{"id":111,"date":"2010-06-13T11:42:46","date_gmt":"2010-06-13T11:42:46","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=111"},"modified":"2013-06-13T01:07:56","modified_gmt":"2013-06-13T01:07:56","slug":"maria-ludovica-rosati","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=111","title":{"rendered":"Maria Ludovica Rosati"},"content":{"rendered":"<p>m.rosati@sns.it<\/p>\n<h3>Migrazioni tecnologiche e interazioni culturali. La diffusione dei tessuti orientali nell\u2019Europa del XIII e del XIV secolo<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV01022010<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle tavole di accompagnamento alla sua <em>Kunstgeschichte der Seidenweberei <\/em>(1913), Otto von Falke suddivide i tessili analizzati secondo classi geografiche e cronologiche, inserendo all\u2019inizio della sezione italiana alcune pagine dal significativo titolo di \u00abchinesischer Einfluss in Italien\u00bb e \u00absinopersischer Einfluss in Italien\u00bb<sup><a href=\"#footnote_0_111\" id=\"identifier_0_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. VON FALKE, Kunstgeschichte der Seidenweberei, Berlin 1913, Figg. 336-367.\">1<\/a><\/sup>. Il rapporto di derivazione dei manufatti occidentali da ci\u00f2 che lo studioso attribuiva alla Cina, emergeva dunque per un immediato confronto visivo tra i prototipi estremo orientali e le riprese stilistiche e iconografiche, attuate dai tessitori lucchesi e veneziani nel XIII e nel XIV secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quasi un secolo \u00e8 trascorso dalla pubblicazione del pionieristico lavoro del Falke e l\u2019analisi delle strutture tecniche \u00e8 nel frattempo divenuta uno strumento indispensabile da accompagnare all\u2019indagine delle forme visive per determinare la provenienza degli oggetti. Proprio per quanto riguarda la precisazione della geografia dell\u2019industria serica orientale nel secondo Medioevo, sul finire degli anni Ottanta le ricerche di Anne Wardwell, miranti a stabilire un sistema di classificazione per quei manufatti asiatici del XIII e del XIV secolo, tessuti in seta e trame auree e chiamati <em>panni tartarici<\/em> dalle coeve fonti occidentali, hanno aperto nuove prospettive d\u2019indagine<sup><a href=\"#footnote_1_111\" id=\"identifier_1_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. WARDWELL, Panni Tartarici. Eastern Islamic Silks Woven with Gold and Silver (13th and 14th Century), &laquo;Islamic Art&raquo;, III, 1988-1989, pp. 95-173. La studiosa ha individuato un corpus di circa cento esemplari e sulla base dell&rsquo;analisi tecnica delle armature, delle materie prime (in particolare la composizione del filato metallico) e delle cimose, nonch&eacute; dal confronto degli elementi stilistici e decorativi, ha ipotizzato una prima suddivisione in otto categorie corrispondenti ad altrettanti centri produttivi disseminati lungo la Via della Seta negli anni della dominazione mongola. Bench&eacute; alcune sue conclusioni siano state successivamente oggetto di discussione, soprattutto per quanto riguarda il determinismo con cui la diversa composizione dei filati metallici &egrave; stata utilizzata come una prova dell&rsquo;origine geografica delle stoffe, senza considerare che tra le merci del commercio internazionale proprio le materie prime tessili percorressero lunghe distanze, questo lavoro resta il contributo pi&ugrave; importante per la storia delle sete asiatiche del secondo Medioevo sia per aver creato dei parametri di riferimento oggettivi da applicare all&rsquo;analisi di altri tessuti orientali che per aver operato delle distinzioni pi&ugrave; precise entro la tradizionale quanto generica dicitura di &lsquo;provenienza cinese&rsquo;.\">2<\/a><\/sup>. Oggi sappiamo che quelle opere, definite cinesi ad inizio del Novecento, sono piuttosto da ricollocare, proprio in virt\u00f9 del dato tecnico-esecutivo, in tutta una serie di centri produttivi asiatici, dalla Cina Y\u00fcan attraverso gli Ilkhanati dell\u2019Asia centrale fino al Medio Oriente e all\u2019Egitto mamelucco, e che in questi tessuti alla fondamentale componente estremo orientale se ne sommano altre, altrettanto importanti, di origine locale e transnazionale. Ci\u00f2 nonostante, quella chiave di lettura iniziale basata sull\u2019accostamento, seppur da integrare nel confronto degli aspetti esecutivi, resta tuttora valida, quando si voglia stabilire l\u2019origine della rivoluzione tecnica, stilistica e iconografica nelle manifatture seriche occidentali del secondo Medioevo<sup><a href=\"#footnote_2_111\" id=\"identifier_2_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Tale argomento &egrave; stato affrontato approfonditamente in M.L. ROSATI, Esotismo e chinoiserie. Influenze estremo orientali nell&rsquo;arte tessile italiana del Medioevo (XIII-XIV secolo), Tesi di Perfezionamento, Scuola Normale Superiore di Pisa, a.a. 2009 (consultabile presso la Biblioteca della Scuola Normale) e sar&agrave; oggetto di un secondo articolo in &laquo;OADI&raquo; dal titolo Migrazioni tecnologiche e interazioni culturali. Esotismo e chinoiserie nell&rsquo;arte tessile italiana del XIII e del XIV secolo.\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle manifatture italiane della fine del Duecento e del Trecento la quantit\u00e0 di richiami, prestiti e filiazioni da tessuti di diversa provenienza \u00e8 tale e cos\u00ec frequente da non poter dubitare della presenza di modelli stranieri noti ai tessitori nostrani, i quali successivamente rielaborarono, scomposero e mescolarono quell\u2019Oriente tessile in forme nuove e personali. In questa sede, dunque, non si intende mettere in discussione tale presupposto, ma piuttosto verificare le \u2018condizioni materiali\u2019 che resero possibile il fenomeno dell\u2019appropriazione delle soluzioni asiatiche in Europa, ossia si vuole ricostruire un quadro dettagliato di cosa effettivamente avesse raggiunto l\u2019Occidente e per quali vie, in un periodo caratterizzato da intense forme di circolazione eurasiatica, favorite dall\u2019unit\u00e0 territoriale, politica e culturale dell\u2019impero mongolo, quando, parallelamente, anche l\u2019azione mercantile occidentale si estese agli empori pi\u00f9 lontani, operando dalle coste mediterranee fino a quelle del Mar Nero e del Mar Caspio e spingendosi per le vie terrestri fino agli estremi confini dell\u2019Asia. Non \u00e8 infatti un caso se le prime industrie seriche occidentali, aperte alle influenze esotiche, siano sorte nel secondo Medioevo in due centri italiani come Venezia e Lucca, laddove la prima era direttamente coinvolta nei rapporti economici con il Levante e con l\u2019Oriente pi\u00f9 lontano, mentre la seconda, fin dalla met\u00e0 del XII secolo, aveva instaurato una stretta relazione politica e commerciale con l\u2019altra grande protagonista dei traffici eurasiatici, Genova, dalla quale la citt\u00e0 toscana si riforniva di materie prime e stoffe suntuarie, smerciando a sua volta le proprie produzioni tessili attraverso il porto ligure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Proprio le fonti commerciali, relative ai rapporti economici dei centri italiani con l\u2019Asia, permettono di ricostruire la dimensione notevole e la variet\u00e0 delle importazioni tessili tra la fine del XIII e il corso del XIV secolo, mostrando come le poche e frammentarie testimonianze materiali, ancor oggi esistenti, non rappresentino che una piccola parte delle stoffe suntuarie orientali, giunte in Europa in questi decenni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A seguito della caduta di Acri in mano musulmana nel 1291 e del successivo embargo papale nei confronti dell\u2019Egitto mamelucco, mantenuto in vigore fino al 1345, per i mercanti italiani attivi in Levante divenne necessario ampliare il proprio raggio d\u2019azione, evitando le tratte egiziane e siriane e spostando il baricentro operativo in altri centri del Mediterraneo orientale come Famagosta e Lajazzo, sulle coste del Mar Nero a Caffa, Tana e Trebisonda, e nei territori dell\u2019Asia centrale sottoposti al nuovo dominio mongolo, la cui avanzata verso Occidente era stata fermata nel 1260 proprio dalla dinastia mamelucca<sup><a href=\"#footnote_3_111\" id=\"identifier_3_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per le vicende del commercio italiano in Oriente e nell&rsquo;impero mongolo: W. HEYD, Histoire du Commerce du Levant au Moyen &Acirc;ge, 2 voll., Leipzig 1885-1886 (ris. an. Bologna 1968); R.S. LOPEZ, European Merchants in the Medieval Indies: the Evidence of Commercial Documents, in &laquo;The Journal of Economic History&raquo;, III, 1943, pp. 164-184; Idem, L&rsquo;extr&ecirc;me fronti&egrave;re du commerce de L&rsquo;Europe m&eacute;di&eacute;vale, in &laquo;Le Moyen Age&raquo;, LXIX, 1963, pp. 479-490; Idem, Nuove luci sugli italiani in Estremo Oriente prima di Colombo e Trafegando in partibus Catagii: altri Genovesi in Cina nel Trecento, in Su e gi&ugrave; per la storia di Genova, Genova 1975, pp. 83-135, pp. 171-186; L. PETECH, Les marchands italiens dans l&rsquo;empire mongol, in &laquo;Journal Asiatique&raquo;, CCL, 1962, pp. 549-574; R.H. BAUTIER, Les relations &eacute;conomiques des occidentaux avec les pays d&rsquo;Orient au Moyen &Acirc;ge. Points de vue et documents, in Soci&eacute;t&eacute;s et compagnies de commerce en Orient et dans l&rsquo;oc&eacute;an Indien, a cura di M.Mollat, Paris 1970, pp. 263-331; E. ASHTOR, Levant Trade in the Later Middle Ages, Princeton New Jersey 1983.\">4<\/a><\/sup>. Inoltre dai centri dell\u2019Ilkhanato di Persia, Tabriz e Sultanieh, dove \u00e8 attestata la presenza sia genovese che veneziana e piacentina, e dalle coste del Mar Caspio era possibile anche per i mercanti occidentali intraprendere gli itinerari carovanieri per l\u2019Estremo Oriente fino a Qaraqorum e a Pechino, grazie alle condizioni di relativa stabilit\u00e0 politica, conseguite durante la <em>Pax<\/em><em> Mongolica<\/em>. Veniamo cos\u00ec a sapere dai documenti che, gi\u00e0 al principio del XIV secolo, una piccola colonia di Genovesi si era stanziata presso il porto cinese di Zayton, mentre i fratelli Jacopo e Ansaldo de Oliviero, ugualmente di Genova, erano attivi in Cina negli anni Trenta dello stesso secolo, per affari che presumibilmente riguardavano il commercio dei tessili<sup><a href=\"#footnote_4_111\" id=\"identifier_4_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"L. PETECH, Les marchands italiens, 1962, pp. 553-554; L. LIAGRE DE STURLER, Les relations commerciales entre G&ecirc;nes, la Belgique et l&rsquo;Outremont d&rsquo;apr&eacute;s les archives notariles g&eacute;noises (1320-1400), I, Bruxelles-Rome 1969, nn. 176, 280.\">5<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa rete di citt\u00e0 ed empori asiatici, infatti, la seta riveste un ruolo centrale negli scambi internazionali, sia come filato grezzo, necessario alle nascenti manifatture occidentali, sia come tessuto finito. Nelle fonti sono frequenti le attestazioni di importazioni in Italia di seta <em>ghella<\/em>, <em>leggi<\/em> e <em>talani<\/em>,<em> <\/em>prodotte nell\u2019area meridionale e sud occidentale del Mar Caspio, di quella <em>gangia<\/em> e <em>iurea <\/em>della Georgia, della seta <em>colusmia<\/em> <em>de<\/em> <em>Soldaia<\/em>, proveniente da Chalus in Persia e di quella <em>merdecascia<\/em>, coltivata nell\u2019oasi di Merv in Sogdiana, nonch\u00e9 di materie prime acquistate nell\u2019impero bizantino, nell\u2019Asia Minore, in Turchia e in Siria, mentre pi\u00f9 rare, ma non del tutto assenti, risultano le menzioni della seta cinese, <em>chattuja <\/em>o <em>captuja<\/em><sup><a href=\"#footnote_5_111\" id=\"identifier_5_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BALDUCCI PEGOLOTTI, Nomora di seta e Tare di seta, in La pratica della mercatura, a cura di A. Evans, Cambridge Massachusetts 1936 (ris. an. New York 1970), pp. 297-298, p. 300; Tariffa pisana del 1323, in F. BONAINI, Statuti inediti della citt&agrave; di Pisa dal XII al XIV secolo, III, Firenze 1857, pp. 593-594.