{"id":1011,"date":"2011-12-26T23:36:24","date_gmt":"2011-12-26T23:36:24","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1011"},"modified":"2013-06-13T00:14:41","modified_gmt":"2013-06-13T00:14:41","slug":"giovanni-boraccesi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1011","title":{"rendered":"Giovanni Boraccesi"},"content":{"rendered":"<p>g.boraccesi@libero.it<\/p>\n<h3>A Levante di Palermo. Argenti con l\u2019aquila a volo alto nell\u2019isola greca di Tinos<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV04052011<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Una ricerca, tuttora in itinere, mi ha portato a indagare sulla suppellettile in argento custodita nelle chiese cattoliche della Grecia, una realt\u00e0 certo minore e del tutto sconosciuta ma non per questo da trattare con negligenza. Dopo aver esaminato e reso noto agli studi i diversi manufatti della cattedrale di Naxos<sup><a href=\"#footnote_0_1011\" id=\"identifier_0_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. BORACCESI, Rapporti tra la Grecia e l&rsquo;Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos, in &laquo;Arte Cristiana&raquo;, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144. Qui ho esaminato un interessante Piatto in argento di manifattura messinese del XVI-XVII secolo\">1<\/a><\/sup>, capoluogo dell\u2019omonima isola delle Cicladi, \u00e8 ora la volta di un piccolo, e per me inaspettato, nucleo di argenti palermitani di rilevante interesse che ho rinvenuto, assieme a molti altri reperti di provenienza eterogenea, nell\u2019isola di Tinos, famosa per essere il luogo di un santuario ortodosso tra i pi\u00f9 conosciuti della Grecia, dedicato alla Panagh\u00eda Evangelistr\u00eda (dell\u2019Annunciazione). Esso fu costruito tra il 1823 e il 1830 nel luogo in cui, secondo la tradizione, nel luglio del 1823 era stata rinvenuta una miracolosa icona della Vergine, dipinta dall\u2019apostolo Luca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tinos \u00e8 anche la sede prestigiosa di un antico vescovado latino installato nel villaggio di Xinara; la sua giurisdizione, parallelamente alla sfera d\u2019azione che fu gi\u00e0 della Repubblica di Venezia, si <strong>e<\/strong>stende oggi tra le isole di Naxos, di Paros, di Mikonos, di Andros fino a comprendere &#8211; per via dell\u2019amministrazione apostolica &#8211; le pi\u00f9 lontane isole di Lesbos, di Chios o Scio (gi\u00e0 con una propria Diocesi) e di Samos, queste ultime fronteggianti la costa turca. La collocazione geografica fece di Tinos un\u2019isola dal commercio fiorente tra il Ponente, il Levante e il Mar Nero, come del resto l\u2019intero arcipelago delle Cicladi e le altre isole dell\u2019Egeo. Occupata dai Veneziani nel 1207, Tinos fu prescelta quale luogo di residenza di un Rettore della Serenissima che esplicava il proprio ufficio nella cittadella fortificata di Exombourgo (<a title=\"Fig. 1. Veduta generale di Exombourgo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor01.jpg\">Fig. 1<\/a>), distrutta dai Turchi nel 1715.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I pezzi di cui ora tratter\u00f2, tutti databili entro il XVIII secolo, sono conservati, tranne l\u2019ostensorio, presso il moderno palazzo vescovile della citt\u00e0-capoluogo Tinos, a due passi dalla chiesa conventuale di Sant\u2019Antonio da Padova. Di essi, per\u00f2, vi \u00e8 scarsit\u00e0 di documenti e di notizie, n\u00e9 conosciamo le circostanze in cui vennero commissionati. In antico, forse, potevano custodirsi nella cattedrale di Xinara o nell\u2019adiacente palazzo vescovile, il cui piano terra accoglie fin dal 1990 un importante museo ecclesiastico e un archivio diocesano, con un complesso di documenti riguardanti la giurisdizione spirituale e il governo ecclesiastico della Chiesa latina. N\u00e9 si pu\u00f2 