a quelli veneziani. Per esempio di un certo credito dovevano godere le scatole in lacca genovesi: a Genova infatti si trovava una particolare bottega davanti la chiesa della Maddalena che aveva talmente tanto prestigio in citt\u00e0 che si parlava della <em>vernice della Maddalena<\/em> come a Parigi si diceva <em>le vernis Martin<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019imitazione della lacca cinese in Sicilia non si discost\u00f2 molto dai tentativi italiani in quanto, per la produzione di oggetti laccati alla cinese, non si faceva altro che preparare le superfici, lisciandole e levigandole, poi si passava alla decorazione delle superfici a tempera, costituita da una base di colla forte o colla di ossa, alla quale venivano aggiunti i pigmenti e, in qualche caso, del gesso come eccipiente per dare maggiore pastosit\u00e0 alle pitture, ed infine il tutto veniva ricoperto da alcuni strati di sandracca che fissava ed arricchiva cromaticamente il colore<sup><a href=\"#footnote_82_248\" id=\"identifier_82_248\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. GIARRIZZO &ndash; A. ROTOLO, Il mobile siciliano&hellip;, 2004, p. 146-147.\">83<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019avvento della stagione neoclassica, caratterizzata dal monocromo, decreta in Europa il declino della laccatura e bisogner\u00e0 attendere la fine del XIX secolo per una ripresa d\u2019interesse nei confronti del genere laccato; questo per\u00f2 non comporter\u00e0 nessuna novit\u00e0 a livello di tecnica della laccatura, che rimarr\u00e0 anche in questo caso legata alle metodologie gi\u00e0 studiate, applicate e messe appunto nel secolo precedente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Legenda<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A.S.P.: Archivio di Storia Patria<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte della cineseria. Immagine del Catai<\/em>, Firenze 1963.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_248\" class=\"footnote\">G. Bufalino, <em>Nel Regno<\/em><em> <\/em><em>delle Due Sicilie. Le Cineserie<\/em>, Palermo 1994, p. 45.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, \u00a0pp. 33-41.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, pp. 47-50.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, pp. 58-60.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno\u2026, <\/em>1994, p. 17.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, pp. 98-99.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_248\" class=\"footnote\">P. PALAZZOTTO, <em>Chinoiserie di Sicilia<\/em>, in <em>Per salvare Palermo<\/em>, n. 4, settembre\/dicembre 2002, p. 32.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, p. 103.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_248\" class=\"footnote\">T. CHIPPENDALE, <em>The Gentleman and Cabinet-maker\u2019s<\/em> <em>Director<\/em>, Londra 1754, tavv.\u00a0 n. XXV-XXVII, CV, CIX, CXII-CXIX, CXXX, CLVII-CLX. Cfr. J. KENWORTHY-BROWNE<em>, Il mobile inglese. L\u2019et\u00e0 dei Chippendale<\/em>, in <em>I Documentari: Conoscere l\u2019Antiquariato<\/em>, Novara 1967, pp. 5-10.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_248\" class=\"footnote\">G. MARIACHER,<em> Il mobile barocco veneziano<\/em>, in <em>I Documentari&#8230;, <\/em>1967, p. 10.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_248\" class=\"footnote\">Per approfondimenti sulla diffusione dell\u2019esotismo in Piemonte nel Settecento si veda L. CATERINA &#8211; C. MOSSETTI<em>, Villa della Regina. Il riflesso dell\u2019Oriente nel Piemonte del Settecento<\/em>, Torino 2006.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_248\" class=\"footnote\">H. COSTANTINO FIORATTI,<strong> <\/strong><em>Il Mobile Italiano dall\u2019antichit\u00e0 allo stile Impero<\/em>, a cura di G. Fossa, Firenze 2004, pp. 150-158.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_248\" class=\"footnote\">A. DISERTORI &#8211; M. GRIFFO &#8211; A. GRISERI &#8211; A. M. NECCHI DISERTORI &#8211; A. PONTE, <em>Il mobile del Settecento<\/em>, Novara 1988, p. 278.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_248\" class=\"footnote\">L. APPOLONIA &#8211; R. BIANCHI &#8211; L. LUCARELLI &#8211; C. MOSSETTI &#8211; S. VOLPIN, <em>Protocollo analitico per lo studio dei &#8220;dipinti alla china&#8221; di Villa della Regina a Torino. Finalit\u00e0 e criteri di lavoro<\/em>, in <em>Lo Stato dell&#8217;Arte IV<\/em>, Siena 2006, pp. 71-78.