\">6<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Seguendo la <em>Pratica<\/em><em> della Mercatura<\/em>, una guida mercantile compilata tra il 1338 e il 1342 dall\u2019agente della compagnia fiorentina dei Bardi, Francesco Balducci Pegolotti, si ritrova un lungo elenco di produzioni tessili, associate ai centri dell\u2019Oriente. A Bisanzio, Pera e a Cipro potevano esseri comprati \u00abvelluti di seta e <em>cammucca<\/em>, e <em>maramati<\/em>, e drappi d\u2019oro d\u2019ogni ragione, e <em>nacchetti<\/em> d\u2019ogni ragione, e <em>nacchi<\/em> d\u2019ogni ragione, e similimente drappi d\u2019oro e di seta [&#8230;] e <em>zendadi<\/em>\u00bb; a Trebisonda vi era un attivo mercato di drappi d\u2019oro, mentre in Cina era possibile trovare \u00abda 3 in 3 \u00bd pezze di <em>cammocca<\/em> di seta per un sommo, e da 3 e \u00bd insino in 5 pezze di <em>nacchetti<\/em> di seta e d\u2019oro per un sommo d\u2019argento\u00bb<sup><a href=\"#footnote_6_111\" id=\"identifier_6_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BALDUCCI PEGOLOTTI, La pratica&hellip;, 1936, p. 36, pp. 78-79, pp. 31-32, p. 50.\">7<\/a><\/sup>. Inoltre, lo stesso autore ci d\u00e0 prova dell\u2019arrivo dei medesimi tessuti nei mercati italiani: in Sicilia, a Napoli e a Pisa, dove tra le altre merci orientali sono ricordati anche i <em>tartani cangiacolore<\/em>, e, naturalmente, a Genova e a Venezia, sulle cui piazze si vendevano, rispettivamente, \u00ab<em>bucherami<\/em> e drappi a oro, sciamiti e <em>marimanti<\/em>, <em>nacchi<\/em>, e <em>nacchetti<\/em> dalla Tana, velluti di seta e <em>ciambellotti<\/em>, e <em>baraccami<\/em>; panni lini a pezza e a braccia\u00bb e \u00abvelluti di seta d\u2019ogni ragione, taffetta di seta d\u2019ogni ragione, <em>camucca<\/em> di seta d\u2019ogni ragione, <em>maramanti<\/em> di seta e d\u2019oro, <em>nacchetti<\/em> di seta e d\u2019oro d\u2019ogni ragione, drappi di seta e d\u2019oro d\u2019ogni ragione, <em>bucherami<\/em> d\u2019ogni ragione\u00bb<sup><a href=\"#footnote_7_111\" id=\"identifier_7_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"F. BALDUCCI PEGOLOTTI, La pratica&hellip;, 1936, p. 109, p. 180, p. 209, p. 139, p. 216\">8<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se a queste informazioni si aggiungono altre tipologie tessili, riportate in fonti diverse, come i <em>baldinella <\/em>e i <em>baldacchini<\/em>, lussuosi tessuti operati di Baghdad, gi\u00e0 menzionati nel cartolare genovese di Giovanni Scriba alla met\u00e0 del XII secolo, o i nomi di ulteriori centri di vendita e produzione, quali Tana, Urgendj, Sarai, Focea, Antalya, Lajazzo, Damasco e Tabriz, ricordati nel <em>Nottario di pi\u00f9 chose<\/em>, un altro manuale mercantile del secondo decennio del XIV secolo, la generica dicitura di <em>Ultramare<\/em>, adottata negli atti privati per mantenere il segreto commerciale, acquista una dimensione geografica sempre pi\u00f9 precisa, mentre il quadro delle sete asiatiche diffuse in Occidente inizia a definirsi in tutta la sua ricchezza e variet\u00e0<sup><a href=\"#footnote_8_111\" id=\"identifier_8_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il cartolare di Giovanni Scriba, a cura di M. Chiaudano &ndash; M. Moresco, I, Torino 1935 , nn. 135, 192, 626, 711, II, nn. 899, 1004; Nottario di pi&ugrave; chose, in R.H. BAUTIER, Les relations &eacute;conomiques, 1970, Appendice I, pp. 311-320.\">9<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tessuti serici, quali gli <em>sciamiti <\/em>e gli <em>zendadi<\/em>, erano noti da secoli all\u2019Europa cristiana, in quanto, com\u2019\u00e8 confermato dall\u2019etimologia, tipiche stoffe di manifattura bizantina, esportate in Occidente fin dall\u2019Alto Medioevo<sup><a href=\"#footnote_9_111\" id=\"identifier_9_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la definizione tecnica dello sciamito e una sintesi del problema etimologico: M. CUOGHI COSTANTINI, Dagli sciamiti ai lampassi, in Tessuti antichi nelle chiese di Arona, catalogo della mostra a cura di D. Devoti-G. Romano, Torino 1981, pp. 24-28, in particolare nota 16 e 17. Per il problema degli zendadi: D. JACOBY, Silk crosses the Mediterranean, in Le vie del Mediterraneo. Idee, uomini, oggetti (secoli XI-XVI), Atti del Convegno di Studi (Genova 19-20 aprile 1994) a cura di G. Airaldi, Genova 1997, pp. 55-79: pp. 60-61.\">10<\/a><\/sup>. Gli <em>zendadi<\/em>, all\u2019epoca della composizione della <em>Pratica<\/em>, erano inoltre prodotti anche in Cina, come ricorda Marco Polo, e in Persia, secondo la testimonianza posteriore di Ruy Gonz\u00e0lez de Clavijo, ambasciatore spagnolo a Samarcanda nel primo Quattrocento, nonch\u00e9 a Cipro, a Tiro, ad Andros e in Candia, seguendo un diffuso <em>topos<\/em> letterario dei romanzi cortesi<sup><a href=\"#footnote_10_111\" id=\"identifier_10_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. POLO, Il Milione, a cura di E. Camesasca, Milano 2003, capp. XC, p. 156, XCVIII, p. 163, CXII, p. 188, CXXX, p. 208; R. GONZ&Agrave;LEZ DE CLAVIJO, Viaggio a Samarcanda 1403-1406. Un ambasciatore spagnolo alla corte di Tamerlano, a cura di P. Boccardi Storoni, Roma 1999, pp. 122, 214. In Pegolotti leggiamo che a Famagosta era possibile acquistare anche &laquo;zendadi fatti e lavorati nell&rsquo;isola di Cipri&raquo;. Cfr. F. BALDUCCI PEGOLOTTI, La pratica&hellip;, 1936, p. 79. Per i riferimenti agli zendadi di origine greca nella letteratura cortese: D. JACOBY, Silk crosses the Mediterranean, 1997, pp. 62-63.\">11<\/a><\/sup>. Tradiscono dal nome la loro origine geografica i <em>bucherami<\/em>, finissime tele di lino di Bukhara o i <em>tartani<\/em>, <em>tartarini <\/em>e <em>tartarici<\/em>, provenienti dall\u2019impero mongolo e i <em>baldinella <\/em>o <em>baldacchini<\/em> (forse dei lampassi) di Baghdad; mentre sono ugualmente da riferirsi al mondo musulmano i <em>maramati<\/em>, <em>maramanti<\/em> o <em>marimanti<\/em>, termine derivato dall\u2019arabo <em>mahremah<\/em>, traducibile, secondo Heyd, come broccato d\u2019oro<sup><a href=\"#footnote_11_111\" id=\"identifier_11_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"W. HEYD, Histoire du commerce, II, 1886, p. 698.\">12<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tipologia dei drappi a oro rientravano i <em>nacchi <\/em>e i <em>nacchetti<\/em>, in altre fonti definiti <em>nasicci<\/em>: si tratta del prodotto serico pi\u00f9 internazionale negli anni della <em>Pax Mongolica<\/em> dal momento che, tanto nelle fonti occidentali quanto in quelle orientali, se ne ritrovano attestazioni e traduzioni nelle diverse lingue. L\u2019etimologia della parola <em>nas\u012bj<\/em>, <em>nakh <\/em>in persiano,<em> <\/em>ha origine nel verbo arabo <em>nasaja<\/em> (tessere); il vocabolo nasce quindi con un significato generico di tessuto, che avrebbe acquisito poi una sua specificit\u00e0 in epoca mongola, quando venne utilizzato come forma abbreviata di <em>nas\u012bj al-dhahab al-har\u012br <\/em>(tessuto in seta e oro), una ricca stoffa in seta operata con motivi decorativi definiti da trame broccate in filato metallico della quale i khan orientali amavano circondarsi negli abiti e negli arredi delle occasioni pi\u00f9 importanti. Una conferma della struttura tecnica di tale tessuto si ritrova nel <em>Yuan Shih<\/em>, la storia ufficiale della dinastia sino-mongola, nella quale vi \u00e8 un capitolo interamente dedicato alla descrizione degli abiti di corte. Il termine <em>nas\u012bj<\/em> \u00e8 qui trascritto come <em>na-shih-shih<\/em>, dove in cinese <em>shih-shih <\/em>o <em>chin-chin <\/em>sta ad indicare la broccatura d\u2019oro<sup><a href=\"#footnote_12_111\" id=\"identifier_12_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"T.T. ALLSEN, Commodity and Exchange in the Mongol Empire. A Cultural History of Islamic Textiles, Cambridge 1997, pp. 2-4.\">13<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, per quanto riguarda i tessuti di <em>camucca<\/em>, di nuovo Heyd ha ipotizzato una loro origine in Cina, dove gli alti dignitari indossavano vesti di <em>kin-cha <\/em>o <em>kim-cha<\/em>, ossia di seta operata broccata. Il nome sarebbe stato adottato in Persia come <em>kimkha <\/em>o <em>kamkha <\/em>per quelle stoffe imitanti i prodotti estremo orientali, fabbricate ad Herat, Nish\u0101p\u016br, Tabriz, Baghdad, Damasco e Alessandria. Dal mondo arabo tale tipologia avrebbe successivamente raggiunto quello cristiano, attraverso la mediazione di Cipro e di Bisanzio, come confermerebbe l\u2019esistenza della parola greca <em>kamoukas<\/em> anteriormente a quella latina e volgare<sup><a href=\"#footnote_13_111\" id=\"identifier_13_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"W. HEYD, Histoire&hellip;, 1886, II, p. 697-698; M. LOMBARD, Les textiles dans le Monde Musulman du VIIe au XIIe si&egrave;cle, Paris-La Haye-New York 1978, p. 242.\">14<\/a><\/sup>. Inoltre, nel tentativo di identificare la natura dei tessuti, descritti nello Statuto lucchese dell\u2019Arte della Seta del 1376, Donald King \u00e8 giunto alla conclusione che le <em>camucha di una et di du sete<\/em>, fabbricate a Lucca dovessero essere dei lampassi con trame supplementari broccate, e che questa tipologia si differenziasse dai <em>baldacchini<\/em> per l\u2019assenza di trame metalliche, lasciando supporre un\u2019armatura simile per quei manufatti orientali, da cui i tessitori italiani avevano preso il nome<sup><a href=\"#footnote_14_111\" id=\"identifier_14_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"D. KING, Silk Weaves of Lucca in 1376, in Opera Textilia Variorum Temporum. To Honour Agnes Geijer on Her Ninetieth Birthday 26th October 1988, a cura di I. Estham &ndash; M. Nockert, Stockholm 1988, pp. 67-76, p. 68.\">15<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le fonti commerciali ci permettono dunque di sapere dove fosse possibile acquistare le sete straniere, quali varianti tecniche fossero disponibili sul mercato (lampassi, velluti, sciamiti etc.) e, a grandi linee, quali fossero le loro caratteristiche materiche, con informazioni relative al peso delle stoffe e alla presenza di filati metallici nella tessitura. Tuttavia, per riuscire a immaginare come nel concreto dovessero apparire tali manufatti, \u00e8 necessario volgersi ad altre attestazioni indirette, quali gli inventari dell\u2019epoca, e, da questi testi, desumere delle classi tipologiche, a cui accostare gli esemplari asiatici sopravvissuti in Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La definizione di <em>panno tartarico<\/em>, con cui si \u00e8 soliti chiamare i prodotti delle manifatture asiatiche della seconda met\u00e0 del XIII e del XIV secolo, trova la sua ragion d\u2019essere nel fatto che questo termine, con le sue varianti di <em>tartaresco<\/em>, <em>tartarino<\/em> o <em>tarsico<\/em>, ricorre in numerosi inventari dell\u2019epoca per indicare la quasi totalit\u00e0 dei tessuti provenienti da Oriente, ad esclusione di quelle stoffe, originarie dell\u2019area islamica mediterranea e gi\u00e0 note nei secoli precedenti, per le quali viene impiegato prevalentemente l\u2019appellativo di <em>opera<\/em> <em>saracena<\/em>. Negli inventari, anzi, si pu\u00f2 notare una tendenza ad utilizzare la dicitura <em>tartarica<\/em> in maniera omnicomprensiva, eventualmente specificando con una breve descrizione del colore e della decorazione la tipologia del tessuto, piuttosto che chiamare le stoffe con i nomi trovati in altre documentazioni coeve.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che tale definizione avesse valenza sinonimica con altre espressioni specifiche, sembrerebbe suggerito anche da alcuni indizi desumibili dalla lettura degli inventari o testi affini. Ad esempio, laddove ricorrano altre definizioni come <em>nasiccio<\/em> (tessuto di seta e oro, secondo quanto detto precedente), non si ritrova il nome generale, a sua volta associato spesso alle medesime caratteristiche (<em>panno aureo tartarico<\/em>, <em>panno tartarisco deaurato<\/em>, <em>panno<\/em> <em>tartarico ad aurum<\/em>, <em>panno tartarisco indyaspriato de auro <\/em>etc.). Nell\u2019inventario della Cattedrale di Cambrai del 1359 \u00e8 registrato infatti un <em>drap de nac <\/em>e nel testamento del cardinale Niccol\u00f2 da Prato, morto nel 1321, si ricorda un <em>naccho<\/em>, senza che in entrambi i casi si riferisca l\u2019ovvia provenienza geografica orientale delle stoffe<sup><a href=\"#footnote_15_111\" id=\"identifier_15_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario della Cattedrale di Cambrai (1359) edito in C. DEHAISNES, Documents et extraits divers concernant l&rsquo;histoire de l&rsquo;art dans la  Flandre, l&rsquo;Artois, et le Haiaut, I, Lille 1886, p. 408. Testamento del cardinale Niccol&ograve; da Prato (1321) edito in A. PARAVICINI BAGLIANI, I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980, n. 37, p. 431.