{"id":1005,"date":"2011-12-26T23:22:42","date_gmt":"2011-12-26T23:22:42","guid":{"rendered":"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1005"},"modified":"2013-06-13T00:13:56","modified_gmt":"2013-06-13T00:13:56","slug":"paola-venturelli","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1005","title":{"rendered":"Paola Venturelli"},"content":{"rendered":"<p>vntpaola@tin.it<\/p>\n<h3>Un calice e un reliquiario siciliano nel Tesoro del Duomo di Milano<\/h3>\n<p>DOI: 10.7431\/RIV04042011<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 25 settembre 1683, per volont\u00e0 del milanese Carlo Francesco Airoldi (1637-1683), vescovo di Edessa e Nunzio Apostolico della Repubblica di Venezia, appartenente a una delle famiglie\u00a0 pi\u00f9 importanti della Lombardia spagnola<sup><a href=\"#footnote_0_1005\" id=\"identifier_0_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Nato a Milano da Marcellino Airoldi, primo conte di Lecco e dalla contessa Maria Diano, Carlo Francesco fu destinato alla carriera ecclesiastica; dopo essere stato creato abate di Sant&rsquo; Abbondio nella diocesi di Cremona, venne nominato nel 1668 da Clemente IX internunzio nelle Fiandre, qui compiendo una notevole attivit&agrave; contro la diffusione del giansenismo; lasciata la nunziatura nel 1673 fu consacrato arcivescovo in partibus di Edessa&nbsp; e nominato vescovo assistente al soglio pontificio; fu tra l&rsquo;altro nunzio a Firenze e a Venezia, citt&agrave; quest&rsquo;ultima che lasci&ograve; nel 1678 per trasferirsi a Milano, dove mor&igrave; il 7 aprile 1683; venne sepolto nel Duomo, ai piedi dell&rsquo;altare della cappella di san Giovanni Buono (o di San Michele), dirimpetto a quella della Madonna dell&rsquo;Albero (si veda G. L. Barni, Airoldi, Carlo Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, I, Roma 1960, p. 539. Si veda anche il Profilo storico biografico, in www.villasanvalerio.it\">1<\/a><\/sup>, veniva donato al Tesoro del Duomo di Milano, un prezioso calice di rame dorato, con coppa d\u2019argento parimenti dorata (23,2&#215;13,6).<sup><a href=\"#footnote_1_1005\" id=\"identifier_1_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Il calice presenta inoltre un sottopiede in lastra di rame dorato con decori a girali; rimando alla scheda di M. Cinotti, in R. Bossaglia, M. Cinotti, Tesoro e Museo del Duomo, I, Milano 1978, n. 47, p. 67 ( con assegnazione a manifattura &ldquo;siciliana&rdquo;, della seconda met&agrave; del XVII secolo; Mia Cinotti rilevava che &ldquo;manca circa il 15% dei coralli&rdquo;; risulta citato nelle fonti relative al Duomo di Milano a partire da G. C. Besozzo, Distinto ragguaglio dell&rsquo;origine e stato presente dell&rsquo;ottava meraviglia del mondo o sia della gran metropolitana dell&rsquo;Insubria volgarmente detta il Duomo di Milano, Milano 1694,&nbsp; pp. 49-50\">2<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019 opera inequivocabilmente siciliana, presumibilmente dovuta almeno in parte a maestranze trapanesi<sup><a href=\"#footnote_2_1005\" id=\"identifier_2_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"I materiali costitutivi del calice sono stati analizzati nel 1986 da Margherita Superchi e Elena Sesana (CISGEM), che hanno proposto la realizzazione del manufatto presso la &ldquo;scuola di Trapani&rdquo; (Analisi Gemmologica del Tesoro del Duomo di Milano, CISGEM&nbsp; CCIAAA, Milano 1986, p. 35\">3<\/a><\/sup>, come rivelano i minuscoli moduli decorativi di corallo lavorato a basso o alto rilievo, posti in dialettico gioco cromatico sul supporto metallico. Trofei vegetali, fogliette, fiori, teste di cherubino, rivestono il piede mistilineo e modanato, il fusto a balaustro con nodo a bulbo schiacciato, i rocchetti di raccordo e il sottocoppa, in un insieme\u00a0 ricco e fastoso. (<a title=\"Fig. 1a. Maestranze siciliane (attr.), &lt;i&gt;Calice Airoldi&lt;\/i&gt; (seconda met\u00e0 del XVII secolo, ante 1683), Milano, Tesoro del Duomo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ven01a.jpg\">Figg. 1a<\/a> e <a title=\"Fig. 1b. Maestranze siciliane (attr.), &lt;i&gt;Calice Airoldi&lt;\/i&gt; (seconda met\u00e0 del XVII secolo, ante 1683), Milano, Tesoro del Duomo.\" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ven01b.jpg\">1b<\/a>). I diversi elementi di corallo sono fissati mediante fili e pernetti di metallo secondo la tecnica \u2018della cucitura\u2019 -tipicamente tardo-secentesca-, grazie alla quale \u00e8 possibile conseguire effetti scenografici di grande suggestione. Sostituisce la pi\u00f9 antica detta del \u2018retro &#8211; incastro\u2019, peraltro impiegata anch\u2019essa nel calice milanese per gli elementi a baccello affiancati disposti a corolla sul sottocoppa e per quelli tondeggianti o a segmenti cilindrici che corrono lungo la cornicetta perimetrale della coppa<sup><a href=\"#footnote_3_1005\" id=\"identifier_3_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"La soluzione del &lsquo;retroincastro&rsquo; consisteva nell&rsquo;inserire gli elementi decorativi in fori equivalenti della lamina metallica assicurandoli con cera e pece. Per il corallo trapanese in relazione al XVII secolo e agli oggetti ecclesiastici, si veda M. C. Di Natale, Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra a cura di M. C. Di Natale, Milano 1991, pp. 22-69;&nbsp; Il corallo trapanese&nbsp; nei secoli XVII e XVIII, a cura di M. C. Di Natale, Brescia 2002 (con bibliografia\">4<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 congetturare che il pregiato calice, caratterizzato da un sostegno la cui sagoma \u00e8 perfettamente in linea con i prodotti d\u2019oreficeria lombarda secentesca, sia stato inviato a Carlo Francesco da qualche personaggio del ramo degli Airoldi trasferiti agli inizi del XVII secolo a Palermo<sup><a href=\"#footnote_4_1005\" id=\"identifier_4_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Numerosi documenti riguardanti Carlo Francesco Airoldi e la sua famiglia sono conservati presso l&rsquo;Archivio Airoldi di Villa San Valerio, Albiate (per il testamento nuncupativo di Carlo Francesco, del 31 marzo 1693, cfr. Busta 106, Fascicolo 181; alcuni arazzi di Fiandra di sua propriet&agrave;, passarono al nipote Antonio&nbsp; e da questi al cugino siciliano Giuseppe Airoldi, marchese di Santa Colomba di Palermo: si veda Busta 28, Fascicolo 36, 1755 marzo 29\">5<\/a><\/sup>, citt\u00e0 dove risultano attestati orefici milanesi, che talvolta collaborano con colleghi di altri centri siciliani<sup> <\/sup>((Cesare Valle, \u201csegretario di Sua maest\u00e0\u201d e di Don Pedro Tellez Giron, Duca di Ossuna (eletto Vicer\u00e9 di Sicilia nel 1610) dona alla <em>Madonna<\/em> di Trapani un \u201cgioia a rosa tutta d\u2019oro\u201d, con diamanti, \u201cvista per l\u2019aurefice Ioanni Paulo milanesi\u201d, come risulta da un inventario del 1621; tale personaggio dovrebbe essere identificato in Giovanni Paolo Bescap\u00e9, orafo milanese trasferitosi in Sicilia alla fine del XVI secolo, documentato a Trapani dal 1594 al 1613-1614, anni in cui ricopre la carica di <em>Console<\/em>, sposa la trapanese Bricitella  Prisci e tiene bottega con il cognato, l\u2019orafo Francesco Prisci, che a sua volta sposa la sorella di Giovanni Paolo (cfr. M. C. Di Natale, <em>\u201cColl\u2019entrar di Maria entrarono tutti i beni della citt\u00e0\u201d<\/em>, in <em>Il Tesoro nascosto. Gioie e argenti per la Madonna di Trapani<\/em>, catalogo della mostra a cura di M. C. Di Natale, V. Abbate, Palermo 1995, pp. 21- 22, 43 (note 134, 145); i \u201cBascap\u00e8\u201d sono attestati nelle matricole degli orefici di Milano dal 1467 (con Augustinus) al 1625 ( con Agosto), cfr. D. Romagnoli, <em>Le matricole