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte<\/em>\u2026, 1963, p. 143.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026, 1994, p. 17.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_248\" class=\"footnote\">Il maggiore divulgatore di scenette di vita cinese immerse in un paesaggio popolato da animali e con una vegetazione lussureggiante e fantastica \u00e8 il disegnatore e pittore Jean Baptiste Pillement, le cui stampe si diffondono a livello internazionale e il termine \u201c<em>style Pillement<\/em>\u201d diventa sinonimo di cineseria francese.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026,<em> <\/em>1994, p. 19.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026,<em> <\/em>1994, pp. 60-61.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026,<em> <\/em>1994, pp. 63-65.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_248\" class=\"footnote\">Si ricordi tra gli altri quello dell\u2019erudito palermitano Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, autore di preziosi contributi sulla Palermo di fine Settecento, che a seguito di un sopralluogo svoltosi nel 1798 disse \u00abfatta tutta d\u2019ossatura di legno\u2026fabbrica stravagante di nulla durata e scevra affatto di magnificenza\u00bb. Cfr. G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026, 1994, p. 116.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_248\" class=\"footnote\">R. GIUFFRIDA &#8211; M. GIUFFR\u00c8, <em>La  Palazzina Cinese<\/em><em> e il Museo Pitr\u00e8: nel Parco della Favorita a Palermo<\/em>, Palermo 1987, p. 11.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_248\" class=\"footnote\">Come si legge in A.S.P., <em>Atto del notaio Antonio Maria Cavaretta Conti<\/em>, in data 23\/01\/1799.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_248\" class=\"footnote\">R. GIUFFRIDA &#8211; M. GIUFFR\u00c8, <em>La Palazzina<\/em>\u2026, 1987, p. 11.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_248\" class=\"footnote\">G. BUFALINO, <em>Nel Regno<\/em>\u2026, 1994, pp. 118-119.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_248\" class=\"footnote\">H. HONOUR, <em>L\u2019Arte\u2026<\/em>, 1963, p. 145.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_248\" class=\"footnote\">P. PALAZZOTTO, <em>Riflessi del gusto per la cineseria e gli esotismi a Palermo tra Rococ\u00f2 e Neoclassicismo: collezionismo, apparati decorativi e architetture<\/em>, in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2 nella Sicilia centro-occidentale 1735-1789<\/em>, a cura di S. Grasso e M. C. Gulisano, con la collaborazione di S. Rizzo, Palermo 2008, pp. 535-561.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_248\" class=\"footnote\">Si ringrazia cortesemente il dott. Salvatore\u00a0 Civiletti per la segnalazione fotografica.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_248\" class=\"footnote\">Per le riprese fotografiche di Villa Airoldi si ringrazia per la preziosa disponibilit\u00e0 la Sig.ra  Guia Airoldi.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_248\" class=\"footnote\">A. BOIDI SASSONE &#8211; E. COZZI &#8211;\u00a0 M. GRIFFO &#8211; A. PONTE &#8211; G. C. SCIOLLA, <em>Il mobile dell\u2019Ottocento<\/em>, Novara 1988, p. 264.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_248\" class=\"footnote\">G. LANZA TOMASI &#8211; A. ZALAP\u00cc, <em>Dimore di Sicilia<\/em>, Verona 1998, pp. 28-45.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_248\" class=\"footnote\">P. PALAZZOTTO, <em>Chinoiserie<\/em>\u2026, 2002, p. 32.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_248\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_248\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_248\" class=\"footnote\">Sull\u2019argomento cfr. D. LANDINO, <em>Palazzo Mirto e il suo Salottino Cinese<\/em>, in <em>Nel Regno delle Due Sicilie. Le Cineserie, <\/em>a cura di G. Bufalino, Palermo 1994, p. 144; G. DAV\u00cc &#8211; E. D\u2019AMICO, P. GUERRINI, <em>Palazzo Mirto: cenni storico-artistici ed itinerario<\/em>, per Assessorato Regionale dei Beni Culturali Ambientali e della Pubblica Istruzione, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Sicilia Occidentale, Palermo 1985; E. CATELLO, <em>Cineserie e Turcherie nel \u2018700 \u00a0napoletano<\/em>, Napoli 1992; P. PALAZZOTTO, <em>Chinoiserie<\/em>\u2026,<em> <\/em>2002, pp. 32-33.