\">16<\/a><\/sup>. Solo in un\u2019occasione, nell\u2019inventario avignonese di papa Clemente V del 1314, troviamo accanto ai numerosi <em>panni tartarici<\/em> un <em>nacto tartarico<\/em>, una ripetizione forse dovuta ad eccessivo zelo del compilatore, o una precisazione motivata dall\u2019esistenza di simili manufatti, prodotti per\u00f2 in ambito europeo<sup><a href=\"#footnote_16_111\" id=\"identifier_16_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario avignonese di papa Clemente V (1314) edito in H. HOBERG, Die Inventar des p&auml;pstlichen Schatzes in Avignon 1314-1376, Roma 1944, p. 14.\">17<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono prove ancor pi\u00f9 significative quei testi di ambito francese nei quali si preferisce indicare le stoffe con i nomi propri e dove si offrono precise corrispondenze terminologiche. Nei conti de <em>l\u2019Argenterie<\/em>, l\u2019ufficio preposto al guardaroba dei sovrani di Francia, sono elencati nel 1317 svariate pezze di <em>quamoquas<\/em>, di drappi d\u2019oro <em>appel\u00e9s nacques ou Turquie<\/em>, di <em>tartaires d\u2019Outremer<\/em>, di <em>tartaires semez d\u2019or<\/em> e di <em>tartaires apelez taphetaz<\/em> (taffetas?), mentre nell\u2019inventario avignonese di Clemente VI del 1342 si citano sete tartariche <em>dictos de matomat<\/em> (maremato?), mostrando come nello stesso appellativo potessero rientrare diverse tipologie seriche orientali<sup><a href=\"#footnote_17_111\" id=\"identifier_17_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Compte de draps d&rsquo;or et de soie rendu par Geoffroi de Fleuri argentier du roi Philippe le Long (1317) edito in L. DOU&Euml;T D&rsquo;ARCQ, Nouveau Recuieil de Comptes de l&rsquo;Argenterie des rois de France, Paris 1874, pp. 2, 4, 5, 18, 19. Inventario avignonese di papa Clemente VI (1342) edito in H. HOBERG, Die Inventar, 1944, p. 55.\">18<\/a><\/sup>. Nei medesimi documenti non mancano, inoltre, neppure precoci attestazioni dell\u2019imitazione europea delle produzioni straniere, dal momento che accanto alle stoffe asiatiche compaiono derivazioni italiane, come i <em>nacchi<\/em> di Lucca o di Venezia e i <em>tartaires changeans de Luques<\/em>, una variante giocata forse pi\u00f9 sull\u2019inserzione di diverse sete colorate che sulla presenza di trame metalliche<sup><a href=\"#footnote_18_111\" id=\"identifier_18_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Compte de draps d&rsquo;or et de soie&hellip;, 1317, pp. 18-19.\">19<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda i motivi ornamentali, caratterizzanti i <em>panni tartarici<\/em>, dalle fonti possiamo dedurre alcune tipologie decorative ricorrenti, relative sia alla struttura complessiva del modulo che ai singoli <em>patterns<\/em> impiegati. Il disegno dei manufatti orientali poteva articolarsi in righe verticali o in bande orizzontali (<em>ad listas<\/em>, <em>ad virgas<\/em>,<em> ad barras<\/em>), in una maglia di medaglioni, ruote e mandorle (<em>ad compassus<\/em>, <em>ad rotas, ad pineas<\/em>) variamente abitati, essere definito dal gioco dell\u2019armatura a spina di pesce o poteva disporsi liberamente sull\u2019intera superficie della stoffa, sfruttando gli effetti ottici di una ripetizione continua e sfalsata del modulo compositivo di base (esemplari in questo caso le sete a piccoli motivi, ricordate nelle fonti come <em>de opere minuto<\/em>)<sup><a href=\"#footnote_19_111\" id=\"identifier_19_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Item, una planeta de panno tartarico albo deaurato de opere curioso minuto per totum [&hellip;], duo panni magni de opere Tartarico laborati ad listas de auro et serico diversorum colorum&raquo;. Cfr. Inventario Vaticano (1361) edito in E. M&Uuml;NZ &ndash; A.L. FROTHINGHAM, Il Tesoro della Basilica di S. Pietro in Vaticano dal XIII al XV secolo con una scelta di inventari inediti, in &laquo;Archivio della R. Societ&agrave; Romana di Storia Patria&raquo;, VI, 1883, pp. 36, 45; &laquo;Item, unum paliotum cum fundo de panno tartarico coloris celestis ad barras ad aurum per longum [&hellip;], duos alios pannos tartaricos virides, unum ad spinam piscis&raquo;. Cfr. Inventario vaticano (1295) edito in E. MOLINIER, Inventaire du Tr&eacute;sor du Saint Si&eacute;ge suos Boniface VIII (1295), in &laquo;Biblioth&egrave;que de l&rsquo;&Eacute;cole des Chartes&raquo;, XLVI, 1885, p. 105, n. 1106, p. 107, n. 1150; &laquo;Item, aliam planetam pulcram de panno tartarico rubeo, laborato ad compassus de auro; et in quolibet compassu sunt duo cervi de auro [&hellip;], unam dalmaticam de panno tartarico virgato ad virgas aureas et albas&raquo;. Cfr. Inventario del Tesoro papale a Perugia, redatto per Clemente V (1311) in Regesti Clementis papae V, nunc primum editum editum cura et studio Monachorum O.S.B., Appendices, I, Roma 1892, pp. 416, 424.\">20<\/a><\/sup>. Rispetto ai singoli motivi adottati, invece, le fonti occidentali ci tramandano un composito e variegato mondo vegetale e animale, popolato di una fauna veritiera e fantastica fatta di uccelli (falconi, pappagalli, pellicani etc.), pesci, quadrupedi (leopardi, leoni, scimmie etc.), draghi e grifoni, che animano un habitat di fiori, rose, foglie, palmette, alberi e tralci, dove compare, seppur pi\u00f9 raramente, la stessa presenza umana. Non mancano, inoltre, neppure oggetti inanimati, quali stelle, conchiglie, cartigli o catene, ed \u00e8 anche attestato un sapiente uso dei caratteri grafici in funzione decorativa<sup><a href=\"#footnote_20_111\" id=\"identifier_20_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Item, tunicam et dalmaticam de panno tartarico quasi perforato ad pineas grossas aureas [&hellip;], sex pannos tartaricos quasi nigros, computato uno quod est cinericeus, ad flores et folia et bestias ad aurum [&hellip;], unum frustrum de panno tartarico viribi atabi cum litteris et leonibus albis unam listam de panno tartarico cum duobus leonibus de argento [&hellip;], unum supralectum cum fundo de panno tartarico viridi ad cathenas aureas&raquo;. Cfr. Inventario vaticano (1295)&hellip;, 1885, p. 95, n. 963, p. 107, n. 1144, p. 114, n. 1274, p. 115, n. 1279, p. 124, n. 1433; &laquo;Item, unam stolam de panno tartarico viridi in quo sunt multe parve avicule de auro filato [&hellip;], unum dosale pro altari de panno tartarico laboratum ad multas bestias, babuinos et compassus de auro [&hellip;], alium pannum tartaricum integrum album, laboratum ad lepores et ad austures de auro; et austures capiunt dictas lepores [&hellip;], unum frustrum de panno tartarico rubeo, laborato ad coquilhas minutas de auro [&hellip;], aliud supralectum de duobus pannis quasi tartaricis, rubeis [&hellip;] laboratis per totum ad vites, folia et stellas de auro [&hellip;], unum pannum quasi tartaricum pro cortina, laboratum per longum ad listas de auro; et inter listas sunt arbores in quibus sunt multi papagalli respicientes se ad invicem&raquo;. Cfr. Inventario del Tesoro papale a Perugia, 1311, pp. 422, 428, 430, 436, 438; &laquo;Similmente una pianeta con dalmatica e tonicella di drappo tartaresco inorato con pellicani e col campo nero&raquo;. Cfr. Inventario della sacrestia della Basilica di San Francesco ad Assisi (1341) edito in G. FRATINI, Storia della basilica e del convento di S. Francesco ad Assisi, Prato 1882, p. 180; &laquo;Item, unus pannus Tartaricus de serico laboratus ad diversas ymagines hominum mulierum et quadrupedum, arborum, avium, foliorum, ramusculorum et florum de auro et serico diversorum colorum&raquo;. Cfr. Inventario vaticano (1361)&hellip;, 1883, p. 44.\">21<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutte queste soluzioni si ritrovano in un gruppo di tessuti che possono corrispondere ai cosiddetti <em>nasicci<\/em>, prodotti in diversi centri dell\u2019impero mongolo tra il XIII e il XIV secolo. Si tratta infatti di sete operate, prevalentemente dei lampassi, caratterizzate dalla presenza di trame supplementari metalliche per la definizione del disegno, le quali generano un effetto complessivo di luminosit\u00e0 e scintillio vibrante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una prima tipologia decorativa tali manufatti mostrano un ornato di motivi vegetali e animali, fittamente disposto su tutta la superficie del tessuto in maniera apparentemente libera e casuale (<a title=\"Fig. 1. Manifattura dell\u2019Asia centrale o della Cina (Daidu?), seconda met\u00e0 del XIII secolo, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, New York, Metropolitan Museum of Art (inv. 1989.191).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros1.jpg\">Figg. 1<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 2. Manifattura dell\u2019Asia centrale o della Cina (Daidu?), fine del XIII secolo, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, Cleveland, Cleveland Museum of Art (inv. 1991.5).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros2.jpg\">2<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 3. Manifattura dell\u2019Iran orientale (Transoxiana?), fine XIII inizi XIV secolo, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro membranaceo, Cleveland, Cleveland Museum of Art (inv. 1985.4).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros3.jpg\">3<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_21_111\" id=\"identifier_21_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MMA inv. 1989.191, CMA inv. 1991.5, CMA inv. 1985.4: A. WARDWELL, Panni Tartarici&hellip;, 1988-1989, Figg. 8, 17, 18; When Silk was Gold. Central Asian and Chinese Textiles, catalogo della mostra a cura di J. Watt &ndash; A. Wardwell, New York 1997, cat. nn. 39-41.\">22<\/a><\/sup>. Lo schema geometrico alla base della combinazione dei <em>pattern<\/em>s non \u00e8 immediatamente percepibile, dal momento che viene abilmente dissimulato dall\u2019andamento diagonale della composizione e dall\u2019assenza di elementi separatori interni, quali cornici, medaglioni o partizioni verticali e orizzontali dello spazio, secondo una concezione tipica della tradizione tessile cinese. Nonostante il senso dinamico e curvilineo della composizione e il repertorio iconografico di peonie, fiori di loto, fenici e <em>makara <\/em>si richiamino ai precedenti manufatti di epoca Song, caratterizzati da un raffinato senso della rappresentazione del mondo naturale, la prevalenza dell\u2019elemento aureo denota, tuttavia, un differente contesto produttivo e culturale, legato al nuovo impero dei khan. Un fatto confermato dalla diversa origine dei manufatti, dal momento che i primi due tessuti sono da riferirsi ad artigiani cinesi per la presenza del cartolino d\u2019oro, mentre il terzo \u00e8 stato realizzato nell\u2019Iran orientale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi esemplari, dunque, si riflette appieno il gusto mongolo per i panni ad oro, con i quali venivano confezionate le vesti riservate al Khan e ai pi\u00f9 alti dignitari della corte, secondo una precisa gerarchia dei materiali tessili e dei colori, riportata nelle fonti e visibile, ad esempio, in una miniatura del racconto epico <em>Shahnama<\/em>, illustrato in Iran entro il terzo decennio del XIV secolo, dove la figura del sovrano \u00e8 riconoscibile, oltre che dalla posizione sopraelevata, dall\u2019abito e dal copricapo aurei, realizzati con tessuti affini alle sete conservate (<a title=\"Fig. 4. Manifattura dell\u2019Iran nord occidentale o di Baghdad, primo terzo del XIV secolo, Nushirvar riceve Mihras, l\u2019inviato di Cesare, pagina dal Primo Piccolo Shahnama, inchiostro, oro e argento su carta, New York, Metropolitan Museum of Art.