{"id":1622,"date":"2013-06-29T12:04:16","date_gmt":"2013-06-29T12:04:16","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1622"},"modified":"2013-12-29T10:03:56","modified_gmt":"2013-12-29T10:03:56","slug":"giovanni-boraccesi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1622","title":{"rendered":"Giovanni Boraccesi"},"content":{"rendered":"<p>g.boraccesi@libero.it<\/p>\n<h3>Le oreficerie della Cattedrale di Corf\u00f9 tra Sette e Ottocento<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV07092013<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La presente indagine sugli argenti della cattedrale di Corf\u00f9, naturale proseguimento di quella gi\u00e0 pubblicata su questa stessa rivista<sup><a href=\"#footnote_0_1622\" id=\"identifier_0_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Le oreficerie della Cattedrale di Corf&ugrave; tra Quattro e Seicento, in &ldquo;OADI. Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, a. 3, n. 6, dicembre 2012 (www.unipa.it\/oadi\/rivista). In questo articolo analizzavo una croce astile (Fig. 4a\/b) datandola all&rsquo;ultimo quarto del XV secolo; oggi invece sono del parere che possa circoscriversi tra la fine del XV secolo e la prima met&agrave; del XVI secolo.\">1<\/a><\/sup>, documenta lo sviluppo delle caratteristiche formali e decorative di tali produzioni, in particolare di quelle barocche e rococ\u00f2 \u2013 ancora una volta massicciamente rivenienti da Venezia \u2013 come pure di quelle neoclassiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il XVIII secolo, stagione fervida per la commessa di argenti, si apre con un piccolo <em>vaso per l\u2019olio santo<\/em> (<a title=\"Fig. 1. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Vaso per l\u2019olio santo&lt;\/i&gt;, prima met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor1.jpg\">Fig. 1<\/a>), di forma cilindrica e privo di ornati, destinato a contenere l\u2019olio per gli infermi, come denunciano le lettere O. I. (<em>Oleum Infirmorum<\/em>) incise sul metallo. Se non vi \u00e8 dubbio alcuno sul riconoscimento del bollo veneziano con il leone di San Marco \u2013 impresso all\u2019interno del contenitore \u2013 al contrario, illeggibile \u00e8 il secondo marchio. Il manufatto andrebbe datato alla prima met\u00e0 del Settecento. A questo stesso periodo appartiene un <em>calice<\/em> (<a title=\"Fig. 2. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, prima met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor2.jpg\">Fig. 2<\/a>) dalle linee molto semplici e privo di elementi decorativi, il che porta a considerarlo un oggetto di uso giornaliero. La base, a sezione circolare e con ampio orlo liscio, \u00e8 bombata; il fusto \u00e8 definito da un nodo piriforme, posto tra una serie di rocchetti. La coppa \u00e8 priva del sottocoppa, andata probabilmente perduta. Il manufatto, non punzonato, \u00e8 in buona misura opera di un maestro argentiere attivo a Venezia: propone, infatti, una tipologia piuttosto diffusa nell\u2019area d\u2019influenza della Serenissima. Un\u2019altra <em>pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 3. Argentiere veneziano BC e argentiere corfiota M\u0387R, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVII secolo e XVIII-XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor3.jpg\">Fig. 3<\/a>) si caratterizza per il profilo sinuoso e per l\u2019assenza di elementi decorativi,\u00a0 tranne una croce gigliata saldata sulla sommit\u00e0 del coperchio. Questo reperto \u00e8 il risultato dell\u2019unione di due pezzi disomogenei per cronologia e manifattura. Sul bordo interno del coperchio \u00e8 impresso il bollo del leone di San Marco e quello con le iniziali BC, spettanti a un argentiere veneziano documentato tra il 1660 e il 1687<sup><a href=\"#footnote_1_1622\" id=\"identifier_1_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni dell&rsquo;argenteria veneta, Pola 1992, numero 77, p. 72.\">2<\/a><\/sup>. La restante parte del vaso sacro andrebbe restituita a un probabile artefice corfiota del XVIII-XIX secolo, il cui punzone \u00e8 connotato dalle lettere M\u0387R poste in un rettangolo; quest\u2019ultimo \u00e8 seguito da un contrassegno territoriale che presumo essere della citt\u00e0 di Corf\u00f9: un veliero con la sottostante lettera C. Il punzone M\u0387R \u00e8 stato rinvenuto su altre suppellettili della cattedrale (vedi pi\u00f9 innanzi). La tipologia della pisside in esame ebbe ampia diffusione negli <em>ateliers <\/em>veneziani del Sei e del Settecento; a tal proposito, un confronto possibile \u00e8 con l\u2019esemplare della cattedrale di Concordia Sagittaria<sup><a href=\"#footnote_2_1622\" id=\"identifier_2_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Idem, Il tesoro della cattedrale di Concordia Sagittaria, Portogruaro 1992, pp. 54-55.\">3<\/a><\/sup>. Al periodo barocco, e ancora una volta nella temperie culturale di Venezia, s\u2019inserisce una <em>stauroteca<\/em> (<a title=\"Fig. 4. Argentiere veneziano AM, &lt;i&gt;Stauroteca&lt;\/i&gt;, 1706-1723.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor4.jpg\">Fig. 4<\/a>), ridondante di ornamenti e di decorazioni simboliche rigorosamente attinenti alla reliquia ivi contenuta. Il manufatto, con il preciso scopo di custodire il Sacro Legno della Croce, presenta un piede circolare e gradinato, ornato da un fitto motivo a baccelli e dall\u2019emblema di monsignor Augusto Zacco, che occup\u00f2 il seggio episcopale di Corf\u00f9 dal 1706 al 1723; ci\u00f2 autorizza a circoscriverne l\u2019esecuzione entro questi anni. Tale dono non sar\u00e0 stato casuale, coincidendo con la nuova consacrazione della cattedrale, avvenuta nel 1709 per mano dello stesso presule. Il fusto \u00e8 costituito da una colonna liscia, chiaro riferimento a quella della Flagellazione, affiancata dal gioco di due volute contrapposte. Sulla medesima colonna, inoltre, sono posizionati altri simboli cristologici: la lancia, l\u2019asta con la spugna dell\u2019aceto, il <em>sudarium <\/em>(il velo di Veronica) e, sulla parte sommitale, un capitello sovrastato dal gallo. La teca, dal contorno mistilineo con volute e raggi di diverse altezze, racchiude una crocetta in cristallo e filigrana, a sua volta contenitore della preziosa reliquia; alle estremit\u00e0 fanno capolino due testine angeliche mentre in alto \u00e8 saldata una statuina di angelo alato che stringe la corona di spine e la palma. Il punzone, ripetuto pi\u00f9 volte, \u00e8 quello con il leone di San Marco e le sottostanti iniziali F\u0387P che sappiamo appartenere all\u2019ufficiale della Zecca, attivo tra il 1671 e il 1716<sup><a href=\"#footnote_3_1622\" id=\"identifier_3_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Idem, I punzoni dell&rsquo;argenteria veneta, cit., numero 574, p. 170.\">4<\/a><\/sup>. Un confronto piuttosto preciso, tanto da dichiarare un\u2019assai probabile identit\u00e0 di mano, \u00e8 con la <em>stauroteca <\/em>della cattedrale di Cattaro (Montenegro), datata tra il 1703 e il 1707 e marchiata con il medesimo punzone di controllo sopra descritto oltre a quello dell\u2019argentiere con le iniziali AM<sup><a href=\"#footnote_4_1622\" id=\"identifier_4_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Tomi\u0107, scheda 17, in Blago Kotorske biskupije. Zagovori svetom Tripunu povodom 1200. Oblijetnice prijenosa mo\u0107i svetoga Tribuna u Kotor, catalogo mostra a cura di R. Tomi\u0107, Zagreb 2009, pp. 196-198.\">5<\/a><\/sup>. Di estremo interesse \u00e8 il rinvenimento di un <em>calice<\/em> (<a title=\"Fig. 5. Andrea De Blasio, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, 1717.