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_248\" class=\"footnote\">D. PIVA, <em>Il grande libro del mobile antico<\/em>, Milano 1996, p. 273.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_248\" class=\"footnote\">H. COSTANTINO FIORATTI,<strong> <\/strong><em>Il Mobile Italiano<\/em>\u2026, 2004, p. 136.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_248\" class=\"footnote\">La placcatura consisteva nel sovrapporre alla struttura \u201ccartelle\u201d o \u201clastroni\u201d<em> <\/em>di legno pregiato di circa 5-10  mm di spessore, che miglioravano la stabilit\u00e0 dell\u2019insieme e impreziosivano l\u2019aspetto del mobile. Tuttavia questo era un procedimento molto costoso e ci\u00f2 ne decret\u00f2 il lento declino facendo preferire la pi\u00f9 economica impiallacciatura. Tale tecnica fu possibile quando si migliorarono gli utensili utilizzati per ricavare sottili lamine, i \u201cpiallacci\u201d<em> <\/em>di 1-4 mm di spessore che venivano incollati alla struttura e lo rendevano simile al mobile lastronato. Il minore spessore per\u00f2 rendeva pi\u00f9 delicata la superficie, vulnerabile a umidit\u00e0, sbalzi termici e urti. L\u2019applicazione dei \u201cpiallacci\u201d richiedeva una perfetta preparazione della superficie che doveva presentarsi del tutto piana, per favorire la presa della colla si passava una piccola pialla, \u201cpialletto dentato\u201d, che zigrinava la superficie per adattarla a ricevere la colla e il piallaccio. Cfr. M. GIARRIZZO &#8211; A. ROTOLO,<strong> <\/strong><em>Il Mobile Siciliano Dal Barocco Al Liberty<\/em>, introduzione di M.C. Di Natale, Palermo 2004, p. 137.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_248\" class=\"footnote\">M. GIARRIZZO &#8211; A. ROTOLO,<strong> <\/strong><em>Il Mobile<\/em>\u2026,<em> <\/em>2004, p. 138.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_248\" class=\"footnote\">H. COSTANTINO FIORATTI,<strong> <\/strong><em>Il Mobile Italiano\u2026<\/em>, 2004, p. 194.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_248\" class=\"footnote\">C. ORDO\u0147EZ &#8211; L. ORDO\u0147EZ &#8211; M. DEL MAR ROTAECHE, <em>Il Mobile: conservazione e restauro<\/em>, Firenze 2003, pp. 26-27.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_248\" class=\"footnote\">Il termine nell\u2019accezione d\u2019origine pu\u00f2 anche designare una gommoresina, dalla tonalit\u00e0 bruno-rossastra, prodotta dalle secrezioni di un piccolo insetto della famiglia delle cocciniglie, la <em>Tachardia<\/em><em> lacca<\/em>, composta da resine in una percentuale del 70-80%, materie coloranti per il 4-8% e cera per il 6-7%.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_248\" class=\"footnote\">C. SANTINI, \u00a0<em>Le lacche dei veneziani: oggetti d\u2019uso quotidiano nella Venezia del Settecento<\/em>, Modena 2003, p. 4.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_248\" class=\"footnote\">La principale componente della lacca prende il nome di \u201curushiol\u201d o \u201claccolo\u201d, un alcool polifenolico insolubile in acqua presente in una percentuale che varia tra il 65 e il 70%. Oltre ad acqua, presente per il 20-25%, polisaccaridi e sostanze azotate per il 10%, \u00e8 presente un 1% di un particolare enzima detto \u201claccasi\u201d responsabile del processo di polimerizzazione ossidativa.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_248\" class=\"footnote\">F. PASQUI, <em>Arte della laccatura<\/em>, Urbino 1934, p. 211, in cui annota la presenza degli unici due esemplari presenti in Italia nel giardino del Quirinale a Roma.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_248\" class=\"footnote\">C. SANTINI, <em>Le lacche\u2026<\/em>, 2003, p. 6.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_47_248\" class=\"footnote\">Ogni albero pu\u00f2 dare dai 25 ai 55  grammi di succo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_47_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_48_248\" class=\"footnote\">A. TURCO, <em>Coloritura, verniciatura e laccatura del legno<\/em>, Milano 1985, p. 493.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_48_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_49_248\" class=\"footnote\">A. TURCO, <em>Coloritura<\/em>\u2026,<em> <\/em> 1985, pp. 499-500.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_49_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_50_248\" class=\"footnote\">G. LORENZETTI, <em>Lacche veneziane del Settecento<\/em>, Venezia 1938, p. 9.