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros4.jpg\">Fig. 4<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_22_111\" id=\"identifier_22_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la simbologia del costume imperiale e per i codici di abbigliamento mongoli: T.T. ALLSEN, Commodity and Exchange, 1997, pp. 11-26, pp. 46-70; J.E. VOLLMER, Silks for Thrones and Altars. Chinese Costumes and Textiles from the Liao throught the Qing Dynasty, Paris 2003; F. ZHAO &ndash; A. WARDWELL &ndash; M. HOLBORN, Style from the Steppes: Silk Costumes and Textiles from Liao and Yuan Periods, 10th to 13th Century, London 2004. La gerarchia suntuaria tessile della miniatura dello Shanama ricorda le descrizioni dei ricevimenti ufficiali dei khan, cos&igrave; come sono riportate da alcuni viaggiatori medievali in Estremo Oriente. Cfr. G. DA PIAN DEL CARPINE, Historia Mongalorum, a cura di P. Daffin&agrave; &ndash; C. Leonardi &ndash; M.C. Lungarotti &ndash; E. Menest&ograve; &ndash; L. Petech, Spoleto 1989, cap. IX, par. 17, pp. 311-312; M. POLO, Il Milione, 2003, cap. LXXVI, p 132; O. DA PORDENONE, Memoriale Toscano, a cura di L. Monaco, Alessandria 1990, cap. XLVII, p. 134.\">23<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019ulteriore variante della medesima tipologia corrisponde a quella definizione, riscontrata negli inventari medievali, di stoffe <em>de opere minuto<\/em>, ossia di tessuti caratterizzati da una predilezione per i disegni vegetali e per le ridotte dimensioni del modulo disegnativo, che si sommano al medesimo spirito ornamentale, incentrato sull\u2019asimmetria, sulla densit\u00e0 e sul naturalismo, tipico della decorazione dei <em>nasicci<\/em> incontrati precedentemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste caratteristiche si adattano perfettamente alla descrizione delle due stoffe utilizzate per confezionare la dalmatica e il manto della chiesa di San Domenico a Perugia, tradizionalmente attribuiti al pontefice Benedetto XI, morto nel 1304 (<a title=\"Fig. 5. Manifattura dell\u2019Asia centrale, seconda met\u00e0 del XIII secolo o inizi del XIV, dalmatica di Benedetto XI, tessuto principale, taffetas lanciato, seta e oro membranaceo, Perugia, Chiesa di San Domenico.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros5.jpg\">Figg. 5<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 6. Manifattura dell\u2019Asia centrale, seconda met\u00e0 del XIII secolo o inizi del XIV, manto di Benedetto XI, taffetas lanciato, seta e oro membranaceo, Perugia, Chiesa di San Domenico.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros6.jpg\">6<\/a>). Si tratta di due lampassi con fondo bianco e opera in oro prodotta da trame broccate che, attingendo ancora una volta al repertorio di motivi vegetali di origine cinese, creano una struttura decorativa basata sulla ripetizione molto serrata di un piccolissimo modulo compositivo, disposto in modo apparentemente libero e asimmetrico su tutta la superficie del tessuto. Si crea cos\u00ec un gioco ornamentale, in cui prevale sull\u2019esatta lettura delle singole forme un effetto complessivo di vibrazione luministica e movimento, grazie anche alla qualit\u00e0 materica del filato aureo fortemente ritorto. Proprio l\u2019iconografia delle peonie, dei crisantemi e delle piccole e ricurve inflorescenze spinse gli studiosi del primo Novecento ad attribuire questi esemplari ad un ambito manifatturiero cinese della seconda met\u00e0 del XIII o dell\u2019inizio del XIV secolo. In tempi pi\u00f9 recenti, tuttavia, l\u2019analisi dei dati di realizzazione tecnica e delle materie prime ha portato la critica a spostare pi\u00f9 ad Occidente, nei territori dell\u2019Asia centrale, l\u2019origine manifatturiera dei due lampassi, pur mantenendo le datazioni proposte al principio del secolo<sup><a href=\"#footnote_23_111\" id=\"identifier_23_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"O. VON FALKE, Kunstgeschichte&hellip;, 1913, Fig. 52; D. KLEIN, Die Dalmatika Benedikt XI zu Perugia, ein Kinran der Y&uuml;an Zeit, in &laquo;&Ouml;stasiatische Zeitschrift&raquo;, X, 1934, pp. 127-131; P. SIMMONS, Crosscurrents in Chinese Silk History, in &laquo;The Metropolitan Museum of Art Bulletin&raquo;, n.s., III, 1950, p. 93; Le stoffe di Cangrande. Ritrovamenti e ricerche sul Trecento veronese, catalogo della mostra a cura di L. Magagnato, Firenze 1983, pp. 166-176; A. WARDWELL, Panni&hellip;, 1988-1989, p. 102, Figg. 3, 22; When Silk was Gold&hellip;, 1997, cat. nn. 37-38; L. MONNAS, L&rsquo;origine orientale delle stoffe di Cangrande: confronti e problemi, in Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo, catalogo della mostra a cura di P. Marini &ndash; E. Napione &ndash; G.M. Varanini, Venezia 2004, pp. 131-134.\">24<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche per i tessuti <em>de opere minuto<\/em>, come per gli altri <em>panni tartarici<\/em>,<em> <\/em>si ripropone cos\u00ec la stessa situazione di molteplicit\u00e0 dei centri produttivi in grado di elaborare soluzioni di derivazione cinese, dal momento che esistono altri esemplari, analoghi nella fattura e nell\u2019effetto visivo a quelli di Perugia, realizzati per\u00f2 in <em>ateliers <\/em>geograficamente distanti gli uni dagli altri. \u00c9 il caso di un frammento del Museo Nazionale del Bargello, questa volta eseguito in Cina al principio del XIV secolo, o di un tessuto, nuovamente dell\u2019Asia centrale, parte del corredo funebre veronese di Cangrande Della Scala, la cui morte nel 1329 ci offre una preziosa datazione <em>ante quem<\/em> per collocare cronologicamente tali manufatti (<a title=\"Fig. 7. Manifattura cinese, prima met\u00e0 del XIV secolo, raso lanciato (jin), seta e oro papirifero, Firenze, Museo Nazionale del Bargello (inv. 2367 C).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros7.jpg\">Figg. 7<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 8. Manifattura dell\u2019Asia centrale, inizio del XIV secolo, telo funebre di Cangrande della Scala (Reperto G), lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Verona, Museo Civico di Castelvecchio.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros8.jpg\">8<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_24_111\" id=\"identifier_24_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MNB inv. 2367 C: Arti dal Medioevo al Rinascimento. Omaggio ai Carrand (1889-1989), catalogo della mostra a cura di P. Barocchi &ndash; G.G. Bertel&agrave; &ndash; D. Gallo &ndash; F. Mazzocca, Firenze 1989, cat. n. 168; M.L. ROSATI, Esotismo&hellip;, 2009, p. 273, n. 16; MCV reperto G: G. SANGIORGI, Le stoffe e le vesti tombali di Cangrande I della Scala, in Contributi allo studio dell&rsquo;arte tessile, Milano &ndash; Roma s.d., pp. 35-57: Fig. 6; Le stoffe di Cangrande&hellip;, Firenze 1983, pp. 130-152; A. WARDWELL, Panni&hellip;, 1988-1989, Fig. 15; Cangrande&hellip;, Venezia 2004, cat. n. 25.\">25<\/a><\/sup>. Per il problema della circolazione eurasiatica \u00e8 dunque significativo come la medesima soluzione ornamentale si diffonda progressivamente in differenti contesti culturali, dove, gi\u00e0 prima di giungere in Italia, le formule estremo orientali sono rielaborate e accolte dai tessitori locali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo processo, tuttavia, non \u00e8 da intendersi esclusivamente in una direzione Est-Ovest, poich\u00e9 tra i <em>panni tartarici<\/em> sono identificabili ulteriori tipologie, in cui le altre componenti culturali della civilt\u00e0 mongola, quella dell\u2019Asia centrale e quella islamica, si rendono pi\u00f9 immediatamente percepibili. Proviene infatti dall\u2019Occidente quel gusto tutto musulmano e, prima ancora, iranide per una scansione ritmica della superficie del tessuto, rimarcata da cornici, formelle ed elementi lineari, che introducono un terzo livello di composizione dell\u2019ornato, ossia nuovi motivi che racchiudono e separano il soggetto primario dal fondo, divenendo a loro volta <em>pattern<\/em>s decorativi. Rientrano in questo ambito i tessuti rigati (<em>ad listas<\/em>), come il frammento del parato di Enrico VI di fattura iranica o dell\u2019Asia centrale, in cui alla partizione geometrica e ai motivi di riempimento islamici si accompagnano memorie della flora e della fauna estremo orientale (<a title=\"Fig. 9. Manifattura dell\u2019Iran o dell\u2019Asia centrale, prima met\u00e0 del XIV secolo, frammento del parato di Enrico VI, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Londra, Victoria and Albert Museum (inv. 8601-1863).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros9.jpg\">Fig. 9<\/a>), o il lampasso cinese del Bargello, dove la pratica musulmana dell\u2019impiego della calligrafia in funzione decorativa \u00e8 tradotta per\u00f2 in caratteri <em>pagspa<\/em>, la scrittura mongola introdotta dai sovrani tartari (<a title=\"Fig. 10. Manifattura cinese (Daidu?), seconda met\u00e0 del XIII secolo, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Firenze, Museo Nazionale del Bargello (inv. 573-574 F).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros10.jpg\">Fig. 10<\/a>). Ancora, i cosiddetti tessuti <em>ad pineas<\/em>, possono sfruttare il modulo compositivo della palmetta a goccia per accentuare, di volta in volta, una tendenza al naturalismo e alla vivificazione delle forme (<a title=\"Fig. 11. Manifattura cinese, fine del XIII secolo inizi del XIV, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Uppsala, Tesoro della Cattedrale.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros11.jpg\">Fig. 11<\/a>), o, viceversa, possono imbrigliare il motivo in strutture a losanghe, dove la componente vegetale si riduce progressivamente ad elemento astratto (<a title=\"Fig. 12. Manifattura mamelucca, fine del XIII secolo inizi del XIV, lampasso lanciato, seta, Berlino, Kunstgewerbemuseum (inv. 95.153).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros12.jpg\">Fig. 12<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_25_111\" id=\"identifier_25_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"VAM inv. 8601-1863: A.F. KENDRICK, Catalogue of Muhammadan Textiles of Medieval Period, London 1924, n. 995; A. WARDWELL, Panni&hellip;, 1988-1989 Fig. 24; Cangrande&hellip;, 2004, cat. n. 47; MNB inv. 573-574 F: La seta islamica. Temi e influenze culturali, catalogo della mostra a cura di C.M. Suriano &ndash; S. Carboni, Firenze 1999, cat. n. 11; M.L. ROSATI, Esotismo&hellip;, 2009, p. 277, n. 36; CU: A. GEIJER, Textile Treasures of Uppsala Cathedral from Eight Centuries, Stockholm &ndash; Uppsala 1964, n. 9; KGMB inv. 95.153: O. VON FALKE, Kunstgeschichte&hellip;, 1913, Fig. 324; L. VON WILCKENS, Mittelalterliche Seidenstoffe, Berlin 1992, n. 97.\">26<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le partizioni ritmiche, inoltre, anche la soluzione dei tessuti a medaglioni circolari, noti negli inventari come stoffe <em>ad rotas<\/em>, sembra essere particolarmente prediletta dai sovrani mongoli. Una serie di manufatti ben illustra come il motivo delle ruote di antica ascendenza sasanide fosse stato assunto dalle manifatture asiatiche e in che modo fosse stato contaminato da altre tradizioni, generando un inedito stile ornamentale (<a title=\"Fig. 13. Manifattura cinese, fine del XIII secolo inizi del XIV, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, Cleveland, Cleveland Museum of Art (inv. 1995.73).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros13.jpg\">Figg. 13<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 14. Manifattura dell\u2019Iran Orientale (Tabriz?), inizio del XIV secolo, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Berlino, Kunstgewerbemuseum (inv. 00.53).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros14.jpg\">14<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 15. Manifattura cinese o del Turkestan, XIV secolo, taffetas lanciato, seta e oro papirifero, Parigi, Mus\u00e9e Guimet (inv. MA 11122).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros15.jpg\">15<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 16. Manifattura dell\u2019Iran occidentale, XIV secolo, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Lione, Mus\u00e9e Historique des Tissus (inv. 25.496).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros16.jpg\">16<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 17. Manifattura dell\u2019Asia centrale, met\u00e0 del XIII secolo, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, Parigi, Mus\u00e9e Guimet (inv. MA 11576).