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor5.jpg\">Fig. 5<\/a>) in argento fuso e traforato, gi\u00e0 nella cattedrale di San Marco a Zante. Il piede leggermente bombato presenta un orlo liscio e mistilineo, ravvivato da sferette. L\u2019intera superficie \u00e8 definita da ornamenti di volute contrapposte e da un groviglio di elementi vegetali; negli scomparti, evidenziati da testine angeliche in rilievo, trovano posto i simboli della Passione. Il nodo piriforme \u00e8 contenuto entro due collarini con motivi vegetali. Si tratta di un tipico e originalissimo modello di argenteria napoletana, il cosiddetto stile \u201ctraforo partenopeo\u201d, prodotto tra l\u2019ultimo Seicento e il terzo decennio del Settecento, spesso arricchito da microsculture di forte richiamo devozionale<sup><a href=\"#footnote_5_1622\" id=\"identifier_5_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per un&rsquo;analisi pi&ugrave; approfondita di questa tipologia di calice, cfr. G. Boraccesi, L&rsquo;episcopato, la cattedrale e l&rsquo;argento di Nard&ograve;, in corso di stampa.\">6<\/a><\/sup>. Sull\u2019orlo del piede, corre un\u2019iscrizione che consente di collegarne la commissione a una devota, dal tipico cognome veneziano, e di conoscerne la data e il luogo di produzione: &lt;&lt;FRANCISCA MARIA CANAL A. D. 1718 NEAPOLI&gt;&gt;; il calice, come attesta il punzone di garanzia, fu per\u00f2 realizzato nel 1717. L\u2019esemplare in esame \u00e8 bollato con il sistema napoletano della triplice punzonatura, ossia il marchio territoriale di garanzia (NAP\/717), quello dell\u2019argentiere Andrea De Blasio (A\u00b7D\u00b7B) e quello consolare di Aniello Simioli (A\u00b7S\/\u00b7C\u00b7)<sup><a href=\"#footnote_6_1622\" id=\"identifier_6_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. e C. Catello, I marchi dell&rsquo;argenteria napoletana, Sorrento-Napoli 1996, p. 30.\">7<\/a><\/sup>. Andrea De Blasio, di cui si hanno notizie dal 1694 al 1765, fu un argentiere professionale di gran fama, versatile e prolifico, oltre che capostipite di una ben nota famiglia di argentieri che domin\u00f2 la scena artistica napoletana per tutto l\u2019arco del XVIII secolo<sup><a href=\"#footnote_7_1622\" id=\"identifier_7_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla figura di Andrea De Blasio, cfr. G. Boraccesi, L&rsquo;episcopato&hellip;\">8<\/a><\/sup>. La finezza tecnica del traforo e la leggiadria dei decori, oltre naturalmente al prestigio del suo interprete, fanno del calice di Corf\u00f9 un vera preziosit\u00e0 barocca in Grecia. Nonostante il pi\u00f9 che comprensibile e netto monopolio di argenti veneziani nei territori d\u2019oltremare assoggettati alla Serenissima, non meno incisivo fu l\u2019invio di preziosi da altre zone d\u2019Europa<sup><a href=\"#footnote_8_1622\" id=\"identifier_8_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Rapporti tra la Grecia e l&rsquo;Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos, in &ldquo;Arte Cristiana&rdquo;, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144; Idem, A Levante di Palermo. Argenti con l&rsquo;aquila a volo alto nell&rsquo;isola greca di Tinos, in &ldquo;OADI. Rivista dell&rsquo;Osservatorio per le Arti Decorative in Italia&rdquo;, a. 2, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67 (www.unipa.it\/oadi\/rivista). Questi due articoli sono stati poi tradotti in greco e pubblicati su una rivista di questa nazione, cfr. G. Boraccesi, &Alpha;&nu;&alpha;&tau;&omicron;&lambda;&iota;&kappa;\u03ac &tau;&omicron;&upsilon; &Pi;&alpha;&lambda;\u03ad&rho;&mu;&omicron;. &Alpha;&rho;&gamma;&upsilon;&rho;\u03ac &sigma;&kappa;&epsilon;\u03cd&eta; &mu;&epsilon; &tau;&omicron;&nu; &laquo;&upsilon;&psi;&eta;&lambda;\u03ac &iota;&pi;&tau;\u03ac&mu;&epsilon;&nu;&omicron; &alpha;&epsilon;&tau;\u03cc&raquo; &sigma;&tau;&omicron; &nu;&eta;&sigma;\u03af &tau;&eta;&sigmaf; &Tau;\u03ae&nu;&omicron;&upsilon;; &Tau;&alpha; &alpha;&rho;&gamma;&upsilon;&rho;\u03ac &iota;&epsilon;&rho;\u03ac &sigma;&kappa;&epsilon;\u03cd&eta; &tau;&omicron;&upsilon; &Kappa;&alpha;&theta;&omicron;&lambda;&iota;&kappa;&omicron;\u03cd &Mu;&eta;&tau;&rho;&omicron;&pi;&omicron;&lambda;&iota;&tau;&iota;&kappa;&omicron;\u03cd &Nu;&alpha;&omicron;\u03cd &tau;&eta;&sigmaf; &Nu;\u03ac&xi;&omicron;&upsilon;, in &laquo;Anno Domini&raquo;, III, MMXIII, Tinos 2013, pp. 338-356.\">9<\/a><\/sup>. In questo quadro, vorrei richiamare l\u2019attenzione su un ulteriore e prezioso reperto napoletano rinvenuto in Grecia: si tratta di un <em>piatto<\/em> (<a title=\"Fig. 6. Argentiere napoletano, &lt;i&gt;Piatto&lt;\/i&gt;, circa 1400-1420. Londra, BritishMuseum (da Catello 1975).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor6.jpg\">Fig. 6<\/a>)<strong> <\/strong>di uso civile (circa 1400-1420), punzonato NAPL a lettere gotiche, proveniente dall\u2019isola di Eubea e da qui, prima dell\u2019invasione turca, trasferito a Londra e successivamente confluito nel British Museum<sup><a href=\"#footnote_9_1622\" id=\"identifier_9_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"E. e C. Catello, L&rsquo;oreficeria a Napoli nel XV secolo, Cava dei Tirreni 1975, p. 37\">10<\/a><\/sup>. Degno di nota \u00e8 una graziosa ed elegante <em>conchiglia battesimale<\/em> (<a title=\"Fig. 7. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Conchiglia battesimale&lt;\/i&gt;, primi decenni del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor7.jpg\">Fig. 7<\/a>), utilizzata per versare l\u2019acqua sul neofita cristiano; questa particolare forma pare abbia avuto il sopravvento dal XVII secolo<sup><a href=\"#footnote_10_1622\" id=\"identifier_10_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"B. Montevecchi-S.Vasco Rocca, Suppellettile ecclesiastica, Firenze 1988, p. 294.\">11<\/a><\/sup>. Sul manico, ad andamento sinuoso, sono saldate due altre e minuscole conchiglie. Il ripetuto richiamo a questo motivo naturalistico, non \u00e8 casuale, dato che si lega al titolo della cattedrale: l\u2019apostolo San Giacomo, infatti, ha come attributo di riconoscimento una conchiglia. L\u2019esecuzione del pezzo, di manifattura veneziana, dovrebbe risalire ai primi decenni del XVIII secolo, in virt\u00f9 del contrassegno della Zecca, ovvero le lettere Z e C interposte a una torre<sup><a href=\"#footnote_11_1622\" id=\"identifier_11_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni&hellip; 1992, numero 452, p. 145\">12<\/a><\/sup>. La ricchezza e la variet\u00e0 dei reperti del XVIII secolo depositati nella cattedrale di Corf\u00f9 \u00e8 ancora una volta testimoniata da una <em>croce processionale <\/em>(<a title=\"Fig. 8. Enrico Pistelli, &lt;i&gt;Croce processionale&lt;\/i&gt;, 1739-1741.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor8.jpg\">Fig. 8<\/a>) in argento fuso, che mostra per\u00f2 evidenti segni di manipolazione: in origine, forse, doveva trattarsi di una croce d\u2019altare. L\u2019intervento di modificazione del manufatto \u00e8 evidente nella zona di congiunzione tra la parte inferiore della croce e il nodo dell\u2019asta processionale, peraltro non coevo. Le traverse hanno il profilo definito da una cornicetta modanata, mentre le terminazioni sono decorate da <em>cartouches<\/em> di natura vegetale. La figura del Cristo, del tipo <em>patiens<\/em>, \u00e8 particolarmente curata. Nel punto d\u2019intersezione dei bracci della croce si dipartono fasci di raggi mentre sulla traversa principale sono applicati, in alto, uno svolazzante cartiglio con l\u2019iscrizione INRI e, in basso, il tradizionale teschio di Adamo. Stando alla lettura dell\u2019unico punzone impresso, la croce va assegnata all\u2019argentiere romano Enrico Pistelli il cui contrassegno \u00e8 rappresentato da una P circondata da perline<sup><a href=\"#footnote_12_1622\" id=\"identifier_12_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri gemmari e orafi di Roma, Roma 1987, p. 346.\">13<\/a><\/sup>. Conseguita la patente il 30 marzo 1739, mor\u00ec dopo appena due anni, ossia il 3 marzo 1741, anche se il suo punzone continu\u00f2 a essere utilizzato dagli eredi fino al 1755. In ragione della breve durata di attivit\u00e0 di Enrico Pistelli e della conseguente rarit\u00e0 dei suoi reperti, si capisce che la croce di Corf\u00f9, tipologicamente accostabile ad altre presenti nelle chiese di Roma<sup><a href=\"#footnote_13_1622\" id=\"identifier_13_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. M. Pedrocchi, Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo, Roma 2010, pp. 89, 92-95, 98, 102-104, 108.