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_50_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_51_248\" class=\"footnote\">Stando agli antichi testi cinesi nelle fabbriche di stato della lacca erano stati allestiti fino a quattro o pi\u00f9 locali, posti uno dentro l\u2019altro, per evitare la penetrazione della polvere, mentre in Giappone le ultime fasi di lavorazione erano eseguite su imbarcazioni ancorate in mare aperto, o comunque in mezzo ad un vasto specchio d\u2019acqua. A. RISPOLI FABRIS, <em>L\u2019arte della lacca<\/em>, Milano 1974, pp. 34-35.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_51_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_52_248\" class=\"footnote\">Sulla superficie di base, in lacca nera o bruna, viene tracciato il motivo ornamentale, in seguito colorato mediante applicazioni successive di lacche policrome, in ultimo protette da una mano di lacca trasparente, cui fa seguito la \u201cbrillantatura\u201d finale.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_52_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_53_248\" class=\"footnote\">Ricalcano le fasi di lavorazione delle lacche dipinte, discostandosene solo per l\u2019uso di lamelle o polveri dorate, d\u2019argento o di bronzo, distribuite sulla superficie prima che l\u2019ultimo strato decorativo sia asciutto. Il Lorenzetti, soffermandosi su questa ornamentazione con \u00abpolveri metalliche\u00bb, precisa come \u00abesse potevano venir distribuite con un sottile pennello o con un batuffolo di bambagia, oppure se si trattava di pagliuzze pi\u00f9 grosse, queste venivano sparse mediante un tubo sottile\u00bb. La lacca cos\u00ec ornata prendeva il nome di \u201clacca aventurina\u201d, con analogia rispetto al vetro muranese a bagliori d\u2019oro che veniva cos\u00ec chiamato. Cfr. G. LORENZETTI,<em> Lacche<\/em>\u2026, 1938, p. 10.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_53_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_54_248\" class=\"footnote\">Il fondo, spesso 1-2 mm, di tonalit\u00e0 nere o bluastre, oppure gialle, viene inciso ed asportato con arnesi uncinati che compongono tracciati ornamentali, in un secondo momento vengono colmati con lacche diversamente pigmentate, dorate o argentate.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_54_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_55_248\" class=\"footnote\">Eseguita a rilievo, \u00e8 la tecnica pi\u00f9 antica e ricercata, necessita di superfici laccate di grosso spessore, anche 20-30 mm, e richiede tempi di lavorazione assai lunghi.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_55_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_56_248\" class=\"footnote\">Dette anche \u201clacche cinesi\u201d, erano le lacche provenienti dalla costa sud-orientale dell\u2019India in cui si trovava lo stabilimento francese di Pontich\u00e8ry; esse sono ricavate intagliando il fondo, di solito di colore nero, e successivamente riempiendo gli incavi con lacche colorate, d\u2019oro o d\u2019argento, che ricostruiscono la superficie in modo uniforme, perfettamente levigata.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_56_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_57_248\" class=\"footnote\">\u00abNel 1874 si narra che una nave che trasportava oggetti laccati, destinati all\u2019Esposizione di Vienna, affond\u00f2 nella baia di Yakoama in Giappone, il carico rimase per un anno sotto l\u2019acqua e quando venne recuperato si pot\u00e8 constatare che gli oggetti laccati non avevano subito alcun danno\u00bb. Cfr. A. TURCO, <em>Coloritura<\/em>\u2026, 1985, p. 496.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_57_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_58_248\" class=\"footnote\">A. TURCO, <em>Coloritura<\/em>\u2026, 1985, p. 494.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_58_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_59_248\" class=\"footnote\">F. CARLETTI, <em>Giro del mondo del buon negriero<\/em>, Milano 1941, p. 234.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_59_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_60_248\" class=\"footnote\">Il pi\u00f9 antico esempio in Europa \u00e8 il sontuoso gabinetto in lacca nera al primo piano di Rosemborg a Copenaghen, con <em>chinoiseries<\/em> in \u201clacca aventurina\u201d con incrostazioni di madreperla, turchesi e coralli, opera realizzata tra il 1663 e il 1665 da Fran\u00e7ois de Bray per Federico III.