escludere che facessero parte della suppellettile gi\u00e0 in dotazione a uno dei tre conventi dell\u2019isola, due dei quali in seguito soppressi, come dir\u00f2 pi\u00f9 innanzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 certo che gli argenti di Palermo rinvenuti in questo lembo di Grecia &#8211; mi consta che finora siano i primi in questo Paese &#8211; sono in rapporto alla circolazione di fede e di cultura oltre che al mare e alle attivit\u00e0 ad esso connesse. Da un altro punto di vista, e ci\u00f2 non \u00e8 una novit\u00e0, sono un\u2019ulteriore prova della diffusione dell\u2019argenteria siciliana in varie parti d\u2019Italia e d\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Faccio, tuttavia, notare che nell\u2019isola di Tinos, fra gli ordini religiosi che s\u2019insediarono lungo il corso dei secoli vi furono, e ancora lo sono, i Gesuiti, che nel 1661 costruirono la loro casa nel villaggio di Loutr\u00e0. In seno alla struttura di tale Compagnia facevano parte due religiosi nativi di Palermo: Francesco La Lomia (1727-1789) e Giuseppe Martillaro (1731-1810), entrambi giunti a Tinos nel 1769<sup><a href=\"#footnote_1_1011\" id=\"identifier_1_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. INGLOT, La Compagnia di Ges&ugrave; nell&rsquo;Impero Russo (1772-1820) e la sua parte nella restaurazione generale della Compagnia, Roma 1997, p. 207. Sulla presenza dei Gesuiti in questa parte d&rsquo;Europa, si veda, inoltre, G. ROMANO, Cenni storici della missione della Compagnia di Ges&ugrave; in Grecia, Palermo 1912\">2<\/a><\/sup>. Essi stessi o i loro confratelli pi\u00f9 anziani, magari qualcuno pure originario del capoluogo siciliano, potrebbero aver agito da tramite per questa commessa. Similmente, cos\u00ec come mi suggerisce lo storico locale padre Marco Foscolo che ringrazio, diversi altri religiosi provenienti dalla Sicilia risiedevano nei due edifici dell\u2019Ordine francescano aperti sull\u2019isola, ovvero i Frati Minori Conventuali del cenobio di San Francesco d\u2019Assisi e del cenobio di Sant\u2019Antonio da Padova.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parallelamente, nell\u2019arco cronologico che qui ora ci interessa, furono vescovi di Tinos sia Luigi Guarchi (1738-1762), sia Vincenzo de Via (1762-1799), entrambi originari dell\u2019isola di Chios<sup><a href=\"#footnote_2_1011\" id=\"identifier_2_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Hierarchia Cattolica, Padova 1952, V 343-344; Padova 1958, VI 361, 408. Si veda anche G. HOFMANN, Vescovadi cattolici della Grecia. II. Tinos, Roma 1936 (Orientalia Christiana Analecta 107\">3<\/a><\/sup>. Va da s\u00e9, comunque, che il successore di quest\u2019ultimo fu il vescovo Giuseppe Maria Tobia (1799-1815), dell\u2019Ordine dei Frati Minori Conventuali, nato a Monte San Giuliano (oggi Erice) il 24 ottobre 1740 e morto a Candia (Creta) il 19 luglio 1815<sup><a href=\"#footnote_3_1011\" id=\"identifier_3_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Oltre alla nota 3, si veda http:\/\/sites.google.com\/site\/pomadisansaverio\/famiglieimparentateconlafamigliapoma\">4<\/a><\/sup>. Il periodo barocco e rococ\u00f2 segna nel campo della suppellettile in argento il momento di massimo splendore per la Sicilia, spesso con manufatti di grande bellezza formale arricchiti con microsculture, con pietre preziose, con coralli e con smalti multicolori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutti gli esemplari che mi accingo a presentare sono marchiati con il bollo camerale della citt\u00e0 di Palermo, ovvero l\u2019aquila a volo alto sovrastante le lettere RVP (<em>Regia Urbs Panormi<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Risale alla prima met\u00e0 del Settecento e precisamente al 1747 la realizzazione di un <em>Ostensorio<\/em> (h. cm 62,5) (<a title=\"Fig. 2. Argentiere palermitano monogrammato G*, 1747, &lt;i&gt;Ostensorio&lt;\/i&gt; (base e fusto), Kalloni, Chiesa di San Zaccaria.