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros17.jpg\">17<\/a>). Gli esemplari proposti provengono da diversi centri di produzione, riconoscibili pi\u00f9 per le caratteristiche tecniche di tessitura che per le formule decorative impiegate, testimoniando cos\u00ec il sorgere di un vero e proprio gusto comune e di una <em>koin\u00e9 <\/em>artistica. Tuttavia non si vuole utilizzare questo termine nella sua accezione negativa di appiattimento e livellamento culturale, quanto piuttosto come espressione positiva per definire un nuovo vocabolario espressivo, arricchito da molteplici tradizioni geografiche, armonicamente compenetrate, ma ancora riconoscibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo tessuto della serie \u00e8 un <em>nasij <\/em>cinese della fine del XIII o degli inizi del XIV secolo, una attribuzione resa possibile dalla presenza di oro papirifero nelle trame broccate e dal riconoscimento delle tipiche insegne imperiali del drago e della fenice, contenute nei medaglioni polilobati (<a title=\"Fig. 13. Manifattura cinese, fine del XIII secolo inizi del XIV, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, Cleveland, Cleveland Museum of Art (inv. 1995.73).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros13.jpg\">Fig. 13<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_26_111\" id=\"identifier_26_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"CMA inv. 1995.73; When Silk was Gold&hellip;, 1997, cat. n. 42.\">27<\/a><\/sup>. Un\u2019iconografia molto simile si ritrova, per\u00f2, anche nel secondo pezzo, prodotto nell\u2019Iran orientale, forse a Tabriz, al principio del XIV secolo, e modellato probabilmente da tessitori islamici negli <em>ateliers <\/em>di corte sui prototipi estremo orientali (<a title=\"Fig. 14. Manifattura dell\u2019Iran Orientale (Tabriz?), inizio del XIV secolo, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Berlino, Kunstgewerbemuseum (inv. 00.53).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros14.jpg\">Fig. 14<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_27_111\" id=\"identifier_27_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"KGMB inv. 00.53: A. WARDWELL, Panni&hellip;, 1988-1989, Fig. 52; L. VON WILCKENS, Mittelalterliche&hellip;, 1992, n. 80.\">28<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il percorso delle migrazioni e delle influenze artistiche segue, invece, una direzione opposta nel seta ad oro del Mus\u00e9e Guimet, dove artigiani cinesi o del Turkestan crearono un disegno, in cui le ruote sono abitate da coppie di pappagalli affrontati attorno ad un elemento vegetale centrale, secondo lo schema islamico degli animali ai piedi dell\u2019<em>arbor vitae <\/em>(<a title=\"Fig. 15. Manifattura cinese o del Turkestan, XIV secolo, taffetas lanciato, seta e oro papirifero, Parigi, Mus\u00e9e Guimet (inv. MA 11122).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros15.jpg\">Fig. 15<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_28_111\" id=\"identifier_28_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MGP inv. MA 11122: Lumi&egrave;res de Soie. Soieries tiss&eacute;es d&rsquo;or de la collection Riboud, catalogo della mostra a cura di V. Lef&egrave;vre, Paris 2004, cat. n. 25; Cangrande&hellip;, 2004, cat. n. 51.\">29<\/a><\/sup>. Significativamente risulta essere molto pi\u00f9 vicina al linguaggio cinese la traduzione della stessa iconografia per mano di artisti dell\u2019Iran occidentale nel lampasso di Lione, in cui le ruote si allungano, trasformandosi in mandorle attorniate da sinuosi tralci vegetali, mentre i pappagalli, abbandonando la rigidit\u00e0 araldica islamica, sono contaminati dall\u2019eleganza e da attributi propri degli uccelli estremo orientali, quali le lunghe piume caudali (<a title=\"Fig. 16. Manifattura dell\u2019Iran occidentale, XIV secolo, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Lione, Mus\u00e9e Historique des Tissus (inv. 25.496).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros16.jpg\">Fig. 16<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_29_111\" id=\"identifier_29_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MHTL inv. 25.496: O. VON FALKE, Kunstgeschichte&hellip;, 1913, Fig. 303; J.M. TUCHSCHERER, &Egrave;toffes merveilleuses du Mus&eacute;e Historique des Tissus de Lyon, III, Tokyo, Gakken 1976, n. 168; A. WARDWELL, Panni&hellip;, 1988-1989, Fig. 66; La Seta e la sua Via, catalogo della mostra a cura di M.T. Lucidi, Roma 1994, cat. n. 112.\">30<\/a><\/sup>. Infine, un esemplare della met\u00e0 del XIII secolo, tecnicamente riferibile all\u2019Asia centrale, conferma il vitale incontro di culture negli anni della <em>Pax Mongolica<\/em>, accostando nella sua decorazione un fitto fondo di nuvole a nastro cinesi alle ruote iraniche, abitate da leoni alati e grifi della tradizione del Medio Oriente, mentre il dettaglio della testa di drago, fiorita dalla coda dei felini, si richiama agli animali mostruosi della tradizione orafa delle steppe (<a title=\"Fig. 17. Manifattura dell\u2019Asia centrale, met\u00e0 del XIII secolo, lampasso lanciato (nasiccio), seta e oro papirifero, Parigi, Mus\u00e9e Guimet (inv. MA 11576).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros17.jpg\">Fig. 17<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_30_111\" id=\"identifier_30_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MGP inv. MA 11576: When Silk was gold&hellip;, 1997, cat. n. 35; Lumi&egrave;res de Soie&hellip;, 2004, cat. n. 24.\">31<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fenomeno di ibridismo artistico o <em>koin\u00e9<\/em>, riscontrabile nei manufatti presentati, trova la sua ragione ed \u00e8 strettamente correlato alla politica culturale mongola, adottata fin dai primi decenni dell\u2019espansione in Asia. Per affermare la loro supremazia, i sovrani tartari infatti svilupparono, sfruttando le competenze professionali degli artigiani dei paesi conquistati, tutto un sistema di produzioni suntuarie, incentrato prevalentemente sui tessili. A questo scopo vennero impiantate diverse manifatture di corte nei territori orientali, alcune delle quali esplicitamente preposte alla produzione dei drappi ad oro, e qui vennero trasferiti forzatamente artisti di varia provenienza. Ci\u00f2 spiega come sia potuta avverarsi quella straordinaria condizione di scambio, in virt\u00f9 della quale un\u2019iconografia cinese poteva essere realizzata in una tecnica iranide, un artigiano musulmano poteva tessere una stoffa tipica della propria cultura di appartenenza, utilizzando per\u00f2 materie prime straniere, mentre nuove soluzioni tecniche e decorative potevano sorgere dalla convivenza di diversi apporti geografici, il tutto patrocinato e supervisionato da un forte potere centrale, desideroso di legittimare e confermare attraverso il lusso la sua nuova condizione di impero. Successivamente, nel corso del XIV secolo, la suddivisione del regno in khanati indipendenti, legati per\u00f2 da una comune matrice culturale, port\u00f2 ad un reflusso del nuovo stile internazionale dai territori Y\u00fcan verso Ovest, fino all\u2019Ilkhanato di Persia e all\u2019Egitto mamelucco, dove i sovrani locali, desiderosi di imitare il modello del khanato centrale di Cina, si circondarono di oggetti suntuari estremo orientali e di prodotti dei loro ateliers di corte, improntati ai modelli esteri<sup><a href=\"#footnote_31_111\" id=\"identifier_31_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per la politica culturale mongola e la produzione di stoffe suntuarie nell&rsquo;impero: T.T. ALLSEN, Commodity and Exchange&hellip;, 1997; When Silk was Gold&hellip;, 1997. Per il reflusso ad Occidente del nuovo stile internazionale e per la circolazione di modelli tra gli Ilkhanati: J. WATT, A Note on Artistic Exchanges in the Mongol Empire, e L. KOMAROFF, The Transmission and Dissemination of a New Visual Language, in The Legacy of Genghis Khan. Courtly Art and Culture in Western Asia, 1256-1353, catalogo della mostra a cura di L. Komaroff &ndash; S. Carboni, New Haven &ndash; London 2002, pp. 63-73, pp. 168-195; L.W. MACKIE, Toward an Understanding of Mamluk Silks: National and International Considerations, in &laquo;Muqarnas&raquo;, II, 1984, pp. 127-146; Y. YANNICK, De quelques figures chinoises du d&eacute;cor islamique, in &laquo;Revue de la  Biblioth&eacute;que nationale de France&raquo;, XLII, 1991, pp. 27-35; Y. CROWE, The Chiselled Surface. Chinese Lacquer and Islamic Design, in &laquo;Hali Hannual&raquo;, 1996, pp. 60-69.\">32<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli esemplari finora proposti non rappresentano le sole tipologie tecniche, a cui le fonti medievali davano il nome di <em>pannus tartaricus<\/em>. Dalla lettura degli inventari emergono infatti casi di stoffe monocrome o di tessuti figurati nei quali, pur essendo presenti sete di pi\u00f9 colori, non ricorre l\u2019elemento aureo. In quello di Bonifacio VIII ritroviamo, ad esempio, \u00abduos alios pannos tartaricos subtiles et violaceos sine auro [&#8230;], duos alios pannos tartaricos coloris celestis clari sine auro [&#8230;], unum pannum tartaricum subtile rubeum longum, sine aliquo opere [&#8230;], unum pannum tartaricum subtile rubeum laboratum ad flores et folia de eodem serico\u00bb<sup><a href=\"#footnote_32_111\" id=\"identifier_32_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario vaticano (1295)&hellip;, 1885, p. 107, nn. 1143-1146.\">33<\/a><\/sup>. Inoltre, sebbene la maggior parte degli esemplari precedenti siano dei lampassi, alcune testimonianze ci portano a ritenere che tra i <em>panni tartarici<\/em> ci fossero anche altre categorie tessili. Sempre nell\u2019inventario di Bonifacio VIII compare ad esempio la dicitura <em>attabi<\/em>, riferita a due stoffe monocrome di origine asiatica (\u00abunum pannum tartaricum de attabi, quasi rosaceum\u00bb, \u00abunum pannum tartaricum de attabi, coloris celestis\u00bb)<sup><a href=\"#footnote_33_111\" id=\"identifier_33_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario vaticano (1295)&hellip;, 1885, p. 108, nn. 1166-1167.\">34<\/a><\/sup>. Avevamo gi\u00e0 incontrato un vocabolo simile nei conti del guardaroba reale francese del 1317, dove pi\u00f9 volte sono citati <em>tartaires apelez taphetaz<\/em>. Entrambe le definizioni, derivate dall\u2019arabo, ci rimandano dunque ad una precisa tipologia tecnica, nota fin dalle origini della tessitura a telaio, ossia il taffetas, un\u2019armatura semplice ad una sola trama e un solo ordito, il cui intreccio, particolarmente compatto per il rapporto di uno a uno, dona alla superficie tessile un effetto di lucentezza sia sul dritto che sul rovescio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel medesimo elenco vaticano troviamo, inoltre, un\u2019ulteriore variante tecnica, laddove viene ricordato un \u00abpannum tartaricum pilosum rubeum ad medalias aureas\u00bb<sup><a href=\"#footnote_34_111\" id=\"identifier_34_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario vaticano (1295)&hellip;, 1885, p. 108, n. 1165.\">35<\/a><\/sup>. Il termine <em>pilosum <\/em>non lascia adito a dubbi sul fatto che ci troviamo in presenza di un velluto, una produzione orientale che proprio in questi decenni raggiunse per la prima volta l\u2019Occidente, il quale, nel volgere di pochi anni, ne apprese il segreto di tessitura. Anche la descrizione del decoro a dischi d\u2019oro confermerebbe tale ipotesi, dal momento che ancor oggi sono conservati coevi esemplari corrispondenti a tale tipologia (<a title=\"Fig. 18. Manifattura dell\u2019Iran (Tabriz?), XIII-XIV secolo, velluto tagliato lanciato, seta e oro membranaceo, Boston, Museum of Fine Arts (inv. 93.376).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros18.jpg\">Fig. 18<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_35_111\" id=\"identifier_35_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MFAB inv. 93.376: M. SONDAY, A Group of Possibly Thirteenth Century Velvets with Gold Discs in Offset Rows, in &laquo;Textile  Museum Journal&raquo;, 1999-2000, pp. 101-151.