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_60_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_61_248\" class=\"footnote\">Come annotato dalla Rispoli Fabris: \u00abcomponenti essenziali di tutte le vernici indicate nei trattati di Seicento e Settecento sono le resine o le loro miscele con l\u2019aggiunta , talvolta, oltre che di gomme, di altri elementi come il Bitume di Giudea, idrocarburo del mar Morto, Ambra del Baltico, resina fossile, albume d\u2019uovo. [\u2026] Le sostanze resinose che pi\u00f9 frequentemente vengono indicate nelle varie formule e che gi\u00e0 in precedenza erano usate per la verniciatura, sono oltre alla gommalacca, la sandracca e il mastice\u00bb. Cfr. A. RISPOLI FABRIS, <em>L\u2019arte<\/em>\u2026, 1974, p. 114.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_61_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_62_248\" class=\"footnote\">V. CORONELLI, <em>Epitome Cosmografica<\/em>, Colonia 1693, pp. 402 &#8211; 403.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_62_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_63_248\" class=\"footnote\">J. F. WATIN,\u00a0 <em>L\u2019Art du peintre, doreur et vernisseur,<\/em> Parigi 1772, pp. 247 &#8211; 368.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_63_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_64_248\" class=\"footnote\">M. MARTINI, <em>Novus Atlas Sinensis<\/em>, Amsterdam 1655. Cfr. C. SANTINI, <em>Le lacche\u2026<\/em>, 2003, p. 25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_64_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_65_248\" class=\"footnote\">A. KIRCHER DA FULDA, <em>China Monumentalis Illustrata<\/em>, Amsterdam 1667. Cfr. C. SANTINI, <em>Le lacche\u2026<\/em>, 2003, \u00a0p. 29.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_65_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_66_248\" class=\"footnote\">La ricetta divulgata da padre Jannard consisteva nel \u00abprendere la gommalacca molto ben purgata e posta in un vaso di vetro si cuopre con ottimo spirito di vino in modo che sopravanzi quattro dita, e al caldo del sole, ovvero fuoco temperato si fa liquefare per tre o quattro giorni, sbattendo il vaso di quando in quando, e liquefatta che sia la gomma, si cola per pannolino e di nuovo si espone al caldo. Passato un giorno incirca si ottiene una vernice e si adopera quella pi\u00f9 chiara che galleggia stendendola col pennello sopra li legni prima coloriti lasciando seccare la prima mano, avanti che sia la seconda e la terza\u00bb, in G. LORENZETTI,<em> Lacche<\/em>\u2026, 1938, p. 7.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_66_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_67_248\" class=\"footnote\">Il gesuita a questo riguardo, da fanatico di ricette orientali, ricorse all\u2019antidoto impiegato dai cinesi stessi: un decotto di penne di gallina col quale detergeva viso e mani, prima e dopo essersi messo all\u2019opera, lasciando che si asciugassero da sole senza usare tela o cose simili. Cfr. G. MORAZZONI, <em>Mobili veneziani laccati<\/em>, Milano 1954, p. 12.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_67_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_68_248\" class=\"footnote\">F. BONANNI, <em>Trattato sopra la vernice detta comunemente cinese in risposta data al signor Abbate Gualtieri<\/em>, Roma 1720. Cfr. C. SANTINI, <em>Le lacche\u2026<\/em>, 2003, p. 21.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_68_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_69_248\" class=\"footnote\">M. GIARRIZZO &#8211; A. ROTOLO, <em>Il Mobile Siciliano\u2026<\/em>, 2004, p. 144.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_69_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_70_248\" class=\"footnote\">T. WOLVESPERGES, <em>Le meuble fran\u00e7ais en lacque au XVIII siecle<\/em>, Bruxelles 2000, p. 100.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_70_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_71_248\" class=\"footnote\">\u00c8 stata formulata l\u2019ipotesi che maestranze orientali fossero giunte in Olanda per ammaestrare i laccatori del posto. Cfr. H. HONOUR, <em>L\u2019Arte<\/em>\u2026, Firenze 1963, p. 75.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_71_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_72_248\" class=\"footnote\">V. CORONELLI, <em>Epitome\u2026<\/em>, 1693, pp. 402 &#8211; 403.