degli orefici di Milano<\/em>, Milano 1977, <em>sub<\/em> indice. Attivo a Palermo tra 1573 e 1594 risulta Pietro Cazola, forse il capostipite della famiglia di orefici d\u2019 origine milanese documentati anche all\u2019 inizio del XVII secolo (nel 1614 Marzio Cazzola risulta affittuario di una bottega), cui appartenne\u00a0 Marta Cazola (o Cassola) che sposa nel 1606 l\u2019orafo Leonardo Montalbano, autore (ca. 1640- 1641) dell\u2019ostensorio della chiesa di S. Ignazio all\u2019 Olivella di Palermo, la celebre <em>Sfera<\/em><em> d\u2019oro<\/em> (Palermo, Galleria Regionale della Sicilia), come suggerisce Vicenzo Abbate (V. Abbate, <em>La sfera d\u2019oro<\/em>, in <em>La sfera d\u2019oro. Il recupero di un capolavoro dell\u2019oreficeria palermitana<\/em>, a cura di V. Abbate, C. Innocenti, Napoli 2003, nota 6, p. 56, con bibliografia precedente; per i Cazzola, cfr. S. Barraja, <em>Una bottega orafa del Seicento a Palermo<\/em>, in M. C. Di Natale, <em>I monili della Madonna della Visitazione di Enna<\/em>, Enna 1996, pp. 105-120); forse Pietro Cazola giunse a Palermo al seguito di Francesco Ferdinando d\u2019Avalos d\u2019Aquino, marchese di Pescara, Vicer\u00e9 di Sicilia dal 1568 al 1571, cos\u00ec come Annibale Fontana (1540-1587), l\u2019intagliatore di pietre dure, medaglista e scultore, a Palermo il 31 marzo1570, quando stima lavori\u00a0 di Vincenzo Gaggini per la porta della cattedrale; tra il marzo 1571 e la fine del 1572\u00a0 Annibale risulta assente da Milano (cfr. P. Venturelli, <em>\u201cRaro e Divino\u201d. Annibale Fontana (1540-1587) intagliatore e scultore milanese<\/em>, in \u201cNuova rivista storica\u201d, LXXXIX, 2005, p. 220; P. Venturelli,<em> Cammei e pietre dure milanesi per le corti d\u2019Europa tra Rinascimento e Barocco<\/em>, in corso di pubblicazione). Si veda inoltre V. Abbate,<em> Contesti palermitani di prima met\u00e0 Seicento: la Congregazione dell\u2019Oratorio tra maestranze e mercanti \u201cforastieri\u201d<\/em>, in <em>Splendori<\/em>&#8230;, 2001, pp. 140-151. La collaborazione tra corallai trapanesi e orefici palermitani \u00e8 stata pi\u00f9 volte sottolineata: cfr. M. C. Di Natale, scheda n. 116, in <em>L\u2019Arte del corallo in Sicilia<\/em>, catalogo della mostra a cura di C. Maltese e M.C. Di Natale, Palermo 1986, p. 288 (per quella tra l\u2019argentiere trapanese Andrea de Olivieri, l\u2019orefice palermitano Marzio Cazzola e il corallaio trapanese Thomas Pompeiano, nel secondo decennio del XVII secolo, cfr. M. C. Di Natale, <em>Gli argenti di Sicilia tra rito e decoro<\/em>, in <em>Ori e argenti di Sicilia, dal Quattrocento al Settecento<\/em>, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 147 e EADEM, <em>Ibidem<\/em>, scheda n. II . 44, pp. 219-220)); alle botteghe d\u2019oreficeria palermitane i numerosi lombardi residenti nel capoluogo siciliano ricorreranno d\u2019altro canto ripetutamente per fare realizzare opere da inviare alle chiese dei propri paesi di origine<sup><a href=\"#footnote_5_1005\" id=\"identifier_5_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Per esempio, negli anni che ci interessano, da Palermo sono inviati a due chiese del comasco, una croce astile datata 1661 (con bollo del Console Giovanni Giorgio Stella) e un calice (con bollo del Console Domenico di Napoli) che reca la scritta ABBAS CANOVS D. D. BARTOLONEVS CASSERA (famiglia comasca, il cui stemma figura inciso sul sostegno del calice): i due manufatti sono presentati, senza indicazione della loro ubicazione e riconoscimento dei bolli, in O. Zastrow, Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco, Como 1984; n. 33, p. 49, n. 68, p. 69; i punzoni sono identificati da S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII ad oggi, Saggio introduttivo di M. C. Di Natale, Palermo 1996, pp. 66-67; la seconda opera figura presso la &ldquo;Parrocchia di Vercana, lago di Como&rdquo;\">6<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Tesoro del Duomo di Milano conserva anche un reliquiario (41&#215;11,9) di pregevole fattura, presumibilmente in origine un ostensorio, donato nel 1965 da papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini), come \u00e8 noto gi\u00e0 arcivescovo (1954) e poi (1958-1963) cardinale del capoluogo lombardo<sup><a href=\"#footnote_6_1005\" id=\"identifier_6_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"In generale, cfr. Anni e opere di Paolo VI, a cura di N. Vian, introduzione di A. C. Jemolo, Roma 1978\">7<\/a><\/sup> (<a title=\"Fig. 2. Maestranze siciliane (attr.), &lt;i&gt;Reliquiario&lt;\/i&gt; (XVI secolo), Milano, Tesoro del Duomo. \" href=\"http:\/\/oadiriv.unipa.it\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/ven02.jpg\">Fig. 2<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anch\u2019esso, come il calice, \u00e8 privo di punzoni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Presenta una parte superiore a sagoma di tempietto esagono ovale, con un portello incernierato e aperture sovrastate da archi inflessi, fiancheggiate da otto gugliette con anelli quadrati; il fastigio, con pinnacoli e basamento gradinato su cui \u00e8 collocato un calice e il residuo di una perduta statuetta (i piedi), \u00e8 sormontato da una lunetta a giorno, siglata da una croce greca. Il sostegno si compone di un piede polilobato, a sezione ellittica, con specchiature cesellate da un motivo a rigatura e zoccolo a giorno, mentre il fusto \u00e8 scandito da un nodo a tempietto archiacuto, con sei gugliette e tetto imbriacato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pervenuto al Duomo con l\u2019indicazione \u201ctardo quattrocentesca\u201d, l\u2019opera \u00e8 stata assegnata da Mia Cinotti per la parte superiore, d\u2019argento dorato in lastra, a manifattura \u201cumbro- toscana\u201d degli inizi del XV secolo, mentre il sostegno, di rame dorato, \u00e8 stato invece giudicato, dubitativamente, un prodotto \u2018neo-gotico\u2019, forse del XIX secolo<sup><a href=\"#footnote_7_1005\" id=\"identifier_7_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Cinotti, in R. Bossaglia, M. Cinotti, Tesoro e Museo&hellip; 1978, n. 18, p. 59\">8<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giovanni Boraccesi ha invece accostato l\u2019esemplare a due reliquiari conservati uno nella cattedrale di Bitonto (privo dell\u2019arco a giorno sovrastante la teca) e l\u2019altro nel Duomo di Molfetta (con doppio tempietto), non ancorati a nessun documento e privi di punzonature, ritenuti \u201criconducibili agli esiti pi\u00f9 maturi della produzione napoletana d\u2019et\u00e0 aragonese, ossia ad un periodo compreso tra il 1465 e il 1505 circa\u201d<sup><a href=\"#footnote_8_1005\" id=\"identifier_8_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Un ostensorio napoletano nel Museo del Duomo di Milano, in &ldquo;Fogli di Periferia&rdquo;, XII, 2000, n.1-2, pp. 87-89 (citazione a p. 87); lo studioso segnala inoltre che, &ldquo;seppur con qualche variante&rdquo;, analogie possono essere riscontrate anche con alcuni ostensori (conservati nella chiesa di S. Maria della Pace di Noicattaro, in collezione privata ad Andria, nell&rsquo;abbazia benedettina di Montecassino, nell&rsquo;Episcopio di Cerreto Sannita, nella Cattedrale di Muro Lucano): per nessuno di questi esemplari purtroppo sono a disposizione dati documentari.