\">14<\/a><\/sup>, assuma un valore documentario importante. Il <em>secchiello per l\u2019acqua benedetta <\/em>(<a title=\"Fig. 9. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Secchiello per l\u2019acqua benedetta&lt;\/i&gt;, ultimo quarto del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor9.jpg\">Fig. 9<\/a>), provvisto dell\u2019immancabile <em>aspersorio<\/em>, presenta un corpo espanso interamente decorato da baccelli bombati. Il manico, a ferro di cavallo, \u00e8 ingentilito da una serie di rocchetti. Sotto il piede \u00e8 incisa l\u2019iscrizione: SACRESTIA A.D. MDCCCXXI, da ritenersi un\u2019aggiunta come vedremo. Sul secchiello \u00e8 impresso il punzone raffigurante un veliero: probabilmente riconducibile a quello di una bottega veneziana<sup><a href=\"#footnote_14_1622\" id=\"identifier_14_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 503, p. 155.\">15<\/a><\/sup>, piuttosto che al contrassegno territoriale di Corf\u00f9 (vedi sopra). A rendere pi\u00f9 verosimile quanto finora espresso, si tenga conto che questo punzone \u00e8 accompagnato da quello adottato dal sazador Zuan Piero Grappiglia (ZPG)<sup><a href=\"#footnote_15_1622\" id=\"identifier_15_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem, numero 481, p. 151.\">16<\/a><\/sup>, documentato dal 1758 al 1802. \u00c8 quindi probabile che il secchiello sia stato acquistato nell\u2019ultimo quarto del XVIII secolo. In questo periodo di particolare fervore culturale per la cattedrale di Corf\u00f9, si inseriscono alcuni argenti liturgici \u2013 un calice, un servizio da lavabo e un secchiello per l\u2019acqua benedetta \u2013 che come da stemma inciso, furono richiesti dal vescovo Francesco Maria Fenzi (1779-1799), originario della citt\u00e0 dalmata di Zara<sup><a href=\"#footnote_16_1622\" id=\"identifier_16_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Sulla figura del vescovo, cfr. &Sigma;. &Gamma;&alpha;&omicron;\u03cd&tau;&sigma;&eta;&sigmaf;, \u0386&gamma;&nu;&omega;&sigma;&tau;&alpha; &omicron;&iota;&kappa;\u03cc&sigma;&eta;&mu;&alpha; &tau;&omega;&nu; &Lambda;&alpha;&tau;&iota;&nu;&epsilon;&pi;&iota;&sigma;&kappa;\u03cc&pi;&omega;&nu; Augustus Antonius Zacco &kappa;&alpha;&iota; Franciscus Maria Fenzi &alpha;&pi;\u03cc &tau;&omicron;&nu; &Kappa;&alpha;&theta;&omicron;&lambda;&iota;&kappa;\u03cc &Kappa;&alpha;&theta;&epsilon;&delta;&rho;&iota;&kappa;\u03cc &Nu;&alpha;\u03cc &Kappa;\u03ad&rho;&kappa;&upsilon;&rho;&alpha;&sigmaf;, &Delta;&epsilon;&lambda;&tau;\u03af&omicron; &tau;&eta;&sigmaf; &Epsilon;&rho;&alpha;&lambda;&delta;&iota;&kappa;\u03ae&sigmaf; &kappa;&alpha;&iota; &Gamma;&epsilon;&nu;&epsilon;&alpha;&lambda;&omicron;&gamma;&iota;&kappa;\u03ae&sigmaf; &Epsilon;&tau;&alpha;&iota;&rho;&epsilon;\u03af&alpha;&sigmaf; &tau;&eta;&sigmaf; &Epsilon;&lambda;&lambda;\u03ac&delta;&omicron;&sigmaf;, &tau;. 12&omicron;&sigmaf;, &Alpha;&theta;\u03ae&nu;&alpha; &upsilon;&pi;\u03cc \u03ad&kappa;&delta;&omicron;&sigma;&eta;, in corso di stampa.\">17<\/a><\/sup>. Il <em>calice <\/em>(<a title=\"Fig. 10. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, 1779-1799.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor10.jpg\">Fig. 10<\/a>) ha un piede a sezione mistilinea e un orlo gradinato con campiture opacizzate; sotto il piede \u00e8 inciso lo stemma del vescovo. La decorazione, a rilievo e con un efficace gioco chiaroscurale, \u00e8 costituita da volute, da foglie d\u2019acanto e da tre testine di angeli che spuntano da un fondo opacizzato. Mosso e ugualmente ricco di decori \u00e8 il fusto, con nodo piriforme. La partizione della base e i motivi decorativi sono riproposti anche sul sottocoppa. La presenza dei punzoni della Repubblica di Venezia, il leone di San Marco, e il contrassegno della Zecca contraddistinto dalle lettere BC intervallate dal giglio<sup><a href=\"#footnote_17_1622\" id=\"identifier_17_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 81, p. 73.\">18<\/a><\/sup>, ne attesta l\u2019origine lagunare. Questo calice \u00e8 un valido esempio della pi\u00f9 tipica produzione veneziana tardo settecentesca, perfettamente aderente ai dettami dello stile rococ\u00f2. Lo stesso Francesco Maria Fenzi dot\u00f2 la cattedrale di un <em>servizio da lavabo <\/em>(<a title=\"Fig. 11a. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Servizio da lavabo&lt;\/i&gt; (bacile), 1779-1799.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor11.jpg\">Figg. 11a<\/a> e <a title=\"Fig. 11b. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Servizio da lavabo&lt;\/i&gt; (brocca), 1779-1799.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor12.jpg\">11b<\/a>), composto da un bacile e da una brocca. Il bacile, di forma ovale, presenta un profilo movimentato con cornice cordonata e quattro nervature che suddividono la superficie in altrettante campiture lisce. Al centro \u00e8 inciso lo stemma del committente. Elegante \u00e8 pure la foggia della brocca, il cui piede circolare \u00e8 impostato su un gradino modanato. Il corpo inferiore, rigonfio, \u00e8 attraversato da baccellature e quello superiore da modanature verticali. Il labbro, alquanto mosso, si restringe in prossimit\u00e0 del becco; il manico \u00e8 a doppia voluta. I punzoni riscontrati su entrambi i pezzi sono riferiti al leone di San Marco e al <em>sazador<\/em> della Zecca, quest\u2019ultimo caratterizzato dalle lettere GP interposte a un animale rampante<sup><a href=\"#footnote_18_1622\" id=\"identifier_18_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem, numero 230, p. 102.\">19<\/a><\/sup>. La tipologia e lo stile di questo servizio per le abluzioni liturgiche sono comuni in Italia; un confronto possibile \u00e8 con l\u2019esemplare della parrocchia di Ostiano (Cremona)<sup><a href=\"#footnote_19_1622\" id=\"identifier_19_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Merlo, I tesori di Ostiano, Brescia 2002,&nbsp; p. 102.\">20<\/a><\/sup>. Il terzo dono offerto dal vescovo Francesco Maria Fenzi \u00e8 questo <em>secchiello per l\u2019acqua benedetta <\/em>(<a title=\"Fig. 12. Argentiere veneziano NP, &lt;i&gt;Secchiello per l\u2019acqua benedetta&lt;\/i&gt;, 1779-1799.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor13.jpg\">Fig. 12<\/a>), accompagnato dall\u2019<em>aspersorio<\/em><strong>.<\/strong> Il corpo, poggiante su un minutissimo orlo circolare, \u00e8 percorso da modanature verticali che salgono fino al labbro, a conferire un effetto di leggiadria ed eleganza. Sul bordo sono saldate due foglie con occhielli che agganciano il movimentato manico. Come si evince dalla lettura dei tre punzoni il secchiello fu realizzato a Venezia: oltre al bollo del leone di San Marco, qui \u00e8 incusso quello della Zecca, contraddistinto dalle lettere MG tra due stelle sovrapposte<sup><a href=\"#footnote_20_1622\" id=\"identifier_20_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 286, p. 114. Per i punzoni veneti si veda anche F. Gambarin, Bolli e punzoni sugli argenti A Venezia e in Terraferma nel &lsquo;600 e &lsquo;700. Testimonianze archivistiche, in Ori e Tesori d&rsquo;Europa, atti del convegno, a cura di G. Bergamini e P. Goi, Udine 1992, pp. 299-308.\">21<\/a><\/sup>, e quello dell\u2019ignoto argentiere, contrassegnato dalle lettere NP sovrastate dal giglio<sup><a href=\"#footnote_21_1622\" id=\"identifier_21_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;,1992, numero 320, p. 120.\">22<\/a><\/sup>. Nella vasta produzione veneziana di simili oggetti, il nostro secchiello si apparenta, per fare due soli esempi, con l\u2019esemplare della chiesa veneziana di Sant\u2019Eufemia della Giudecca<sup><a href=\"#footnote_22_1622\" id=\"identifier_22_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. Basaldella, Alla riscoperta di un tesoro sacro. Le oreficerie della chiesa di S. Eufemia della Giudecca, S. Maria di Sala 1996, p. 76.