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_72_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_73_248\" class=\"footnote\">G. F. GARBO, <em>Trattato di miniatura<\/em>, Venezia 1766. Cfr. C. Santini, <em>Le lacche<\/em>\u2026, 2003, p. 33.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_73_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_74_248\" class=\"footnote\">J. STALKER &#8211; G. PARKER, <em>A Treatise of Japanning and Varnishing<\/em>, Oxford 1688, pp. 26-33.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_74_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_75_248\" class=\"footnote\">F. BONANNI, <em>Trattato \u2026,<\/em> 1720. Cfr. \u00a0L. APPOLONIA &#8211; R. BIANCHI &#8211; L. LUCARELLI &#8211; C. MOSSETTI &#8211; S. VOLPIN, <em>Protocollo<\/em>\u2026, 2006, p. 75.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_75_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_76_248\" class=\"footnote\">F. BONANNI, <em>Trattato \u2026,<\/em> 1720, cap. XVII, p. 109.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_76_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_77_248\" class=\"footnote\">C. SANTINI, <em>Le lacche<\/em>\u2026, 2003, pp. 33-37.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_77_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_78_248\" class=\"footnote\">H. HUTH, <em>Lacquer<\/em> <em>of the West. Th<\/em><em>e history of a craft and an industry 1550-1950<\/em>, Chicago-Londra 1971, pp. 29 &#8211; 30. A questo mutato atteggiamento nei confronti della cultura orientale sembra non essere stata estranea la bolla emessa nel 1715 da papa Clemente XI, ostile al Confucianesimo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_78_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_79_248\" class=\"footnote\">C. ALBERICI, <em>Il mobile veneto<\/em>, Milano 1980, p. 188.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_79_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_80_248\" class=\"footnote\">\u00abSuperata la prima fase di imitazione dei modelli orientali, il laccatore veneziano, viene via via acquistando una maggiore libert\u00e0 di invenzione ed interpretazione. Continuano ad usarsi le scenette di cineseria, ma a queste si aggiungono altri tipi di decorazioni di fiori e di paesi, di figure e di animali. [\u2026] suddivisa la superficie da decorare in comparti di forme le pi\u00f9 varie e complesse, ecco apparire, racchiuse entro le pi\u00f9 dolci pastorellerie d\u2019Arcadia, o vignette tratte dalla vita mondana del tempo, di dame e di cavalieri; o figurine di contadini e pastori su sfondi di paese\u00bb. Cfr. G. LORENZETTI,<em> Lacche<\/em>\u2026, 1938, p. 14.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_80_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_81_248\" class=\"footnote\">Nel territorio veneziano famose sono le stampe prodotte da una famiglia di artisti, i Remondini di Bassano, che godevano ormai di una grande fama e specializzazione nella preparazione delle stampe destinate allo scopo di decorare mobili in \u201clacca contraffatta\u201d, cfr. G. MARIACHER,<em> Il mobile<\/em>\u2026,<em> <\/em>1967, p. 4.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_81_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_82_248\" class=\"footnote\">M. GIARRIZZO &#8211; A. ROTOLO, <em>Il mobile siciliano<\/em>\u2026, 2004, p. 146-147.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_82_248\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>maurosebastianelli@hotmail.com Dallo studio tecnico al restauro: le chinoiserie del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo DOI: 10.7431\/RIV01102010 Ogni argomentazione sull\u2019affermazione del gusto per la <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=248\" title=\"Mauro Sebastianelli &#8211; Maria Rosaria Patern\u00f2\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":616,"menu_order":10,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/248"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=248"}],"version-history":[{"count":26,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/248\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":296,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/248\/revisions\/296"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/616"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=248"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}