\">36<\/a><\/sup>; inoltre questa soluzione ornamentale, propria dei <em>panni tartarici<\/em>, \u00e8 riscontrabile in altri inventari, sebbene non sia fatto riferimento alla natura materica delle stoffe<sup><a href=\"#footnote_36_111\" id=\"identifier_36_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Item, unum paliotum cum fundo de panno de Romania cum avibus ad aurum et brodatura di panno tartarico ad medalias aureas [&hellip;], unum pannum tartaricum quasi violaceum ad medalias aureas&raquo;. Cfr. Inventario vaticano (1295)&hellip;, 1885, p. 98, n. 1108, p. 108, n. 1172; &laquo;Un drappo tartaresco bruno con piccoli dischi d&rsquo;oro&raquo;. Cfr. Inventario della sacrestia della Basilica di San Francesco ad Assisi (1341)&hellip;, 1882, p. 173.\">37<\/a><\/sup>. Vale la pena, piuttosto, ricordare i velluti a dischi d\u2019oro appartenenti al tesoro della cattedrale di Bari, secondo quanto scritto nell\u2019inventario trecentesco, dal momento che esplicitamente viene utilizzato il nome velluto (\u00abcollaria duo de velluto rubeo ad bisantios de auro\u00bb) e, tuttavia, non si fa alcuna menzione dell\u2019origine geografica dei manufatti<sup><a href=\"#footnote_37_111\" id=\"identifier_37_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Inventario della cattedrale di San Nicola a Bari (1362) edito in E. ROGODEO, Il tesoro della R. Chiesa di San Nicola di Bari del secolo XIV , &laquo;L&rsquo;Arte&raquo;, V, 1902, n. 272.\">38<\/a><\/sup>. Rimane quindi aperta la questione se sia possibile o meno supporre un diverso ambito produttivo, poich\u00e9 nel corso del Trecento e per tutto il XV secolo anche le industrie seriche italiane si approprieranno di questa formula di matrice straniera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla lettura delle fonti veniamo anche sapere come spesso i <em>panni tartarici<\/em> fossero ulteriormente impreziositi da ricami. L\u2019espressione <em>cum aurifrisio<\/em>, che si ritrova nella descrizione delle stoffe orientali possedute dalla cattedrale di Anagni secondo un inventario redatto tra il 1294 e il 1303, o le analoghe <em>cum frixio <\/em>e <em>cum aurifrigiis<\/em>, rispettivamente nei documenti avignonesi dei pontefici Clemente V e Clemente VI, indicano infatti la presenza di un lavoro ad ago applicato sull\u2019oggetto straniero<sup><a href=\"#footnote_38_111\" id=\"identifier_38_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"&laquo;Item una planeta de panno tartarico ad aurum cum aurifrisio de auro [&hellip;], alia planeta de panno tartarico a&ccedil;orinno, ad aurum cum aurifrisio ambo de auro et serico. [&hellip;] Una dalmatica de panno tartarico, intus rubeo et foris viridj, ad aurum cum aurifrisio in brachialibus [&hellip;], una dalmatica de panno tartarico viridi ad aurum cum aurifrisijis in brachijs et a latere&raquo;. Cfr. Inventario della cattedrale di Anagni (1294-1303) edito in L. MORTARI, Il tesoro della cattedrale di Anagni, Roma 1963, pp. 12-13; &laquo;Item 1 planetam de panno tartarico cum frixio ad figuras et perlas&raquo;. Cfr. Inventario avignonese di papa Clemente V (1314)&hellip;, 1944, p. 24; &laquo;Item casula, dalmatica et tunicella de panno tartarico cum aurifrigiis suis et perlis&raquo;. Cfr. Inventario avignonese di papa Clemente VI (1342)&hellip;, 1944, p. 92.\">39<\/a><\/sup>. In nessun caso per\u00f2 si precisa se tali ricami appartenessero anch\u2019essi allo stesso <em>milieu <\/em>artistico asiatico o se l\u2019aggiunta fosse stata successiva, ad esempio al momento della confezione dei parati liturgici, e, se in questa circostanza, fossero stati utilizzati manufatti di provenienza europea come i ricami inglesi o quelli romani e fiorentini. Entrambe le possibilit\u00e0 risultano plausibili dal momento che in questo periodo conosciamo oggetti simili tanto nella tradizione tessile orientale quanto in quella occidentale. Tuttavia, propenderei pi\u00f9 per un accostamento tra i <em>panni tartarici<\/em> e i lavori ad ago nostrani, poich\u00e9, sebbene tra le stoffe giunte dall\u2019impero mongolo non dovessero mancare quelle ricamate, la nota predilezione europea per l\u2019<em>opus anglicanum<\/em>, <em>romanum <\/em>e successivamente <em>florentinum<\/em>, nonch\u00e9 l\u2019attuale sopravvivenza di alcuni esemplari tessili, in cui si sommano la preziosit\u00e0 esotica del <em>panno tartarico<\/em> e quella della perizia artigianale occidentale del ricamo, come nel caso della gi\u00e0 citata dalmatica di papa Benedetto XI nella chiesa di San Domenico a Perugia o della mitra del vescovo Oddone da Colonna al Museo Diocesano Albani di Urbino, inducono a ritenere pi\u00f9 veritiera la seconda interpretazione delle fonti (<a title=\"Fig. 19. Dalmatica di Benedetto XI, insieme. Perugia, Chiesa di San Domenico.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros19.jpg\">Figg. 19<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 20. Manifattura italiana, XIV secolo, mitra del Vescovo Oddone da Colonna, ricamo esterno e confezione; manifattura cinese, XIII-XIV secolo, tessuto di congiungimento tra i due corni, lampasso lanciato, seta e oro membranaceo, Urbino, Museo Diocesano Albani.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros20.jpg\">20<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_39_111\" id=\"identifier_39_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M.L. ROSATI, Esotismo&hellip;, 2009, p. 298, n. 187.\">40<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, bench\u00e9 gli inventari non diano ulteriori informazioni, possiamo includere nelle tipologie esecutive dei <em>panni tartarici<\/em> anche i damaschi, poich\u00e9 esistono alcuni esemplari orientali che, pur seguendo le soluzioni decorative dei <em>nasicci<\/em>, le traducono in una tecnica diversa. Nel chiesa di San Servazio a Maastricht \u00e8 custodita una seta monocroma a piccole inflorescenze, il cui decoro, del tutto simile alle stoffe auree <em>de opere minuto<\/em>, \u00e8 realizzato per\u00f2 da un\u2019armatura damasco con base saia (<a title=\"Fig. 21. Manifattura cinese, XIII-XIV secolo, damasco, seta, Maastricht, Chiesa di San Servazio (inv. 13-1).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros21.jpg\">Fig. 21<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_40_111\" id=\"identifier_40_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"SSM inv. 13-1: A. STAUFFER, Die mittelalterlichen Textilien von St. Servatius in Maastricht, Riggisberg 1991, n. 108.\">41<\/a><\/sup>. Questo tessuto, come un altro analogo del Victoria and Albert Museum (<a title=\"Fig. 22. Manifattura cinese, XIII-XIV secolo, damasco, seta, Londra, Victoria and Albert Museum (inv. 7047-1860).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros22.jpg\">Fig. 22<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_41_111\" id=\"identifier_41_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"VAM inv. 7046-1860: Cangrande&hellip;, 2004, cat. n. 45.\">42<\/a><\/sup>, \u00e8 attribuibile ad una manifattura cinese del XIII-XIV secolo e la sua presenza in Europa \u00e8 importante, non solo per la diffusione di soluzioni decorative e iconografie orientali in Occidente, ma anche perch\u00e9 prima dell\u2019ultimo terzo del Trecento i damaschi non rientravano tra le armature utilizzate dai tessitori italiani. I prodotti cinesi del XIII secolo \u2013 in date cos\u00ec precoci infatti solo gli artigiani estremo orientali dominavano questa tecnica \u2013 possono rappresentare quindi, oltre che un tramite di conoscenza delle forme visive, anche uno strumento di implementazione tecnologica per l\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, considerazioni simili possono essere fatte anche per i damaschi a base raso, realizzati negli ateliers mamelucchi nella prima met\u00e0 del XIV secolo e vicini nell\u2019impianto decorativo ai panni tartarici ad pineas (<a title=\"Fig. 23. Manifattura mamelucca, inizio del XIV secolo, damasco, seta, Lione, Mus\u00e9e des Tissus (inv. 22.681).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros23.jpg\">Fig. 23<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_42_111\" id=\"identifier_42_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MHTL inv. 22.681: J.M. TUCHSCHERER, &Egrave;toffes merveilleuses&hellip;, 1976, Fig. 35; L.W. MACKIE, Toward an Understanding of Mamluk Silks, 1984, Fig. 17; S. DESROSIERS, Soieries et autres textiles de l&rsquo;antiquit&eacute; au XVIe si&egrave;cle, in Mus&eacute;e National du Moyen &Acirc;ge &ndash; Thermes de Cluny catalogue, Paris 2004, n. 180.\">43<\/a><\/sup>. Quando infatti si analizza la struttura di uno dei pi\u00f9 antichi esemplari di questa armatura prodotto in Europa, un damasco lucchese della fine del XIV secolo del Mus\u00e9e des Tissus a Lione (<a title=\"Fig. 24. Manifattura lucchese, fine del XIV secolo inizi del XV, damasco, seta, Lione, Mus\u00e9e des Tissus (inv. 27.239).\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/ros24.jpg\">Fig. 24<\/a>)<sup><a href=\"#footnote_43_111\" id=\"identifier_43_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"MHTL inv. 27.239: M.L. ROSATI, Esotismo&hellip;, 2009, p. 279, n. 55.\">44<\/a><\/sup>, ci troviamo di fronte ad un tessuto che si mostra a livello esecutivo pi\u00f9 vicino alle stoffe mamelucche, avendo una base raso, ma che, a livello formale, si richiama alle soluzioni ornamentali derivate dal Celeste Impero, in particolare alla tipologia dei panni tartarici de opere minuto. Alla migrazione di iconografie da Oriente verso Occidente se ne sarebbe dunque accompagnata una analoga e parallela relativa alle tecniche di tessitura, in cui i modelli di riferimento non necessariamente provenivano dal medesimo ambito produttivo, bench\u00e9 anche per i damaschi egiziani si possa supporre un\u2019iniziale rielaborazione dell\u2019invenzione cinese, conosciuta attraverso la circolazione delle stoffe suntuarie in epoca mongola<sup><a href=\"#footnote_44_111\" id=\"identifier_44_111\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per i damaschi di epoca mamelucca e il loro rapporto con i tessuti estremo orientali: J.H. SCHMIDT, Damaste der Mamlukenzeit, in &laquo;Ars Islamica&raquo;, I, 1934, pp. 99-109; L.W. MACKIE, Toward an Understanding&hellip;, 1984, pp. 127-146.\">45<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il panorama dei tessili orientali disponibili sul mercato europeo mostra dunque la molteplicit\u00e0 di modelli ai quali gli artisti italiani poterono fare riferimento. Proprio la variet\u00e0 delle tipologie e il fatto che fosse l\u2019oggetto serico a viaggiare e non le figure portatrici delle competenze tecnologiche, ci riportano quindi all\u2019iniziale richiamo alle tavole del Falke. La metodologia di confronto visivo tra i tessuti e la consapevolezza dello studioso di un\u2019origine \u2018cinese\u2019, per quanto indistinta, coincidono infatti con quell\u2019atteggiamento dei tessitori nostrani, che estrapolarono dal vasto e omnicomprensivo serbatoio dei <em>panni tartarici<\/em> tecniche e soluzioni diverse e le ricomposero liberamente, perseguendo un vero e proprio gusto per l\u2019esotico, in cui \u00e8 possibile riconoscere tanto un\u2019estensione della <em>koin\u00e8 <\/em>eurasiatica alle manifatture occidentali quanto una precoce attestazione del fenomeno tutto europeo della <em>chinoiserie<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Legenda<\/strong><\/p>\n<p>CMA: Cleveland Museum of Art, Cleveland<\/p>\n<p>CU: Tesoro della Cattedrale, Uppsala<\/p>\n<p>KGMB: Kunstgewerbemuseum, Berlin<\/p>\n<p>MCV: Museo Civico di Castelvecchio, Verona<\/p>\n<p>MDA: Museo Diocesano Albani, Urbino<\/p>\n<p>MFAB: Museum of Fine Arts, Boston<\/p>\n<p>MGP: Mus\u00e9e Guimet, Paris<\/p>\n<p>MHTL: Mus\u00e9e Historique des Tissus, Lyon<\/p>\n<p>MMA: Metropolitan Museum of Art,  New York<\/p>\n<p>MNB: Museo Nazionale del Bargello, Firenze<\/p>\n<p>SDP: Sagrestia della Chiesa di San Domenico, Perugia<\/p>\n<p>SSM: Tesoro della Chiesa di San Servazio, Maastricht<\/p>\n<p>VAM: Victoria and Albert Museum, London<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_111\" class=\"footnote\">O. VON FALKE, <em>Kunstgeschichte der Seidenweberei<\/em>, Berlin 1913, Figg. 336-367.