&nbsp;\">23<\/a><\/sup> e con l\u2019altro del Museo Civico di Pordenone, ma proveniente dalla cattedrale<sup><a href=\"#footnote_23_1622\" id=\"identifier_23_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il Museo Civico di Pordenone, a cura di G. Ganzer, scheda n. 145, Vicenza 2001, p. 200.\">24<\/a><\/sup>. Pressappoco coeva \u00e8 una minuscola <em>pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 13. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor14.jpg\">Fig. 13<\/a>), oggi sprovvista di coperchio, proveniente dalla distrutta cattedrale di Zante. Alla semplicit\u00e0 della coppa si contrappone l\u2019esuberanza formale e decorativa del piede e del fusto, entrambi a fusione e scompartiti in tre sezioni con motivi fogliacei, conchiglie e volute accartocciate; anche la piastrina del sottocoppa, per quanto sottilissima, \u00e8 animata da nervature e da ricchi decori vegetali. Non \u00e8 leggibile il punzone, tuttavia sul piano tipologico e stilistico la pisside in esame \u00e8 da assegnare a un ignoto maestro veneziano della seconda met\u00e0 del Settecento; ne forniscono conferma, peraltro, i numerosi esemplari analoghi sparsi nei territori dominati dalla Serenissima. Sebbene non sia punzonato, anche quest\u2019<em>ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 14. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, ultimo quarto del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor15.jpg\">Fig. 14<\/a>), di raffinata esecuzione, va restituito a una bottega di Venezia. Il piede mistilineo \u00e8 costituito da un ampio orlo decorato da volute e motivi vegetali che si stagliano da un fondo ruvido. La sovrastante superficie, alquanto vaporosa, \u00e8 suddivisa da costolature ed \u00e8 ornata da gonfie volute e foglie d\u2019acanto che circondano i simboli eucaristici dell\u2019uva e del grano. Spumeggiante di ornati \u00e8 anche il fusto con nodo piriforme, contenuto tra dischetti schiacciati. Ampia \u00e8 la raggiera, intervallata da quattordici fasci di raggi (ne manca uno) sia dorati, sia argentati, che circondano la teca, a sua volta arricchita da una fascia di nuvole popolata da testine angeliche e, pi\u00f9 in basso, ancora una volta i simboli dell\u2019uva e del grano. A coronamento della teca \u00e8 post una croce gigliata. Evidente \u00e8 l\u2019analogia tra l\u2019ostensorio di Corf\u00f9 e quello conservato nel Museo Gaffoglio di Rapallo<sup><a href=\"#footnote_24_1622\" id=\"identifier_24_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Cecconi, Ostensorio raggiato, in Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione di argenti e oreficerie, Milano 2006, p. 107.\">25<\/a><\/sup>; tale confronto permette di dedurre una data di realizzazione del nostro esemplare che si aggira intorno agli anni Settanta-Ottanta del Settecento. L\u2019altare del Santissimo Sacramento, innalzato in un\u2019apposita cappella della cattedrale, \u00e8 provvisto di un tabernacolo marmoreo sovrastato da una statuina in argento fuso del <em>Redentore<\/em> (<a title=\"Fig. 15. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Redentore&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor16.jpg\">Fig. 15<\/a>), eseguita secondo la consueta iconografia: il Cristo, posato su un globo terraqueo, \u00e8 benedicente e stringe nella mano sinistra il vessillo crocesignato. I punzoni rilevati sono quelli del leone marciano e del contrassegno della Zecca, ovvero le lettere Z e C divise dalla torre<sup><a href=\"#footnote_25_1622\" id=\"identifier_25_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 439, p. 142.\">26<\/a><\/sup>. Il <em>Redentore <\/em>qui considerato \u2013 una figura che sovente ritroviamo sulla sommit\u00e0 degli ostensori raggiati di tipo veneziano \u2013 s\u2019inserisce nella produzione del XVIII secolo; un confronto immediato \u00e8 con il <em>Redentore <\/em>del duomo di Caorle<sup><a href=\"#footnote_26_1622\" id=\"identifier_26_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. Crusvar, Il Tesoro del Duomo di Caorle: dal basso Medioevo al XIX secolo, in &laquo;Antichit&agrave; Alto Adriatiche, Studi caorlesi&raquo;, XXXIII, 1988, pp. 144, 161.\">27<\/a><\/sup>. L\u2019icona della <em>Madonna della Salute<\/em> \u2013 chiaramente legata alla pi\u00f9 celebre immagine conservata nell\u2019omonima chiesa di Venezia, consacrata il 9 novembre 1687 per adempiere un voto fatto quando nel 1630 imperversava la peste \u2013 \u00e8 rivestita da una <em>coperta di immagine sacra <\/em>(<a title=\"Fig. 16. Argentieri corfioti M\u2022R e NB, &lt;i&gt;Coperta di immagine sacra&lt;\/i&gt;, fine del XVIII-inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor17.jpg\">Fig. 16<\/a>) eseguita in argento e punzonata con le iniziali M\u0387R e con quello che ho ritenuto essere il contrassegno dell\u2019arte orafa della citt\u00e0 di Corf\u00f9, ossia il veliero con la C sottostante (vedi sopra). Dietro le iniziali M\u0387R, dunque, si nasconderebbe il nome di un argentiere del posto, verosimilmente attivo tra il XVIII e il XIX secolo; questo marchio \u00e8 stato anche rilevato su alcuni argenti sacri di Corf\u00f9 e Zante, come la pisside precedentemente descritta (Fig. 3) e l\u2019ostensorio che tra poco esamineremo. Al di sopra dell\u2019icona mariana \u2013 arricchita da una serie di ex-voto in lamina d\u2019argento di natura antropomorfa, da gioielli e da due corone votive \u2013 \u00e8 applicato un frontone ricurvo decorato da fiori e foglie, che in qualche maniera richiama il pi\u00f9 appariscente e noto \u201cdiadema\u201d in argento, in realt\u00e0 un festone pendulo, sovrastante il trono di San Spiridione custodito nell\u2019omonima chiesa di Corf\u00f9<sup><a href=\"#footnote_27_1622\" id=\"identifier_27_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Tsitsas, Ori e argenti, in Arte bizantina e post-bizantina a Corf&ugrave;. Monumenti, icone, cimeli, civilt&agrave; (edizione italiana), Corf&ugrave; 1994, pp. 175, 177.\">28<\/a><\/sup>. Il frontone in argomento, di gusto neoclassico mischiato a motivi ornamentali tardosettecenteschi, \u00e8 punzonato con il bollo NB entro rettangolo, anch\u2019esso probabilmente da assegnare a un maestro dell\u2019isola, poich\u00e9 \u00e8 accompagnato dal bollo territoriale di Corf\u00f9, ossia il veliero con la sottostante lettera C. Restando in tema, vorrei richiamare l\u2019attenzione su alcuni esemplari di pregio che ho avuto modo di visionare nel Museo Bizantino di Corf\u00f9. Due <em>coperte<\/em> d\u2019argento di icone<em> <\/em>del XVIII secolo, quella del <em>Pantocratore<\/em> e l\u2019altra della <em>Madonna col Bambino<\/em> (del tipo <em>Platytera<\/em>), sono punzonate sia con il bollo marciano di Venezia, sia con quello dell\u2019argentiere SC<sup><a href=\"#footnote_28_1622\" id=\"identifier_28_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 401, p. 135.\">29<\/a><\/sup>. Anche la <em>legatura del Vangelo<\/em> della chiesa di San Basilio, pubblicata da Tsitsas come opera corfiota<sup><a href=\"#footnote_29_1622\" id=\"identifier_29_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Tsitsas, Ori e argenti, cit., p. 191\">30<\/a><\/sup>, va invece assegnata a un argentiere veneziano del XVII-XVIII secolo, il cui monogramma ZM \u00e8 posto ai lati del bollo marciano<sup><a href=\"#footnote_30_1622\" id=\"identifier_30_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 469, p. 148.