\">9<\/a><\/sup>. Ha inoltre interpretato correttamente il calice e i piedi nella cimasa come elementi sopravissuti della composizione raffigurante il <em>Sangue del Cristo Redentore<\/em>, con il <em>Cristo risorto<\/em> stante, mentre dal costato scorga un fiotto di sangue, raccolto nel calice posizionato sul basamento, un\u2019iconografia proposta principalmente dagli affiliati\u00a0 della Confraternita del Corpo di Cristo, o del Santissimo Sacramento, che esponevano l\u2019ostensorio in occasione di particolari feste liturgiche<sup><a href=\"#footnote_9_1005\" id=\"identifier_9_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"G. Boraccesi, Un ostensorio napoletano&hellip;, 2000, p. 88.). Rispetto a quanto sin qui osservato dai due studiosi, mi pare tuttavia pi&ugrave; convincente ipotizzare la realizzazione dell&rsquo;intero manufatto presso una bottega siciliana del XVI secolo, come indicano i motivi architettonici e la sagoma dell&rsquo;arco ribassato con sommit&agrave; a punta, che rimandano a modi spagnoli- catalani, essendo le evidenti forme goticheggianti diffuse nell&rsquo;isola lungo un arco di tempo abbastanza prolungato, dal XIV al XVI secolo ((Si veda M. C. Di Natale, Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro, in Ori e argenti&hellip;, 1989, pp.138-141\">10<\/a><\/sup>; a un momento successivo potrebbero invece appartenere i raccordi a sezione esagonale del fusto che prendono l\u2019avvio da collarini, privi dei consueti motivi decorativi incisi. La base polilobata con balconata a traforo e piede scandito da costoloni in rilievo, ravvivati a motivi bulinati a tratteggio parallelo, nonch\u00e9 il nodo esagonale schiacciato con costolone orizzontale, sono infatti pressoch\u00e9 identici a quelli che caratterizzano il calice della chiesa di Ges\u00f9 Bambino, a Fiumara di Muro (Reggio Calabria), ascritto a maestri siciliani della prima met\u00e0 del XVI secolo, donato nel 1588 da Cristoforo Zappia alla cappella di san Cristoforo, che reca sulla coppa, \u201cprobabilmente\u201d sei- settecentesca, la \u2018bulla di garanzia\u2019 di Messina. Il motivo a goccia rilevata che conclude i costoloni del collo del sostegno, si ritrova anche in una pisside conservata nella parrocchiale di Castroreale (Messina), riferita al XVI secolo<sup><a href=\"#footnote_10_1005\" id=\"identifier_10_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"A. Bilardo, Castroreale. Cenni storici sul patrimonio culturale, a cura dell&rsquo; Amministrazione Comunale di Castroreale, Castroreale 1983, scheda 5, fig. 19\">11<\/a><\/sup>, nonch\u00e9 in un calice nella chiesa madre di Corleone<sup><a href=\"#footnote_11_1005\" id=\"identifier_11_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"R. Vadal&agrave;, in Splendori&hellip;, 2001, pp. 363-364\">12<\/a><\/sup>, datato agli inizi del XVI secolo. Stessa sagoma ha il piede del calice nella chiesa di santa Maria del Buon Consiglio a Fossano Ionico (Reggio Calabria), anch\u2019esso assegnato a maestranze della Sicilia<sup><a href=\"#footnote_12_1005\" id=\"identifier_12_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Entrambe le opere sono ascritte ad argentiere attivo nella prima met&agrave; del XVI secolo (L. Lojacono, in Argenti di Calabria, testimonianze meridionali dal XV al XIX secolo, a cura di S. Abita, catalogo della mostra, Cosenza, Palazzo Arnone, 1 dicembre 2006- 30 aprile 2007, Cosenza 2006, n.11, p. 42, n. 12, p. 44\">13<\/a><\/sup>, con base polilobata ad andamento esagonale e nervature rilevate con terminazioni aggettanti a sezione triangola, in questo caso vivacizzate da decori a motivi fitomorfi; pure il collarino di congiunzione bombato, interrotto da segmenti verticali, non \u00e8 lontano da quello che caratterizza il reliquiario di Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fastigio con apertura sovrastata da una lunetta a giorno, affiancato da gugliette decorate nella parte sommitale da incisioni parallele e ancorate in identico modo ai fianchi dell\u2019apertura, \u00e8 invece del tutto simile a quello osservabile nel reliquiario architettonico della chiesa madre di Geraci Siculo, che mostra il marchio degli orafi e argentieri di Palermo (aquila a volo basso con la sigla