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor02.jpg\">Fig. 2<\/a>) in argento dorato conservato nella chiesa di San Zaccaria a Kalloni, piccolo villaggio situato nella parte centrale dell\u2019isola di Tinos. La raggiera non \u00e8 quella originale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La base, gradinata e dal profilo movimentato, \u00e8 suddivisa in tre campi uguali delimitati da volute fogliacee; la parte pi\u00f9 interna del piede presenta una decorazione a sbalzo con volute contrapposte e foglie sinuose che delimitano una cartella liscia. Il fusto \u00e8 abbellito da una serie di collarini e da un nodo con volute aggettanti a traforo. L\u2019ampia raggiera, con fasci di raggi argentati e dorati, presenta un ricettacolo di forma circolare, a sua volta circondato da nuvole e da testine angeliche nonch\u00e9 da vetri di colore verde. Alla sommit\u00e0 \u00e8 posta una croce raggiata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La raggiera, come detto, non \u00e8 pertinente all\u2019ostensorio che stiamo trattando e fu probabilmente realizzata a cavallo tra l\u2019Ottocento e il Novecento; sullo sportellino posteriore \u00e8 impresso il punzone M\/925\/A, dove 925 sta per il marchio di garanzia di bont\u00e0 del titolo di 925 millesimi. I punzoni rilevati sulla parte pi\u00f9 antica dell\u2019ostensorio, vale a dire la base e il fusto, sono rispettivamente APC47, pertinente il consolato di Antonino Pensallorto<sup><a href=\"#footnote_4_1011\" id=\"identifier_4_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. BARRAJA, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII secolo ad oggi, Palermo 1996, pp. 27, 40, 45, 76-77\">5<\/a><\/sup>, e G*, probabile emblema di un argentiere palermitano ancora non identificato. Quest\u2019ultimo \u00e8 stato gi\u00e0 riscontrato dalla critica sia sull\u2019<em>Ostensorio<\/em> del 1748 del Museo Diocesano di Caltanissetta<sup><a href=\"#footnote_5_1011\" id=\"identifier_5_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il Museo Diocesano di Caltanissetta, a cura di S. RIZZO, A. BRUCCHERI, F. CIANCIMINO, Caltanissetta 2001, p. 242\">6<\/a><\/sup>, sia sull\u2019<em>Ostensorio<\/em> del 1748 della chiesa di Santa Maria Odigitria di Piana degli Albanesi, sia sul <em>Calice<\/em> della chiesa madre di Vicari<sup><a href=\"#footnote_6_1011\" id=\"identifier_6_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. DAV&Igrave;, Ostensorio con san Michele, in Il tesoro dell&rsquo;isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, catalogo della mostra (Praga 19 ottobre-21 novembre 2004), a cura di S. RIZZO, Catania 2008, II, pp. 854-855\">7<\/a><\/sup>. Il maestro Antonino Pensallorto, documentato dal 1729 al 1761,<sup><a href=\"#footnote_7_1011\" id=\"identifier_7_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. BARRAJA, Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, a cura di M. C. DI NATALE, Milano 2001, p. 675\">8<\/a><\/sup> esplic\u00f2 pi\u00f9 volte l\u2019ambita carica di console degli argentieri di Palermo, esattamente nel 1747, nel 1748, nel 1749, nel 1755 e nel 1756.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ragione della perdita dell\u2019originale elemento sommitale dell\u2019ostensorio di Kalloni, si pu\u00f2 supporre che questa parte del manufatto fosse in principio caratterizzata con una mostra a tabernacolo, anzich\u00e9 a raggiera, sull\u2019esempio cio\u00e8 del sopramenzionato esemplare della chiesa dell\u2019Odigitria di Piana degli Albanesi o meglio ancora su quello, purtroppo trafugato, della chiesa di San Demetrio sempre a Piana degli Albanesi e con il quale, peraltro, condivide taluni aspetti formali e decorativi.