\">31<\/a><\/sup>; questi dati li ho potuti ricavare dall\u2019esame della foto: i punzoni sono evidenti nella parte sommitale del tronco dell\u2019albero. Nel <em>corpus <\/em>degli argenti liturgici di et\u00e0 barocca in dotazione alla cattedrale di Corf\u00f9 va inserito questo modesto <em>ostensorio<\/em> (<a title=\"Fig. 17. Argentiere corfiota M\u2022R e argentiere italiano (?), &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt;, fine del XVIII-inizi del XIX secolo e fine del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor18.jpg\">Fig. 17<\/a>), proveniente dalla cattedrale di Zante. Il piede \u00e8 caratterizzato da un sottilissimo orlo, mentre la superficie \u00e8 decorata da un motivo a baccelli che invade anche il fusto dal profilo irregolare. La raggiera, non originale, parrebbe di recupero e andrebbe probabilmente inserita nello stile dello storicismo, tanto di moda a fine Ottocento, caratterizzato dal recupero di forme e decori del passato. La teca, di forma circolare, \u00e8 contornata da nuvole e da coppie di testine angeliche; pi\u00f9 in basso, sono applicati due grappoli d\u2019uva. Sulla base, dalla tipologia abbastanza diffusa nella Venezia del Settecento, sono impressi sia il punzone dell\u2019argentiere M\u0387R prima citato, sia quello corfiota. Manifesta una chiara adesione verso i qualificati laboratori orafi di Venezia, la tipologia della successiva <em>lampada pensile<\/em> (<a title=\"Fig. 18a. Argentiere corfiota NA, &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, fine del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor19.jpg\">Fig. 18a<\/a>), in principio destinata a un luogo privilegiato della cattedrale quale l\u2019altare del Santissimo, quello maggiore o l\u2019altare delle reliquie. Depone a favore di questa manifattura, oltre alla gi\u00e0 menzionata struttura, anche la variet\u00e0 dei decori, entrambi ampiamente adottati dai maestri veneziani di et\u00e0 barocca. Sulla superficie movimentata del manufatto si sviluppa un repertorio essenzialmente naturalistico, costituito da foglie di acanto e fiori recisi \u2013 resi con l\u2019accuratezza minuziosa di un botanico \u2013 sbalzati all\u2019interno di gonfie forme ovali. La lampada, databile al tardo Settecento, \u00e8 provvista di un\u2019iscrizione tanto consunta da risultare illeggibile. I punzoni qui riscontrati (<a title=\"Fig. 18b. Punzoni della lampada pensile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor20.jpg\">Fig. 18b<\/a>) per\u00f2 non sono quelli in uso a Venezia, ma a Corf\u00f9: al simbolo del veliero con la lettera C si affianca quello di un ignoto argentiere che utilizza le iniziali NA entro sagoma rettangolare; \u00e8 noto un altro manufatto col medesimo bollo a Venezia<sup><a href=\"#footnote_31_1622\" id=\"identifier_31_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni&hellip;, 1992, numero 313, p. 119.\">32<\/a><\/sup>. Un particolare argento liturgico va riconosciuto come <em>coppa battesimale <\/em>(<a title=\"Fig. 19. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Coppa per l\u2019olio santo&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor21.jpg\">Fig. 19<\/a>) o pi\u00f9 verosimilmente come <em>coppa per l\u2019olio santo<\/em>, utilizzata la sera del Gioved\u00ec Santo per la preparazione, in cattedrale, degli olii per l\u2019intero anno liturgico. La coppa, forse, veniva utilizzata per quello del crisma: a un aroma naturale, di solito il balsamo del Per\u00f9, si aggiungeva l\u2019olio di oliva; tale composto, veniva in seguito emulsionato e riversato in una pi\u00f9 grande anfora contenente olio puro. La foggia della coppa in esame \u00e8 estremamente semplice, presentando un leggero orlo cordonato provvisto di piccolo beccuccio. Pur privo di punzoni, il manufatto andrebbe datato alla seconda met\u00e0 del XVIII secolo e assegnato a un argentiere di Venezia. Degno di considerazione \u00e8 un <em>calice<\/em> (<a title=\"Fig. 20. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor22.jpg\">Fig. 20<\/a>) di et\u00e0 barocca realizzato in bronzo fuso. La base dal profilo mistilineo \u00e8 ravvivata dalla raffigurazione della Trinit\u00e0, incisa sulla superficie del piede. Quest\u2019ultimo, come il fusto e il sottocoppa, \u00e8 suddiviso da robuste costolature; decori vegetali impreziosiscono il bordo superiore. L\u2019esemplare andrebbe restituito a un maestro veneziano della seconda met\u00e0 del XVIII secolo. La presenza del punzone di San Marco con le iniziali R\u00b7P del pubblico ufficiale della Zecca<sup><a href=\"#footnote_32_1622\" id=\"identifier_32_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992,  numero 590, p. 173.\">33<\/a><\/sup>, consegna indiscutibilmente questa successiva <em>pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 23. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XVIII secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor23.jpg\">Fig. 21<\/a>) a un argentiere della Serenissima. Le caratteristiche strutturali della base e della coppa sono quelle proprie di un artigianato veneziano della seconda met\u00e0 del Settecento. Sempre la cappella del Santissimo custodisce due <em>lampade pensili <\/em>(<a title=\"Fig. 22. Argentiere PC (veneziano o milanese), &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, fine del XVIII-inizi del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor24.jpg\">Fig. 22<\/a>) che valgono come testimonianza di molte altre prodotte tra Sette e Ottocento e diffusissime a Corf\u00f9. La morfologia e i decori floreali non si distaccano di molto da quella in precedenza analizzata, tanto da indurmi a datare questi due esemplari tra la fine del XVIII e l\u2019inizio del XIX secolo e ad assegnarli con cautela a un argentiere veneziano. Su di essi ho rilevato un punzone che non compare nel repertorio pubblicato dal Pazzi: di forma ovale, racchiude la figura stante di un uomo (santo?) e, in basso, le lettere PC. Questo marchio potrebbe accostarsi a quello individuato da Sambonet sull\u2019oliera di una collezione privata di Milano<sup><a href=\"#footnote_33_1622\" id=\"identifier_33_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Sambonet, Gli argenti milanesi. Maestri, botteghe e punzoni dal XIV al XIX secolo, Milano 1987, p. 314.\">34<\/a><\/sup>. Fin qui l\u2019analisi dei reperti del XVIII secolo. Per quanto riguarda invece l\u2019argenteria di et\u00e0 neoclassica, improntata a un\u2019estrema sobriet\u00e0 delle forme e al recupero dei decori classici, sempre nella cattedrale di Corf\u00f9 sono presenti alcuni pezzi che danno ugualmente lustro e prestigio alla raccolta. Nel 1806 si realizz\u00f2 un <em>piattino <\/em>(<a title=\"Fig. 23. Argentiere veneziano, &lt;i&gt;Piattino&lt;\/i&gt;, 1806.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor25.jpg\">Fig. 23<\/a>) da servire per la comunione. Di forma ovale, poggia su quattro piedini decorati da palmette; il bordo \u00e8 percorso da una fila di perline. Sul rovescio \u00e8 incisa la sigla <em>C.<sup>o <\/sup>G.<sup>e<\/sup> B.<sup>o<\/sup>\/1806<\/em>, da sciogliere, come mi suggerisce Spiros Gaoutis, in Canonico Giuseppe Bonifacio: un prete della cattedrale, nato nel 1755. Lo stesso commission\u00f2 nel 1810 una lampada pensile, oggi nella locale chiesa di San Francesco d\u2019Assisi. Il piattino \u00e8 punzonato con il contrassegno del Pubblico Sazador Zuan Pietro Grappiglia (ZPG), fino a ieri documentato dal 1738 al 1802<sup><a href=\"#footnote_34_1622\" id=\"identifier_34_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, numero 481, p. 151.\">35<\/a><\/sup>. Segue il probabile punzone di bottega: di forma mistilinea, raffigura una nave con i remi e la sottostante lettera V; a quanto ne so, inedito<sup><a href=\"#footnote_35_1622\" id=\"identifier_35_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Pi&ugrave; volte &egrave; riportato il simbolo del veliero, ma senza la sottostante lettera V, cfr. P. &hellip;, 1992, p. 155, 180.&nbsp;\">36<\/a><\/sup>. \u00c8 ascrivibile al primo Ottocento un elegante <em>calice<\/em> (<a title=\"Fig. 24. Nicola Bartolini, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, circa 1817-1830.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor26.jpg\">Fig. 24<\/a>) di manifattura romana. Il pezzo, dalle linee molto semplici e dai tipici decori del repertorio neoclassico, \u00e8 in bronzo fuso e dorato; la coppa \u00e8 in argento. Gli ornati sono prevalentemente di natura vegetale: foglie di acanto sul gradino della base e foglie lanceolate sul nodo e sul sottocoppa. Il manufatto trova un puntuale riscontro con un esemplare gemello, purtroppo privo di coppa, conservato nella chiesa corfiota di San Francesco d\u2019Assisi. L\u2019oggetto \u00e8 marchiato con il punzone dello Stato Pontificio in uso dal 1815 al 1870, ossia la tiara con le due chiavi incrociate<sup><a href=\"#footnote_36_1622\" id=\"identifier_36_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri, cit., pp. 56-57; il bollo &egrave; quello contrassegnato dal numero 168.