RUP), dovuto a un maestro del XVI secolo, un\u2019opera connotata da un tempietto piuttosto espanso orizzontalmente (come quello dell\u2019esemplare milanese), distinto da soluzioni formali spagnolo- catalane (come l\u2019arco ribassato con sommit\u00e0 a punta), nodo architettonico e sostegno polilobato con motivo a goccia rilevata. Il reliquiario di Geraci trova peraltro diretto raffronto con l\u2019ostensorio architettonico del monastero delle monache benedettine della medesima citt\u00e0, trasformato in reliquiario di San Giuliano, titolare della Chiesa, decisamente vicino (ad esclusione della base) al reliquiario di Milano, con cui condivide anche la sagoma del nodo e quella delle gugliette e dei pinnacoli; il cupolino della teca \u00e8 decorato a squame di pesce, un motivo simile a quello dell\u2019ostensorio architettonico della Cattedrale di Caltanissetta, riferito da Maria Accascina ad argentiere catanese<sup><a href=\"#footnote_13_1005\" id=\"identifier_13_1005\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"M. Accascina, Oreficeria di Sicilia , dal XII al XIX secolo, Palermo. 1974, pp. 207-208; M. C. Di Natale, I tesori nella Contea dei Ventimiglia. Oreficeria a Geraci Siculo, Palermo 1995, pp. 16- 18 (con raffronti con altre opere pi&ugrave; o meno similari); M. C. Di Natale, Il tesoro della matrice Nuova di Castelbuono nella Contea&nbsp; dei Ventimiglia,&nbsp; Palermo 2005, pp. 23-25.\">14<\/a><\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Desidero ringraziare vivamente la Direttrice, dott. Giulia Benati, e il Personale del Tesoro e Museo del Duomo di Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la Fig. 1:<\/p>\n<p>Foto a colori da: <em>Analisi gemmologica del Tesoro del Duomo di Milano<\/em>, CISGEM CCIAA, Milano 1986, p. 34.<\/p>\n<p>Foto in b\/n da: R. Bossaglia, M. Cinotti, <em>Tesoro e Museo del Duomo<\/em>, vol. I, Electa, Milano 1978, tav. n. 263.<\/p>\n<p>Per la Fig. 2:<\/p>\n<p>Foto da: R. Bossaglia, M. Cinotti, <em>Tesoro e Museo del Duomo<\/em>, vol. I, Electa, Milano 1978, tav. n. 169.<\/p>\n<ol class=\"footnotes\"><li id=\"footnote_0_1005\" class=\"footnote\">Nato a Milano da Marcellino Airoldi, primo conte di Lecco e dalla contessa Maria Diano, Carlo Francesco fu destinato alla carriera ecclesiastica; dopo essere stato creato abate di Sant\u2019 Abbondio nella diocesi di Cremona, venne nominato nel 1668 da Clemente IX internunzio nelle Fiandre, qui compiendo una notevole attivit\u00e0 contro la diffusione del giansenismo; lasciata la nunziatura nel 1673 fu consacrato arcivescovo<em> in partibus<\/em> di Edessa\u00a0 e nominato vescovo assistente al soglio pontificio; fu tra l\u2019altro nunzio a Firenze e a Venezia, citt\u00e0 quest\u2019ultima che lasci\u00f2 nel 1678 per trasferirsi a Milano, dove mor\u00ec il 7 aprile 1683; venne sepolto nel Duomo, ai piedi dell\u2019altare della cappella di san Giovanni Buono (o di San Michele), dirimpetto a quella della Madonna dell\u2019Albero (si veda G. L. Barni, <em>Airoldi, Carlo Francesco<\/em>, in <em>Dizionario Biografico degli Italiani<\/em>, I, Roma 1960, p. 539. Si veda anche il <em>Profilo storico biografico<\/em>, in <a href=\"http:\/\/www.villasanvalerio.it\/\">www.villasanvalerio.it<\/a> <span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_0_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_1_1005\" class=\"footnote\">Il calice presenta inoltre un sottopiede in lastra di rame dorato con decori a girali; rimando alla scheda di M. Cinotti, in R. Bossaglia, M. Cinotti, <em>Tesoro e Museo del Duomo<\/em>, I, Milano 1978, n. 47, p. 67 ( con assegnazione a manifattura \u201csiciliana\u201d, della seconda met\u00e0 del XVII secolo; Mia Cinotti rilevava che \u201cmanca circa il 15% dei coralli\u201d; risulta citato nelle fonti relative al Duomo di Milano a partire da G. C. Besozzo, <em>Distinto