<em> <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1758, durante il consolato di Nunzio Gino, si realizzarono tre <em>Contenitori per olii santi<\/em> (h. cm 16) (<a title=\"Fig. 3. Argentiere palermitano, 1758, &lt;i&gt;Contenitori per olii santi&lt;\/i&gt;, Tinos, Palazzo Vescovile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor03.jpg\">Fig. 3<\/a>); ne fu autore un argentiere palermitano non identificabile. La forma dei recipienti &#8211; rispettivamente per l\u2019olio del battesimo, della cresima e dell\u2019estrema unzione, tutti olii del crisma consacrati dal vescovo il Gioved\u00ec Santo &#8211; \u00e8 cilindrica, con collo corto e stretto chiuso in alto da un tappo ad incastro. L\u2019insieme \u00e8 improntato a una severa e austera semplicit\u00e0, scevra da qualsiasi elemento decorativo, eccezion fatta per alcune sottilissime filettature. Il punzone rilevato, oltre a quello dell\u2019aquila a volo alto di Palermo, \u00e8 riferito al console degli argentieri affiancato dal datario, ovvero NGC 58, spettante a Nunzio Gino (1729-1784)<sup><a href=\"#footnote_8_1011\" id=\"identifier_8_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Ivi, p. 672\">9<\/a><\/sup>: console dal 26 giugno 1758 al 26 giugno 1759 e poi ancora nel 1762-1764, nel 1771-1772 e nel 1780<sup><a href=\"#footnote_9_1011\" id=\"identifier_9_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. BARRAJA, op. cit., 1996, pp. 40, 77-80; IDEM, Spigolature d&rsquo;archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ&ograve;, in Argenti e Cultura Rococ&ograve;, p. 640\">10<\/a><\/sup>; lo stesso suo punzone \u00e8 stato rinvenuto anche per il 1779 su un <em>Calice<\/em> conservato nella chiesa madre di Sutera<sup><a href=\"#footnote_10_1011\" id=\"identifier_10_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. V. MANCINO, Il Tesoro della Chiesa Madre di Sutera, Caltanissetta 2010, p. 88\">11<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul piano strettamente formale, i <em>Contenitori per olii santi<\/em> del palazzo vescovile di Tinos si possono confrontare con i pi\u00f9 elaborati esemplari della cattedrale di Cefal\u00f9<sup><a href=\"#footnote_11_1011\" id=\"identifier_11_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"C. GUASTELLA, La suppellettile e l&rsquo;arredo mobile: argenterie e parati sacri, in La basilica cattedrale di Cefal&ugrave; materiali per la conoscenza storica e il restauro, Palermo1982, pp. 142-144\">12<\/a><\/sup>, realizzati nel 1735 e rispettivamente punzonati con il marchio dell\u2019arte di Palermo, con quello consolare AG735 e con l\u2019altro dell\u2019argentiere PC.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra i manufatti liturgici rinvenuti a Tinos pi\u00f9 prezioso \u00e8, a mio parere, un <em>Calice<\/em> (h. cm 29) (<a title=\"Fig. 4. Argentiere palermitano, 1764, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt;, Tinos, Palazzo Vescovile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor04.jpg\">Figg. 4<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 5. Argentiere palermitano, 1764, &lt;i&gt;Calice&lt;\/i&gt; (particolare della base), Tinos, Palazzo Vescovile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor05.jpg\">5<\/a>)<em> <\/em>in argento dorato. Splendido esempio dei fantasiosi ornati rococ\u00f2 che, sulla scia di quanto gi\u00e0 prodotto in Francia, caratterizzarono gli argenti palermitani di questo periodo. La base, dal profilo irregolare, presenta un orlo liscio e gradinato; la superficie del piede \u00e8 suddivisa da tre capricciose volute fogliacee che delimitano altrettanti campi triangolari. Questi sono interessati da una caotica e disordinata decorazione a rilievo tipicamente <em>rocaille<\/em>, con incrostazioni di fregi vegetali, di spighe di grano e di grappoli d\u2019uva, questi ultimi chiari simboli eucaristici. Mosso e