\">37<\/a><\/sup>, e con quello dell\u2019argentiere siglato N133B spettante a Nicola Bartolini, patentato il 29 maggio 1817 e morto il 29 settembre 1842<sup><a href=\"#footnote_37_1622\" id=\"identifier_37_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ibidem, p. 84.\">38<\/a><\/sup>. Questi dati consentono di circoscrivere l\u2019esecuzione del calice tra il 1817 e il 1842. Il nostro manufatto trova analogie con altri esemplari diffusi a Roma e negli ex territori dello Stato Pontificio: per esempio, il calice del duomo di Tuscania<sup><a href=\"#footnote_38_1622\" id=\"identifier_38_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Argenti romani restauro di arredi sacri del Duomo di Tuscanica, catalogo della mostra (Roma 15 giugno -15 settembre 1983), a cura di A.M. Pedrocchi, Roma 1983, pp. 52-53.\">39<\/a><\/sup> e della chiesa di Sant\u2019Antonio a Roma<sup><a href=\"#footnote_39_1622\" id=\"identifier_39_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A.M. Pedrocchi, Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo, cit., p. 131.\">40<\/a><\/sup>. Di tutt\u2019altra temperie \u00e8 una ragguardevole <em>stauroteca<\/em> (<a title=\"Fig. 25a. Argentiere viennese, &lt;i&gt;Stauroteca&lt;\/i&gt; (&lt;i&gt;recto&lt;\/i&gt;), 1832 (?).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor27.jpg\">Figg. 25a<\/a> e <a title=\"Fig. 25b. Argentiere viennese, &lt;i&gt;Stauroteca&lt;\/i&gt; (&lt;i&gt;verso&lt;\/i&gt;), 1832 (?).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor28.jpg\">b<\/a>), oggi priva della sacra reliquia, caratterizzata da una composizione elaborata e dall\u2019uso di materiali diversi. L\u2019oggetto \u00e8 stato offerto all\u2019attuale arcivescovo di Corf\u00f9 Giovanni Spiteris da una famiglia di Roma; la mancanza di altre notizie non permette di conoscere il nome del committente e neppure la destinazione originale. La croce poggia su una base raffinatissima nello sviluppo formale e nella resa decorativa della superficie: suddivisa da costoloni in tre sezioni triangolari, \u00e8 decorata da un repertorio naturalistico di girali e foglie d\u2019acanto su fondo ruvido. Qui pure sono inserite delle gemme preziose e semipreziose che parrebbero di riutilizzo: granati, opaline, lapislazzuli, turchesi e due steatiti con iscrizioni arabe, la prima con il nome Allah, la seconda illeggibile (forse il committente della croce \u00e8 un cristiano arabofono?)<sup><a href=\"#footnote_40_1622\" id=\"identifier_40_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la traduzione, ringrazio il prof. Carlo Alberto Anzuini.\">41<\/a><\/sup>. Alla sommit\u00e0 della base siedono tre angioletti a tutta fusione con il libro del Vangelo (uno ne \u00e8 privo); qui pure \u00e8 posta una piastra in argento a filigrana. Anche la croce vera e propria, con i terminali trilobati e lo spessore connotato da rigature, presenta una fitta decorazione di motivi naturalistici e pietre preziose e semipreziose; grappoli d\u2019uva e spighe di grano sono incisi nella traversa orizzontale, rispettivamente a destra e a sinistra. Il <em>Christus patiens<\/em>, eseguito a fusione, ha il capo reclinato a sinistra, anzich\u00e9 a destra come d\u2019abitudine; in asse sono applicati il cartiglio e il teschio di Adamo. Una raggiera dorata \u00e8 posta all\u2019incrocio dei bracci. Il <em>verso<\/em> della croce ripete il ricco repertorio vegetale del <em>recto<\/em> ed \u00e8 inoltre contraddistinto dalla raffigurazione dell\u2019occhio di Dio, in alto, e del trigramma IHS, in basso. Il punzone rilevato \u00e8 quello di Vienna, in uso dal 1806 al 1866 durante l\u2019impero Austro-Ungarico<sup><a href=\"#footnote_41_1622\" id=\"identifier_41_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"J. Divi&scaron;, I marchi negli oggetti d&rsquo;argento, La Spezia 1989, p. 226; il contrassegno &egrave; quello indicato dal numero 1901.\">42<\/a><\/sup>, ovvero la lettera A delimitata dalla cifra 1\/8\/(3?)\/2; al centro \u00e8 anche presente il numero 13: titolo dell\u2019argento di 13 lothinge (812 millesimi). Un altro <em>piattino <\/em>(<a title=\"Fig. 26. Argentiere veneziano LS, &lt;i&gt;Piattino&lt;\/i&gt;, primi decenni del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor29.jpg\">Fig. 26<\/a>), di forma pressoch\u00e9 rettangolare, presenta un profilo irregolare decorato da un cordone avvolto qua e l\u00e0 da un nastrino e guarnito, in ogni lato, da una foglia ritorta. Il reperto, forse, va considerato un piattino da comunione. L\u2019unico punzone impresso \u00e8 di forma quadrata e include, in alto, una testa di cavallo e, in basso, le iniziali LS; fra i contrassegni veneziani del primo Ottocento individuati da Piero Pazzi, due sono quelli che riproducono una testa di cavallo, ma in campo triangolare<sup><a href=\"#footnote_42_1622\" id=\"identifier_42_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"P. Pazzi, I punzoni &hellip;, 1992, pp. 179, 181.\">43<\/a><\/sup>. Il manufatto, sebbene influenzato da uno stile settecentesco, andrebbe datato ai primi decenni del XIX secolo. La cattedrale di Corf\u00f9 conserva altres\u00ec una <em>coppia di candelieri<\/em> (<a title=\"Fig. 27. Argentiere milanese (Francesco Ceppi?), &lt;i&gt;Candeliere&lt;\/i&gt;, circa 1855-1872.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor29a.jpg\">Fig. 27<\/a>) di manifattura italiana, segnatamente di Milano. La base circolare \u00e8 interessata da una fascia con motivi a baccelli; il fusto tubolare \u00e8 scanalato. Altri decori di natura prettamente vegetale abbelliscono sia il piattello spandicera, sia la sfera di raccordo tra la base e il fusto. I punzoni rilevati sono quelli emanati nel periodo napoleonico e validi dal 1812 al 1872<sup><a href=\"#footnote_43_1622\" id=\"identifier_43_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Sambonet, Gli argenti milanesi, cit., pp. 37-47.\">44<\/a><\/sup>: il Globo con lo zodiaco e i sette trioni in ettagono; l\u2019aratro in contorno libero, in altre parole il contrassegno dell\u2019Ufficio di Garanzia del Dipartimento di Milano; quello di bottega \u00e8 purtroppo consunto, ma dovrebbe raffigurare, racchiuso in un clipeo, un quadrupede andante (capra?). Si propende a datare i due candelieri, di chiaro gusto eclettico, tra il 1855 e il 1872; un confronto stringente \u00e8 con il candelabro a tre braccia del Museo Diocesano di Milano, realizzato da Francesco Ceppi (attivo tra il 1855 e il 1880)<sup><a href=\"#footnote_44_1622\" id=\"identifier_44_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Museo Diocesano di Milano a cura di P. Biscottini, Milano 2005, p. 106.\">45<\/a><\/sup>. A una manifattura francese vanno restituite due pissidi, di chiaro gusto revivalistico ed entrambe databili alla seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento. L\u2019esistenza di tali reperti in Grecia non \u00e8 una novit\u00e0 per le chiese cattoliche, anche in ragione della massiccia presenza di comunit\u00e0 religiose provenienti da oltreconfine: un nutrito corpus di argenti liturgici francesi, per esempio, \u00e8 custodito nella cattedrale di Naxos<sup><a href=\"#footnote_45_1622\" id=\"identifier_45_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Rapporti &hellip;, 2011, pp. 138-143.\">46<\/a><\/sup> e altri, in attesa di pubblicazione, si sono finora rinvenuti a Volos e a Tinos. La prima <em>pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 28. Fratelli Favier, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor31.jpg\">Fig. 28<\/a>), connotata da decori vegetali, \u00e8 punzonata con il bollo di garanzia raffigurante la testa di Minerva, quello dell\u2019argentiere, pur se consunto, dovrebbe riferirsi al noto atelier dei Fratelli Favier di Lione: una losanga con le lettere FF intervallate da un sole<sup><a href=\"#footnote_46_1622\" id=\"identifier_46_1622\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. Aliquot, Un point de g&eacute;n&eacute;alogie sur deux orf&egrave;vres parisiens du XIXe si&egrave;cle&nbsp;: les &laquo;&nbsp;Favier&nbsp;&raquo; orf&egrave;vres parisiens de grosserie, in http:\/\/insitu.revues.org\/6616; M. Chalabi-M. R. Jaze-Charvolin, Poin&ccedil;ons des fabricants d&rsquo;ouvrages d&rsquo;or et d&rsquo;argent-Lyon-1798-1940, Paris 1993, p. 146.