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_111\" class=\"footnote\">A. WARDWELL, <em>Panni Tartarici. Eastern Islamic Silks Woven with Gold and Silver (13th and 14th Century)<\/em>, \u00abIslamic Art\u00bb, III, 1988-1989, pp. 95-173. La studiosa ha individuato un <em>corpus <\/em>di circa cento esemplari e sulla base dell\u2019analisi tecnica delle armature, delle materie prime (in particolare la composizione del filato metallico) e delle cimose, nonch\u00e9 dal confronto degli elementi stilistici e decorativi, ha ipotizzato una prima suddivisione in otto categorie corrispondenti ad altrettanti centri produttivi disseminati lungo la Via della Seta negli anni della dominazione mongola. Bench\u00e9 alcune sue conclusioni siano state successivamente oggetto di discussione, soprattutto per quanto riguarda il determinismo con cui la diversa composizione dei filati metallici \u00e8 stata utilizzata come una prova dell\u2019origine geografica delle stoffe, senza considerare che tra le merci del commercio internazionale proprio le materie prime tessili percorressero lunghe distanze, questo lavoro resta il contributo pi\u00f9 importante per la storia delle sete asiatiche del secondo Medioevo sia per aver creato dei parametri di riferimento oggettivi da applicare all\u2019analisi di altri tessuti orientali che per aver operato delle distinzioni pi\u00f9 precise entro la tradizionale quanto generica dicitura di \u2018provenienza cinese\u2019.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_111\" class=\"footnote\">Tale argomento \u00e8 stato affrontato approfonditamente in M.L. ROSATI, <em>Esotismo e chinoiserie. Influenze estremo orientali nell\u2019arte tessile italiana del Medioevo (XIII-XIV secolo)<\/em>, Tesi di Perfezionamento, Scuola Normale Superiore di Pisa, a.a. 2009 (consultabile presso la Biblioteca della Scuola Normale) e sar\u00e0 oggetto di un secondo articolo in \u00abOADI\u00bb dal titolo <em>Migrazioni tecnologiche e interazioni culturali. Esotismo e chinoiserie nell\u2019arte tessile italiana del XIII e del XIV secolo<\/em>.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_111\" class=\"footnote\">Per le vicende del commercio italiano in Oriente e nell\u2019impero mongolo: W. HEYD, <em>Histoire du Commerce du Levant au Moyen \u00c2ge<\/em>, 2 voll., Leipzig 1885-1886 (ris. an. Bologna 1968); R.S. LOPEZ, <em>European Merchants in the Medieval Indies: the Evidence of Commercial Documents<\/em>, in \u00abThe Journal of Economic History\u00bb, III, 1943, pp. 164-184; Idem, <em>L\u2019extr\u00eame fronti\u00e8re du commerce de L\u2019Europe m\u00e9di\u00e9vale<\/em>, in \u00abLe Moyen Age\u00bb, LXIX, 1963, pp. 479-490; Idem, <em>Nuove luci sugli italiani in Estremo Oriente prima di Colombo <\/em>e <em>Trafegando in partibus Catagii: altri Genovesi in Cina nel Trecento<\/em>, in <em>Su e gi\u00f9 per la storia di Genova<\/em>, Genova 1975, pp. 83-135, pp. 171-186; L. PETECH, <em>Les marchands italiens dans l\u2019empire mongol<\/em>, in \u00abJournal Asiatique\u00bb, CCL, 1962, pp. 549-574; R.H. BAUTIER, <em>Les relations \u00e9conomiques des occidentaux avec les pays d\u2019Orient au Moyen \u00c2ge. <\/em><em>Points de vue et documents<\/em>, in <em>Soci\u00e9t\u00e9s et compagnies de commerce en Orient et dans l\u2019oc\u00e9an Indien<\/em>, a cura di M.Mollat, Paris 1970, pp. 263-331; E. ASHTOR, <em>Levant Trade in the Later Middle Ages<\/em>, Princeton New Jersey 1983.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_111\" class=\"footnote\">L. PETECH, <em>Les marchands italiens<\/em>, 1962, pp. 553-554; L. LIAGRE DE STURLER, <em>Les relations commerciales entre G\u00eanes, la Belgique et l\u2019Outremont d\u2019apr\u00e9s les archives notariles g\u00e9noises (1320-1400)<\/em>, I, Bruxelles-Rome 1969, nn. 176, 280.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_111\" class=\"footnote\">F. BALDUCCI PEGOLOTTI, <em>Nomora di seta <\/em>e <em>Tare di seta<\/em>, in<em> La pratica della mercatura<\/em>, a cura di A. Evans, Cambridge Massachusetts 1936 (ris. an. New York 1970), pp. 297-298, p. 300; <em>Tariffa pisana del 1323, <\/em>in F. BONAINI<em>, Statuti inediti della citt\u00e0 di Pisa dal XII al XIV secolo<\/em>, III, Firenze 1857, pp. 593-594.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_111\" class=\"footnote\">F. BALDUCCI PEGOLOTTI, <em>La pratica<\/em>\u2026, 1936, p. 36, pp. 78-79, pp. 31-32, p. 50.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_111\" class=\"footnote\">F. BALDUCCI PEGOLOTTI, <em>La pratica<\/em>\u2026, 1936, p. 109, p. 180, p. 209, p. 139, p. 216<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_111\" class=\"footnote\"><em>Il cartolare di Giovanni Scriba<\/em>, a cura di M. Chiaudano &#8211; M. Moresco, I, Torino 1935 , nn. 135, 192, 626, 711, II, nn. 899, 1004; <em>Nottario di pi\u00f9 chose<\/em>, in R.H. BAUTIER, <em>Les relations \u00e9conomiques<\/em>, 1970, <em>Appendice <\/em>I, pp. 311-320.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_111\" class=\"footnote\">Per la definizione tecnica dello sciamito e una sintesi del problema etimologico: M. CUOGHI COSTANTINI, <em>Dagli sciamiti ai lampassi<\/em>, in <em>Tessuti antichi nelle chiese di Arona<\/em>, catalogo della mostra a cura di D. Devoti-G. Romano, Torino 1981, pp. 24-28, in particolare nota 16 e 17.<em> <\/em>Per il problema degli zendadi: D. JACOBY, <em>Silk crosses the Mediterranean<\/em>, in <em>Le vie del Mediterraneo. Idee, uomini, oggetti (secoli XI-XVI)<\/em>, Atti del Convegno di Studi (Genova 19-20 aprile 1994) a cura di G. Airaldi, Genova 1997, pp. 55-79: pp. 60-61.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_111\" class=\"footnote\">M. POLO, <em>Il Milione<\/em>, a cura di E. Camesasca, Milano 2003, capp. XC, p. 156, XCVIII, p. 163, CXII, p. 188, CXXX, p. 208; R. GONZ\u00c0LEZ DE CLAVIJO, <em>Viaggio a Samarcanda 1403-1406. Un ambasciatore spagnolo alla corte di Tamerlano<\/em>, a cura di P. Boccardi Storoni, Roma 1999, pp. 122, 214. In Pegolotti leggiamo che a Famagosta era possibile acquistare anche \u00abzendadi fatti e lavorati nell\u2019isola di Cipri\u00bb. Cfr. F. BALDUCCI PEGOLOTTI, <em>La pratica<\/em>\u2026, 1936, p. 79. Per i riferimenti agli zendadi di origine greca nella letteratura cortese: D. JACOBY, <em>Silk crosses the Mediterranean<\/em>, 1997, pp. 62-63.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_111\" class=\"footnote\">W. HEYD, <em>Histoire du commerce<\/em>, II, 1886, p. 698.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_111\" class=\"footnote\">T.T. ALLSEN, <em>Commodity and Exchange in the Mongol Empire. A Cultural History of Islamic Textiles<\/em>, Cambridge 1997, pp. 2-4.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_111\" class=\"footnote\">W. HEYD, <em>Histoire<\/em>\u2026, 1886, II, p. 697-698; M. LOMBARD, <em>Les textiles dans le Monde Musulman du VII<sup>e<\/sup> au XII<sup>e<\/sup> si\u00e8cle<\/em>, Paris-La Haye-New York 1978, p. 242.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_111\" class=\"footnote\">D. KING, <em>Silk Weaves of Lucca in 1376<\/em>, in <em>Opera Textilia Variorum Temporum. To Honour Agnes Geijer on Her Ninetieth Birthday 26<sup>th<\/sup> October 1988<\/em>, a cura di I. Estham &#8211; M. Nockert, Stockholm 1988, pp. 67-76, p. 68.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_111\" class=\"footnote\">Inventario della Cattedrale di Cambrai (1359) edito in C. DEHAISNES, <em>Documents et extraits divers concernant l\u2019histoire de l\u2019art dans la  Flandre, l\u2019Artois, et le Haiaut<\/em>, I, Lille 1886, p. 408. Testamento del cardinale Niccol\u00f2 da Prato (1321) edito in A. PARAVICINI BAGLIANI, <em>I testamenti dei cardinali del Duecento<\/em>, Roma 1980, n. 37, p. 431.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_111\" class=\"footnote\">Inventario avignonese di papa Clemente V (1314) edito in H. HOBERG, <em>Die Inventar des p\u00e4pstlichen Schatzes in Avignon 1314-1376<\/em>, Roma 1944, p. 14.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_111\" class=\"footnote\"><em>Compte de draps d\u2019or et de soie rendu par Geoffroi de Fleuri argentier du roi Philippe le Long<\/em> (1317) edito in L. DOU\u00cbT D\u2019ARCQ, <em>Nouveau Recuieil de Comptes de l\u2019Argenterie des rois de France<\/em>, Paris 1874, pp. 2, 4, 5, 18, 19. Inventario avignonese di papa Clemente VI (1342) edito in H. HOBERG, <em>Die Inventar<\/em>, 1944, p. 55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_111\" class=\"footnote\"><em>Compte de draps d\u2019or et de soie<\/em>\u2026, 1317, pp. 18-19.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_111\" class=\"footnote\">\u00abItem, una planeta de panno tartarico albo deaurato de opere curioso minuto per totum [&#8230;], duo panni magni de opere Tartarico laborati ad listas de auro et serico diversorum colorum\u00bb. Cfr. Inventario Vaticano (1361) edito in E. M\u00dcNZ &#8211; A.L. FROTHINGHAM, <em>Il Tesoro della Basilica di S. Pietro in Vaticano dal XIII al XV secolo con una scelta di inventari inediti<\/em>, in \u00abArchivio della R. Societ\u00e0 Romana di Storia Patria\u00bb, VI, 1883, pp. 36, 45; \u00abItem, unum paliotum cum fundo de panno tartarico coloris celestis ad barras ad aurum per longum [&#8230;], duos alios pannos tartaricos virides, unum ad spinam piscis\u00bb. Cfr. Inventario vaticano (1295) edito in E. MOLINIER, <em>Inventaire du Tr\u00e9sor du Saint Si\u00e9ge suos Boniface VIII (1295)<\/em>, in \u00abBiblioth\u00e8que de l\u2019\u00c9cole des Chartes\u00bb, XLVI, 1885, p. 105, n. 1106, p. 107, n. 1150; \u00abItem, aliam planetam pulcram de panno tartarico rubeo, laborato ad compassus de auro; et in quolibet compassu sunt duo cervi de auro [&#8230;], unam dalmaticam de panno tartarico virgato ad virgas aureas et albas\u00bb. Cfr. Inventario del Tesoro papale a Perugia, redatto per Clemente V (1311) in <em>Regesti Clementis papae V, nunc primum editum editum cura et studio Monachorum O.S.B.<\/em>, <em>Appendices<\/em>, I, Roma 1892, pp. 416, 424.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_20_111\" class=\"footnote\">\u00abItem, tunicam et dalmaticam de panno tartarico quasi perforato ad pineas grossas aureas [&#8230;], sex pannos tartaricos quasi nigros, computato uno quod est cinericeus, ad flores et folia et bestias ad aurum [&#8230;], unum frustrum de panno tartarico viribi atabi cum litteris et leonibus albis unam listam de panno tartarico cum duobus leonibus de argento [&#8230;], unum supralectum cum fundo de panno tartarico viridi ad cathenas aureas\u00bb. Cfr. Inventario vaticano (1295)&#8230;, 1885, p. 95, n. 963, p. 107, n. 1144, p. 114, n. 1274, p. 115, n. 1279, p. 124, n. 1433; \u00abItem, unam stolam de panno tartarico viridi in quo sunt multe parve avicule de auro filato [&#8230;], unum dosale pro altari de panno tartarico laboratum ad multas bestias, babuinos et compassus de auro [&#8230;], alium pannum tartaricum integrum album, laboratum ad lepores et ad austures de auro; et austures capiunt dictas lepores [&#8230;], unum frustrum de panno tartarico rubeo, laborato ad coquilhas minutas de auro [&#8230;], aliud supralectum de duobus pannis quasi tartaricis, rubeis [&#8230;] laboratis per totum ad vites, folia et stellas de auro [&#8230;], unum pannum quasi tartaricum pro cortina, laboratum per longum ad listas de auro; et inter listas sunt arbores in quibus sunt multi papagalli respicientes se ad invicem\u00bb. Cfr. Inventario del Tesoro papale a Perugia, 1311, pp. 422, 428, 430, 436, 438; \u00abSimilmente una pianeta con dalmatica e tonicella di drappo tartaresco inorato con pellicani e col campo nero\u00bb. Cfr. Inventario della sacrestia della Basilica di San Francesco ad Assisi (1341) edito in G. FRATINI, <em>Storia della basilica e del convento di S. Francesco ad Assisi<\/em>, Prato 1882, p. 180; \u00abItem, unus pannus Tartaricus de serico laboratus ad diversas ymagines hominum mulierum et quadrupedum, arborum, avium, foliorum, ramusculorum et florum de auro et serico diversorum colorum\u00bb. Cfr. Inventario vaticano (1361)&#8230;, 1883, p. 44.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_20_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_21_111\" class=\"footnote\">MMA inv. 1989.191, CMA inv. 1991.5, CMA inv. 1985.4: A. WARDWELL, <em>Panni Tartarici<\/em>\u2026, 1988-1989, Figg. 8, 17, 18; <em>When Silk was Gold. Central Asian and Chinese Textiles<\/em>, catalogo della mostra a cura di J. Watt &#8211; A. Wardwell, New York 1997, cat. nn. 39-41.