ragguaglio dell\u2019origine e stato presente dell\u2019ottava meraviglia del mondo o sia della gran metropolitana dell\u2019Insubria volgarmente detta il Duomo di Milano<\/em>, Milano 1694,\u00a0 pp. 49-50<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_1_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_2_1005\" class=\"footnote\">I materiali costitutivi del calice sono stati analizzati nel 1986 da Margherita Superchi e Elena Sesana (CISGEM), che hanno proposto la realizzazione del manufatto presso la \u201cscuola di Trapani\u201d (<em>Analisi Gemmologica del Tesoro del Duomo di Milano, CISGEM\u00a0 CCIAAA<\/em>, Milano 1986, p. 35<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_2_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_3_1005\" class=\"footnote\">La soluzione del \u2018retroincastro\u2019 consisteva nell\u2019inserire gli elementi decorativi in fori equivalenti della lamina metallica assicurandoli con cera e pece. Per il corallo trapanese in relazione al XVII secolo e agli oggetti ecclesiastici, si veda M. C. Di Natale,<em> Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica<\/em>, in <em>Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco<\/em>, catalogo della mostra a cura di M. C. Di Natale, Milano 1991, pp. 22-69;\u00a0 <em>Il corallo trapanese\u00a0 nei secoli XVII e XVIII<\/em>, a cura di M. C. Di Natale, Brescia 2002 (con bibliografia<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_3_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_4_1005\" class=\"footnote\">Numerosi documenti riguardanti Carlo Francesco Airoldi e la sua famiglia sono conservati presso l\u2019<em>Archivio Airoldi<\/em> di Villa San Valerio, Albiate (per il testamento nuncupativo di Carlo Francesco, del 31 marzo 1693, cfr. Busta 106, Fascicolo 181; alcuni arazzi di Fiandra di sua propriet\u00e0, passarono al nipote Antonio\u00a0 e da questi al cugino siciliano Giuseppe Airoldi, marchese di Santa Colomba di Palermo: si veda Busta 28, Fascicolo 36, 1755 marzo 29<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_4_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_5_1005\" class=\"footnote\">Per esempio, negli anni che ci interessano, da Palermo sono inviati a due chiese del comasco, una croce astile datata 1661 (con bollo del <em>Console<\/em> Giovanni Giorgio Stella) e un calice (con bollo del <em>Console<\/em> Domenico di Napoli) che reca la scritta ABBAS CANOVS D. D. BARTOLONEVS CASSERA (famiglia comasca, il cui stemma figura inciso sul sostegno del calice): i due manufatti sono presentati, senza indicazione della loro ubicazione e riconoscimento dei bolli, in O. Zastrow, <em>Capolavori di oreficeria sacra nel Comasco<\/em>, Como 1984; n. 33, p. 49, n. 68, p. 69; i punzoni sono identificati da S. Barraja, <em>I marchi degli argentieri e orafi di Palermo dal XVII ad oggi<\/em>, Saggio introduttivo di M. C. Di Natale, Palermo 1996, pp. 66-67; la seconda opera figura presso la \u201cParrocchia di Vercana, lago di Como\u201d<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_5_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_6_1005\" class=\"footnote\">In generale, cfr. <em>Anni e opere di Paolo VI<\/em>, a cura di N. Vian, introduzione di A. C. Jemolo, Roma 1978<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_6_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_7_1005\" class=\"footnote\">M. Cinotti, in R. Bossaglia, M. Cinotti, <em>Tesoro e Museo<\/em>\u2026 1978, n. 18, p. 59<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_7_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_8_1005\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Un ostensorio napoletano nel Museo del Duomo di Milano<\/em>, in \u201cFogli di Periferia\u201d, XII, 2000, n.1-2, pp. 87-89 (citazione a p. 87); lo studioso segnala inoltre che, \u201cseppur con qualche variante\u201d, analogie possono essere riscontrate anche con alcuni ostensori (conservati nella chiesa di S. Maria della Pace di Noicattaro, in collezione privata ad Andria, nell\u2019abbazia benedettina di Montecassino, nell\u2019Episcopio di Cerreto Sannita, nella Cattedrale di Muro Lucano): per nessuno di questi esemplari purtroppo sono a disposizione dati documentari.