\">47<\/a><\/sup>. La seconda <em>pisside<\/em> (<a title=\"Fig. 29. Argentiere francese, &lt;i&gt;Pisside&lt;\/i&gt;, seconda met\u00e0 del XIX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor32.jpg\">Fig. 29<\/a>) \u00e8 caratterizzata da una struttura e da decori neogotici.<strong> <\/strong>Sia base che il coperchio presentano i simboli della Passione;<strong> <\/strong>il fusto ha un nodo a sfera schiacciata ingentilito da losanghe.<strong> <\/strong>Di effetto gradevole \u00e8 il sottocoppa, decorato da archi gotici intrecciati e traforati. Al 1885 risale la realizzazione di un modesto <em>calice<\/em> (<a title=\"Fig. 30. Argentiere greco, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, 1885.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor33.jpg\">Fig. 30<\/a>). Il vaso sacro, dalla linea slanciata, presenta un piede circolare decorato da incisioni con teste di angeli intervallate a motivi fitomorfi; un decoro a baccelli si sviluppa sul collo del piede. Il fusto ha un nodo a balaustro liscio mentre il sottocoppa \u00e8 ornato da angeli intervallati a cesti di frutta, il tutto rappresentato in un\u2019ottica semplice e ingenua, quasi na\u00eff. Sulla base del piede un\u2019iscrizione in greco ci informa che il manufatto fu donato il 3 dicembre 1885 da Spitropos Dementrios Cristos: &lt;&lt;3 \u0394E\u039a\u0395\u039c\u0392\u03a1I\u039f\u03a5 1885 \u03a3\u03a0\u0397\u03a4\u03a1\u039f\u03a0\u039f\u03a3 \u0394\u0397\u039c\u0397\u03a4\u03a1\u0397\u039f\u03a3 \u03a7\u03a1\u0397\u03a3\u03a4(\u039f\u03a3)&gt;&gt;. Tale iscrizione \u00e8 affiancata da un\u2019altra con il nome dell\u2019ultimo donatore: &lt;&lt;\u0391\u03a0\u039f \u039a. \u0396\u039f\u03a5\u03a6\u03a1\u0395 \u03a3\u03a4\u039f\u039d \u03a0. \u0391\u0393\u0399\u039f\u03a5\u03a3 1995&gt;&gt; (da Giuffr\u00e8 a padre Agius 1995). Sul calice \u00e8 incusso<strong> <\/strong>un punzone ovale di difficile interpretazione; sul piano stilistico, tuttavia, si pu\u00f2 supporre che sia opera di un artista greco. Data la vicinanza geografica con l\u2019isola di Corf\u00f9, non escluderei che possa trattarsi di una bottega di Kalarites, cittadina dell\u2019Epiro nota per la lavorazione dell\u2019argento e per aver dato i natali a Sotirio Bulgari, fondatore a Roma nel 1884 della famosa casa orafa. Conclude la nostra rassegna una ennesima <em>lampada pensile<\/em> (<a title=\"Fig. 31. Argentiere greco(?), &lt;i&gt;Lampada pensile&lt;\/i&gt;, fine del XIX secolo-inizi del XX secolo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/bor34.jpg\">Fig. 31<\/a>), morfologicamente affine agli esemplari aulici di produzione veneziana. Sul piattello \u00e8 presente il bollo 900, ossia il titolo di garanzia di bont\u00e0. Nella parte inferiore pende una croce greca, aggiunta in un secondo momento, sulla quale \u00e8 incisa la seguente iscrizione: &lt;&lt;\u0395\u0399C \u039c\u039d\u0397\u039c\u0397\u039d\/\u039c\u0399\u03a7\u0391\u0397\u03a7 \u0396\u0391\u039c\u0399\u03a4 1960&gt;&gt; (In memoria di Michele Zamit 1960).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A conclusione di questa nostra indagine, possiamo sicuramente affermare che gli argenti liturgici della Cattedrale di Corf\u00f9, nel lungo periodo compreso tra il Quattrocento e l\u2019Ottocento, rappresentino una delle testimonianze pi\u00f9 indicative tra le chiese di Grecia. Essi costituiranno riferimento imprescindibile per gli studi successivi, anche perch\u00e9 esemplificative di quella fitta trama di rapporti culturali tra Venezia e i possedimenti d\u2019Oltremare.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_1622\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Le oreficerie della Cattedrale di Corf\u00f9 tra Quattro e Seicento<\/em>, in \u201cOADI. Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, a. 3, n. 6, dicembre 2012 (www.unipa.it\/oadi\/rivista). In questo articolo analizzavo una <em>croce astile<\/em> (Fig. 4a\/b) datandola all\u2019ultimo quarto del XV secolo; oggi invece sono del parere che possa circoscriversi tra la fine del XV secolo e la prima met\u00e0 del XVI secolo.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_1622\" class=\"footnote\"> P. Pazzi, <em>I punzoni dell\u2019argenteria veneta<\/em>, Pola 1992, numero 77, p. 72.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_1622\" class=\"footnote\">Idem, <em>Il tesoro della cattedrale di Concordia Sagittaria<\/em>, Portogruaro 1992, pp. 54-55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_1622\" class=\"footnote\">Idem, <em>I punzoni dell\u2019argenteria veneta<\/em>, cit., numero 574, p. 170.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_1622\" class=\"footnote\">R. Tomi\u0107, <em>scheda 17<\/em>, in <em>Blago Kotorske biskupije. Zagovori svetom Tripunu povodom 1200. Oblijetnice prijenosa mo\u0107i svetoga Tribuna u Kotor<\/em>, catalogo mostra a cura di R. Tomi\u0107, Zagreb 2009, pp. 196-198.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_1622\" class=\"footnote\">Per un\u2019analisi pi\u00f9 approfondita di questa tipologia di calice, cfr. G. Boraccesi,<strong> <\/strong><em>L\u2019episcopato, la cattedrale e l\u2019argento di Nard\u00f2<\/em>, in corso di stampa.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_1622\" class=\"footnote\">E. e C. Catello, <em>I marchi dell\u2019argenteria napoletana<\/em>, Sorrento-Napoli 1996, p. 30.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_1622\" class=\"footnote\">Sulla figura di Andrea De Blasio, cfr. G. Boraccesi,<strong> <\/strong><em>L\u2019episcopato\u2026<\/em><span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_1622\" class=\"footnote\">G. Boraccesi,<strong> <\/strong><em>Rapporti tra la Grecia e l\u2019Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos<\/em>, in \u201cArte Cristiana\u201d, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144; Idem, <em>A Levante di Palermo. Argenti con l\u2019aquila a volo alto nell\u2019isola greca di Tinos<\/em>, in \u201cOADI. Rivista dell\u2019Osservatorio per le Arti Decorative in Italia\u201d, a. 2, n. 4, dicembre 2011, pp. 60-67 (<a href=\"http:\/\/www.unipa.it\/oadi\/rivista\">www.unipa.it\/oadi\/rivista<\/a>). Questi due articoli sono stati poi tradotti in greco e pubblicati su una rivista di questa nazione, cfr. G. Boraccesi, <em>\u0391\u03bd\u03b1\u03c4\u03bf\u03bb\u03b9\u03ba\u03ac \u03c4\u03bf\u03c5 \u03a0\u03b1\u03bb\u03ad\u03c1\u03bc\u03bf. \u0391\u03c1\u03b3\u03c5\u03c1\u03ac \u03c3\u03ba\u03b5\u03cd\u03b7 \u03bc\u03b5 \u03c4\u03bf\u03bd \u00ab\u03c5\u03c8\u03b7\u03bb\u03ac \u03b9\u03c0\u03c4\u03ac\u03bc\u03b5\u03bd\u03bf \u03b1\u03b5\u03c4\u03cc\u00bb \u03c3\u03c4\u03bf \u03bd\u03b7\u03c3\u03af \u03c4\u03b7\u03c2 \u03a4\u03ae\u03bd\u03bf\u03c5<\/em>; <em>\u03a4\u03b1 \u03b1\u03c1\u03b3\u03c5\u03c1\u03ac \u03b9\u03b5\u03c1\u03ac \u03c3\u03ba\u03b5\u03cd\u03b7 \u03c4\u03bf\u03c5 \u039a\u03b1\u03b8\u03bf\u03bb\u03b9\u03ba\u03bf\u03cd \u039c\u03b7\u03c4\u03c1\u03bf\u03c0\u03bf\u03bb\u03b9\u03c4\u03b9\u03ba\u03bf\u03cd \u039d\u03b1\u03bf\u03cd \u03c4\u03b7\u03c2 \u039d\u03ac\u03be\u03bf\u03c5<\/em>, in \u00abAnno Domini\u00bb, III, MMXIII, Tinos 2013, pp. 338-356.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_1622\" class=\"footnote\">E. e C. Catello, <em>L\u2019oreficeria a Napoli nel XV secolo<\/em>, Cava dei Tirreni 1975, p. 37<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_1622\" class=\"footnote\">B. Montevecchi-S.Vasco Rocca, <em>Suppellettile ecclesiastica<\/em>, Firenze 1988, p. 294.