irregolare \u00e8 il fusto, che presenta un nodo dalle forme astruse e anch\u2019esso sovraccaricato di motivi vegetali. Di questa fantastica decorazione, che quasi stordisce l\u2019osservatore, non \u00e8 neppure immune il sottocoppa, ammantato com\u2019\u00e8 di capricciosi elementi fitomorfi a sbalzo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tipologia e i decori di questo notevole pezzo sono, dunque, caratteristiche peculiari dello stile palermitano, evidenziano nel contempo l\u2019estrema abilit\u00e0 tecnica ormai raggiunta dai suoi qualificati artefici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla lettura dei punzoni impressi sul calice in questione, si deduce che fu realizzato nel 1764 durante il consolato di Francesco Mercurio (FM64), finora documentato dal 1752 al 1796<sup><a href=\"#footnote_12_1011\" id=\"identifier_12_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. BARRAJA, Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, cit., p. 674\">13<\/a><\/sup> e appartenente a una dinastia di apprezzabili argentieri di Palermo; sul calice compare, inoltre, la prova di assaggio. L\u2019ufficio del consolato degli argentieri gli venne affidato dal 10 luglio 1764 al 10 luglio 1765 e poi ancora dal 1770 al 1771<sup><a href=\"#footnote_13_1011\" id=\"identifier_13_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"IDEM, op. cit., 1996, pp. 78-79; IDEM, Spigolature d&rsquo;archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ&ograve;, cit., p. 640\">14<\/a><\/sup>. Bench\u00e9 non riportato nel repertorio dei punzoni consolari della citt\u00e0 di Palermo (Barraja, 1996), allo stesso Francesco Mercurio si \u00e8 voluto comunque assegnare il consolato del 1776<sup><a href=\"#footnote_14_1011\" id=\"identifier_14_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. CUSMANO, Argenteria sacra di Ciminna dal Cinquecento all&rsquo;Ottocento, Palermo 1994, p. 67\">15<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul piano tipologico e decorativo, un esempio apprezzabile di confronto \u00e8 con il <em>Calice<\/em> conservato dalla confraternita di San\u2019Orsola di Palermo, realizzato da Gaspare Cimino nel 1763<sup><a href=\"#footnote_15_1011\" id=\"identifier_15_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. REGINELLA, Completo di Pisside e Calice, in Argenti e Cultura Rococ&ograve;, p. 352, vedi anche p. 249\">16<\/a><\/sup>; inoltre, a voler considerare i particolari motivi decorativi che caratterizzano la base del nostro calice, questi sono anche paragonabili con la <em>Pisside<\/em> della chiesa di San Ludovico di Mussomeli, opera del 1760 di Francesco Geremia<sup><a href=\"#footnote_16_1011\" id=\"identifier_16_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. C. GULISANO, Pisside, in Argenti e Cultura Rococ&ograve;, pp. 344-345, vedi anche p. 233\">17<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro considerevole manufatto di stile rococ\u00f2 \u00e8 un <em>Vassoio<\/em> di forma ovale (25,5&#215;19,5) (<a title=\"Fig. 6. Salvatore Mercurio, 1782, &lt;i&gt;Vassoio&lt;\/i&gt;, Tinos, Palazzo Vescovile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor06.jpg\">Figg. 6<\/a> &#8211; <a title=\"Fig. 7. Salvatore Mercurio, 1782, &lt;i&gt;Vassoio&lt;\/i&gt; (particolare dello stemma), Tinos, Palazzo Vescovile.