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_21_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_22_111\" class=\"footnote\">Per la simbologia del costume imperiale e per i codici di abbigliamento mongoli: T.T. ALLSEN, <em>Commodity and Exchange<\/em>, 1997, pp. 11-26, pp. 46-70;<em> <\/em>J.E. VOLLMER, <em>Silks for Thrones and Altars. <\/em><em>Chinese Costumes and Textiles from the Liao throught the Qing Dynasty<\/em>, Paris 2003; F. ZHAO &#8211; A. WARDWELL &#8211; M. HOLBORN, <em>Style from the Steppes: Silk Costumes and Textiles from Liao and Yuan Periods, 10<sup>th<\/sup> to 13<sup>th<\/sup> Century<\/em>, London 2004. La gerarchia suntuaria tessile della miniatura dello <em>Shanama <\/em>ricorda le descrizioni dei ricevimenti ufficiali dei khan, cos\u00ec come sono riportate da alcuni viaggiatori medievali in Estremo Oriente. Cfr. G. DA PIAN DEL CARPINE, <em>Historia Mongalorum<\/em>, a cura di P. Daffin\u00e0 &#8211; C. Leonardi &#8211; M.C. Lungarotti &#8211; E. Menest\u00f2 &#8211; L. Petech, Spoleto 1989, cap. IX, par. 17, pp. 311-312; M. POLO, <em>Il Milione<\/em>, 2003, cap. LXXVI, p 132; O. DA PORDENONE, <em>Memoriale Toscano<\/em>, a cura di L. Monaco, Alessandria 1990, cap. XLVII, p. 134.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_22_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_23_111\" class=\"footnote\">O. VON FALKE, <em>Kunstgeschichte<\/em>\u2026,<em> <\/em>1913, Fig. 52; D. KLEIN, <em>Die Dalmatika Benedikt XI zu Perugia, ein Kinran der Y\u00fcan Zeit<\/em>, in \u00ab\u00d6stasiatische Zeitschrift\u00bb, X, 1934, pp. 127-131; P. SIMMONS, <em>Crosscurrents in Chinese Silk History<\/em>, in \u00abThe Metropolitan Museum of Art Bulletin\u00bb, n.s., III, 1950, p. 93; <em>Le stoffe di Cangrande. Ritrovamenti e ricerche sul Trecento veronese<\/em>, catalogo della mostra a cura di L. Magagnato, Firenze 1983, pp. 166-176; A. WARDWELL, <em>Panni<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988-1989, p. 102, Figg. 3, 22; <em>When Silk was Gold<\/em>&#8230;, 1997, cat. nn. 37-38; L. MONNAS, <em>L\u2019origine orientale delle stoffe di Cangrande: confronti e problemi<\/em>, in <em>Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo<\/em>, catalogo della mostra a cura di P. Marini &#8211; E. Napione &#8211; G.M. Varanini, Venezia 2004, pp. 131-134.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_23_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_24_111\" class=\"footnote\">MNB inv. 2367 C: <em>Arti dal Medioevo al Rinascimento. Omaggio ai Carrand (1889-1989)<\/em>, catalogo della mostra a cura di P. Barocchi &#8211; G.G. Bertel\u00e0 &#8211; D. Gallo &#8211; F. Mazzocca, Firenze 1989, cat. n. 168; M.L. ROSATI, <em>Esotismo<\/em>\u2026, 2009, p. 273, n. 16; MCV reperto G: G. SANGIORGI, <em>Le stoffe e le vesti tombali di Cangrande I della Scala<\/em>,<em> <\/em>in <em>Contributi allo studio dell\u2019arte tessile<\/em>, Milano &#8211; Roma s.d., pp. 35-57: Fig. 6; <em>Le stoffe di Cangrande<\/em>\u2026, Firenze 1983, pp. 130-152; A. WARDWELL, <em>Panni<\/em>\u2026, 1988-1989, Fig. 15; <em>Cangrande<\/em>\u2026, Venezia 2004, cat. n. 25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_24_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_25_111\" class=\"footnote\">VAM inv. 8601-1863: A.F. KENDRICK,<em> Catalogue of Muhammadan Textiles of Mediev<\/em><em>al Period<\/em>, London 1924, n. 995; A. WARDWELL, <em>Panni<\/em>\u2026, 1988-1989 Fig. 24; <em>Cangrande<\/em>\u2026, 2004, cat. n. 47; MNB inv. 573-574 F: <em>La seta islamica. Temi e influenze culturali<\/em>, catalogo della mostra a cura di C.M. Suriano &#8211; S. Carboni, Firenze 1999, cat. n. 11; M.L. ROSATI, <em>Esotismo<\/em>\u2026, 2009, p. 277, n. 36; CU: A. GEIJER, <em>Textile Treasures of Uppsala Cathedral from Eight Centuries<\/em>, Stockholm &#8211; Uppsala 1964, n. 9; KGMB inv. 95.153: O. VON FALKE, <em>Kunstgeschichte<\/em>\u2026, 1913, Fig. 324; L. VON WILCKENS, <em>Mittelalterliche Seidenstoffe<\/em>, Berlin 1992, n. 97.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_25_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_26_111\" class=\"footnote\">CMA inv. 1995.73; <em>When Silk was Gold<\/em>\u2026, 1997, cat. n. 42.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_26_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_27_111\" class=\"footnote\">KGMB inv. 00.53: A. WARDWELL, <em>Panni<\/em>\u2026,<em> <\/em>1988-1989, Fig. 52; L. VON WILCKENS, <em>Mittelalterliche<\/em>\u2026, 1992, n. 80.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_27_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_28_111\" class=\"footnote\">MGP inv. MA 11122: <em>Lumi\u00e8res de Soie. Soieries tiss\u00e9es d\u2019or de la collection Riboud<\/em>, catalogo della mostra a cura di V. Lef\u00e8vre, Paris 2004, cat. n. 25; <em>Cangrande<\/em>\u2026, 2004, cat. n. 51.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_28_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_29_111\" class=\"footnote\">MHTL inv. 25.496: O. VON FALKE, <em>Kunstgeschichte<\/em>\u2026, 1913, Fig. 303; J.M. TUCHSCHERER, <em>\u00c8toffes merveilleuses du Mus\u00e9e Historique des Tissus de Lyon<\/em>, III, Tokyo, Gakken 1976, n. 168; A. WARDWELL, <em>Panni<\/em>\u2026, 1988-1989, Fig. 66; <em>La Seta<\/em><em> e la sua Via<\/em>, catalogo della mostra a cura di M.T. Lucidi, Roma 1994, cat. n. 112.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_29_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_30_111\" class=\"footnote\">MGP inv. MA 11576: <em>When Silk<\/em> <em>was gold<\/em>\u2026, 1997, cat. n. 35; <em>Lumi\u00e8res de Soie<\/em>\u2026, 2004, cat. n. 24.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_30_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_31_111\" class=\"footnote\">Per la politica culturale mongola e la produzione di stoffe suntuarie nell\u2019impero: T.T. ALLSEN, <em>Commodity and Exchange<\/em>\u2026, 1997; <em>When Silk was Gold<\/em>\u2026, 1997. Per il reflusso ad Occidente del nuovo stile internazionale e per la circolazione di modelli tra gli Ilkhanati: J. WATT, <em>A Note on Artistic Exchanges in the Mongol Empire<\/em>, e L. KOMAROFF, <em>The Transmission and <\/em><em>Dissemination of a New Visual <\/em><em>Language<\/em>, in <em>The Legacy of Genghis Khan. <\/em><em>Courtly Art and Culture in Western Asia, 1256-1353<\/em>, catalogo della mostra a cura di L. Komaroff &#8211; S. Carboni, New Haven &#8211; London 2002, pp. 63-73, pp. 168-195; L.W. MACKIE, <em>Toward an Understanding of Mamluk Silks: National and International Considerations<\/em>, in \u00abMuqarnas\u00bb, II, 1984, pp. 127-146; Y. YANNICK, <em>De quelques figures chinoises du d\u00e9cor islamique<\/em>, in \u00abRevue de la  Biblioth\u00e9que nationale de France\u00bb, XLII, 1991, pp. 27-35; Y. CROWE, <em>The Chiselled Surface. <\/em><em>Chinese Lacquer and Islamic Design<\/em>, in \u00abHali Hannual\u00bb, 1996, pp. 60-69.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_31_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_32_111\" class=\"footnote\">Inventario vaticano (1295)&#8230;, 1885, p. 107, nn. 1143-1146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_32_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_33_111\" class=\"footnote\">Inventario vaticano (1295)&#8230;, 1885, p. 108, nn. 1166-1167.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_33_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_34_111\" class=\"footnote\">Inventario vaticano (1295)&#8230;, 1885, p. 108, n. 1165.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_34_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_35_111\" class=\"footnote\">MFAB inv. 93.376: M. SONDAY, <em>A Group of Possibly Thirteenth Century Velvets with Gold Discs in Offset Rows<\/em>, in \u00abTextile  Museum Journal\u00bb, 1999-2000, pp. 101-151.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_35_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_36_111\" class=\"footnote\">\u00abItem, unum paliotum cum fundo de panno de Romania cum avibus ad aurum et brodatura di panno tartarico ad medalias aureas [&#8230;], unum pannum tartaricum quasi violaceum ad medalias aureas\u00bb. Cfr. Inventario vaticano (1295)&#8230;, 1885, p. 98, n. 1108, p. 108, n. 1172; \u00abUn drappo tartaresco bruno con piccoli dischi d\u2019oro\u00bb. Cfr. Inventario della sacrestia della Basilica di San Francesco ad Assisi (1341)&#8230;, 1882, p. 173.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_36_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_37_111\" class=\"footnote\">Inventario della cattedrale di San Nicola a Bari (1362) edito in E. ROGODEO, <em>Il tesoro della R. Chiesa di San Nicola di Bari del secolo XIV <\/em>, \u00abL\u2019Arte\u00bb, V, 1902, n. 272.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_37_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_38_111\" class=\"footnote\">\u00abItem una planeta de panno tartarico ad aurum cum aurifrisio de auro [&#8230;], alia planeta de panno tartarico a\u00e7orinno, ad aurum cum aurifrisio ambo de auro et serico. [&#8230;] Una dalmatica de panno tartarico, intus rubeo et foris viridj, ad aurum cum aurifrisio in brachialibus [&#8230;], una dalmatica de panno tartarico viridi ad aurum cum aurifrisijis in brachijs et a latere\u00bb. Cfr. Inventario della cattedrale di Anagni (1294-1303) edito in L. MORTARI, <em>Il tesoro della cattedrale di Anagni<\/em>, Roma 1963, pp. 12-13; \u00abItem 1 planetam de panno tartarico cum frixio ad figuras et perlas\u00bb. Cfr. Inventario avignonese di papa Clemente V (1314)&#8230;, 1944, p. 24; \u00abItem casula, dalmatica et tunicella de panno tartarico cum aurifrigiis suis et perlis\u00bb. Cfr. Inventario avignonese di papa Clemente VI (1342)&#8230;, 1944, p. 92.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_38_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_39_111\" class=\"footnote\">M.L. ROSATI, <em>Esotismo<\/em>\u2026, 2009, p. 298, n. 187.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_39_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_40_111\" class=\"footnote\">SSM inv. 13-1: A. STAUFFER, <em>Die mittelalterlichen Textilien von St. Servatius in Maastricht<\/em>, Riggisberg 1991, n. 108.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_40_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_41_111\" class=\"footnote\">VAM inv. 7046-1860: <em>Cangrande<\/em>\u2026, 2004, cat. n. 45.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_41_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_42_111\" class=\"footnote\">MHTL inv. 22.681: J.M. TUCHSCHERER, <em>\u00c8toffes merveilleuses&#8230;<\/em>, 1976, Fig. 35; L.W. MACKIE, <em>Toward an Understanding of Mamluk Silks<\/em>, 1984, Fig. 17; S. DESROSIERS, <em>Soieries et autres textiles de l\u2019antiquit\u00e9 au XVIe si\u00e8cle<\/em>, in <em>Mus\u00e9e National du Moyen \u00c2ge &#8211; Thermes de Cluny catalogue<\/em>, Paris 2004, n. 180.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_42_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_43_111\" class=\"footnote\">MHTL inv. 27.239: M.L. ROSATI, <em>Esotismo<\/em>\u2026, 2009, p. 279, n. 55.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_43_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_44_111\" class=\"footnote\">Per i damaschi di epoca mamelucca e il loro rapporto con i tessuti estremo orientali: J.H. SCHMIDT, <em>Damaste der Mamlukenzeit<\/em>, in \u00abArs Islamica\u00bb, I, 1934, pp. 99-109; L.W. MACKIE, <em>Toward an Understanding<\/em>\u2026, 1984, pp. 127-146.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_44_111\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>m.rosati@sns.it Migrazioni tecnologiche e interazioni culturali. La diffusione dei tessuti orientali nell\u2019Europa del XIII e del XIV secolo DOI: 10.7431\/RIV01022010 Nelle tavole di accompagnamento alla <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=111\" title=\"Maria Ludovica Rosati\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":616,"menu_order":2,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/111"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=111"}],"version-history":[{"count":22,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/111\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1503,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/111\/revisions\/1503"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/616"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=111"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}