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_8_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_9_1005\" class=\"footnote\">G. Boraccesi, <em>Un ostensorio napoletano<\/em>\u2026, 2000, p. 88.). Rispetto a quanto sin qui osservato dai due studiosi, mi pare tuttavia pi\u00f9 convincente ipotizzare la realizzazione dell\u2019intero manufatto presso una bottega siciliana del XVI secolo, come indicano i motivi architettonici e la sagoma dell\u2019arco ribassato con sommit\u00e0 a punta, che rimandano a modi spagnoli- catalani, essendo le evidenti forme goticheggianti diffuse nell\u2019isola lungo un arco di tempo abbastanza prolungato, dal XIV al XVI secolo ((Si veda M. C. Di Natale, <em>Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro<\/em>, in <em>Ori e argenti<\/em>\u2026, 1989, pp.138-141<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_9_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_10_1005\" class=\"footnote\">A. Bilardo, <em>Castroreale. Cenni storici sul patrimonio culturale<\/em>, a cura dell\u2019 Amministrazione Comunale di Castroreale, Castroreale 1983, scheda 5, fig. 19<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_10_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_11_1005\" class=\"footnote\">R. Vadal\u00e0, in <em>Splendori<\/em>\u2026, 2001, pp. 363-364<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_11_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_12_1005\" class=\"footnote\">Entrambe le opere sono ascritte ad argentiere attivo nella prima met\u00e0 del XVI secolo (L. Lojacono, in <em>Argenti di Calabria, testimonianze meridionali dal XV al XIX secolo<\/em>, a cura di S. Abita, catalogo della mostra, Cosenza, Palazzo Arnone, 1 dicembre 2006- 30 aprile 2007, Cosenza 2006, n.11, p. 42, n. 12, p. 44<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_12_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><li id=\"footnote_13_1005\" class=\"footnote\">M. Accascina, <em>Oreficeria di Sicilia , dal XII al XIX secolo<\/em>, Palermo. 1974, pp. 207-208; M. C. Di Natale, <em>I tesori nella Contea dei Ventimiglia. Oreficeria a Geraci Siculo<\/em>, Palermo 1995, pp. 16- 18 (con raffronti con altre opere pi\u00f9 o meno similari); M. C. Di Natale, <em>Il tesoro della matrice Nuova di Castelbuono nella Contea\u00a0 dei Ventimiglia<\/em>,\u00a0 Palermo 2005, pp. 23-25.<span class=\"footnote-back-link-wrapper\"> [<a href=\"#identifier_13_1005\" class=\"footnote-link footnote-back-link\">&#8617;<\/a>]<\/span><\/li><\/ol>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>vntpaola@tin.it Un calice e un reliquiario siciliano nel Tesoro del Duomo di Milano DOI: 10.7431\/RIV04042011 Il 25 settembre 1683, per volont\u00e0 del milanese Carlo Francesco <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/?page_id=1005\" title=\"Paola Venturelli\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":1108,"menu_order":4,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1005"}],"collection":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1005"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1005\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1472,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1005\/revisions\/1472"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1108"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/oadiriv.unipa.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1005"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}