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni\u2026 <\/em>1992, numero 452, p. 145<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_1622\" class=\"footnote\">A. Bulgari Calissoni, <em>Maestri argentieri gemmari e orafi di Roma<\/em>, Roma 1987, p. 346.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_1622\" class=\"footnote\">A. M. Pedrocchi, <em>Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo<\/em>, Roma 2010, pp. 89, 92-95, 98, 102-104, 108.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026<\/em>, 1992, numero 503, p. 155. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_1622\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>, numero 481, p. 151.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_1622\" class=\"footnote\">Sulla figura del vescovo, cfr. \u03a3. \u0393\u03b1\u03bf\u03cd\u03c4\u03c3\u03b7\u03c2, <em>\u0386\u03b3\u03bd\u03c9\u03c3\u03c4\u03b1 \u03bf\u03b9\u03ba\u03cc\u03c3\u03b7\u03bc\u03b1 \u03c4\u03c9\u03bd \u039b\u03b1\u03c4\u03b9\u03bd\u03b5\u03c0\u03b9\u03c3\u03ba\u03cc\u03c0\u03c9\u03bd <\/em><em>Augustus<\/em><em> <\/em><em>Antonius<\/em><em> <\/em><em>Zacco<\/em><em> \u03ba\u03b1\u03b9 <\/em><em>Franciscus<\/em><em> <\/em><em>Maria<\/em><em> <\/em><em>Fenzi<\/em><em> \u03b1\u03c0\u03cc \u03c4\u03bf\u03bd \u039a\u03b1\u03b8\u03bf\u03bb\u03b9\u03ba\u03cc \u039a\u03b1\u03b8\u03b5\u03b4\u03c1\u03b9\u03ba\u03cc \u039d\u03b1\u03cc \u039a\u03ad\u03c1\u03ba\u03c5\u03c1\u03b1\u03c2, \u0394\u03b5\u03bb\u03c4\u03af\u03bf \u03c4\u03b7\u03c2 \u0395\u03c1\u03b1\u03bb\u03b4\u03b9\u03ba\u03ae\u03c2 \u03ba\u03b1\u03b9 \u0393\u03b5\u03bd\u03b5\u03b1\u03bb\u03bf\u03b3\u03b9\u03ba\u03ae\u03c2 \u0395\u03c4\u03b1\u03b9\u03c1\u03b5\u03af\u03b1\u03c2 \u03c4\u03b7\u03c2 \u0395\u03bb\u03bb\u03ac\u03b4\u03bf\u03c2, \u03c4. 12<sup>\u03bf\u03c2<\/sup><\/em>, \u0391\u03b8\u03ae\u03bd\u03b1 \u03c5\u03c0\u03cc \u03ad\u03ba\u03b4\u03bf\u03c3\u03b7, in corso di stampa.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026<\/em>, 1992, numero 81, p. 73.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_1622\" class=\"footnote\"><em>Ibidem<\/em>, numero 230, p. 102.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_1622\" class=\"footnote\">G. Merlo, <em>I tesori di Ostiano<\/em>, Brescia 2002,\u00a0 p. 102.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, numero 286, p. 114. Per i punzoni veneti si veda anche F. Gambarin, <em>Bolli e punzoni sugli argenti A Venezia e in Terraferma nel \u2018600 e \u2018700. Testimonianze archivistiche<\/em>, in <em>Ori e Tesori d\u2019Europa<\/em>, atti del convegno, a cura di G. Bergamini e P. Goi, Udine 1992, pp. 299-308.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026,<\/em>1992, numero 320, p. 120.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_1622\" class=\"footnote\">F. Basaldella, <em>Alla riscoperta di un tesoro sacro. Le oreficerie della chiesa di S. Eufemia della Giudecca<\/em>, S. Maria di Sala 1996, p. 76.\u00a0 <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_1622\" class=\"footnote\"><em>Il Museo Civico di Pordenone<\/em>, a cura di G. Ganzer, <em>scheda n. 145<\/em>, Vicenza 2001, p. 200.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_1622\" class=\"footnote\">R. Cecconi, <em>Ostensorio raggiato<\/em>, in <em>Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione di argenti e oreficerie<\/em>, Milano 2006, p. 107. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, numero 439, p. 142.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_1622\" class=\"footnote\">L. Crusvar,<em> Il Tesoro del Duomo di Caorle: dal basso Medioevo al XIX secolo<\/em>, in \u00abAntichit\u00e0 Alto Adriatiche, Studi caorlesi\u00bb, XXXIII, 1988, pp. 144, 161.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_1622\" class=\"footnote\">A. Tsitsas, <em>Ori e argenti<\/em>, in <em>Arte bizantina e post-bizantina a Corf\u00f9. Monumenti, icone, cimeli, civilt\u00e0 <\/em>(edizione italiana), Corf\u00f9 1994, pp. 175, 177.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, numero 401, p. 135.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_1622\" class=\"footnote\">A. Tsitsas, <em>Ori e argenti<\/em>, cit., p. 191<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, numero 469, p. 148.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni\u2026<\/em>, 1992, numero 313, p. 119. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992,<em> <\/em> numero 590, p. 173.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_1622\" class=\"footnote\">G. Sambonet, <em>Gli argenti milanesi. Maestri, botteghe e punzoni dal XIV al XIX secolo<\/em>, Milano 1987, p. 314.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, numero 481, p. 151.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_1622\" class=\"footnote\">Pi\u00f9 volte \u00e8 riportato il simbolo del veliero, ma senza la sottostante lettera V, cfr. P. \u2026, 1992, p. 155, 180.\u00a0 <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_1622\" class=\"footnote\">A. Bulgari Calissoni, <em>Maestri argentieri<\/em>, cit., pp. 56-57; il bollo \u00e8 quello contrassegnato dal numero 168. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_1622\" class=\"footnote\">Ibidem, p. 84. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_1622\" class=\"footnote\"><em>Argenti romani restauro di arredi sacri del Duomo di Tuscanica<\/em>, catalogo della mostra (Roma 15 giugno -15 settembre 1983), a cura di A.M. Pedrocchi, Roma 1983, pp. 52-53.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_1622\" class=\"footnote\">A.M. Pedrocchi, <em>Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo<\/em>, cit., p. 131.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_1622\" class=\"footnote\">Per la traduzione, ringrazio il prof. Carlo Alberto Anzuini.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_1622\" class=\"footnote\">J. Divi\u0161, <em>I marchi negli oggetti d\u2019argento<\/em>, La Spezia 1989, p. 226; il contrassegno \u00e8 quello indicato dal numero 1901. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_1622\" class=\"footnote\">P. Pazzi, <em>I punzoni \u2026, <\/em>1992, pp. 179, 181.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_1622\" class=\"footnote\">G. Sambonet, <em>Gli argenti milanesi<\/em>, cit., pp. 37-47.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_1622\" class=\"footnote\"><em>Museo Diocesano di Milano <\/em>a cura di P. Biscottini, Milano 2005, p. 106.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_45_1622\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Rapporti \u2026<\/em>, 2011, pp. 138-143. <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_45_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_46_1622\" class=\"footnote\">C. Aliquot, <em>Un point de g\u00e9n\u00e9alogie sur deux orf\u00e8vres parisiens du XIXe si\u00e8cle\u00a0: les \u00ab\u00a0Favier\u00a0\u00bb orf\u00e8vres parisiens de grosserie<\/em>, in http:\/\/insitu.revues.org\/6616; M. Chalabi-M. R. Jaze-Charvolin, <em>Poin\u00e7ons des fabricants d&#8217;ouvrages d&#8217;or et d&#8217;argent-Lyon-1798-1940<\/em>, Paris 1993, p. 146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_46_1622\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>g.boraccesi@libero.it Le oreficerie della Cattedrale di Corf\u00f9 tra Sette e Ottocento DOI: 10.7431\/RIV07092013 La presente indagine sugli argenti della cattedrale di Corf\u00f9, naturale proseguimento di <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1622\" title=\"Giovanni Boraccesi\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":1738,"menu_order":10,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1622"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1622"}],"version-history":[{"count":11,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1622\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1748,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1622\/revisions\/1748"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1738"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1622"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}