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/bor07.jpg\">7<\/a>) eseguito nel 1782. L\u2019orlo mistilineo presenta una fascia incisa con l\u2019iterazione di sinuose volute vegetali inframmezzate a singole foglie. Sul fondo, tra volute contrapposte e foglie d\u2019acanto accartocciate, \u00e8 raffigurato uno scudo con nel mezzo le lettere AV intrecciate e sovrapposte, forse le iniziali del possessore. Se cos\u00ec fosse, dovremmo allora riconoscere il vassoio come oggetto di uso profano piuttosto che sacro e qui poi giunto come dono munifico. Al marchio della citt\u00e0 di Palermo, si accompagna quello consolare con la sigla SC\u00b782, riconducibile a Don Simone Chiapparo, e quello dell\u2019argentiere con le lettere (D)SM, pertinente a Salvatore Mercurio. Simone Chiapparo (documentato dal 1759 al 1790)<sup><a href=\"#footnote_17_1011\" id=\"identifier_17_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"S. BARRAJA, Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, cit., p. 670; IDEM, op. cit., 1996, pp. 79-81\">18<\/a><\/sup> fu investito di questa carica negli anni 1772-1773, 1781-1782 e 1790<sup><a href=\"#footnote_18_1011\" id=\"identifier_18_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"IDEM, op. cit., 1996, pp. 79-81\">19<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il rinvenimento a Tinos di questo vassoio e, soprattutto, il bollo incusso di Salvatore Mercurio \u00e8 di estremo interesse per la conoscenza del maestro argentiere, visto che permette di estendere il periodo della sua attivit\u00e0 di ben quattro anni; fino a ieri, infatti, egli era documentato dal 1749 al 1778<sup><a href=\"#footnote_19_1011\" id=\"identifier_19_1011\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"IDEM, Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza, cit., p. 674\">20<\/a><\/sup>. \u00c8 auspicabile, quindi, che altre sue pregiate realizzazioni possano ancora recuperarsi in Sicilia e altrove.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ringrazio Sua Eccellenza Nicola Printezis, Arcivescovo di Naxos-Tinos-Mikonos-Andros per l\u2019autorizzazione di studiare gli argenti delle chiese cattoliche dell\u2019isola di Tinos. Un ringraziamento particolare a padre Marco Foscolo per l\u2019accoglienza e per le utili informazioni.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_1011\" class=\"footnote\">G. BORACCESI, <em>Rapporti tra la Grecia e l\u2019Occidente europeo negli argenti della Cattedrale di Naxos<\/em>, in \u00abArte Cristiana\u00bb, n. 863, marzo-aprile 2011, pp. 131-144. Qui ho esaminato un interessante <em>Piatto<\/em> in argento di manifattura messinese del XVI-XVII secolo<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_1011\" class=\"footnote\">M. INGLOT, <em>La Compagnia di Ges\u00f9 nell\u2019Impero Russo (1772-1820) e la sua parte nella restaurazione generale della Compagnia<\/em>, Roma 1997, p. 207. Sulla presenza dei Gesuiti in questa parte d\u2019Europa, si veda, inoltre, G. ROMANO, <em>Cenni storici della missione della Compagnia di Ges\u00f9 in Grecia<\/em>, Palermo 1912<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_1011\" class=\"footnote\"><em>Hierarchia Cattolica<\/em>, Padova 1952, V 343-344; Padova 1958, VI 361, 408. Si veda anche G. HOFMANN, <em>Vescovadi cattolici della Grecia. II. Tinos<\/em>, Roma 1936 (Orientalia Christiana Analecta 107<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_1011\" class=\"footnote\">Oltre alla nota 3, si veda http:\/\/sites.google.com\/site\/pomadisansaverio\/famiglieimparentateconlafamigliapoma<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_1011\" class=\"footnote\">S. BARRAJA, <em>I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII secolo ad oggi<\/em>, Palermo 1996, pp. 27, 40, 45, 76-77<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_1011\" class=\"footnote\"> <em>Il Museo Diocesano di Caltanissetta<\/em>, a cura di S. RIZZO, A. BRUCCHERI, F. CIANCIMINO, Caltanissetta 2001, p. 242<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_1011\" class=\"footnote\">G. DAV\u00cc, <em>Ostensorio con san Michele<\/em>, in <em>Il tesoro dell\u2019isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo<\/em>, catalogo della mostra (Praga 19 ottobre-21 novembre 2004), a cura di S. RIZZO, Catania 2008, II, pp. 854-855<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_1011\" class=\"footnote\">S. BARRAJA, <em>Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza<\/em>, in <em>Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco<\/em>, a cura di M. C. DI NATALE, Milano 2001, p. 675<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_1011\" class=\"footnote\">Ivi, p. 672<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_1011\" class=\"footnote\">S. BARRAJA, <em>op. cit.<\/em>, 1996, pp. 40, 77-80; IDEM, <em>Spigolature d\u2019archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ\u00f2<\/em>, in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2<\/em>, p. 640<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_1011\" class=\"footnote\">M. V. MANCINO, <em>Il Tesoro della Chiesa Madre di Sutera<\/em>, Caltanissetta 2010, p. 88<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_1011\" class=\"footnote\">C. GUASTELLA, <em>La suppellettile e l\u2019arredo mobile: argenterie e parati sacri<\/em>, in <em>La basilica cattedrale di Cefal\u00f9 materiali per la conoscenza storica e il restauro<\/em>, Palermo1982, pp. 142-144<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_1011\" class=\"footnote\">S. BARRAJA, <em>Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza<\/em>, cit., p. 674 <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_1011\" class=\"footnote\">IDEM, <em>op. cit.<\/em>, 1996, pp. 78-79; IDEM, <em>Spigolature d\u2019archivio per gli argenti sacri e profani tra tardo barocco e rococ\u00f2<\/em>, cit., p. 640<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_14_1011\" class=\"footnote\">G. CUSMANO, <em>Argenteria sacra di Ciminna dal Cinquecento all\u2019Ottocento<\/em>, Palermo 1994, p. 67<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_14_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_15_1011\" class=\"footnote\">M. REGINELLA, <em>Completo di Pisside e Calice<\/em>, in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2<\/em>, p. 352, vedi anche p. 249<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_15_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_16_1011\" class=\"footnote\">M. C. GULISANO, <em>Pisside<\/em>, in <em>Argenti e Cultura Rococ\u00f2<\/em>, pp. 344-345, vedi anche p. 233<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_16_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_17_1011\" class=\"footnote\">S. BARRAJA, <em>Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza<\/em>, cit., p. 670; IDEM, <em>op. cit.<\/em>, 1996, pp. 79-81<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_17_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_18_1011\" class=\"footnote\">IDEM, <em>op. cit.<\/em>, 1996, pp. 79-81<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_18_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_19_1011\" class=\"footnote\">IDEM, <em>Gli orafi e argentieri di Palermo attraverso i manoscritti della maestranza<\/em>, cit., p. 674<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_19_1011\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>g.boraccesi@libero.it A Levante di Palermo. Argenti con l\u2019aquila a volo alto nell\u2019isola greca di Tinos DOI: 10.7431\/RIV04052011 Una ricerca, tuttora in itinere, mi ha portato <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1011\" title=\"Giovanni Boraccesi\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":1108,"menu_order":5,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1011"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1011"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1011\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1473,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1011\/revisions\/1473"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1108"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1011"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}